giovedì 14 agosto 2014

Personaggi del Puzzle di Dio: Saro Calopresti


A Saro non capitava spesso di essere felice come in quel momento. Nudo e con una sigaretta tra le labbra, lasciava che lo sguardo vagasse attraverso i vetri appannati della finestra verso gli aloni indistinti dei lampioni. La nebbia notturna rendeva favoloso il vialetto dell’anonima villetta a schiera che aveva preso in affitto un anno prima quando, neolaureato in scienze ambientali, era stato assunto dalla Technatom, l’impianto creato a metà degli anni Sessanta per il riprocessamento dei combustibili usati per i reattori nucleari. Non aveva certo fatto salti di gioia quando era stato costretto a trasferirsi da Roma a Brusasco. Lui, finché non gli avevano comunicato la destinazione, non sapeva neanche dove fosse Brusasco.

I primi tempi erano stati duri: si era sentito solo, tradito nelle sue aspettative, incazzato con suo padre che non era riuscito a trovargli una sistemazione migliore. O forse quella era la sistemazione migliore. Suo padre, gran puttaniere, un ipocrita attaccato alle tradizioni e al buon nome della famiglia, si era dimostrato elastico con Saro: era arrivato ad accettare quasi tutto. Che fumasse spinelli, che fosse promosso agli esami solo grazie alle sue raccomandazioni, che facesse la vita del vitellone… ma non che gli piacessero gli uomini. Questo no, minchia. Questo, don Gaetano Calopresti, scopatore calabrese esentato dall'uso del Viagra non lo poteva accettare.

Saro sorrise sarcastico alla nebbia che si muoveva fluttuando portata dal vento al ricordo delle urla, dei malori di sua madre, delle minacce.

Per tutta la durata del corso di laurea, i suoi genitori avevano creduto che dividesse l’appartamentino con una ragazza, la stessa che aveva portato qualche volta a Roma, spacciandola per la sua fidanzata. Invece con lui viveva Angelo. Il sorriso di Saro si appannò a quel pensiero mentre soffiava fumo contro le dozzinali tende della camera da letto. Era stato Angelo a fargli sbattere il naso sulla sua omosessualità. Avevano cominciato con un’amicizia cameratesca, tra studenti fuorisede con poca voglia di sudare sui libri. Meglio la palestra, tutte le sere, a pompare come matti con i pesi. Angelo era bello, non aveva niente di efebico, anzi. Il suo corpo era peloso, forte, maschile. Si era ritrovato ad ammirarlo, con uno strano batticuore in fondo allo stomaco, sotto la doccia. Non ci era voluto molto perché i loro sguardi si incrociassero e si leggessero dentro, fin dove nessuno dei due era mai arrivato. Il primo, avido bacio era stato lì, sotto il getto potente della doccia, con la consapevolezza della reciproca nudità, con l’urgenza della scoperta. Il sesso non era arrivato subito. Dopo quel primo contatto Saro era fuggito a Roma, portando con sé la sua sedicente ragazza. Già che c’era, se l’era anche scopata, in casa dei suoi, convinto che suo padre sorridesse soddisfatto ascoltando i loro gemiti attraverso la barriera mai sufficiente dei muri. Ma don Gaetano non poteva sapere che, mentre costringeva Claudia a mettersi a quattro zampe sul letto e la prendeva da dietro, era con Angelo che stava scopando.

Claudia non aveva gradito. Saro si era tenuto il vaffanculo e, salutati mamma e papà, era tornato da lui, da Angelo. Meglio i giochi a quattro zampe con lui. Chissà dove sei, ora… pensò con rammarico, ma gli bastò voltare le spalle alla finestra e guardare chi dormiva, prono e senza alcun pudore, nel suo letto, per ricacciare Angelo tra i ricordi.

Brusasco era una cittadina linda e pulita, come sanno esserlo solo le cittadine piemontesi, sulla riva destra del Po, a pochi chilometri di distanza dal deposito della Technatom a Saluggia, il suo posto di lavoro. Era stato frustrante scoprire che il suo incarico era girarsi i pollici per otto ore al giorno, vigilando su tre vasconi sotterranei di cemento e acciaio pieni di 130 tonnellate di scorie di uranio ad alta attività disciolte in acido nitrico. Una bomba ambientale senza precedenti al mondo e che più volte, negli anni, aveva rischiato di deflagrare. Quando la Dora Baltea aveva superato gli argini, c’era stato il fondato rischio che il veleno più potente, indistruttibile e mortale del mondo defluisse nelle falde acquifere. Il disastro sarebbe stato planetario. Ma quando Saro era arrivato, i vasconi erano già stati protetti con un muro di cemento alto sei metri in superficie e profondo altri quattordici sottoterra. Rischio azzerato, noia mortale. Anche perché la vita notturna, soprattutto per chi aveva gusti come i suoi, non brillava certo nella provincia vercellese… Poi aveva incontrato Daniel. Accarezzando il bracciale con le sei lettere d’oro che componevano il suo nome, si perse nel ricordo del loro primo incontro. Era successo a Casale Monferrato, in un pub. Daniel aveva la faccia di un teppista e il corpo di un modello e con lui Saro non aveva avuto esitazioni: lo avevano fatto in macchina, quella sera stessa, senza sapere neanche il nome uno dell’altro.

Adesso, mentre tornava a letto e lo abbracciava da dietro, aderendogli completamente alla schiena, sapevano molto di più. Daniel era nato in Francia, da genitori palestinesi e musulmani osservanti. Quando avevano scoperto che gli piacevano gli uomini lo avevano cacciato di casa.

Adesso faceva l’operaio in un cantiere a Casale Monferrato e rendeva felice Saro. Talmente felice che decise di svegliarlo baciandogli la pelle scura e vellutata del collo mentre gli lasciava scivolare la mano sul torace glabro, sugli addominali perfetti, fino in mezzo alle cosce muscolose.