mercoledì 20 settembre 2017

Doccia fredda #3 Grazie dell'amicizia

Terzo appuntamento con le DOCCE FREDDE in formato anonimo.
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Nessuno degli autori ha ricevuto un editing e/o correzione bozze da Loredana.
Io, Laura, ignoro chi siano gli autori dei racconti che man mano vado a postare. Ergo, commento.
Tutto chiaro?
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GRAZIE DELL’AMICIZIA

Le giornate avevano preso ad accorciarsi, ma l’afa era ancora insopportabile. L’estate più calda degli ultimi anni. Questo Silvana si diceva voltata verso la finestra della stanza d’albergo. Il sole morente insanguinava di luce rossastra le lamelle delle veneziane socchiuse. Immaginò la nana gialla sprofondare nel Tirreno incendiandone per qualche minuto la groppa cianotica. Sentiva l’uomo rivestirsi dietro di lei. Il fruscio dei calzoni infilati in fretta. L’imprecazione soffocata per aver mancato una scarpa con il piede.
“Maiale! Come gli altri! Tutta questa fretta per rientrare in una cucina che puzza di soffritto e affrontare il grugno contadino della moglie” pensò. Ne aveva avuti, di amanti sposati, in quegli anni di assalto al primariato! Di sposati e di smidollati appesi. Per non parlare degli intellettuali e della loro spocchia, quei pezzenti! Le donne in carriera hanno poco tempo da dedicare all’educazione sentimentale e tirano su con poca accortezza i primi che capitano, sperando siano quelli buoni. A lei erano capitati sempre gli avariati. Poco male, era ricca e poteva permettersi delle consolazioni. Viaggi, beauty farm, shopping in centro. Certo, un po’ le dispiaceva, quando s’accorgeva che nonostante il fisico palestrato, la lingerie raffinata e la conversazione forbita continuava a essere quella da vedere di nascosto o una faraona da spennare. Sospirò. S’era incattivita, dopo tanto squallore. Lo capiva, anche se non era un’introspettiva. Lo sguardo del bambino nella hall ancora bucava i suoi pensieri, per come aveva trafitto la sua attenzione, sere prima in Transilvania. Un piccolo zingaro, nei suoi cenci pittorici. Sorrise. Proprio un personaggio di El Greco le era parso, nei calzoncini senza orlo, con quella casacca beige e la mano tesa!
«Quando andrai alla reception, non fingerti meravigliato che è già tutto pagato» abbaiò all’amante, riaffiorando nel presente e in un altro albergo.
Un silenzio offeso le segnalò che il maschio aveva sentito.
«Ma non dormivi, scusa?» ritorse lui, senza tornare indietro a salutarla.
«E già che ci sei, ti pregherei di ascoltare senza scalpitare. Avrai tutta la vita per ritornare dalla ciabattona bucolica. Questa è l’ultima volta tra noi. Non sei un granché a letto e puzzi di soffritto.»
Seguirono altro silenzio e il tonfo della porta sbattuta. Perfetto, il non sei granché a letto sortiva sempre rapide uscite di scena.
Sistemò meglio il cuscino sotto la guancia e seguitò a pensare al bambino incontrato in un hotel di Bucarest. Non riusciva a scacciare dalla testa l’impressione che le aveva fatto quel filo di occhi gialli, quando s’erano sollevati su di lei. Ma che ci faceva un piccolo mendicante nella hall di un albergo di lusso? Come aveva fatto a entrare?
Bella razza, la romena, ammise, peccato che in Italia arrivassero i peggiori! Quando era stata a Bucarest, al convegno di ematologia, aveva scoperto una città sontuosa. Niente a che fare con la Transilvania dei vampiri descritta nei romanzi horror.
Una penombra deprimente s’era espansa nella stanza. Era ora di alzarsi e rivestirsi. Ma prima… afferrò, con un gesto indolente, l’iPhone dal comodino e diede una scorsa a Facebook. Tra le richieste di amicizia brillava un nome straniero. Adrian Papahagi.
“Rumeni come se piovesse!” pensò, ma cliccò su conferma. La foto del profilo non era solo quella di un uomo attraente, ma del più virile in cui le fosse capitato di imbattersi da quando era ragazza.
Fu un istante. Come uno scroscio di vertigini. Come se la camera si capovolgesse in uno specchio.
“Sto sognando…” pensò. Ma era un pensiero debole.
«Grazie dell’amicizia. T’ho ritrovata, finalmente!» disse una voce maschile dall’accento straniero.
Lei si girò verso l’angolo della stanza ribaltata da cui proveniva. Il nuovo amico di Facebook era là, vestito di beige. Un filo d’ammiccanti occhi gialli, magnetici. Bello come un lupo.
«Invitami!» le ordinò.
Silvana intravide l’erezione sotto gli strani pantaloni, implacabile ed enorme.
«Vieni!» pregò.

E fu dietro di lei. In un abbraccio gelido che le strinava la pelle. Si voltò allora per cercare la sua bocca, ma furono le zanne in un volto aperto in due come una melagrana che vide. L’orrore la stordì, e fu un bene, perché il morso che le squarciò la gola non la uccise subito.