martedì 13 novembre 2018

FalconeCostantini: Un mese a Natale


Le note lo raggiunsero insieme all’odore freddo e umido della pioggia che lo aspettava all’uscita dalla metro. Demis riconobbe L’Inverno di Vivaldi nel volteggio dell’archetto sul violino e rallentò il passo. Il musicista ambulante non gli badò. D’altronde erano mesi che si esibiva in quell’angolo al riparo dal vento e Demis non lo aveva mai degnato di attenzione. Tantomeno di un obolo.
“Sarà che manca un mese a Natale…”, si disse lanciando un euro nella custodia aperta del violino. Il suono della moneta a contatto con le altre fu lievissimo. Ma bastò a fermare il profluvio di musica. L’ambulante aprì gli occhi e per la prima volta Demis si rese conto che aveva una faccia.
“Da oggi a Natale”, disse trapassandolo con pupille di castagna, “sta’ lontano dai fili.”
“Come?”
L’uomo abbassò lo strumento e si protese verso di lui.
“Ho detto: da oggi a Natale, sta’ lontano dai fili.”
Poi l’archetto tornò a stuzzicare le corde e la musica interruppe ogni contatto.
Demis si strinse nelle spalle.
“Pioggia e oracolo delirante. ‘Sta giornata è tutto un programma”, borbottò affrontando il primo scroscio sulle strisce pedonali. Fu fradicio prima ancora di raggiungere il marciapiede opposto. Più che entrare in sede, si tuffò nel tepore al di là delle porte a vetri.
“Ma vaffanc…”
“Problemi con la nuova fotocopiatrice?”, chiese Giovanna aiutandolo ad alzarsi.
“Chi è quel genio che ha teso il filo in mezzo alla stanza?”, la assalì, massaggiandosi un ginocchio.
“Volevo provarla. Fatto molto male?”
Stava per risponderle a tono, poi il suo sguardo fu catturato dal grosso, spesso filo nero che l’ultimo acquisto dell’agenzia (ultima conquista del capo) si affrettò a riavvolgere.
Da oggi a Natale sta’ lontano dai fili.
L’avvertimento gli rimbalzò addosso ma il disagio arrivò solo quando, una volta a casa, si scoprì a pensare che potevano essere fili anche le corde del vecchio ascensore che toccava terra cigolante. Inforcò le scale sentendosi un idiota. Di più, rise di se stesso mentre apriva la porta e si trovava davanti Susanna in piedi sulla scala.
“Arrivi a proposito. Si è incastrato il carrello della tenda.”
Demis si ritrovò il filo in mano prima di avere il tempo di pensare.
“Facciamo il contrario”, propose sentendosi subdolo.
Fu felice di lasciarle la manovra e di salire sulla scala.
“Ora sembra tutto a posto…”, disse, la testa ancora infilata tra le pieghe della mantovana.
“Ok, allora scendi.”
Non ne ebbe bisogno. La scala gli si aprì sotto, catapultandolo sul divano.
“Bel numero!” rise Susanna.
“Bel numero un cazzo. Vado a farmi una doccia.”
Ormai era alla paranoia. Se ne stava sotto il getto della cipolla meditando se era giusto pensare al tubo della doccia come a un filo. A scanso di equivoci, evitò di toccarlo.
Quando poi impedì a Susanna di legarlo alla testata del letto con la cinta dell’accappatoio, privandola del suo giochetto preferito, realizzò che il violinista ambulante aveva vinto. Fino a Natale si sarebbe tenuto alla larga da tutto ciò che anche lontanamente poteva chiamarsi filo. Compreso quello interdentale.
Fu un mese lunghissimo. Si privò dell’auricolare per il telefonino e delle cuffiette dell’Ipod. Rinunciò in un colpo solo alle Nike, alla corda e alle lezioni di boxe. Si tenne a distanza dai fili per il bucato e dagli elettrodomestici in genere. Si rifiutò di fare l’albero di Natale, troppi fili, preferendo per la prima volta in vita sua il presepe. Ma senza luci. Bandì gli adorati spaghetti dalla sua dieta e chiuse in un cassetto la catenina d’oro che avrebbe potuto strangolarlo nel sonno. Era talmente preso a dribblare le migliaia di fili che lo assediavano da rendersi a stento conto delle perplessità sempre più forti di Susanna.

“Demis, si può sapere dove stai andando? I miei stanno per arrivare.”
“Ho dimenticato una cosa. Faccio in un lampo.”
Corse giù per le scale. Ancora un solo giorno e quella follia sarebbe finita. Intanto però aveva dimenticato di prendere un regalo per Susanna. Il vicino centro commerciale restava aperto fino a tardi e lo benedì mentre lanciava l’auto nel parcheggio e correva dentro. La folla dei ritardatari natalizi stava scemando. La cena della Vigilia era praticamente in tavola e Demis si guardò intorno, alla ricerca di una profumeria.
Era da stronzi presentarsi col solito profumo, però meglio che niente. Avrebbe rimediato non appena il conto alla rovescia si fosse fermato con lo scoccare della mezzanotte.
“Avresti fatto meglio ad ascoltare il mio consiglio.”
Quella voce si materializzò alle sue spalle. Demis si voltò e lo vide.
Vide lui.
Vide la custodia del violino.
Vide il mitra che ne uscì.
Ma, soprattutto, vide lo striscione che dava il benvenuto ai clienti del centro commerciale “I Fili”.
Poi Demis non vide più nulla.


martedì 23 ottobre 2018

Lettera di un basiji a Roberto S.

