venerdì 11 febbraio 2011

I cinque libri fondamentali di LORY

Quelli che sto per citare non sono i miei cinque libri preferiti. Piuttosto sono quei libri che, in un modo o nell'altro, hanno lasciato una traccia nella mia vita. Probabilmente ne ho dimenticato più di qualcuno, ma le pagine lette sono tante e la memoria ogni tanto si prende il lusso di una piccola vacanza. 

Ho cominciato presto a leggere e, una volta esaurite tutte le fiabe, ho avuto in dono il mio primo vero libro: “CUORE” di Edmondo De Amicis. E’ stato un testo fondamentale nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza e credo che meriti il primo posto nella mia lista oltre al posto d’onore nella mia libreria.


Il primo giorno di scuola

Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica duravan a fatica a tenere sgombra la porta.


Dopo “Cuore” cominciai a divorare tutta la letteratura per ragazzi che mi capitò a tiro, ad eccezione della saga di Louisa May Alcott alla quale preferii le appassionanti storie di Giulio Verne (la Alcott però doveva essere nel mio destino perché molti anni più tardi quando qualcuno mi regalò “Un lungo fatale inseguimento d’amore”, che non mi sento di consigliare) e del suo fantomatico capitano Nemo.

Gli anni del liceo furono stimolanti sotto questo punto di vista, ricordo una serie infinita di titoli e generi diversi, dalla letteratura italiana classica che rientrava nel programma di studio, a titoli di autori contemporanei italiani e stranieri. Ma il libro che influenzò la parte più nascosta di me, quella che faceva (e fa tuttora capo) alla mio bisogno di scrivere fu senza dubbio “L’AZTECO” di Gary Jennings, una sapiente mescolanza di storia e fantasia sciorinata in oltre mille pagine di piacevolissima lettura.


(il brano che segue non è l’incipit ma una parte del Dixit )


Mio signore,

Perdonami, mio signore, se non conosco i titoli ufficiali e onorifici che ti spettano, ma confido di non correre il rischio che tu, mio signore, ti ritenga offeso. Sei un uomo, e non un solo un uomo tra tutti gli uomini ch’io ho conosciuto nel corso della mia vita si è mai risentito sentendosi dare del signore. Dunque, mio signore…

O forse Eccellenza?

Ayyo, è un titolo nobiliare anche più illustre… quello che noi di queste terre chiameremo un ahuaquàhuitl, un albero dalla grande ombra. Eccellenza ti chiamerò, pertanto. Tanto più mi colpisce il fatto che un personaggio di così eminente eccellenza abbia voluto convocare uno come me per dire parole alla presenza di Tua eccellenza…
Ma Tua Eccellenza desidera ascoltare che cosa io ero. Anche questo mi è stato spiegato. Tua Eccellenza desidera sapere che cosa il mio popolo, questa terra, le nostre esistenze erano negli anni trascorsi, nei covoni degli anni prima che piacesse al re di Tua Eccellenza e ai suoi portatori di croce e portatori di balestre, di liberarci dalla schiavitù della barbarie.

E’ esatto questo? Allora Tua Eccellenza non mi chiede una facile cosa. Come posso, in questa piccola stanza, con il mio piccolo intelletto, con il poco tempo che gli dei, che il Signore Iddio può avermi assegnato per giungere al termine del mio cammino e dei miei giorni, come posso evocare la vastità di quello che era il nostro mondo, la varietà delle sue genti, gli eventi dei covoni su covoni di anni?

Pensati, immaginati, raffigurati Eccellenza, come quell’albero dalla grande ombra. Vedine mentalmente l’immensità, i rami possenti e gli uccelli tra essi, il fogliame lussureggiante, la luce del sole sulle foglie, la freschezza che l’albero getta su una casa, una famiglia, la ragazza e il ragazzo che erano mia sorella e me stesso. Potrebbe, Tua Eccellenza, comprimere quell’albero dalla grande ombra nella ghianda minuscola che il padre di Tua Eccellenza ficcò un tempo tra le gambe di tua madre?

