martedì 2 agosto 2011

Oggi su "La Sesia": Se la crudeltà corre in Rete

La cronaca non ci è mai stata tanto vicina come in quest’epoca di comunicazione globale. Se un tempo i fatti arrivavano filtrati dagli addetti ai lavori, oggi possiamo viverli in costante diretta web. E possiamo commentarli. Diritto inalienabile quello di farsi un’opinione ed esprimerla. Diritto costituzionale. Ma basta fare un giro tra social network, blog e pagine di quotidiani online per rendersi conto che, ancora una volta, “pietà l’è morta”. Gli esempi sarebbero moltissimi. C’è chi ha inneggiato al diritto del caporalmaggiore Salvatore Parolisi di assassinare una moglie petulante che non tollerava il suo intrattenersi con tutte le reclute disponibili. C’è chi, dall’alto della professione giornalistica, si è chiesto perché i ragazzi del raduno laburista di Utoya si siano lasciati massacrare da Anders Breivik invece di affrontarlo tutti insieme. Facendo il paio con chi solleva lo stesso quesito riguardo alle vittime della Shoah, ree di non essersi ribellate alla deportazione nazista. E c’è chi, davanti alla morte di una giovane donna di 27 anni, vittima della propria fragilità e di una letale mistura di alcool e droga, ha decretato “se l’è cercata”. Amy Winehouse è morta lo scorso 23 luglio. Una morte tanto annunciata che i bookmaker inglesi, abituati ad accettare scommesse su tutto, non erano disposti a rischiare nulla sulle probabilità di dipartita della cantante. Aveva una grandissima voce, Amy. Ma tutto il resto era piccolo. Piccolo, ridotto all’anoressia, il corpo. E piccola, piccolissima, la capacità di gestire un successo planetario che, come spesso accade, non l’aveva resa felice. Anzi. Ne aveva minato il già precario equilibrio. È vero, è difficile provare pietà per una persona che fin nei testi delle proprie celeberrime canzoni, dichiarava la propria volontà di non redimersi, di non riabilitarsi, di autodistruggersi. Ma mentre scriviamo è uscita una notizia che ha scatenato ancor più le ire dei benpensanti della Rete. Amy Winehouse avrebbe voluto adottare una bambina. Si chiama Dannika Augustine, ha 10 anni. Amy l’aveva conosciuta durante una vacanza sull’isola caraibica di Santa Lucia. I media inglesi rivelano che le pratiche legali erano già state avviate e la bimba, figlia di una ragazza madre, avrebbe dichiarato di considerare Amy già come una mamma. E perché non avrebbe dovuto? Cosa sappiamo noi di quel che si sono dette, della corrente d’affetto tra loro? Ma ecco i commenti: “Ma stiamo scherzando? Il dramma sarebbe stato se fosse riuscita ad adottarla. Manco i pesci rossi in mano a quella là. Fortuna per la bambina che la scema sia morta prima.” Opinioni, si dirà. Liberi tutti di pensarla a modo loro. Ma la “scema” era un essere umano, una ragazza di 27 anni che si è arresa. E quelle persone che sentenziano comodamente sedute davanti a una tastiera sono il prototipo di ciò che tutti stiamo lentamente diventando. Commentatori da bar, pettegoli globali, calunniatori con licenza di ferire. Se non di uccidere.
Laura Costantini