venerdì 22 settembre 2017

Doccia fredda #4 Tango sul treno per Venezia

Tango sul treno per Venezia.

        Neanche in viaggio di nozze ci sarei andato, è triste Venezia e puzza di marcio e di sudore.
Chissà perché poi ho pensato a un viaggio di nozze, è subliminale, forse avrei dovuto farlo un viaggio in Italia con Debora, invece no, Dubai, Costa Brava, Mikonos e non conosco Spoleto.
La buona scuola mi ha sbattuto lassù, liceo Guggenheim, ho visto su Google Maps è dieci minuti a piedi dalla stazione Santa Lucia. Le dieci, ho bisogno di un altro caffè.
«Firenze, santa Maria Novella», uffà no, salgono e scendono persone, devo aspettare che riparta, anche no, poi non potrò fumare, accendo adesso, tre botte veloci poi la butto.
Un ragazzino elegante col tablet superinformato e il vestito firmato F.S, mi fa: «Signore, non stia fuori, potremmo ripartire in un attimo»! precisino come un nazista, li hanno formati bene e io a quei tossici rottinculo del liceo artistico di Turtiano non sono riuscito neanche a fargli disegnare il naso di Pippo Franco. L’unico piacere di arrivare quassù al nord: lasciare quei bastardi a temperarsi le staedtler e le palle in classe mentre qualcun altro gli spiega la prospettiva.

        Voleva farci il viaggio di nozze quel mentecatto di Filippo, “vedrai ti porterò a Venezia, ti coprirò di baci e rose rosse”, poi si stufa pure di accompagnarmi in stazione. Quest’altro idiota che fuma davanti agli scalini…carrozza 11, posto 42: è questa!
E il Patrick Dempsey del giorno neanche si sposta: «Senta, se si sposta io salirei sul treno!»
«Un semplice permesso sarebbe stato più efficace di un urlo sgradevole».
«Ha ragione, mi scusi ma non volevo interromperla mentre si drogava».
E vaffanculo, ‘sto scemo, mò s’atteggia pure, intanto per poco non faceva chiudere le porte, ‘sti Frecciarossa del cazzo che sono puntuali a partire solo quando devo prenderli io. Speriamo che il fumatore da banchina non mi capiti vicino, puzza di sigaretta già da mezzo metro di distanza. Il cellulare, Filippo: «Che vuoi?»
«Ehi, stai già mangiando aragoste al vagone ristorante? Hai inghiottito una chela? Volevo sapere se fosse tutto a posto: siete già a Bologna»?
«Senti Filippo puoi andartene affanculo per una decina d’ore? Mi hai lasciata a cento metri dalla stazione per paura che quella troietta della vigilessa ti facesse la multa, però era un quarto d’ora fa, e quanti cazzi di chilometri credi si possano fare con un treno che parte alle dieci e trentadue, visto che sono le 10 e 30 e non è ancora partito… madonna, l’altra valigia è rimasta giù»!
«Ognuno si droga a modo suo, io di sigarette, lei di cellulare, per telefonare stava perdendo la valigia».
Uno a uno. Ora devo anche ringraziarlo questo stronzo, mi ha salvato la valigia e quell’altro bischero del controllore, cazzo c’è una valigia abbandonata e non ti chiedi se è una bomba o è scordata da qualcuno? Il figo baudelairiano mi sta guardando le cosce, speriamo non attacchi con quelle corti svenevoli, perché diavolo ho deciso di partire con la gonna? Continua a guardare giù: ma è un maniaco?
«Guardi che ha perso il biglietto, tenga». Non guardava le cosce, maledizione, neanche questa soddisfazione, comunque non mi piace: puzza di sigarette, anche se ha un buon profumo, vuoi vedere che è il Blu Chanel che ho regalato a quell’idiota di Filippo? Mescolato al tabacco sembra diverso, non è sgradevole. Comunque lui puzza di fumo, però belli quei capelli finto spettinati.
«Si grazie, comunque ce l’avevo salvato sul telefonino».
«Un semplice grazie mai, eh? Vuole che lo rimetta a terra»?

