venerdì 19 aprile 2013

Spingi, scrittore, spingi

Questo post è ispirato a una citazione di Zafon per il quale ispirazione vuol dire sudore, mal di testa da spremitura di meningi e sofferenze assortite. Se la pensate come lui, astenetevi.

Mi capita spesso, molto spesso, troppo spesso, di sentir perpetuare sul web lo stereotipo dello scrittore macerato. Che non vuol dire prendere uno che scrive e metterlo a bagno in alcool e zucchero per i prossimi 40 giorni. Vuol dire che colui (o colei, ma si usa sempre il maschile/maschio/omino) il quale si fregia del titolo di scrittore, spesso aggiunto dopo nome e cognome dell'intestazione del profilo FB (o, peggio, del fan-club autogestito), soffre. Sì, amici, romani, concittadini, egli soffre. Soffre perché, posto davanti a uno schermo bianco da riempire digitando, egli si contorce, suda, si spreme, iperventila... No, non è un parto (occhio, ricordare sempre che egli è maschio), sembra piuttosto una colica intestinale. Alla fine della quale egli comunica all'universo mondo che ha evac... sorry, prodotto un incipit, dieci pagine, la parola fine, insomma qualcosa di letterario. Occhio, ancora, non di narrativo, di letterario. La differenza è fondamentale. Vado a spiegare: narrativo attiene alla narrazione, al contar storie, è una roba leggerina ancorché avvincente. Intrattiene il lettore. Lo sentite come suona volgare? Intrattenere il lettore, orrore! Lo scrittore, quello vero, quello con la S maiuscola, quello che soffre, non intrattiene. Mai. Lui perpetua il verbo, instilla verità, spinge alla riflessione, fa soffrire. E soffre. Ha da soffrì, credo sia inserito nel contratto di edizione, articolo 7 b: Tizio e Caio, da qui in poi detto Autore, garantisce alla pizza e fichi editions, da qui in poi Editore, che non si asterrà, per nessun motivo, dal soffrire, sudare, vergare col suo proprio sangue la pagina bianca. E i lettori, spesso frequentatori del web, finiscono col crederci e convincersi che così debba essere: scrittura=sofferenza ---> lettura=chedduepalle. Quando poi capita una persona che scrive e che a scrivere si diverte proprio e che scrivere le viene proprio facile e che insomma intrattiene se stessa e poi anche i lettori (lettori felici, pensa un po') il passo successivo è così strutturato: occhiata incredula che vira sullo sdegnato, arriccio di labbro laterale e sentenza più definitiva della Cassazione: ah, ma tu non scrivi, tu fai narrativa di intrattenimento. 
Un marchio a fuoco, fidatevi.