So che hai parlato di me.
Lo hai fatto in televisione e adesso le tue parole sono ovunque sulla Rete. Hai parlato di me, senza conoscermi. Hai detto delle menzogne. Ho guardato la tua faccia, ho guardato i tuoi occhi, ho ascoltato la tua voce. Le parole no, non le ho capite. Ma me le hanno tradotte. Io ora so chi sei, ma tu non sai niente di me.
Sono quello che ha sparato a Neda.
Hai mostrato la foto di quella donna, l’hai chiamata per nome, ne hai esaltato la bellezza e ne hai detto, come se la conoscessi da sempre. Da quel 20 di giugno tutto il mondo chiama per nome Neda Agha-Soltani e ne parla. Io non sapevo neanche come si chiamasse, né mi interessava saperlo.
Non era mio compito.
Sono un basiji, ho 17 anni, dieci meno di Neda. Ho impugnato il fucile Ak-47 quando ne avevo 13 e non l’ho piu’ lasciato. Non ti dirò il mio nome, so che non ti interessa. Agli occhi del mondo io sono il cecchino vestito di nero appostato su un tetto che gioca con la vita degli altri. Nessuno di voi vorrebbe sapere di piu’, nessuno di voi vorrebbe conoscermi. Avete vergogna di me.
Hai mostrato il video della morte di Neda e siete ammutoliti davanti a tutto quel sangue che esce dal naso, dalla bocca, agli occhi, dalle orecchie. Avete trattato la sua morte come un evento eccezionale. Come se non aveste mai visto morire nessuno.
Io sì. Ho visto morire in modi anche più atroci di quello. Ho dato la morte e so che io stesso morirò. Non diventerò vecchio, io.
Non so perché ti dico queste parole. Di sicuro a te non interessano. Neda Agha-Soltani era una studentessa di filosofia, era bella, era intelligente. Quel giorno in viale Kargar impugnava un telefonino e registrava quello che stava accadendo. A casa aveva un computer, avrebbe messo il video in Rete, avrebbe parlato nei blog.
Hai detto che io l’ho uccisa per questo. Hai ragione.
Tu sei nato in una nazione ricca, eppure mi dicono che nel tuo paese ci sono ragazzi proprio come me. Sì, hai capito bene. Qui ci chiamano basiji, non so che nome abbiano da voi, ma non c’è altra differenza. Nasciamo poveri e siamo destinati a rimanere ai margini, a guardare gli altri, quelli come te, quelli come Neda, andare avanti. Tu e Neda sapete parlare, sapete convincere e convincervi. Noi sappiamo soltanto che non è giusto essere condannati al margine, al confine, al ghetto.
Tu mi disprezzi. Lo diceva la tua faccia, lo dicevano i tuoi occhi, il tuo tono di voce. Il tuo disprezzo non ha bisogno di traduzione. Tu hai guardato dritto dentro l’obiettivo di una telecamera e hai preteso di vedermi, capirmi e giudicarmi. Proprio come Neda.
Quel giorno lei era lì, felice di esserci, orgogliosa di tutto ciò che in quel momento rappresentava: una donna, una studentessa, una manifestante. Mai stata ai margini, lei.
Hai mostrato la sua foto, tutto il mondo conosce la sua faccia, i suoi occhi. Aveva occhi grandi e quel giorno li ha alzati, come se mi cercasse. No, non sapeva che ero lì, non sapeva niente di me e non voleva sapere niente. Ti somigliava. Lei, in quel momento, era nel giusto, dalla parte dei buoni. E io ero il nemico. Ha alzato gli occhi e quegli occhi mi hanno trovato. Ci siamo guardati. Lei non poteva vedermi, ma mi ha guardato. Mi ha giudicato. Mi ha condannato. Il suo disprezzo e’ stata la pallottola che ha esploso contro di me. Ha sparato lei per prima. E io mi sono difeso.
Io devo difendermi da quando sono nato. Morirò difendendomi e nessuno metterà in Rete il video della mia morte. Anche se dovessi vomitare sangue, come Neda. Anche se sarò più giovane di lei, quando succederà.
Perché la mia vita vale meno di quella di Neda. Vale meno della tua.
Mi hanno detto che vivi sotto scorta perché i basiji del tuo paese hanno promesso di ucciderti. Li hai costretti tu a farlo. Perché non hai capito.
Quando nasci dalla parte sbagliata della barricata, gli sguardi come il tuo, come quello di Neda, ti piovono addosso come pietre. E se arriva qualcuno che invece di giudicarti ti mette in mano un’arma, tu l’accetti.
Ho 17 anni e se non fossi un basiji tu, così importante, così intelligente, così ammirato, non ti saresti mai occupato di me.
Mentre andava il video di Neda che affoga nel suo sangue, tutto il tuo mondo mi ha odiato. Ma per farlo ha dovuto riconoscere che io esisto. E per quelli come me, per i basiji di tutto il mondo, è una vittoria. L’unica che conosceremo.

venerdì 12 ottobre 2018

Ed ecco perché "Marcello da oggi non viene più"

Questo racconto risponde alla domanda che vi abbiamo posto alla fine del nostro racconto "Marcello da oggi non viene più".
Lo ha scritto Francesco Scipione e si intitola "Yellow fleet"