Yya ayya, ti sono dispiaciuto e ho sgomentato gli scrivani. Perdonami, Eccellenza. Avrei dovuto supporre che le copule in privato degli uomini bianchi con le loro donne bianche devono essere diverse – svolgersi con maggiore delicatezza – di quelle che li ho veduti imporre alle nostre donne in pubblico, con la forza. E, senza dubbio, la copula cristiana che generò tua Eccellenza, dovette esserlo ancora di più.


Tra gli anni del liceo e quelli immediatamente successivi avevo cominciato a fare conoscenza con colui che, più o meno inconsapevolmente, era destinato a giustificare il suo successo editoriale con i cosiddetti mostri sacri della letteratura internazionale: Stephen King. In una torrida estate degli anni ottanta, trascinata mio malgrado in una villa nascosta tra gli ulivi in quel di Barletta (era l’epoca in cui i figli andavano in vacanza con i genitori), pensai di esorcizzare il mio personalissimo getsemani chiudendomi nel sottoscala (unico posto dove era possibile godere un po’ di fresco) con ben tre dei romanzi di King in mio possesso. Fu così che mi imbattei in quello che considero il capolavoro di S. King: “IT”. I suoi romanzi successivi mi entusiasmarono meno fino ad arrivare alle letture, incompiute, di “Buick 8” e “L’acchiappasogni”. Ma si sa, il genio non sempre è inesauribile.


Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione non era stata ancora ripristinata.

Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando. Tamburellava sul cappuccio giallo del bimbo e suonava alle sue orecchie come pioggia su una tettoia: un rumore amico, quasi intimo. Il bambino con l’impermeabile giallo era Gorge Denbrought. Aveva sei anni. Suo fratello William, conosciuti fra i ragazzini della scuola elementare di Derry ( e anche fra gli insegnanti, che mai avrebbero usato quel soprannome in sua presenza) come Bill Tartaglia, era a casa a smaltire i postumi di una brutta influenza. Nell’autunno del 1957, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto anni prima dello scontro finale, Bill Tartaglia aveva dieci anni.


Le mie letture sono state sempre piuttosto variegate, come i mie coni gelato (Laura tuttora rabbrividisce quando mi vede mischiare fragola e cioccolato). Spesso sono state frutto di suggerimento, spesso sono sbocciate insieme alla mia voglia di assaggiare un po’ di tutto, senza privarmi di nulla, Topolino resta il mio fumetto preferito. Alcune volte è stato il caso a scegliere per me. In una delle mie rare visite a casa dei suoceri, mi imbattei in “UN UOMO”, di Oriana Fallaci. Ne sfogliai poche pagine, forse per darmi un tono, una nuance intellettuale e non riuscii a smettere. La storia d’amore della Fallaci con Alekos Panagulis mi conquistò così come la cronaca degli eventi della resistenza greca. E' un fatto che il famoso motto: “gli alberi muoiono in piedi” è uno dei miei preferiti e che quel libro non l’ho più restituito.


Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi,zi,zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione. Alcuni tentavano, e si chiudevano nella case, nei negozi, negli uffici, ovunque sembrasse di trovare un riparo, non udire almeno il ruggito, ma filtrando attraverso le porte, le finestre, i muri, esso gli giungeva ugualmente agli orecchi sicché dopo un poco finivano con l’arrendersi al suo sortilegio. Col pretesto di guardare uscivano, andavano incontro a un tentacolo e ci cadevano dentro, diventavano anche loro un pugno chiuso, un volto distorto, una bocca contratta. Zi, si,zi! E la piovra cresceva, si spandeva in sussulti, a ciascun  sussulto altri mille, altri diecimila, altri centomila. Alle due del pomeriggio erano cinquecentomila, alle tre un milione, alle quattro un milione e mezzo, alle cinque non si contavano più.


E per finire, per non dimenticare, mi piace pensare che uno dei libri che ha formato la mia coscienza civile e morale è “SE QUESTO E’ UN UOMO”, di Primo Levi, del quale, piuttosto che l’incipit, preferisco citare l’omonima poesia. E non credo di dover aggiungere altro.


Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un si e per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grambo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi, alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,
 
I vostri nati torcano il viso da voi.

Sicuramente nella mia vita incontrerò altri libri degni di essere menzionati, mi piace pensare che uno di questi sia il vostro... datevi da fare.
Lory

QUI il post originale