lunedì 23 gennaio 2012

I racconti del lunedi': Il sepolcro

Lory scrisse questo racconto per l'iniziativa HIGHLANDER 2009 sul nostro vecchio blog. Ve lo ripropongo con il piacere di rileggerlo insieme a voi.

“E’ la sua tomba?”
Quello del ragazzo fu poco più che un sussurro tra lo stormire delle fronde e le frustate del vento contro la scogliera. Ma quella voce incerta, inattesa come l’amore quando non hai ancora cominciato a raderti il mento, costrinse il vecchio a voltarsi. Spostò lo sguardo da quell’icona vuota nel freddo del marmo, nella quale aveva disperatamente cercato un volto, un’appartenenza ,al calore di quelle iridi nocciola.
 “Ho sempre pensato che lei fosse semplicemente scomparsa”, ancora un sussurro, ma più deciso, con uno strascico dell’uomo che non sarebbe mai diventato. “Insomma, non mi aspettavo di trovarmi qui, di fronte alle sue spoglie mortali… è così che si dice?”
Il vecchio si chinò a strappare un ciuffo d’erba dalle crepe che il tempo aveva scavato nel sepolcro.
“E’ così che si diceva, ragazzo”, precisò con voce fioca. “Perché mi segui?”
“Perché voglio conoscere la verità. E’ un mio diritto.”
Il vecchio sorrise con l’impertinenza delle sue rughe.
“Diritto? Anche questa è una parola in disuso. Non ci sono più diritti o doveri  ma solo il lento svolgersi del tempo. Quel tempo che non ci consuma ma che ogni volta che ci sfiora ci strappa un lamento. Era questo che lei temeva. Questo ciò che si è avverato.”
“Dimmi quello che sai, vecchio.”
Una nuvola in forma di vela si spiegò sullo loro teste. Le prime gocce di pioggia scesero a picchiettare ciò che restava del mausoleo, si rincorsero sulle foglie morte strappate dal vento, caracollarono lungo la tesa del suo cappello, portato per abitudine perché la necessità non albergava più tra gli uomini.
“Io non so niente.”
 “Non ti credo”, disse il ragazzo seguendo con un dito il solco che gli attraversava la fronte, sfiorandogli il viso con mani fredde. “Tu non sei come tutti noi. La tua pelle ha la consistenza della carta, i tuoi capelli hanno il colore della neve e i tuoi occhi… sono offuscati. E’ per questo che ti nascondi. ”
Si sottrasse a quell’esame, a quelle dita indagatrici che cercavano conferma ad un sospetto che ormai era certezza. Ma sapeva che non avrebbe potuto sottrarsi alla voracità di quel bisogno, alla spinta inconsapevole e perversa di chi non si accontenta di ciò che ha, di quel che è, ma brama di andare oltre, di ripercorrere quel passato ormai lasciato alla dimenticanza, all’oblio.
“Ti sbagli. Neanche a me è concesso ciò che tu desideri. Neanche a me è concesso il sollievo della morte.”
 Fece per allontanarsi.
“Perché?”, chiese il ragazzo afferrandogli un braccio. “Perché per noi è diverso? Le piante, gli animali nascono e muoiono e noi, noi siamo costretti a restare qui, attaccati ad una vita che non ci appartiene. Senza radici, con un futuro che è insieme presente e passato. Dimmelo. Dimmi cosa ci lega a questa tomba senza nome e senza volto. Ti prego.”
Non avrebbe voluto tradirla. Ma era stanco di portare sulle spalle il peso della verità. Stanco di non poterne dividere la pena con qualcun altro.
“Era mia madre.”
“Non capisco, noi non abbiamo genitori.”
Il vecchio annuì.
“Non ne abbiamo nel senso che la storia ricordi. Ma ognuno di noi ha una madre e un padre biologico.”
Il vento rinforzò da nord strappando lamenti alle cime degli alberi. L’antico cimitero sembrò riprendere vita nel turbinio di foglie brune che danzavano tutt’intorno a loro. Il vecchio accarezzò la cavità che avrebbe dovuto ospitare il ritratto della donna defunta.
“Fu merito suo se il genere umano riuscì a sopravvivere alla più grande pandemia che ricordasse. Ma il frutto dei suoi studi, dei suoi esperimenti fu al contempo la salvezza e la dannazione dell’umanità. Quando lo capì tentò di rimediare. Unì una delle sue cellule di mortale a quella di un immortale. Lo scopo era ripercorrere il processo inverso. Ridare all’umanità la propria essenza ripristinando il circolo della vita e della morte. Non le riuscì. Ho provato invano a togliermi la vita. Diversamente da tutti gli altri io posso invecchiare ma niente può distruggermi.”
La disperazione allagò il viso del ragazzo, gli piegò le ginocchia gettandolo a terra. Il vecchio si inginocchiò accanto a lui e abbracciò i suoi muti singhiozzi.
“Mi dispiace”, mormorò. “Avrei voluto che le mie ossa scricchiolanti, i miei passi incerti, il battito soffuso del mio cuore ti dessero la risposta che cercavi, ma la realtà è che siamo condannati a calpestare questa terra all’infinito.”
Lo sfrigolio di un lampo squarciò la volta del cielo. Il viso del ragazzo riaffiorò dietro le mani tremanti. Nel suo sguardo liquido di lacrime il vecchio scorse un luccichio nuovo, il bagliore di una flebile illusione, in un tempo lontano qualcuno l’avrebbe detta speranza.
Il ragazzo lo aiutò a sollevarsi.
“La risposta che cercavo” disse alzando gli occhi al cielo, alle nuvole che si sfilacciavano nella furia del vento, a un pallido raggio di sole incuneato nel blu cobalto che li sovrastava “è sempre stata sotto i nostri occhi. La risposta è questo universo inviolato, frutto del caso e scevro da manipolazioni. Con lui siamo nati”,  sorrise. “Con lui troveremo la fine.”

Loredana Falcone