lunedì 30 ottobre 2017

Doccia fredda #22 Campagna estiva



- Dio che caldo!
- Fatti una doccia!
- Oggi non c'è acqua!
L'irritazione dell'afa estiva, l'intolleranza a mille, perfino il fatti una doccia aveva amplificato il mio nervosismo.
C'era bisogno di dirmelo? Vive anche lui qui, lo sa che oggi non c'è acqua.
Non c'è acqua da settimane, dilazioniamo quella riempita nei giorni passati. E' tutto un caos di catini sparsi ovunque e il water è sempre sporco perchè lui non ci pensa a passarci lo spazzolone.
- Non c'è acqua – risponde quando glielo faccio notare – è normale avere il water sporco.
Ma tanto è inutile affrontare ancora l'argomento, mi risponderà come sempre che sono nervosa e di interrogarmi sul perchè, che non ha detto niente di strano, che vedo sottofondi inesistenti ovunque. Sottofondi inesistenti!
Ho taciuto volgendo lo sguardo altrove, verso i cani.
- Avrebbero bisogno di essere bagnati un po' – ha detto - è troppo caldo per loro!
Lo fa apposta, sta tentando di esasperarmi. E' così cristallino il suo comportamento che ci vedo perfino quel sottofondo inesistente!
- Mettiti sotto un albero, lì passa un po' d'aria.
- Non c'è vento.
- Pazienta.
- Ho solo detto Dio che caldo, non mi pare di essermi lamentata oltre.
- Pazienta.
- Ma mi ascolti?
- Se pazienti un attimo che io finisca di legare queste piante, ti ascolto.
- Due cose insieme no, eh!
- Sei lagnosa.
- Ho solo detto Dio che caldo!
- E' una lagna.
- E' una constatazione.
- E' una constatazione lagnosa.
Sono andata a farmi un giro per il bosco mentre lui continuava a legare piante, a sudare, a fare finta che questo caldo opprimente non ci fosse. Eroico, lui! Lo fa solo per dimostrarmi che sono sfinente, che se tollera lui posso tollerare anche io, che se mi si appiccicano le ascelle di sudore non è un dramma, che se i miei piedi sono neri per la polvere che c'è di fuori si può attendere che torni l'acqua, tanto qui non viene nessuno che possa notare che sono sporchi.
Sì, non viene nessuno, è vero.
Ha fatto in modo che potessimo stare soli per sempre. Non c'è nulla qui che possa essere invitante per altri. Ci sono solo alberi secchi, terra arsa, foglie in ogni angolo come fosse autunno. Non c'è neppure una strada che si dica tale per poter arrivare qui. Uscire poi è una tragedia immane, si rischia la vita in ogni istante, si rischia che la macchina si cappotti.
Ma lui non fa che ripetermi quanto sono impedita, quanto sono incapace di guidare, quanto sono solo pronta a lamentarmi di tutto.
Ho provato ad uscire a piedi ma a cento metri ci sono dei cani feroci a guardia di un gregge di pecore. Uno mi ha morso la caviglia ieri l'altro.
- Ti sta bene – mi ha detto – e ora provvedi da sola che qui il medico non arriva e io ho da fare.
Sono mesi che il telefono fisso gracchia, che non riesco ad avere una conversazione decente con un altro essere umano. Sono mesi che il cellulare mi invia messaggi che mi sono stati trasmessi settimane prima perchè qui non c'è campo e devo girovagare per trovare una tacca.
Sono mesi che gli chiedo di uscire un po' e di guidare lui fino al paese.
- Non sai stare sola.
- Usciamo, incontriamo gente, scambiamo qualche parola con altre persone.
- Se mi amassi, capiresti quanto può essere offensivo questo tuo mostrare fastidio al nostro stare insieme da soli. Ci ho provato a dirtelo che sei troppo socievole, troppo aperta, troppo comunicativa. Non c'è verso di farti capire che stare qui è l'unica possibilità che hai di essere una donna diversa.
Cammino nel bosco con i tafani che mi aggrediscono, che si legano al mio sudore, che tentano di bere il mio sangue che ribolle. Mi sembra di sentire lamenti di animali ovunque e immagino che da un momento all'altro il puzzo del mio sudore li attragga verso di me e mi prendano a morsi, dilaniandomi, placando la loro sete con il mio sangue caldo.
Sono esausta, ora torno di sopra e gli dico che è finita, che voglio andare via, che deve lasciarmi libera.
Salgo la scala nel bosco trafelata, perdo una scarpa tanto corro, ma non m'importa. Continuo a salire trafelata.
Non vedo altro che il momento in cui interromperò tutto questo assurdo silenzio e urlerò la mia rabbia, l'insofferenza per questo posto fuori dal mondo. Zittirò con le mie urla il cinguettio di questi uccelletti che cacano ovunque, spaventerò le lucertole che oziano su ogni zanzariera come fossero calamite dei ricordi di viaggi attaccate a un frigorifero. Urlerò talmente tanto che il mio fiato farà muovere le foglie sugli alberi, cascheranno tutte aumentando lo scrocchiare che sento sotto le scarpe a ogni passo, qul monotono scroc scroc quotidiano.
E' mentre salgo la scala che vedo l'accetta col manico rosso messa lì fra robaccia stipata che mi dice non sa dove mettere, l'accumulo di ferraglia, le bottiglie vuote piene solo di insetti sul fondo che stanno crepando e marcendo senza riuscire a risalire, le cassette di plastica deformatesi al sole, i due pneumatici sgonfi e i rumasugli di spazzatura che, a sentire lui, fanno concime. E invece puzzano, puzzano di un odore indefinibile, piene di api che cercano chissà cosa, ronzii di ogni minuscola specie alata.
E' ancora lì che lega lentamente quelle piante, con quella pacatezza che riesce solo ad aumentare la mia rabbia, che mi prende allo stomaco fino a farmi sentire la sensazione del vomito.
Ce l'ho fra le mani quell'accetta e non vedo altro dinanzi a me che la sua schiena che si sposta lentamente fra un movimento e l'altro. Gli arrivo alle spalle velocemente, come una furia, non ha neppure il tempo di girarsi tanto sono veloce.
Butto fuori un urlo disperato e zac! Gliel'ho piantata secca nella spina dorsale! Un unico colpo, netto, chiaro, vigoroso, con tutta l'energia che m'è rimasta.
Lo vedo piegarsi sulle gambe, senza neppure la forza di voltarsi. Si piega lentamente, cercando nella terra qualcosa a cui aggraparsi. E si accascia. Respira ancora. Gli vado davanti, mi allunga una mano per chiedermi aiuto. Lo guardo. Sputo sulla sua testa. Giro le spalle ed entro in casa.
Apro senza pensare il rubinetto del lavandino in cucina.
L'acqua scroscia a sorpresa.
E' tornata!