lunedì 25 settembre 2017

Doccia fredda #6 Meglio di chiunque altro

Ecco la sesta doccia fredda, rigorosamente anonima.
Leggete qui,

commentate sulla pagina FB di Laura Costantini e Loredana Falcone,

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Il gioco è bello se il giro di letture si allarga. Daje co 'sto ditino!
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Meglio di chiunque altro           

A te è sempre piaciuto uscire con la pioggia. A te piaceva soprattutto sapere che si bagnassero i capelli, quei tuoi capelli lunghi, scompigliati da scrittore, da artista maledetto. E ci tenevi ai tuoi capelli e ci tenevi che sembrassero proprio quelli da artista maledetto, da poeta senza limiti né regole. Non ho mai capito questa tua fissa per i capelli. Di sembrare a tutti i costi maledetto. Tu eri quel che eri. Maledetto no di sicuro, anche se te ne atteggiavi. Io ti ho conosciuto, e di te mi rimane ben altro che il ricordo. Io posso dirlo. Io so che eri dolce. In tutto. E se ti dicevo che sbagliavi a voler sembrare un maudit, che lo facevi per difesa, ti arrabbiavi. Mio tenevi il muso. Ed io sapevo come fartelo passare.

A te è sempre piaciuto fare pace. A me no. Soprattutto quando avevo ragione. Godevo nell’infierire. Nel trascinarti con me nel fondo nero delle mie discussioni, quelle in cui aggiungo carne al fuoco, e le cose si aggrovigliano, e non si viene mai a capo. Ho sempre fatto così, ma specialmente con te. Perché, dalla nostra lotta, infine, scaturiva la tua dolcezza, stremato tu cedevi e mi baciavi e facevamo l’amore per ore, e ci scordavamo della rabbia, tu me la cancellavi. Sei sempre stato bravo a fare l’amore. Così magro, emaciato, niente spalle, eppure con quel cazzo enorme, spropositato per il tuo corpo, un cazzo bello, pulito, rosa, chiaro, lungo, le vene pulsanti, il glande libero, da mordere e mordere e succhiare e pretendere che schizzi forte su di me.   

Le tue sborrate su di me mi pare ancora di sentirle.      

Ti sembrerà strano pensare che ho avuto altri uomini appena dopo che tu morissi. Qualche giorno dopo già. Cercavo te, credimi. Cercavo quel tuo modo di essere determinato e pretendere di portarmi oltre a dove io sapevo, credevo, di poter arrivare. Volevo scoprire che non era una tua esclusiva, quella capacità di farmi impazzire, letteralmente, e farmi sentire dentro un vortice mentre godevo, sprofondata in te e nel buio della stanza, nel liquido tra le mie gambe e nel tuo gemere assieme al mio. Volevo sapere, avevo bisogno, che anche altri avessero la stessa capacità. Che si risvegliasse in me il demone della gioia e il compagno di letto non era altro che un pretesto. Scoprire questo avrebbe voluto dire soffrire meno la tua perdita. Mi manchi. Dappertutto e in ogni istante. In tutte le azioni che faccio. Ma soprattutto a letto. Gli altri non hanno ancora imparato la tua capacità di sbizzarrirmi. Gli altri non la sanno. E dire che ne ho sperimentati molti. Da quando sei morto, ogni giorno io ho scopato. Per onorare la tua memoria. Per farti vedere che ci sei riuscito, a trasformarmi in ciò che sono sempre stata. Finalmente. Io so che non sei geloso. Che non ti ferisce. Che gioisci nel sapermi montata da uno o più uomini, leccata da ragazze giovani, come sognavi. Riempita di sperma e saliva. Io so che ti piacerebbe.       

Il tuo cazzo però gli altri non ce l’hanno. Lo posso ben dire io che ti ho conosciuto, che l’ho succhiato in notti fino allo sfinimento, quando mi dicevi basta ma poco convinto, e allora continuavo e ti aspiravo ogni resistenza, e mi inondavi la bocca. Giusto il tempo di una sigaretta e poi ancora, io in ginocchio e tu a dirmi troia mentre mi stringi i capelli. Sei, sette volte a notte.   
Scopo tutti i giorni, ogni notte. Me li vado a cercare in giro. I miei surrogati di te. Ancora ti penso. Sempre ti penso. Tu sei nei volti che cambiano, sei le ragazze lisce e perfette che faccio svenire di baci, sei quei volti diversi tutti uguali, sei le mani che strizzano i miei capezzoli, sei le richieste imperiose, i loro desideri sottili, le umiliazioni che mi cerco come acqua quando ho sete. Più mi sbattono e più io sono tua e tua soltanto.
Lo sai questo.   

Mi ricordo un giorno a Parigi che mi hai legato al letto e mi scopavi ancora asciutta. Ti dicevo ho male, smetti, ma tu sorridevi beffardo e andavi avanti, solo quando dirai ciò che voglio sentirti dire smetto, forse.
Ed io non sapevo che dirti, e gridavo, e tu imperterrito, ti ho odiato, e sono venuta. E ho saputo dirti ciò che volevi. M’è venuto fuori insieme all’orgasmo forzato. Fammelo ancora.     
Tu sei le mie notti. C’è la tua aria nei riti, nei meccanismi sempre gli stessi, nel cazzo che mi allarga il buco, nella mano che mi fruga dentro. Sei perfino le tette gonfie di queste femmine bisessuali, che per sfizio entrano nella mia stanza e ne escono stravolte. Come mi hai insegnato, io faccio.       
Io ti conoscevo meglio di chiunque altro. Sapevo tutto di te. E anche perché l’hai fatto.             
Tu che hai liberato me, hai al tempo stesso legato la tua anima. Oscurata ad un senso di debolezza che avresti dovuto superare. Lasciarlo scivolare via, come un relitto nel mare, di notte, in tempesta.          
Ti tormentavi come un bambino. Già magrissimo, ancora di più dimagrivi. Divorato da dentro da ciò che credevi di avermi fatto. Ho spostato troppo il limite, dicevi, gli ultimi mesi. Ho esagerato con te, baby. E non sentivi che ti dicevo non è mai stato così vicino per me il paradiso, non capivi che ti imploravo di non fermarti, di calare ancora il pugno, di darmi quel morso profondo, di prendermi e prendermi ancora perché eri tu soltanto l’unica persona al mondo che io avevo dentro. Accanto a me, da prima che nascessi. Tu solo contavi e ciò che con te ho fatto. Tutto quello che mi hai insegnato, le cose che mi hai portato a vedere.          

Non mi sento strana quando mangio i miei amanti. Non mi sento male quando applico la tua saggezza di carne. Mi hai reso migliore. Più di quanto sia possibile sperare. Io ti porto con me. C’è ancora il tuo cuore e il tuo cazzo nei miei sogni. Non sei morto nelle sere che guardo dalla finestra e mi sembra di stare aspettando il tuo passo leggero, di nebbia e voglia. Tu che bussi alla porta della mia stanza, e mi dici, ancora, ne vuoi, di me, ne vuoi ancora. Ed io che ti guardo sognante, e annuisco rapita, neanche consideravo che la mamma era nella stanza accanto e poteva sentirci. Alla mamma pure manchi tanto, tantissimo. Lei ha perso suo figlio. Io il mio tutto e mio fratello.