Belle cosce, stronza fino al midollo, ma cosce belle, insomma le ginocchia e le gambe, si sedesse di fronte a me la disegnerei, ma questa è talmente stronza che penserebbe che vorrei scoparmela, e l’ultima cosa a cui penso adesso…e perché no? Si, tipo Ultimo Tango a Parigi, sarebbe divertente, nessuno sa niente dell’altro, solo sesso, bello e rapido. La veste a fiori, fianchi stretti, non è sposata, non ha la vera, ma chi vuoi che la porti oggi, forse convive con quello scemo con cui parlava al telefono. Meglio che mi sieda e la smetta di guardarla, ci mancherebbe che mi prendesse per uno di quei macho scopadori, ché questa è una rompicoglioni e si agita come una tacchina al thanksgiving day e se ne esce con un altro sproloquio. Però, dico io: sei così carina, per forza algida come un garofano bianco? Dev’essere una fondamentalista cattolica, magari è pure vergine: sì a quarant’anni. Meglio non pensare, se ci riesco mi appisolo, tra due ore si arriva, sai che schifo quella camera che ho preso a Mestre? E gli allievi? Saranno il contrario di Turtiano, quelli erano dei banditi e tra di loro c’era pure chi spacciava erba, questi saranno snobbetti con la puzza sotto il naso, allevati a yogurt greco e sottofondo musicale di Albinoni, ma se a quelli ho spezzato le ossa a questi prendo a calci i genitori, il primo che viene a raccontarmi “la complessità artistica delle doti di mio figlio va valutata con rispetto” gli lancio il taglierino per la balsa.
“Cambiare la suoneria al Samsung”, l’ho scritto pure sul post-it, appena squilla si mettono tutti le mani in tasca come Bounty killer alla ricerca della pistola: «Debora, che c’è»?
«Eh buongiorno! E mammamia che modo di rispondere»!
«È che non puoi vedermi ma ballavo il tango con una passeggera! Come vuoi che ti risponda? Sono scoglionato e non mi va di parlare in treno, la gente ascolta».
La mannequin fiorentina mi guarda disgustato, come per dire “ma chi ti ascolta, e poi: ballavo proprio con te”, ma questa mi perseguita?
«Posto 42, lei è seduto al mio posto, oggi è un tormento»!
«Ehi, macché tormento? Questo è il mio posto!»
Mi spiaccica il suo foglietto che avevo raccolto da terra, si è quarantadue, e io che ho? Ah, 44, di fronte, e che sarà mai? Ora mi sposto. ‘Sta scema ha un buon profumo, agre come lei, quella demente di Debora indossa quei profumi dolci e snervanti.

Meglio che stavo zitta, il mio posto è contromano, mi verrà il torcicollo a guardare fuori, adesso dovrò chiedere un favore a questo maniaco. Insomma, proprio maniaco no, se non rispondesse in modo così irritante sarebbe anche un bell’uomo, cioè è un bell’uomo. Naso incantevole, non mi piace la barba incolta, se fosse il mio uomo lo farei radere. Non sembra il tipo da matrimonio, la stupida con cui parlava deve essere una di quelle fidanzate storiche e ammuffite, certe donne hanno un culo ad avere uomini così e non se ne accorgono. Ha carattere ‘sto stronzo.
«Lasci perdere, non si sposti, mi siedo io al suo posto: è uguale».
«Proprio uguale no, pensandoci bene il mio posto è migliore, è nella direzione di corsa…»
«Posso dirle una cosa»?
«Si dica, cosa vuole dirmi»?
«Lei è un po’ stronzo, si sieda dove vuole, mi ha stufato, tanto che saranno mai due ore fino a Venezia, magari lei a Bologna se ne va alla fiera dei polli o della carne in scatola e resto sola».
«Peccato, dovremo sopportarci, anche io vado a Venezia, sono commerciante di bicchieri di vetro rotti, non di galline, però sarebbe uguale, come categoria lei li rappresenta tutte e due».
Me la sono voluta, meglio ponderare prima di rispondere, gli ho dato dello stronzo, ma mi ha chiamata gallina, ora o gli do uno schiaffo… «Senta lei»!
«Tranquilla, si roda il fegato per una decina di minuti da sola, io me ne vado alla carrozza ristorante, ho bisogno di un caffè».
Figlio di puttana, mi ha lasciata con le parole in bocca, dio che rabbia, cazzo quanto mi piace, se solo Filippo avesse metà del carattere di questo bastardo.

