lunedì 5 marzo 2012

I racconti del lunedi': Puoi sentirmi?

Attenzione, please, perche' dopo questo racconto non guarderete piu' una grata nello stesso modo...
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Puoi sentirmi?
La galleria che trafora la collina è vecchia. Risale al 1921. Chissà come hanno fatto all’epoca a realizzarla, quanto tempo ci hanno messo e se hanno corso il rischio di far crollare i palazzi là sopra. O magari i palazzi non c’erano ancora. La collina Fleming non era un quartiere in della capitale. E’ vecchia la galleria, si vede dalle infiltrazioni d’acqua che incrostano le pareti con colate di varie gradazioni di grigio, dal nero al quasi bianco del calcare. E’ vecchia, si sente dal freddo che punge anche quando tieni i finestrini chiusi. Ha uno spessore diverso, un peso specifico maggiore, che schiaccia anche le telecomunicazioni. Quando sei nella galleria la radio si zittisce, il telefonino perde la connessione. Se sei costretto a fermarti hai la sensazione di trovarti in un altrove dove qualunque cosa potrebbe accadere.
Puoi sentirmi?
E’ vecchissima anche la grata. Non mi giro a guardarla. Mantengo il collo rigido, il mento eretto. Guardo il portellone posteriore dell’auto che mi precede, mi faccio ferire gli occhi dalla vampa dello stop acceso. Piede pigiato sul freno, ma pronto a scattare. Il semaforo è appena fuori della galleria e nessuno, mai, vorrebbe che passasse al rosso. La galleria è vecchia e chissà quante ne ha viste, quante ne ricorda, quante ne potrebbe ancora tirar fuori. Magari proprio dalla grata rugginosa.
Puoi sentirmi?
Che spessore possono avere le pareti per bloccare le onde radio? Dagli altoparlanti non escono neanche fruscii, solo silenzio. Le note di Ligabue si sono infrante contro un muro di roccia. Le strofe di “Niente paura” sono avanti e dietro di me. Ma non sono qui, non sotto la vecchia galleria dalle pareti incrostate. Crepe? No, non ci sono crepe. Tutto solido, massiccio, antico.
Puoi sentirmi?
Quanti anni sono che la percorro? Tanti. E nel gioco delle probabilità non mi è mai capitato di dovermi fermare proprio qui, in questo punto perfettamente equidistante dalle estremità, dall’uscita e dall’entrata. Non vedo nessuna delle due perché la vecchia galleria descrive una curva. Non una curva eccessiva, ma se ti trovi qui dove sto io adesso, un qualche gioco di prospettiva ti impedisce di vedere da dove vieni e dove stai andando. E l’impossibilità di gettare lo sguardo avanti o indietro spinge a guardare di lato.
Puoi sentirmi?
La grata. Se aprissi lo sportello potrei toccarla. Sentire la superficie scabra del metallo ossidato. Lo so. Non ho mai provato, non ho intenzione di farlo neanche adesso. Però lo so. E comunque non mi giro a guardarla. Essere consapevole che esiste è già abbastanza. Devo ignorarla. In fondo si tratta solo dei pochi secondi di semaforo rosso. Quanti possono essere? Trenta? Sessanta? Un niente. Lo posso tenere lo sguardo fisso sul portellone dell’auto che mi precede per un minuto, senza girarmi? Certo che posso.
Puoi sentirmi?
Raschia… Qualcosa raschia contro lo sportello. E’ come un gesso sulla lavagna, come un’unghia contro il vetro. Raschia. Il silenzio della radio è assordante. Mi azzardo a chinare lo sguardo verso il cellulare, sulla mia destra. Non c’è campo. Riporto gli occhi avanti cercando di escludere la visione laterale. Alzo il mento. La grata è quasi a livello strada. Se tengo alta la testa non posso proprio vederla. La parete curva della galleria, le striature di decenni di acqua infiltrata, ma la grata no. La grata non è nella mia visuale e ormai il semaforo sta per scattare sul verde. Giuro che appena ci muoviamo di qui, mi faccio una risata da farmi venire il mal di stomaco.
Puoi sentirmi?
Ignoralo. Ignora quel raschio contro lo sportello. Scommetti che quando arrivi al parcheggio non c’è neanche un segno sulla carrozzeria? Guarda avanti, ancora qualche secondo e sei fuori. E da domani si fa un’altra strada. Si passa dal Muro Torto che è pure più vecchio di questa galleria, ma non ci sono grate lì, nessuno raschia sugli sportelli. Soprattutto non ci sono voci.
Allora mi senti!
La grata. C’è qualcosa dietro la grata. Qualcuno. Ne incrocio lo sguardo. Gli stop dell’auto davanti smettono di sanguinare luce. Il tubo della marmitta vibra, ne esce gas di scarico. Vedo ruote sfilarmi davanti. Riconosco il battistrada nuovo di quelle che ho cambiato solo una settimana fa. La mia auto si allontana, seguita da tutte le altre e io resto qui, dietro la vecchia grata, le dita infilate tra le sbarre. E comincio a urlare.
Puoi sentirmi?!

Laura Costantini