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Quando Luigi tornò a casa dopo la scuola, trovò suo padre, il Colonnello Astolfi degli Incursori della Marina, seduto al tavolo della camera da pranzo. Non gli era mai capitato di trovarlo a casa al suo ritorno. Intorno a lui tanti scatoloni catalogati e un via vai di giovani militari che li accatastavano uno sull’altro. Suo padre aveva un’espressione grave. Gli appoggiò una mano sulla spalla e gli disse:
“Dobbiamo partire. Ti porterò in Egitto, dove ci sono le piramidi dei faraoni” e abbozzò un sorriso, ben sapendo che stava indorando una pillola molto più indigesta. Gli mise in mano cinque pacchetti di figurine dell’album degli animali, sentendosi ancora più in colpa.
“Mentre finiamo di fare le valigie, vai ad attaccare le figurine all’album. Tra un’ora arriverà la macchina che ci porterà all’aeroporto”.
Sua madre aveva apparecchiato alla meno peggio il tavolo della cucina. Luigi aveva fame, ma non aveva che un pensiero: Lisa.
“Mamma, posso chiamare Lisa per avvertirla che partiamo?”
“No Luigi, sai che non è possibile”
Pensò di inscenare un capriccio con pianti e urli, ma già sapeva che sarebbe stata fatica sprecata e che nulla avrebbe smosso la militare volontà di suo padre di tenere nascosta quella partenza.
Si mise allora in un angolo ad aprire i pacchetti di figurine. E, quando aveva già perso le speranze, eccolo lì: l’ornitorinco. La gioia del ritrovamento fu pari solo al rammarico di non poterla condividere. Promise a se stesso di non attaccare quella figurina, l’ultima per completare l’album, se non insieme a Lisa. Ed avrebbero riso insieme per aver completato la collezione.
Il trasferimento in Egitto si completò in un paio di giorni. Un anno circa di permanenza nella terra dei Faraoni. Quello era, nei piani di suo padre e dei suoi superiori, il tempo da trascorrere lì. La crisi di Suez a seguito della guerra dei sei giorni obbligava i convogli ad essere scortati durante il delicato attraversamento del Canale. Ma la cosa che nessuno sapeva, era che il Colonnello Astolfi avrebbe scortato una delle quindici unità di quella che poi si sarebbe chiamata Yellow Fleet. Come quelle navi, rimasero prigionieri in Egitto per otto lunghissimi anni.
Quando tornarono a Roma, Luigi era uno sportivo adolescente. Dimostrava più anni della sua età. Ma durante il suo “esilio” non aveva dimenticato Lisa e la prima cosa che fece fu di andare a cercarla a casa sua. Mise in tasca la figurina dell’ornitorinco, che aveva gelosamente custodito in una scatolina di metallo insieme ad altre cianfrusaglie. Avendo cambiato quartiere, prese l’autobus per raggiungere la sua casa e, durante il tragitto, sentì il cuore battere di un ritmo tutto suo: allegro e leggero. Esattamente come si sentiva lui.
Ma Lisa e la sua famiglia non abitavano più li. Seppe da una vicina che incontrò al portone che suo padre era morto e che la famiglia era stata costretta a trasferirsi presso parenti, di cui nessuno conosceva indirizzo o quartiere.
Luigi si appoggiò a una macchina, deluso. Era la seconda volta, nella sua breve vita, che aveva avuto la certezza che le cose belle non durano. E fu quella esperienza a segnare la sua vita. Che non volle mai condividere con nessuno. “Le cose belle non durano”.
Luigi Astolfi diventò professore di latino e greco, seguendo la sua passione per i classici e la sua intelligenza letteraria. Da cinque anni insegnava al Liceo Classico di Rieti. Quel giorno, di ritorno da scuola, decise di fare due passi per il corso principale e si fermò alla libreria “Book Pusher”, dove era solito rifornirsi.
All’interno del locale notò le sedie e il tavolo in fondo alla saletta, usata solitamente per la presentazione di libri e scrittori. I due titolari erano molto attenti ai nuovi autori e Luigi aveva partecipato spesso a quegli eventi.
“Cosa c’è in programma?” chiese Luigi.
“Una scrittrice esordiente, Lisa Costanzi. Presenta il suo libro ‘Marcello da oggi non viene più’. È un bel libro e ha vinto un premio importante. Sarei felice se venissi. Cristina farà da relatrice”.
Il cuore di Luigi prese a battere a modo suo. Come gli era successo tanti anni prima su quell’autobus che, sperava, lo avrebbe riportato da Lisa. Come non gli era più capitato nella sua vita.
Rientrò a casa senza accorgersene. Mangiò qualcosa controvoglia e si mise a correggere i compiti dei suoi alunni, sperando che il tempo passasse come voleva lui. Ma non fu così.
Prima di uscire di casa cercò, nel fondo di un cassetto, quella scatolina metallica con dentro la figurina dell’ornitorinco, ingiallita dal tempo, ma vivida nel ricordo. La mise nella tasca interna della giacca, per essere sicuro di non perderla.
Quasi non si accorse della pioggia mista a neve che da venti minuti sta preludiando l’inverno. Aprì la porta della libreria, accompagnato dal suono argentino della campanella vintage.
…Si toglie il cappotto umido, non ha freddo. Si muove lateralmente, in punta di piedi, per non disturbare la piccola platea. Si siede in prima fila, dopo aver appallottolato e messo in tasca il cartellino “riservato” presente sulla sedia.
Lisa è lì, che lo guarda senza capire il perché. Ha lasciato il pubblico in sospeso in attesa di una risposta, gli pare di capire. Per lui non è importante. Mette la mano nella tasca interna della giacca, prende la figurina e si alza per porgerla a Lisa.
“L’ornitorinco!”, esclama soddisfatto, sovrapponendo la sua voce a quella di Cristina. E ride, felice, coprendosi la bocca con le mani, come faceva da bambino per coprire il moncone dell’incisivo sinistro. E capisce che Lisa lo ha riconosciuto quando la sente esclamare confusa “Luigi è tornato… Cioè ‘Marcello è tornato’. Questo, questo è il titolo del prossimo romanzo”.