Sono stato duro, ma è una rompicazzo, tanto bella e…madre e che cosce che ha, quando si è seduta ho visto, sembravano di cuoio lucido. Che schifo di caffè, vabbè mi dà sapore alla bocca, ora vado in bagno e do due botte alla ciga elettronica, non credo che il vapore faccia scattare l’allarme fumo, un po’ di nicotina mi farà calmare, per fortuna ci sono pochissimi viaggiatori, i bagni sono quasi tutti liberi. Ecco, luce verde: entro.
«Ehi, chiuda! Ancora lei? Allora sei un maniaco»?
Lei? Seduta con le cosce nude, la gonna arrotolata sul pube, una specie di miracolo della natura.
«Colpa sua, fuori risulta libero! E poi questo è un bagno per uomini»!
Assurdo, restiamo così, lei nuda sul water e io con le pulsazioni di un caterpillar: non ricordavo cosce più belle. Poi mi afferra un braccio e mi tira dentro.
«Hai detto che è un bagno da uomini? E allora fai l’uomo»!
I corpi si fondono in una follia da mezzo metro su un Frecciarossa, le braccia annodate come il gomitolo con cui ha giocato un gatto, la sua bocca ha il sapore di una torta alle mandorle, quella cosa dura stretta sul mio petto non è un bottone ma un capezzolo di titanio puro. Incastrati carne nella carne, fusi in un’esplosione di fisici nei fiori d’oro di Klimt, seta e avorio: lei contro il mio corpo maschio di cotone ruvido.
Sussurro: «Ho troppi peli?»
«Come carta vetrata. Spingi, stronzo, spingi. Ah, Filippo, uno stronzo così neanche te lo immagini»!
Un Dio ruffiano lascia libero il corridoio, un controllore lontano si volta chiedendosi da dove siamo apparsi, torna indietro e si fa mostrare i biglietti, poi sorride compiaciuto, mentre lei già ritorna al viso di prima: «Giovanotto, non sorrida, vada, continui a controllare»!
Il ragazzo è intimidito e non ha la forza di mandarla affanculo.
Il viaggio continua, finalmente silenzioso, in una pace soddisfatta, un armistizio di sensi, lei legge una rivista francese, io faccio l’unica cosa che so fare bene – due, dopo i suoi complimenti di ardore nel cesso – la disegno sul mio blocco di carta Fabriano senza far vedere. Ogni tanto mi lancia sguardi obliqui e sazi, come un gatto dopo una scorpacciata di lische.
«Signori, entriamo nella stazione di Venezia Santa Lucia, Trenitalia vi ringrazia per averci scelti».
Fuori il caldo e la puzza di Venezia a settembre non mi infastidiscono, il telefono squilla Debora, lo lascio morire d’inedia, un tassista indolente mi invita a salire: «Ehi, aspetti: facciamo la stessa strada»? Lei. Ero scappato senza il dolore del saluto, e lei è qui.
«Non lo so, come faccio a saperlo? Io devo andare al liceo Guggenheim».
«Tu guarda, cosa fa il bidello»?
«No, cara stronzetta, sono il nuovo docente di decorazione».
«Allora vada, va bene anche per me, tu portami rispetto, stronzo, sono la nuova dirigente scolastica, o preside, caro il mio buzzurro».
Poi mi bacia.