giovedì 26 maggio 2011

Un raccontino da posto di lavoro, se vi va

Questo racconto nacque, nel 2008, da una sfida. Data una parola chiave (che era ASCENSORE) che ti viene in mente? A me venne in mente 'sta roba qui.
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Che ho una faccia da schifo lo penso spesso.
Soprattutto quando entro in ascensore e me la trovo davanti, riflessa impietosamente dallo specchio a piano americano che qualche genio ci ha piazzato per dare un’illusione di spazio.
La luce al neon, a dominante verde, ti cade addosso dall’alto ed esalta tutto ciò che andrebbe nascosto: pori dilatati, zampe di gallina, colorito smorto, solchi nasolabiali da depressione cronica e quel pelo sul mento che stamattina mi è sfuggito.
Maledetto! Proprio oggi che dovrei essere al meglio delle mie possibilità. Sono anni che aspetto questo momento, il momento di premere il tasto 8 sulla pulsantiera.
Certo che ci sono salita altre volte all’ottavo piano, ma stavolta è diverso. Stavolta ci salgo da titolare di un ufficio e la promozione, io, me la sono sudata sul serio. Ho lavorato sodo io, mica come tutte quelle stronzette sculettanti che mi sono vista passare davanti negli anni. Chissà se nel beauty ce l’ho una pinzetta per…
Cazzo, ti pareva! C’è una cosa che odio più degli ascensori: dividere gli ascensori con degli sconosciuti. Stare lì a fissare la parete in attesa che il tizio o la tizia scendano e sentirsi in dovere di salutare: “Buona giornata”, come se me ne fregasse poi qualcosa.
No! Lui no, cavolo.
“Buongiorno.”
“Ngiorno, che piano?”
Cretina che sono, mi hanno appena promossa e mi comporto come un’ascensorista. Che se lo spinga da solo il pulsante, mister Ce l’ho solo io. Pensa di essere una specie di divo solo perché sono tutte lì a sbavargli dietro. Oddio, siamo tutte lì a sbavargli dietro. Se penso che sono arrivata a fargli recapitare un mazzo anonimo di rose rosse a gambo lungo.
Aspetta, com’era il bigliettino?
Hai un’aria così annoiata. Io potrei proporti qualcosa di interessante, se solo scopri chi sono…
Patetica! Ma che credevo di ottenere?
Chissà le risate che si sarà fatto alle mie spalle. Certo, però, che una qualche traccia in più potevo dargliela, magari non ha neanche capito che ero proprio io quella che…
“Che succede?”
L’orrida luce al neon lampeggia, poi l’ascensore si blocca con uno scossone. Ci guardiamo in faccia per la prima volta da quando è entrato. Siamo fermi tra il quarto e il quinto piano. Da non crederci. Sono bloccata in ascensore. E proprio con LUI.
Lui che spinge il tasto dell’allarme. Dalla grata arriva la voce della sorveglianza.
“Siamo bloccati”, spiega lui, tranquillo, pacato.
Sexy da morire con quella calata siciliana.
“State tranquilli, provvediamo subito a sbloccare la cabina.”
No, vi prego. Fate con calma.
Perché potrebbe essere un segno del destino, capisci?
Io e lui, da soli, in un metro quadro di cabina di ascensore.
“Le sono piaciute le rose?”
La butto lì, senza fermarmi a pensare. Lo guardo in faccia.
A lui l’orrida luce al neon non so come, ma dona. Gli occhi scuri sono animati di riflessi. I capelli lisci, neri, appaiono come cosparsi di gocce di luce.
“Come dice?”
Non mi arrendo, bello. E’ inutile che fai l’indifferente.
“Le rose, rosse, a stelo lungo. Quelle di una sconosciuta ammiratrice.”
La comprensione gli si allarga sul viso da modello per uno spot virile: un profumo… no, meglio un’auto sportiva, un SUV. Quegli slogan idioti tipo: carattere sfacciato e ribelle, personalità scolpita.
E lui che guida con una mano sola, una giacca da smoking a pelle. Intanto oltre a comprendere di cosa parlo, si imbarazza pure.
“Non mi dica che era lei che…”
Non brilla per iniziativa, questo è certo. E neanche per prontezza di riflessi a dirla tutta.
“Ero io, si. Magari se si fosse guardato intorno.”
“Non avevo mai ricevuto rose prima. Sono rimasto spiazzato.”
“Beh, diciamo che spiazzarla era un po’ lo scopo, no?”
Mi è uscito il tono preciso di Paris Hilton in una pubblicità di telefonia. Peccato non avere la sua stessa faccia da strappami-le-mutande-adesso.
Lui mi guarda come mi vedesse per la prima volta.
Dio, non è che si accorge del pelo sul mento?
“Beh, scopo raggiunto, comunque.”
E siamo al punto di prima, cazzo!
“Mi chiamo Annalisa.”
Gli tendo la mano, lui la stringe, meccanico.
“Io Sergio.”
“Lo so”, brutto cretino, vorrei aggiungere.
Ti pare che non so vita, morte e miracoli dell’uomo cui ho mandato 50 euro di rose rosse a stelo lungo?
“Già, immagino.”
E adesso?
“Ha impegni per pranzo?”
Da dove mi viene questa faccia da culo non lo so. Ma siamo in ballo e tanto vale ballare.
“No, direi di no, però…”
“Però?”
Ho inclinato la testa, lo guardo di sotto in su. Luce al neon o meno, tento un’espressione sensuale e mi pare pure di riuscirci.
“Vede Anna…”
“...Lisa.”
“Vede Annalisa, l’omaggio di quelle rose mi ha sicuramente lusingato…”
Il MA è lì, enorme, pesante.
Vorrei che il fondo della cabina si aprisse e mi inghiottisse.
“Ma io, sinceramente, non credo che noi… insomma, lei è una donna…”
Non dire intelligente, ti prego. Tutto, ma non…
“Intelligente e spiritosa e di sicuro ha messo in conto che a quelle rose non dovesse necessariamente seguire…”
Si sta arrampicando sugli specchi.
“E’ sposato?”
No che non lo è, lo so. Mi sono informata.
“No, ma vede Annalisa, lei non è…”
“Il suo tipo?”
Mi sorride, con gratitudine.
Avessi un coltello, lo sbudellerei qui, subito.
“Questo non vuol dire che lei non sia una bellissima donna.”
Non dirlo, stronzo! Se io fossi una bellissima donna, mi saresti già saltato addosso e avrei la tua lingua in bocca e le tue mani dappertutto.
Uno scossone e la cabina si muove.
Il silenzio è denso come bitume mentre arriviamo al sesto piano, quello che lui ha prenotato.
Si affretta a mettere il piede fuori, poi si sente in dovere di voltarsi.
“Annalisa, spero che questo non…”
Non gli do il tempo di finire. Spingo il pulsante che chiude le porte, salgo all’ottavo, entro nel mio nuovo ufficio, mi siedo alla scrivania e avvio il computer.
Spero che questo non… cosa?
Che cazzo voleva dire?
Restiamo amici?
E quando mai lo siamo stati?
L’interfono mi chiama. Adesso che sono il capo del personale ho anche una segretaria.
“Dottoressa, il primo colloquio di oggi.”
“Lo faccia passare.”
La porta si apre e ne entra LUI.
Adesso capisco quelle quattro fottute paroline:
spero che questo non
Speranza vana, carissimo Sergio.
Lo so io e, adesso mentre ti sorrido e ti invito a sedere, lo sai anche tu.
 
Laura Costantini