In serata celebrarono felici il funerale a “Le cose belle non durano”.

domenica 8 luglio 2018

FalconeCostantini: Marcello da oggi non viene più





“…Marcello era un bambino come tanti. E dovete considerare che questo concetto, alla fine degli anni ’60, aveva un significato letterale. Avete presente quanti erano i bambini nell’epoca del baby-boom?”
Lisa non sta veramente ascoltando le parole di Cristina, la relatrice incaricata di presentare il suo romanzo d’esordio. I suoi occhi e i suoi pensieri sono tutti rivolti alle persone che occupano le quattro file di sedie approntate nella piccola libreria nel corso principale di Rieti. Le conta. Sono 23. Non ha neanche un dubbio che a trascinarle tra le pareti di pietra di quell’antico magazzino trasformato sia stata la pioggia mista a neve che da venti minuti sta preludiando l’inverno.
D’altronde lei non è nessuno. Partecipare a quel concorso letterario è stata un’idea della sua amica Lidia. Vincerlo l’ha lasciata incredula. Ma il vero miracolo è stata la pubblicazione con una casa editrice importante. “Marcello da oggi non viene più” è uscito a settembre e l’ufficio stampa della casa editrice ha organizzato, senza neanche consultarla, un giro di presentazioni nel Lazio. Lisa ha dovuto utilizzare i giorni di ferie residui per poter essere presente. Il fatto che gli appuntamenti siano tutti all’interno della regione le consente di rientrare a Roma per non abbandonare del tutto i suoi gatti.
“… ma adesso lasciamo la parola a Lisa: dicci cara, come hai iniziato a scrivere?”
Lei sbatte le palpebre dietro gli occhiali da miope. Ha bisogno di qualche istante per raccogliere le idee o per ripetersi la domanda.
Quando ha iniziato a scrivere? Quando ha realizzato di aver investito dieci anni di vita in una relazione sbagliata. Oppure quando ha perso le speranze di ottenere il posto fisso in banca, promesso da un vecchio zio, e ha ripiegato su un banale posto di commessa alla Upim.
“Ho sempre avuto la passione per le storie. Fin da bambina. Ho sempre tenuto in borsa un taccuino…”
“Una moleskine? Tipico degli scrittori.”
No, vorrebbe dire. Era proprio un semplice taccuino della Pigna, a quadretti, ma annuisce e si prepara alla prossima domanda.
E ne arrivano di domande. Sempre le stesse, anche se le relatrici cambiano.
Avresti mai pensato di vincere il concorso?
Quanto c’è di te in Giuseppina, la protagonista della tua storia?
Poi, immancabile, la domanda che la prostra: progetti futuri?
No. Sarebbe l’unica risposta sincera. Non ci sono altre storie nella mente di Lisa. C’è sempre e solo stata quella. La storia. Marcello, che non si chiamava Marcello, era suo compagno di banco. L’unico che non si facesse beffe degli occhiali dalle lenti spesse e della benda che occludeva alternativamente l’occhio destro e il sinistro. Lui era un bel bambino, biondo, capelli lisci, occhi nocciola e ciglia lunghissime. Lisa ne era innamorata, come solo a quell’età ci si può innamorare. Passavano ore a chiacchierare e a scambiarsi le figurine dell’album degli animali. Tutti e due alla spasmodica ricerca dell’introvabile ornitorinco. Lisa sa che il tutto è durato un solo, indimenticabile, anno scolastico. Ma il tempo ha un ritmo tutto suo per i bambini. Ha il sapore dell’eternità. L’autunno delle foglie secche da raccogliere e incollare sul quaderno li aveva fatti incontrare. I primi papaveri nei prati, da cogliere per tatuarsi di stelline l’avambraccio, li avevano divisi. Da un giorno all’altro, senza alcun preavviso. Si erano detti ciao all’uscita da scuola. La mattina dopo la maestra era entrata e, con un’espressione che Lisa non ha mai dimenticato, aveva detto all’intera classe: “Luigi da oggi non viene più.” Nessuno aveva capito le sue lacrime, ma tutti l’avevano additata e schernita e tormentata. “Lisa ama Gigi”, “Lisa ama Gigi”, “Lisa ama Gigi”. Quella litania era andata avanti fino alla fine della scuola. Poi l’estate aveva cancellato Luigi dalla memoria di 28 bambini di prima elementare. Non dalla sua. Mai. Aveva continuato a pensarci senza trovare il coraggio di chiedere. Ma quello di andarlo a cercare sotto casa sì. Sapeva dove abitava, era andata una volta a fare i compiti a casa sua. Ma le tapparelle erano chiuse e sul citofono il cognome non c’era più. Ecco, questa è la storia che Luisa ha voluto raccontare. Questa e nessun’altra. La storia della prima vera delusione. Della prima lezione che la vita ha voluto impartirle: le cose belle non durano.
Il problema è che la casa editrice è soddisfatta delle vendite e vuole un altro titolo e lo vuole per le uscite estive. Ma cosa potrebbe mai scrivere una donna sola che passa ore nell’atmosfera artificiale di un megastore. Che torna in una casa vuota in compagnia di un vecchio giradischi e di due soriani tigrati che non fanno altro che litigare tutto il giorno. Già, cosa potrebbe scrivere?
La campanella vintage sulla porta della libreria squilla argentina e Lisa pensa che sia un altro viandante infreddolito in cerca di riparo. E’ un uomo, uno dei pochi, perché, lo ha imparato, alle presentazioni di romanzi vanno quasi solo donne. Si toglie il cappotto, forse non è così infreddolito. Muove qualche passo laterale per non disturbare la piccola platea. Punta la sedia vuota in prima fila. Il posto è per l’assessore comunale alla cultura che, come da copione, si è guardato bene dall’intervenire. Prende il foglio con la scritta riservato, lo appallottola e lo mette nella tasca della giacca. Poi si siede. Nella luce del faretto che gli spiove addosso, i capelli sono folti e quasi completamente bianchi. Lisa non sa perché lo sta fissando mentre il pubblico aspetta di essere informato sui prossimi libri che non scriverà. Ma lo vede infilare la mano nella tasca interna della giacca ed estrarne qualcosa di piccolo e rettangolare. Una tessera? E’ forse un poliziotto? Lui le sorride e protende l’oggetto. Lei strizza gli occhi dietro le lenti. Ci mette un po’ a riconoscerlo.
“L’ornitorinco!” esclama, superando la voce della relatrice imbarazzata dal suo lungo silenzio. L’uomo getta la testa all’indietro e ride coprendosi la bocca con le mani. E allora lo riconosce. Riconosce quel gesto che, tanti anni prima, serviva a coprire il moncone dell’incisivo sinistro.
“Luigi è tornato”, dichiara spostando lo sguardo sui presenti piuttosto confusi. Poi si corregge: “Marcello è tornato. Questo, questo è il titolo del prossimo romanzo.”

