sabato 21 ottobre 2017

Doccia fredda #18 Fuori dal tempo

Autismo. Un concetto complicato, una patologia complicata, che rende la vita quotidiana complicata, ardua da affrontare. Ma gli educatori devono abituarsi a gestire ogni tipologia di bambino, con le proprie peculiarità, comuni o inusuali.
Tutte maestre, qualche maestro, e alcuni genitori in difficoltà. Comunque una sala gremita di persone concentrate sul simposio tenuto dalla dottoressa arrivata da lontano, che sembrava avere una scomoda verità nelle sue tasche.
Giovanna era un po' maestra e un po' mamma, anche se i suoi figli, grazie al cielo, non avevano mai mostrato sintomi preoccupanti, che potessero far sospettare di rientrare nello spettro autistico. Ma proprio perché mamma, nonostante la sua professionalità la spingesse a prestare attenzione ai dati esposti, controllava sempre più spesso l'orologio da polso, programmando mentalmente le attività da svolgere alla fine di quel corso di aggiornamento.
Dunque, vado a prendere Alba al nido e poi passo dai miei a recuperare Ettore, così che... No, meglio andare al supermercato solo con Alba....
Da sola, con due bambini, fare la spesa diventava un inferno.
Scosse il capo costernata, sbattendo le palpebre nell'incredulità: era la terza volta che il quadrante glitterato del suo Swatch le rimandava lo stesso orario, le quattordici e quattordici.
Fissò più attentamente le lancette che, effettivamente, sembravano bloccate: quella più sottile, dei secondi, eseguiva flebili vibrazioni avanti e indietro, come le ali di una mosca agonizzante. Infatti, non ci aveva fatto caso, ma il fastidioso ticchettio aveva cessato di tenerle compagnia già da un po'.
Orologio fermo, che disdetta!
Cercando di mantenere una certa compostezza, Giovanna inclinò il collo prima alla sua destra, poi a sinistra, cercando di sbirciare i polsi delle sue vicine; ma nessuna di loro portava un orologio.
Maledetti cellulari. Inveì in cuor suo. Hanno guastato ogni più semplice convenzione sociale!
Le seccava disturbare qualcuno per chiedere l'ora e alzò il capo nella speranza di scorgere un orologio da parete, nascosto dietro a una delle colonne dell'aula magna in stile Neoclassico.
Facendo vagare lo sguardo avanti a sé, notò che più di qualcuno sembrava spaesato, nel fissare attonito il display dello smartphone, per poi guardarsi attorno alla ricerca di una risposta all'evento bizzarro.
Persino il relatore accanto alla dottoressa appariva in difficoltà, mentre picchiettava convulsamente con l'unghia dell'indice sul quadrante del proprio orologio -almeno qualcuno aveva mantenuto le buone abitudini- e iniziava a sudare freddo.
Nel giro di pochi minuti, scosse di panico iniziarono a serpeggiare per la sala: tutti si stavano rendendo conto che il tempo si era fermato. A dire il vero, si erano fermati gli orologi, compresi quelli digitali più sofisticati; ma l'impressione era quella di trovarsi fuori dal tempo, imprigionati in un minuto eterno, il quindicesimo dopo le quattordici.
L'unico tranquillo nell'aula era un bambino, seduto pacifico all'estremità della prima fila, a giocare con il suo Gameboy. Un vero Gameboy, non un moderno DS, 3 DS o quelli lì, il classico, enorme, Gameboy anni '90.
A quel punto, nella platea le voci iniziarono a confondersi in un unico assordante brusio e la relatrice si vide costretta a interrompere il discorso, disturbata dalla commozione dell'uditorio.
La donna sembrò confusa, sul punto di chiedere il motivo di quel trambusto; poi controllò l'orario sull'orologio del leggio e sorrise, assumendo un'espressione imbarazzata.
L'ambiente era tornato silenzioso perché le reazioni della dottoressa avevano catalizzato l'attenzione generale, ancor più che durante le spiegazioni precedenti.
Giovanna la osservò mentre si schiariva la voce, prima di irrigidire la schiena e riprendere a parlare, con voce più dolce, rispetto alla monotona esposizione.
«Giorgio, ti dispiace?» richiamò il bambino.
Il piccolo sollevò il capo, come svegliandosi da un momento di trance e annuì compito.
In quel momento, la magia che aveva legato i presenti svanì, e gli orologi ripresero a funzionare.
«Mi dispiace» riprese la relatrice, senza abbandonare l'imbarazzo. «Non ci sono prove che questo... ehm... disturbo... sia legato alla patologia; almeno non tutti i bambini autistici ne sono capaci. Ma a mio figlio succede, quando è particolarmente concentrato. Blocca il tempo.»
Era un'affermazione pazzesca, fuori da ogni logica. Anacronistica.
Ma la dottoressa, che sembrava aver assunto un'aura di particolare autorevolezza nella sua postura, concluse l'esposizione con un'ultima battuta a effetto.
«Signori, anche questo è autismo!»
Lo scroscio di applausi fu assordante, tanto da destabilizzare un po' tutti e permettere all'eminente dottoressa di scomparire assieme al figlio.
Nessuno avrebbe parlato di quell'esperienza surreale, insicuri sull'effettiva manifestazione del fenomeno. Ma per un minuto erano stati accomunati da un destino comune, che aveva permesso a tutti di toccare con mano come potesse sentirsi un individuo che vive costantemente fuori dal tempo e dallo spazio.

Erano ben lontani dal comprendere fino in fondo l'Universo Autismo, ma in quel minuto ci erano andati vicini, e all'uscita, tutti avevano il cuore più sollevato, guardando al dopo con più ottimismo.