lunedì 4 agosto 2014

Personaggi del Puzzle di Dio: Sumitra Naral


Sumitra dava le spalle alla porta e non diede segno di essersi accorta della sua presenza. I capelli, nerissimi e dai riflessi verdastri in quella luce, le scendevano sciolti sulle spalle e sfioravano il pavimento. Non le avevano concesso nastri o fermagli né ornamenti di qualsiasi genere. Non le avevano permesso neanche di indossare il sari, imponendole una specie di pigiama candido. Lorenzo le girò intorno e andò a sederlesi davanti, nella sua stessa posizione. Le folte ciglia nere sottolineavano la lunga linea degli occhi e sopperivano all’assenza di trucco. Al centro della fronte, lì dove le aveva sempre visto il tikka rosso, c’era una piccola cicatrice circolare e lui sapeva di cosa si trattava: l’apertura del terzo occhio, il segno che aveva compiuto lunghi anni di addestramento.

Attese qualche minuto, in silenzio, a occhi chiusi, cercando di condividere la serenità che emanava da Sumitra come la luce da una lampada.

Il tuo cuore batte veloce.”

Quelle parole lo fecero sussultare. Sumitra lo stava guardando e lui si sentì scandagliato in profondità da quelle pupille nere e lucenti.

Mi hanno detto che non parli con nessuno, che rifiuti cibo e acqua, che non collabori.”

A cosa dovrei collaborare?”

Noi vogliamo solo capire.”

È questo il vostro problema: cercate sempre un perché. La tua mente è piena di domande.”

Mi leggi nel pensiero?”

Il pensiero non esiste, per come lo intendete voi. I tuoi pensieri sono fatti della stessa materia che compone la tua pelle, la tua carne, il tuo cervello. Io ti guardo e non ho bisogno di altro per sentire.”

E cosa senti?”

Sento che hai bisogno di me. E che ti riesce difficile accettarlo.”

Lorenzo si impedì di pensare a tutte le implicazioni di quelle parole. Si protese e le afferrò le mani.

Io invece sento che tu sei in collera con me per tutto questo”, disse.

La collera è un sentimento inutile.”

Lui sorrise.

Vuoi uscire di qui?”

Anche lei sorrise.

Io non sono mai stata qui.”

Le dita lunghe e sottili si intrecciarono alle sue in un gesto che Lorenzo percepì molto intimo.

Chiudi gli occhi”, gli sussurrò Sumitra, “e guarda.”

Fu una sensazione sconvolgente.

Lorenzo chiuse gli occhi e fu come se li aprisse per la prima volta nella sua vita. Non era più nella cella nel sottosuolo di Roma. Erano tornati al tempio di Vajra Yogini e avevano raggiunto la cima della collina sulla quale sorgeva. I pini erano alti e radi, il terriccio era spoglio e soffice e scintillava di scaglie di mica. Libellule azzurre volavano tra i cespugli e l’aria, limpida e frizzante, accarezzava la pelle accaldata dal sole alto nel cielo. La vallata di Katmandu si stendeva ai loro piedi, a fare da sfondo ai tetti dorati delle due pagode dedicate alla dea tantrica. Una intera famiglia di macachi scorrazzava tra i rami, lanciandosi sberleffi.

Sumitra era in piedi accanto a lui e lo teneva per mano. Indossava un sari dai colori che sfumavano dal rosa acceso al turchese e una scintillante catenella d’oro le attraversava la guancia congiungendo il brillante alla narice con l’orecchino al lobo.

È un’illusione, vero?”, chiese Lorenzo.

Sentiva il calore del sole sui capelli e il sudore, come dopo una lunga salita, inumidirgli la camicia al centro della schiena. Una libellula curiosa gli danzò a pochi millimetri dalla faccia e lui ne percepì la vibrazione.

No”, rispose Sumitra. “Questo luogo esiste, noi esistiamo. Come potrebbe essere un’illusione?”

Ma noi non siamo qui, adesso.”

Davvero?”

Gli lasciò la mano con un tintinnio di braccialetti e Lorenzo ebbe il timore irrazionale di perdersi, di cadere in un vortice sconosciuto, di tornare indietro. Non accadde. Sumitra si era allontanata, scendendo veloce sul terreno scosceso che le franava sotto i piedi nudi. La seguì verso un gazebo rugginoso, pavesato di giallo, verde, rosso e bianco dalle bandierine di preghiera buddiste. La brezza leggera e fresca le faceva ondeggiare con un movimento che richiamava quello di alghe che danzano nella corrente. Scivolando sui ciottoli di mica, Lorenzo si afferrò a una delle sottili colonne del gazebo e avvertì sotto le dita il contatto ruvido del metallo ossidato.

Sumitra si era seduta e lo guardava sorridendo.

È qui che vieni quando la nostra équipe medica ti sottopone ai test?”, chiese raggiungendola.

Qui e in molti altri luoghi.”

Come fai?”

La donna lo tirò a sedere accanto a sé.

Lo faccio e basta. Come lo stai facendo tu.”

Lorenzo scosse la testa.

Non so come, ma sei tu a creare tutto questo. Noi non siamo qui.”