FalconeCostantini

martedì 12 giugno 2018

Il culo di Marina


N.B. Questo è un esperimento di scrittura a quattro mani.
N.B. 2 Le quattro mani appartengono a metà duo scrittorio più la mente roboante di Enrico Gregori.

Osservava i peli che si infilzavano nella schiuma.
Farsi la barba l’aveva trovata sempre una perdita di tempo. Ma necessaria, perché alla lunga la pelle gli si arrossava.
“Taddeo – disse a sorpresa – per quale cazzo di motivo i miei mi chiamarono Taddeo! Tu dimmi se ti viene mente un Taddeo che abbia mai combinato qualcosa”.
E diede una rabbiosa sgrullata al rasoio. Schiuma e peli finirono contro lo specchio.
“Ti ricordi che devo fare la doccia anch’io?
La voce di Sveva gli giunse insieme ai colpi serrati contro la porta. Sua moglie trovava sempre il modo di rovinare i suoi pochi momenti di intimità. In vent’anni di matrimonio non era riuscito ad usare il bagno senza essere interrotto da uno dei bisogni impellenti di Sveva. La doccia, la ceretta, l’assorbente da cambiare.
Rifiutarsi di eliminare la chiave del gabinetto era l’ultima resistenza offerta da quel poco di ego che gli era rimasto.
“Taddeo, insomma! Taddeooo!”
Ecco, in momenti come questo quel nome gli risultava ancora più inutile e fastidioso. Se si fosse chiamato Rocco, per esempio, avrebbe potuto aprire la porta e mollarle una capocciata da mandarla ko. Poi avrebbe superato il corpo inerme steso sul pavimento, avrebbe preso la tazza del caffè, il pacchetto delle
sigarette e si sarebbe goduto il silenzio appestando di fumo la camera da letto.

“E poi la barba – riprese Taddeo – e cerimonie varie per andare a un matrimonio di due rompipalle che non vediamo da 10 anni. E vai a capire perché non si sono dimenticati di noi!”.
“Io lo so il motivo”, provò Sveva.
“Sentiamolo”.
“Perché ti chiami Taddeo”.
“Certo, invece Sveva è il più comune dei nomi. “
“Togliti quella schiuma dalla faccia e smettila di dire fesserie. Paolo e Marina sono stati carini a invitarci nonostante il modo in cui li hai trattati l’ultima volta.”
Lui obbedì, del resto era quello che faceva sempre. Ma l’idea di assumersi la colpa di quanto era successo tanti anni prima proprio non gli andava giù.
“Se la memoria non mi inganna fu per difendere te che gliene dissi quattro, mio caro.”
Taddeo si passò sulle guance alcune gocce di acqua di rose. I dopobarba alcolici non li tollerava.
“Sveva – esclamò schiaffeggiandosi ritmicamente – che palle. Non è che mi salvasti la vita. Quel coglione di Paolo si era messo in testa che io volessi scapricciarmi con Marina. Ma ti pare? E chi la sopporta! Io al massimo sopporto te, perché...già, perché? Boh!”.
E riprese a schiaffeggiarsi.
“Se non vuoi che il prossimo schiaffone te lo spalmi io sulla faccia – lo minacciò Sveva spalancando la porta - ti consiglio di uscire da questo bagno prima di adesso. Dopodiché vedremo chi sopporta chi, stronzo!”
“A Marina diedi solo una cameratesca pacca sul culo dopo che tu e quel cretino di Paolo ci prendeste in giro per la nostra passione per i cartoni animati.”
Sveva lo spinse oltre l’uscio.
“Ecco, tu questo sei, un pupazzo. Sparisci!”
La porta si chiuse con un tonfo. Taddeo vi appoggiò contro la faccia rasata di fresco.
“Tanto per la cronaca, il culo di Marina era più sodo del tuo!”
Lo disse tanto per dire. Di Marina non ricordava né il culo né altro. Tranne l’essere petulante e una insoddisfazione cronica. Ammesso pure che Taddeo possa essersi complimentato con lei per la struttura delle chiappe, a lei la cosa sarebbe risultata del tutto indifferente.
“Però amore – provò Taddeo con Sveva – di te apprezzo la mente. Un cervello è per sempre, come il diamante. Il sedere lascia il tempo che trova”.
“Ma vaffanculo!”, arrivò dal bagno come un siluro.

