domenica 9 gennaio 2011

I miei articoli per "La Sesia": il nuovo decennio

Se il buon giorno si vede dal mattino, il secondo decennio del secolo si apre peggio di come si è chiuso il primo. Il 3 gennaio il funerale solenne per il trentacinquesimo caduto italiano in Afghanistan e il 4, quando avete letto queste righe, la più imponente eclissi di sole almeno fino al prossimo 2026. Una simbologia pesante. Un sole appena sorto che si oscura e un ragazzo di 24 anni che torna in patria in una bara. Si chiamava Matteo Miotto e superiori e commilitoni ci hanno assicurato che era un alpino di razza, un alpino per scelta. Nella sua prima e ultima intervista per una tv locale, Matteo indossava il cappello con la piuma nera e si diceva convinto della missione in Afghanistan, “perché non siamo mercenari”. Convinto e consapevole al punto da lasciare un testamento dove specificava che, in caso fosse stato ucciso, voleva essere seppellito nel cimitero dei caduti di guerra della sua Thiene. Sarà accontentato e a poco servirà l’autopsia e l’inchiesta voluta dal padre sulle modalità della morte. Un tiro quasi impossibile quello del cecchino che lo ha spacciato mentre era di guardia in una torretta protetta da sacchi. Ma la verità che la famiglia pretende a giustificazione di una perdita incolmabile non cambierà i fatti. Matteo non c’è più. Non conosciamo la sua storia personale. Forse fin da bambino sognava quella piuma nera sul cappello “perché il vicentino è patria degli alpini", come ha detto commosso il tenente Andrea Trevison accogliendone la salma. Ma resta il dubbio che Matteo avrebbe potuto diventare un uomo maturo, un marito per la sua Giulia, un padre di altri piccoli appassionati di montagna se questo paese gli avesse offerto un’alternativa valida. Avrebbe potuto festeggiare a casa il Capodanno di passaggio tra due decenni e adesso avrebbe potuto starsene a naso in su a guardare il miracolo astronomico di un sole che si nasconde e sorridere delle superstizioni che l’eclissi porta con sé. Perché non degli influssi negativi devono aver paura i ragazzi come Matteo, ma della realtà. Quella della quale ha parlato il presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno, seguito da più di dieci milioni di italiani, ma dedicato “soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un'occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell'Italia (…) Quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali (…) Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, la partita è persa per tutti.” Una sconfitta di cui la morte di Matteo è solo un simbolo. Lui credeva in quel che faceva. Ai suoi coetanei qualcosa in cui credere viene negato, giorno dopo giorno.

Laura Costantini