martedì 22 marzo 2011

Oggi sulla Sesia: Qui si fa l'Italia o si muore



“Qui si fa l’Italia o si muore”. E avesse avuto ragione Garibaldi, saremmo morti da tempo. Perché ci voleva il 17 marzo 2011, centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, per scoprire che il migliore dei mondi possibili per tante anime belle tra le Alpi e la Sicilia era quello fotografato dal Congresso di Vienna. Correva l’anno 1815. Napoleone Bonaparte era stato sanguinosamente sconfitto a Waterloo e l’Europa che conta si era riunita nella capitale di Francesco I per decidere come disfare quello che il piccolo imperatore corso aveva fatto. Per l’Italia (che era, e per molti è ancora, solo un’espressione geografica) la divisione si rifece allo status quo ante Napoleone I. Il regno di Sardegna, ovvero la tana del futuro invasore sabaudo, alla guida di Vittorio Emanuele I. Il regno Lombardo Veneto espressamente creato e sottoposto all’Arciduca Ranieri, fratello dell’imperatore Francesco I. I ducati di Parma, Modena, Massa e Lucca. Il granducato di Toscana, in mano a Ferdinando III. Lo stato della Chiesa, retto da papa Pio VII, e dulcis in fundo, il regno delle Due Sicilie sorto dall’unificazione dei regni di Napoli e di Sicilia e affidato al borbonico Ferdinando I. Nove stati distinti e separati. Ognuno con propri leggi, idioma (dialetto sarebbe più appropriato), bandiera, esercito. Nel rigurgito di revisionismo storico che ha circondato la celebrazione del centocinquantesimo dell’Unità, si è scoperto che i Franceschi e i Ferdinandi (all’epoca non si aveva molta fantasia nei nomi) erano fulgidi esempi di sovrani illuminati che, se lasciati in pace da loschi figuri quali Mazzini, Garibaldi e Cavour, mossi da biechi interessi e manovrati da poteri occulti come la massoneria e i capitali dei Rothschild, avrebbero portato i rispettivi regni alla pace, alla prosperità, alla giustizia. Senza la spedizione dei Mille di quel mercenario di Giuseppe Garibaldi, non sarebbe esistiti brigantaggio e mafia. Per non parlare della questione meridionale. Senza quell’intrigante di Giuseppe Mazzini, il Lombardo Veneto oggi sarebbe perfettamente bilingue, pulito e ordinato, con un PIL invidiabile e ben lungi da tangentopoli, calciopoli, affittopoli e Milano da bere assortite. E che dire di Roma. Se i bersaglieri del generale Cadorna fossero rimasti a casa loro, chi mai avrebbe avuto l’ardire di chiamare “ladrona” la capitale di Sua Santità? Si è sentito questo e molto altro in questi giorni di festeggiamenti. Fiacchi, come il vento che non ha saputo dispiegare il tricolore a Roma o le luci che non hanno illuminato la Mole Antonelliana. A dimostrazione che c’è tantissimo ancora da fare. E nell’attesa che un terrone torni a presentare il passaporto ad almeno quattro diverse frontiere prima di arrivare a Milano, negli occhi restano le lacrime del coro dell’Opera di Roma che sente il pubblico cantare “Oh mia patria, sì bella e perduta”. Proprio come ai tempi di quel venduto all’oppressore sabaudo di un Giuseppe Verdi.

Laura Costantini