Sveva iniziò a prepararsi, mentre Taddeo si bloccò quasi inebetito sedendosi del divano del salotto. Accese una sigaretta.
Lei avvertì subito l’odore di fumo, perché lo detestava tanto da chiedere spesso al marito di fumare sul balcone.
“Be’? – esclamò – Hai ancora tracce di schiuma da barba sulla faccia e sei in mutande. Pensi di venire al matrimonio in queste condizioni?”
“Matrimonio”, ripeté Taddeo meccanicamente.
“Allora?”
“Allora…”
“Ma ti sei incantato, rimbambito, ti senti male?”
“Male…ho contato male, ecco!”. Taddeo si alzò e iniziò a percorrere il salotto come per misurarne la superficie. “E uno…e due… e gira, e vai…Nascita, crescita, Cresima, Matrimonio… misurare finché tornino i conti…ma non tornano, non tornano!”.
“Taddeo, datti pace!”
“Pace…pece. Pece nera, tutto nero…paint it black, matrimonio, Paolo, Marina, Marina dal bel culo…”.
“Basta, basta col culo di Marina…io scherzavo, io scherzavo, amore!”
“Come mi hai chiamato?”, fece Taddeo come scosso da una scarica di corrente elettrica.
Sveva venne colta dal panico. Il momento che aveva sempre temuto era arrivato. Gli occhi del marito sembravano dotati di vita propria. Vagavano da un punto all’altro della stanza mentre il corpo di Taddeo era scosso dal tremito. Sveva si mosse, sapeva quello che ormai doveva fare, inesorabilmente.
Lui tentò di bloccarla, lei non gli diede il tempo dì avvicinarsi. Lo psichiatra era stato chiaro: prima o poi la crisi delle crisi, come l’aveva chiamata il medico, sarebbe arrivata. E allora non ci sarebbe stato niente da fare.
Sveva scivolò all’indietro, passo dopo passo, fino alla loro camera. Si chiuse a chiave e compose il numero che conosceva a memoria da sempre. Poche parole da un capo all’altro del filo. Poi sedette sul letto e si coprì la faccia con le mani.
Tornò a guardare la luce quando la sirena dell’ambulanza coprì le grida forsennate di suo marito.

L.F. & E.G.




sabato 26 maggio 2018

FalconeCostantini: Torrespaccata





TORRESPACCATA

Lo so che l’ho promesso, ma stamattina non posso evitarmelo. C’è il compito di latino alla prima ora e se lo salto la prof non mi grazia. Ergo attraverso il prato. E l’accampamento degli zingari. Fortuna che mia madre non mi può vedere dalla finestra, sta già rifacendo i letti. E’ da quando ci siamo trasferiti qui, a Torrespaccata, che mi ammorba con la storia degli zingari che rapiscono i bambini. Hai voglia a dirle che ormai ho quindici anni e non sono una sprovveduta. Lei pretenderebbe che mi alzassi mezzora prima, per raggiungere una fermata “sicura”.
Esco dal portone come un proiettile, la tolfa che mi sbatacchia sul fianco, il maledetto vocabolario che pesa come un mattone e rischio di farmela in scivolata fino al cancello. Pure stanotte ha gelato. Non succedeva quando stavamo alla Pineta Sacchetti. Qui in periferia ci sono troppi spazi aperti, troppi prati e un freddo da farsela addosso. Va beh, che vuoi pretendere. Questa fino a dieci anni fa era aperta campagna, poi sono arrivati i palazzinari a tirare su ‘sti dormitori. Tante case tutte uguali, un garage per chiesa e se vuoi un paio di jeans l’unica possibilità è il mercatino.
Alzo lo sguardo verso viale dei Romanisti. Alla fermata del 156 non c’è neanche uno straccio di studente, possibile che sono l’unica ritardataria? Ci manca solo che quella laggiù sia la signora Costantino. Se dice a mia madre che ho attraversato il prato al muretto non ci scendo più per un mese e Claudio me lo frega quella stronza di Lucilla.
Ci siamo, l’erba scrocchia sotto la para delle polacchette. Il freddo mi trapassa i piedi e il fiato si condensa. Potrei anche fumare, tanto chi si accorgerebbe della differenza. Cerco di affrettare il passo slittando sul sentiero di terra ghiacciata che taglia proprio in mezzo all’accampamento. Le roulotte in circolo, come i carri di un film western. I resti di un paio di falò che ancora fumigano. Non c’è un’anima in giro e vorrei dirlo a mia madre: con questo freddo e a quest’ora non escono neanche gli zingari per andare a caccia di bambini.
“Ciao bella… fa freddo eh?”
Sbuca da dietro un vecchio furgone Volkswagen e finisce di gelarmi il sangue nelle vene. E’ più basso di me, indossa una camicia e un paio di pantaloni di panno. E’ sporco ma ha i capelli pettinati all’indietro e una sigaretta all’angolo della bocca. Potrebbe avere dai dodici ai venticinque anni. Io mi blocco sul posto. Il gelo che sale dalle suole, la tentazione di voltarmi verso le finestre di casa per vedere se mia madre, tante volte…
“Come ti chiami?”, insiste. Decido di rispondere, così capisce che non ho paura.
“Annalucia.”
“Ianu”, si presenta e per fortuna non mi tende la mano. “Vai a scuola?”
Ci mancava lo zingaro in vena di chiacchiere.
“Si, e sono in ritardo. Che c’è problema se passo in mezzo?”
Ridicola, sono già in mezzo.
“Qui è sicuro, e poi ci sono io. Dai, t’accompagno.”
Schiaccia la sigaretta sotto al tacco e infila le mani in tasca pronto a mettersi al mio fianco. Aspetta solo un cenno. Stavolta mi giro verso le mie finestre. Se mia madre mi vede a passeggio con uno zingaro, da domani m’accompagna a scuola… meglio essere rapita.
“Niente paura, noi non portiamo via i bambini.”
Accrocco una risata di superiorità.
“Io non vedo bambini in giro.”
“Neanch’io”, risponde e non so perché mi viene da stringermi nell’eskimo.

