mercoledì 13 settembre 2017

Doccia fredda #1 L'ultima notte

Ci siamo.
Si va a cominciare.
I racconti vengono pubblicati in forma anonima, per far sì che i commenti siano scevri da ogni possibile condizionamento amicale.
Io stessa - Laura - non li ho letti prima e NON so chi li abbia scritti.
Quindi potrò commentare.
I commenti, visto che di solito è complesso e scomodo commentare sul blog, li posterete sulla nostra pagina FB dove sarà apposto il link al racconto.
Tutto chiaro?
Ah, l'autore o l'autrice che sarà considerato la miglior doccia fredda a insindacabile giudizio di Loredana "so cavoli vostri" Falcone riceverà in dono una copia del nostro "Le colpe dei padri". Se lo avesse già, avrà un altro dei nostri romanzi, di quelli disponibili.

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L’ultima notte


Ti sto aspettando. Ti aspetto da un po’, e quel po’ sono diventati giorni, e poi ore, e poi minuti…
Ti sto aspettando. E fremo, come un’adolescente in tempesta, come una gatta in calore. Come una donna che ha perso la testa. O forse il cuore, chissà.
Non capisco. Davvero, non capisco. 
Eppure avevo giurato a me stessa che non sarebbe mai più accaduto. 

Mi ero impegnata a costruire quello che negli anni è diventato un solido steccato; ho conficcato con minuziosa precisione grossi paletti tutt’intorno al mio cuore perché mai, mi ero detta, mai più avrei permesso a chicchessia di entrarci. Il corpo no. Quello m’importava poco perché il sesso si fa, l’innamoramento si vive. Scoparsi qualcuno è facile, se sei nella giornata giusta ti viene pure bene. Ti spogli e ti rivesti tra un intervallo di niente. Te ne vai soddisfatta e chi s’è visto s’è visto, ci si ritrova al prossimo prurito, forse. Il sesso è come la fame, la sete… un bisogno come un altro da soddisfare. E al ristorante ci si può andare in due, in tre, in gruppo, o anche da soli. 
Mi ero impegnata a costruire quello che credevo fosse un solido steccato.
Ma quando i ricordi diventano molesti, quando si ancorano con le unghie alla tua carne e ci si annidano… quando cerchi il suo odore tra le lenzuola, quando abbastanza non è mai, quando il resto degli uomini perde colore e consistenza, quando il cervello scava di continuo tra quelle pagliuzze per trovare un angolino dove ritrovarlo, allora sei fottuta.
E a me sta pure bene essere fottuta ma il cuore no, quello deve restarne fuori. Niente più impronte che ti schiacciano e ti scavano dentro, che poi diventano piaghe e sanguinano e fanno un male cane; niente più speranze disattese e amori traditi. Mai più. Mi ero imposta di non sperare. La speranza porta aspettative, le aspettative i sogni, i sogni i risvegli. E la luce del risveglio non è mai uguale a quella del sogno.
Perciò basta. Tu più di tutti non puoi essere, perciò basta. Tu, l’unico che desidero non deve essere, perciò basta.
Ti sto aspettando. E stavolta sarà l’ultima. Sarà l’addio.

