lunedì 21 marzo 2011

Odissea (ma non quella in Libia)

Correva l'anno 2007 e scrivevo cosi':

Intanto diciamo subito che mi considero una persona fortunata. Sarà che la miseria vera l'ho vista con i miei occhi e quindi... Però voglio fare delle puntualizzazioni necessarie: ho il tesserino da giornalista ma lavoro come precaria con un contratto a termine da programmista-regista, qualifica di totale invenzione Rai. Questo significa che lavoro più o meno, nove mesi all'anno. Nel frattempo vivo, mangio, metto benzina, pago quanto mi necessita. Inoltre ho appena versato 270 euro alla Gestione Separata dell'Inpgi (l'ente di previdenza dei giornalisti) perché la Rai non mi ha assunta da giornalista (anche se il lavoro che svolgo è quello) e quindi i versamenti me li fa all'Enpals (l'ente di previdenza dei lavoratori dello spettacolo). I due tipi di contributi non sono ricongiungibili e quindi non so bene come dovrò regolarmi il giorno in cui andrò in pensione. Tutto questo per darvi un quadro chiaro del mio umore quando, questa mattina, mi sono recata al supermarket per la spesa settimanale, già consapevole dell'odissea che mi aspettava. Parcheggio l'auto nel garage, mi impossesso del carrello (succede anche a voi che le ruote se ne vadano ognuna per proprio conto?) e affronto subito il primo ostacolo: la spilletta contro l'AIDS. Me la mette in mano una ragazza e mi dice che costa 5 euro, ma che l'offerta è libera. Gliela restituisco con cortesia, dicendole che l'ho già acquistata in precedenza (è vero, lo giuro). La tizia mi liquida con un'occhiata piena di disprezzo. Salgo la rampa mobile ed entro dalle porte scorrevoli nel centro commerciale, secondo ostacolo: le bamboline tessute a mano dagli indigeni. Una signora in carne me la schiaffa in mano, costa 10 euro ma l'offerta è libera. Rispondo che ne ho già regalata una a mia nipote (vero anche questo). La signora mi liquida con un "certo, come no!". Procedo rasente alle vetrine, cercando di dribblare ma... terzo ostacolo: la maglietta di Save the Children. Mi viene incontro una ragazza con pettorina ufficiale e cartellina in mano. La maglietta costa 15 euro, ma l'offerta è libera, in nome dei bambini del mondo. Rispondo che sono già la mamma a distanza di una bimba africana. La ragazza mi fissa come fossi uno scarafaggio e volta le spalle disgustata. All'orizzonte c'è la rampa di accesso per il supermarket. Forse ce la faccio ma... no, quarto ostacolo: il sacchetto di mele per l'AISM. Non so quanto costi, al boy-scout cinquantenne in bermuda e fazzoletto al collo rispondo con un secco "No, grazie!". E' per la ricerca, insiste minacciandomi quasi con il sacchetto di mele golden. Lo so, ma io faccio le offerte a Telethon (vero anche questo, tranquilli). Ma questa è un'altra cosa, ribatte imperterrito. Abbasso lo sguardo e procedo, deve scansarsi e, se non fosse un seguace di Baden Powell, probabilmente mi apostroferebbe con un bel "vaffa...". Salgo la rampa per il supermarket. In cima, in agguato, ci sono agguerritissime e pingui signore, ovvero l'ostacolo numero cinque: la raccolta di derrate per i poveri. Non chiedono loro, ti mettono in mano volantino e borsa di plastica con aria minacciosa. Agguanto il tutto e cerco di entrare tra gli scaffali, ma l'ostacolo sei è lì: la campagna per la prevenzione del cancro al seno. Non chiedono soldi, loro, ma vogliono farti prendere un appuntamento per una mammografia. L'ho appena fatta, rispondo (vero, sul serio, devo ancora ritirare il risultato) e la tipa mi guarda compassionevole: faccia come vuole, sbotta, peggio per lei. Mentre medito sull'involontaria (?) maledizione, entro tra gli scaffali quasi certa che l'odissea, per oggi, sia finita. Macché, mi si profila davanti l'ostacolo sette: una donna chiaramente andina che mi invita a comprare degli orribili fuseaux equi e solidali. Non mi lascio convincere, allora mi mette in mano un volantino dove sono indicati tutti i prodotti del Sud America: falsa nutella, riso, caffé, zucchero di canna. Non glielo dico, ma lo zucchero di canna l'ho provato nel thè e me lo ha fatto diventare torbido come un cappuccino andato a male.
Ora vi chiedo: è giusto? E' giusto essere sottoposti a continue pressioni, a continue richieste, a continui, gratuiti giudizi se si risponde di no? Ma io dove dovrei prenderli gli abbondanti 50 euro (tanti ce ne sarebbero voluti) di offerte a cause giuste, per carità, ma sempre più numerose? Non sarebbe più equo e solidale mettere degli stand e lasciare alla coscienza di ciascuno a quale accostarsi, a quale campagna aderire, quanto spendere? Sarò impopolare, lo so, ma io ne ho pieni i carrelli di gente che mi chiede soldi! Anche perché, in tutta onestà, io a chi dovrei a mia volta chiederli?
Laura