L’eskimo non lo porto più ma la fermata dell’autobus c’è ancora. Scendo e mi guardo intorno. Trent’anni dopo i palazzi sono tutti lì. Qualcuno ha la cortina scolorita, tutti hanno le finestre dei primi piani sigillate da inferriate. Sui balconi non più gerani ma un fiorire di parabole e condizionatori. E le veneziane che riempivano di crepitii la mia estate… sono sparite. Adesso le tende sono di tela a strisce. Le vedo arrotolate in alto. E’ inverno, ma l’erba non scricchiola più sotto i piedi mentre attraverso il parco. Panchine e giochi per i bambini occupano lo spazio che un tempo era dei rom. Non so di preciso quando sia successo, ma li hanno cacciati via, definitivamente. E ora cacceranno via anche i banchi del mercatino, se il cartello sul cantiere non mente. Stanno costruendo un mercato coperto che ruberà un’altra fetta di prato. Non bastava la palazzina pretenziosa che impalla lo scorrere del traffico su viale dei Romanisti, l’unico spettacolo rimasto per tanti occhi annacquati dietro le finestre. E’ diventato un quartiere di vecchi questo. Sono bastati trent’anni, una generazione, perché i figli degli anni Sessanta, quelli dei doppi turni e delle scuole prefabbricate, sciamassero via lasciando qui i genitori ormai trasformati in baby sitter per nipotini viziati.
La strada che ricordavo larghissima è diventata un budello. Lo spartitraffico serve a dividere due corsie di auto parcheggiate talmente fitte che quasi scavalco un cofano per passare. E’ qui che abitavo. La pulsantiera dei citofoni è la stessa, hanno sostituito i tasti però. Di metallo, ché quelli di plastica erano una tentazione troppo forte per piccoli vandali dall’accendino facile. Sono i cognomi a essere diversi. Di più, alieni.
Alla scala B, interno 13 abitavano i Chiolo, con Antonietta mi passavo un anno. Quanti pomeriggi trascorsi a sfuggire i suoi tentativi di entrare in comitiva. Adesso in quelle tre camere all’ultimo piano abita la famiglia Aftei. E poi Ciubutaru, Hung – Lee, Bogdwiecz. Noi ci siamo ancora, ma siamo solo un nome su un vecchio citofono.
Infilo la mano nella tasca del cappotto a stringere il vecchio moschettone portachiavi. Pesa. Un peso specifico che cresce insieme alla consapevolezza che dovrei salire in casa. Dovrei. Ma non ce la faccio. Non oggi.
Nel crepuscolo troppo precoce dell’inverno sto per decidere che ho fatto un viaggio a vuoto. A farmi rompere gli indugi è una figura di anziana in avvicinamento. Magari mi sbaglio, ma sembra quella pettegola della Costantino. Fu lei a dire a mia madre che Michele veniva a prendermi sotto casa tutti i pomeriggi di un’estate che fu la più bella della mia vita. Non ho voglia di incontrarla, di spiegarle, di raccontare. Mi volto e ritorno sui miei passi, verso ciò che resta del prato, verso il ricordo lontano del campo rom coi suoi colori, con i suoi odori, con la mano sudicia di Ianu poggiata sulla spalla. Cammino a testa bassa inseguendo i miei piedi sul sentiero.
La voce, giovane, mi fa trasalire: “Aho, ce l’ho co’ te!”
Avrà quindici anni, le gambe magre inguainate in un paio di jeans stretti e un giubbotto bianco uguale a quello degli altri tre. Se ne stanno seduti sui motorini a formare un check-point. “Hai visto che ore so’?”
Guardare l’orologio è istintivo e dai quattro bulletti parte la risata.
“Quanno fa’ buio er prato diventa nostro. Se voi passa’, fanno dieci euro.”
Li guardo in faccia, uno per uno. Non sono intimiditi dal mio essere adulta, anzi.
“Non ho tempo da perdere”, rispondo stringendo la borsa contro il fianco.
“Allora paga sennò da qua non se passa.”
Sono puliti, pettinati, a loro modo eleganti. Sono figli e nipoti di gente per bene. Sono il futuro di questo quartiere, di questa città. Potrei sfidarli ma sarebbe come spingerli verso una strada che, forse, non è ancora la loro.
“Se il prato è vostro, spero che ve lo godiate come me lo sono goduto io alla vostra età.”
Giro le spalle ai loro commenti inconcludenti e sboccati - ma lasciala perde, qua’ stronza - e torno su via Cornelio Sisenna.
Sarà un lungo giro fino alla fermata dell’autobus. Lo stesso lungo giro che mia madre voleva facessi per evitare le insidie del prato. Non riesco a trattenere un sorriso. Lei non lo sa, ma è la prima volta che le do ascolto.



