domenica 8 ottobre 2017

Doccia fredda #12 Slow cat (esordiente)

La stanza volta a est, luminosa e accogliente, era soggiorno, studio e cucina. Praticamente casa. L’aria, ormai quasi calda a maggio, permetteva di tenere aperte le finestre e dal balcone arrivavano le folate di profumo bianco del gelsomino che stava per fiorire.
Maria cucinava, era la festa della mamma e per festeggiarla venivano tutti a pranzo da lei: figli, nuore e nipoti. Apparecchiava e pensava alla sua di mamma, a quando era lei la figlia, alle domeniche in montagna nella grande casa dello zio, con la stufa, il portico e l’ombra del glicine bianco dalla parte del campanile.
Il campanello, eccoli! Si affacciò sul pianerottolo per guardare dalla grande finestra che dava sul giardino, all’entrata. C’erano già tutti, erano arrivati tutti insieme... Che strano! Il figlio grande, il figlio più piccolo, le mogli, i bambini e il nipote ventenne. Si sentiva vociare, che cosa stavano complottando?
Mi hanno messo in questa scatola, c’è un foro. Per respirare credo. Le pareti sono lisce e bianche, non riesco ad arrampicarmi, cado all’indietro come un salame.
Dove sarà la mia mamma? Non sento più il suo odore, il pelo morbido che mi avvolgeva. Dove mi stanno portando? Ho paura... Sento delle voci. Sembrano due bimbi: uno un po’ più grande dell’altro, ridono. Le loro voci sono dolci, ma non fanno miao come la mia mamma e i miei fratellini.
Aprì il cancello, li sentì salire le scale. I due piccoli erano i primi della fila, davanti il maschietto, cinque anni, e subito dopo la femminuccia che di anni ne aveva dieci. Tenevano in mano una scatola colorata e grande. Facevano fatica a portarla. Ridevano e parlottavano sottovoce.
Vuoi vedere che mi hanno regalato l’impastatrice? − pensò Maria. Sarebbe stata proprio una gran bella idea, visto la fatica che ormai faceva ad impastare la sfoglia.
Le corsero incontro e le allungarono la scatola «Per te nonna! Buona festa della mamma!». Maria si allungò per prenderla e fu allora che sentì un ripetuto e debole...
«Gnaaaooo!»
Hanno aperto ecco, adesso potrei uscire, ma se non mi aiutate... Aspetta, c’è un biglietto sulla scatola. C’è scritto che mi chiamo Oliver. Oliver? Mah? Non sono mica tanto convinto...
«E questo cos’è? un gatto? ma io non lo voglio un gatto! NON.LO.VO.GLIO!»
La frase le uscì di getto dalla gola, la voce strozzata. No, non lo voleva. Non voleva affezionarsi a  qualcuno per poi soffrire di nuovo come ogni volta che aveva amato.
No, non voleva una piccola cosa calda da coccolare, delle zampette a correre in giro per casa, a far cadere vasi, a rosicchiare cuscini e poltrone. No, no, no! Ci rimasero male.
«Pensavamo lo volessi!» dissero insieme le due nuore, mortificate.

«L’altro giorno hai scritto su FB che ci sarebbe voluto un gatto...»
«Cosa c’entra FB? Ne scrivo di puttanate io, tanto per scrivere!» Maria aveva la faccia cattiva, se la sentiva da sola, ma si girò a prendere la teglia dal forno perché non vedessero che stava piangendo. Cacciò indietro le lacrime e non lo guardò più, il gatto, o quello che era, o quello che significava. Lasciò che andasse in giro per casa a esplorare.
Che carino questo posto! Ci sono tanti buoni profumi, sa quasi di mamma e di cibo. Oh e i cuscini! quanti! Adesso corro un po’ di qua e di là per sgranchirmi le zampe. E questi cosi lanosi e morbidi per terra? Mi ci rotolo e se corro mi fanno frenare. Che spasso! ’Spetta che vado a far pipì. Dove l’avranno messa la mia vaschetta? Eccola qua! Aaahhh! Fatto! Mi scappava proprio! Adesso bevo e mangio un po’ di croccantini. Come si chiama questa che sta dando da mangiare a tutti? Devo chiedere, perché sarà lei, credo, che ne darà anche a me...
Il pranzo andò avanti non proprio in silenzio, ma con un po’ di imbarazzo. Tutti tenevano d’occhio il gatto e pure Maria − casomai volesse vendicarsi e metterlo al forno −, cercando di non darlo a vedere e parlando d’altro.
Maria era dispiaciuta per la reazione che aveva avuto, ma davvero non aveva nessuna voglia di rimettersi in ballo con un esserino che sarebbe stato totalmente dipendente da lei. Non era più tempo per amori così. Lo pensava eh, lo pensava davvero. Davvero.
Però che bello che era, e che musetto! Un batuffolo rosso a strisce più chiare. Orecchie e zampe lunghe nonostante non fosse, per ora, più di una ventina di centimetri in tutto. La cosa più buffa era la macchia rossa che spiccava sul muso bianco, proprio come se avesse pucciato, birichino, nel tegame del ragù.
Lo guardò prima di sottecchi, poi più attentamente.
«E poi io lo volevo nero il gatto, non rosso!» sbottò, indisponente. Quel ruvido che quel micio soffice le stava grattando dal cuore, da qualche parte doveva pur uscire, o no? La nuora che glielo aveva procurato saltò su, parlando un po’ in fretta, agitata.
«Non preoccuparti, sono già d’accordo che l’avrei potuto riportare, se tu non lo avessi voluto. Non preoccuparti. Lo riportiamo via».
«Ma no!» protestò la nipotina, «lo teniamo noi, dai papà, possiamo?»
«E come fate a tenerlo voi? Ne avete già due...» brontolò Maria, disapprovando. A dir la verità avrebbe disapprovato qualsiasi proposta, in quel momento, e tutto quel grattare in fondo all’anima, in modo così intimo, e sfacciato, e senza permesso oltretutto... 
Sospirò forte. I famigliari la guardarono, preoccupati. L’ex occupante della scatola però non sembrava impensierito. Se ne fregava lui, passeggiandole sui piedi, carezzandole le gambe con quel ridicolo codino, più efficace della leva di Archimede.
Continuò a guardarlo, sempre più attenta. Lui, il gatto, le girava intorno curioso. Saliva e scendeva dal divano, rotolando sui cuscini, si infilava sotto i mobili, mordicchiava la zanzariera, annusava le scarpe in bagno sul tappetino. Ormai aveva misurato lo spazio in lungo e in largo. E aveva deciso, che sì, questa Maria e questa casa facevano proprio al caso suo.
«Ad ogni modo Oliver, non mi piace. Lo chiamerò Ragù» disse alla fine, cercando di tenere la faccia dura. I suoi sorrisero sotto i baffi, ben attenti a non farsi beccare, ci sarebbe stato tempo per prenderla in giro, un giorno dei prossimi giorni, lenti e felpati, che aveva davanti.

Era il 9 maggio, cominciava un’altra storia d’amore. Maria possedeva un gatto, anzi ne era felicemente e inesorabilmente posseduta.