Profumi esotici di ambra e sandalo, e calde luci di candele. Quelle fiammelle tremolanti sono come me ora, che vibro a ogni tuo tocco. Le tue mani, le tue splendide mani, sembrano conoscere ogni centimetro del mio corpo, sanno accarezzarmi la pelle così come la mia pelle vuole. Lentamente, senza fretta. Senza tempo. Maledette quelle tue bellissime mani.
Ti slaccio un bottone alla volta anche se vorrei strappartela via, la camicia. Mi tormento assaporandoti con calma. Se potessi fermarlo, il nostro tempo, lo farei. Senza fretta, perché non voglio che tu vada via. Non stanotte. Vorrei che restassi perché non avremo un domani e allora riempimi ogni istante fino alla nuova alba. Ma so che non lo farai. E allora mi dispero aggrappandomi a te in ogni abbraccio che mi concedi, ti stringo nell’illusione di poterti fondere con me. Il sudore ci rende sfuggenti e ne approfitto per farmi serpente. Ti circondo, ti avvolgo tra le mie spire, ti tolgo il respiro baciandoti ancora e ancora…
Bacio il tuo corpo ma in realtà è l’anima che desidero; provo a memorizzare ogni emozione, tua e mia, perché le tue sono anche le mie, sempre. 
Amo quando gemi sotto le mie carezze; il mio ventre sussulta ogni volta che sento la tua voce. Dimmi quello che vuoi, non c’è nulla che non vorrei ascoltare, non c’è nulla che non ti darei. Dimmi che ti faccio morire, o che potresti impazzire… Parla del tuo piacere ma non di me, non stasera, perché stasera sarà l’ultima. Non dirmi cosa sono perché mi si spaccherebbe il cuore. 
Tanto so che non lo farai. Perché la nostra storia nasce e muore in questo letto. Sono le regole.

Io non volevo infrangerle, le tue regole, ma come faccio a spiegarti che sei il terremoto che mi ha squassato la vita, l’inondazione che segue un diluvio. Non eri previsto. Non era previsto niente di ciò che oggi è. Hai spazzato via tutto il resto. Non ci sei che tu, ora, e sei tutto ciò che voglio. Fino a domani. Perché domani non ti vorrò più. Non vorrò volerti, per non farmi altro male. Perché so che stanotte non resterai.

Ti accolgo con devozione. Sembri creato su misura per me, sei anatomicamente perfetto. Ti sento come nessun altro prima; ogni cellula risponde a te, sei la mia guida, il mio condottiero, il mio re. 
Ti salgo sopra, voglio guardarti mentre mi porti con te. Voglio che mi guardi mentre vengo con te. L’orgasmo mi travolge come un’ondata feroce; il primo è sempre così imponente, così disperato. È il primo ma non sarà l’unico. Lo so, non lo è mai. Sei generoso, mi concedi quello che voglio per quanto tempo voglio, nel tempo di una notte. Mi sollevo dal tuo ventre e rotolo sotto di te. Ogni tua spinta è una ferita che vomita stelle. Non fermarti, arrivami al cuore e pugnalami perché tanto lo farai comunque uscendo da quella porta, come fai sempre. Usa quelle tue maledette, bellissime mani e strappamelo, se tu non lo vuoi non saprei che farmene. Fammi morire godendo, ché crepare affogando nel desiderio di un incerto domani è mille volte peggio.

Ti ho servito. Ti ho coperto di carezze e baci. Ti ho leccato e assaporato, ho serrato le tue carni, le ho graffiate, marchiate, adorate. Ti ho guardato negli occhi e ti ho detto tutto quello che a voce non vorresti sentire. Ti ho bevuto mentre toccavi il paradiso e ancora, mentre riscendevi su questo letto, delicato come una piuma. Ti ho dato me stessa. Del mio patetico steccato non è rimasto che un solo paletto, conficcato dritto nel cuore: io vampiro, tu spietato cacciatore. Tu, che puoi avere tutte le donne che desideri, io che desidero solo te. Una bilancia sbilanciata, la nostra. Non può essere. Non deve.
Ti osservo mentre ti rivesti e non ti accorgi che sto morendo. Imprimo a fuoco l’immagine di te che vai via perché con quella sarà più facile sopravvivere.
Mi accompagni? Ti accompagno, certo. Ti apro la porta, ti guardo per l’ultima volta e sento montare la disperazione. Odio gli addii. Li odio, li odio, li odio…
Mi scosti i capelli dal viso e lasci che ti rubi un’ultima carezza. Mio dio, le tue mani… Mi sorridi. Mi baci. Meraviglia…
«Alla prossima. Ci sentiamo in questi giorni.»
Ok. Alla prossima.