lunedì 30 aprile 2018

FalconeCostantini: La regina delle rose


“Ragazzi, attenti a non calpestare le… fresie, sbaglio?”
“Iris”, corresse con un sorriso Cristina, la padrona di casa. “Faccio strada.”
La porta si schiuse su un lungo corridoio le cui pareti erano tappezzate di tele.
“Sono opera sua?”, chiese la giornalista fermandosi ad ammirare una natura morta dai toni allegri.
“La mia seconda passione, dopo le rose ovviamente.”
Di nuovo quel sorriso, aperto, gioviale. Il sorriso di una donna che ha trovato la propria ragion d’essere negli hobby che la famiglia non le aveva permesso da giovane.
Laura Costa, punta di diamante della rubrica “Donne in fiore” la seguì con la troupe in salotto.
“Va bene qui?”, chiese Cristina indicando il divano in rattan.
“Benissimo, anche la luce mi pare buona. Vero Giovanni?”
L’operatore diede l’okay con il pollice e cominciò a sistemarsi.
“Allora”, esordì la giornalista sedendo compunta sui cuscini ricamati a mano, “come ci si sente ad essere nominata Regina delle rose 2009?”
“Non me lo aspettavo. Il mio è solo un piccolo hobby, non sono certo una professionista.”
“Adesso non faccia la modesta. La tonalità delle sue Violet Red fino a oggi sembrava irraggiungibile dalla floricoltura. Lo sa che io sono qui anche per carpirle il segreto, vero?”
“Per intanto che ne direste di una tazza di tè al gelsomino?”, si schermì tirando dietro l’orecchio una ciocca dei lunghi capelli color della luna.
Laura prevenne il rifiuto dei due ragazzi.
“Una tazza di tè è proprio quello che ci vuole.”
“Con permesso.”
Attese che la sua ospite sparisse in cucina per inquadrare la troupe.
“Mi raccomando, attenti a dove mettete i piedi, evitate il turpiloquio e soprattutto niente fumo, siamo intesi?”
“Sì”, rispose Giovanni agganciando la telecamera sul cavalletto, “però il tè ce lo potevi risparmiare.”
“Evitare un caffè non può farti che bene. E poi il gelsomino è distensivo.”
“Esatto”, le diede manforte Cristina. “Il tè al gelsomino ha virtù rigeneranti, depurative e rilassanti. Ho portato anche dei biscotti e delle tartine con marmellata di pomodori verdi, una mia ricetta.”
Posò il vassoio sul tavolino di rattan e andò a sedersi accanto a Laura.
“Che ne direbbe se cominciassimo subito? Così il vassoio ci fa da scenografia. Se poi fosse possibile avere anche le rose della vittoria…”
“Sono proprio lì, dietro ai giovanotti. Vado a prenderle.”
“Lasci, ci pensa Paolo.”
Memore delle raccomandazioni della giornalista, Paolo trattò il vaso di cristallo come una reliquia. Le rose, di un punto di rosso tanto scuro da sfiorare il nero, contrastavano con l’ambiente solare di quel salotto e Laura pensò che sembravano… carnose.
“Le piacciono?”, chiese Cristina con manifesto orgoglio.
“Moltissimo”, mentì chinandosi ad odorarne i petali.
“Non hanno profumo”, la prevenne. “La natura non fa sconti. A tanta bellezza non si poteva aggiungere il piacere di un buon odore.”
Laura pensò che la donna era stata benevola con la propria creazione. Le Violet Red puzzavano. Il loro effluvio era un misto di ferro e rame.
“Okay, cominciamo?”
Impugnò il microfono e attese il via di Giovanni.
“Siamo qui a Lanuvio, nei pressi di Roma, a casa della signora Cristina Boe che si è aggiudicata l’ambitissimo titolo di Regina delle Rose 2009 con le sue Violet Red. Ovviamente l’abbiamo raggiunta per carpirle il segreto di tanta bellezza…”
Cristina non avrebbe mai pensato che potesse essere divertente sottoporsi alla curiosità dei media. L’intervista era scivolata via insieme al tè, ai biscotti e anche alle tartine con la marmellata di pomodori verdi, rigorosamente del suo orto. Perfino i ragazzi della troupe avevano preso confidenza e, accettando di darle del tu, avevano implorato un caffè. Le dispiacque quando li vide smontare il cavalletto e accingersi a riprendere la strada per Roma.
“Volete vedere il giardino prima di andare?”, chiese speranzosa indicando il retro della casa.
“Volentieri. Ti dispiace se facciamo qualche copertura?”
“Prendete tutte le immagini che volete.”
Il giardino era rigoglioso. Protetto da una bassa siepe di bosso aveva una sua armonia di colori nella totale assenza di un ordine prestabilito. Un tipico giardino inglese che faceva corona al roseto straripante di petali rosso sangue.
“Pensi di mettere in vendita la talea?”, chiese Laura.
Cristina scosse la testa.
“Vedi, i fiori sono degli esseri viventi e ripagano chi si prende cura di loro. Tra me e le mie rose c’è un rapporto particolare. Escludo che possano crescere così belle nel giardino di qualcun altro.”
“Eppure non posso credere che amore e dedizione siano gli unici ingredienti. Alla fine sei stata molto abile a schivare le mie domande. Insomma, in tutta confidenza, cos’è che fa crescere così le tue rose?”
Cristina le offrì il suo tenero sorriso.
“Te lo dirò se tornerai a trovarmi. Da sola. Mi è piaciuto tanto chiacchierare con te.”
Li accompagnò al vialetto d’ingresso e sventolò la mano fino a quando la station vagon non ebbe svoltato l’angolo. Era orgogliosa per l’attenzione che le sue rose avevano meritato. E anche per la curiosità che, ne era sicura, avrebbe riportato Laura a casa sua.
Tornando sui propri passi si accorse che uno dei cespugli delle Violet Red meno esposto ai raggi del sole stava producendo dei boccioli leggermente più chiari degli altri.
“Occorre un rinforzo, bambine mie”, sussurrò prendendo le chiavi della cantina.
Nel piccolo frigorifero in fondo alle scale, le bottiglie erano ordinatamente disposte ed etichettate.
“Pasquale… Enrico…Carlo… Lory… Il sangue di una donna generosa. Proprio quello che ci vuole per le mie piccole.”