domenica 17 novembre 2019

Mi dichiaro colpevole



Esiste un reato che si chiama "esercizio abusivo della professione". E pare che siamo in molti a compierlo. Moltissimi. 
E non sto parlando di giornalismo, visto che sono iscritta all'albo da 19 anni.
C'è una questione di lana caprina che risorge regolarmente in rete e forse avete già capito a cosa mi riferisco, ma andiamo per ordine.
Per anni, molti, tutta la mia esistenza ha girato intorno alle esigenze di mia madre. Mi occupavo della sua salute, fisica e mentale, la assistevo in tutto e dedicavo a lei ogni singolo momento del poco tempo libero di cui disponevo. Ero una badante - o una caregiver, se vi piace di più - a tutti gli effetti. E se mi fossi definita tale, nessuno sarebbe venuto a sindacare per quante ore lo fossi, con quali reali risultati e, soprattutto, se mi ci guadagnassi di che vivere. Insomma, nessuno mi avrebbe tacciato di "esercizio abusivo della professione".
Mia mamma non c'è più. E la mia vita, nel mio tempo personale, ha un epicentro che non è difficile da indovinare: scrivo. Scrivere significa molto più dell'atto materiale di digitare su una tastiera o far scorrere una penna su un foglio. Scrivere significa dedicare energie fisiche e mentali a un'attività artistica (o artigianale, se arte vi pare troppo) che prevede preparazione, documentazione, ricerca, costante applicazione, aggiornamento. E, solo alla fine, pubblicazione. 
Io questo faccio, dal 2008. E lo faccio da abusiva, da autrice di serie B. No, anzi, da serie D, se vogliamo restare nella metafora calcistica.
Esercito nei campetti di periferia, con un pubblico piccino su gradinate scomode. 
Abusiva. Perché con i proventi delle vendite dei miei libri non ci pago le bollette, perché dedico otto ore al giorno di ciascuno dei miei giorni a un lavoro (che amo) e per il quale percepisco un salario.
Quindi, sebbene io scriva, pubblichi e abbia persone che, bontà loro, attendono con gioia ogni nuova fatica narrativa, a cadenze quasi regolari trovo qualcuno che viene a specificarmi che non devo neanche osare definirmi scrittrice.

La premessa fondamentale è che a me non interessa il patentino di un inesistente albo degli scrittori. Invece pare interessi a più di qualcuno specificare che no, cazzo, io, lui, lei, loro non possono proprio. A meno di non poter produrre il CUD con i diritti d'autore incassati. A breve scopriremo che al di sotto dei 25.000 lordi l'anno no, non puoi. Al di sopra, sì, puoi. Quello che non è chiaro è a quanto ammonti e chi sia demandato ad elevare la sanzione per "esercizio abusivo della professione di scrittore".

venerdì 15 novembre 2019

Dove batte il cuore (di Annemarie De Carlo - Triskell) #mèpiaciuto


Un romanzo che ho apprezzato fin dalle prime righe. E che mi ha trascinato nelle vicende dei tre personaggi che si alternano sulla scena: il diciottenne Gus, serio e dolente; il 24enne Sonny, scanzonato e libertino; il 32enne Mark, misterioso e affascinante. I loro destini si incontrano in un piccolo apparente paradiso della provincia americana. E i nodi di vicende legate alla morte di un ragazzo e al grave ferimento di un altro, vengono inesorabilmente al pettine. L'autrice ha mestiere, riesce a dosare le rivelazioni e le digressioni. Gestisce benissimo anche le scene di sesso, piuttosto bollente eppure gradevolissimo, senza mai cedimenti volgari. E, attraverso un intreccio di amori da romance m/m, tratta i temi del bullismo, dell'omofobia, della sopraffazione e della corruzione. Sì, i protagonisti sono tutti molto attraenti. Sì, vediamo muscoli guizzare e jeans attillati. Ma Gus, angelico e sottile, nasconde un animo d'acciaio e una maturità fuori del comune. Ma Sonny, spudorato e guascone, svelerà il coraggio di lottare per ciò in cui crede. Ma Mark, roso da un senso di colpa incurabile, forse troverà sollievo e serenità. Pare che sia solo il primo capitolo di una serie e io non vedo l'ora di ritrovare i tre ragazzi sullo sfondo della Pennsylvania descritta in un modo che denuncia ben più della semplice documentazione.
Consigliato a chi voglia lasciarsi catturare, emozionarsi, anche soffrire e mangiarsi le unghie, su un romanzo scritto bene. 


È il 44simo letto nel 2019

Una rubrica? Perché no #mèpiaciuto



Leggo tanti libri, nonostante io ne scriva.
Dicono che gli scrittori non leggano.
Dicono che in Italia tutti scrivano e nessuno legga.
Dicono che gli autori (ma soprattutto le autrici) schiumino bava verde e si facciano un dovere di affossare il lavoro degli altri/altre.
Dicono un sacco di sesquipedali corbellerie.
Per questo ho deciso che quando leggo un libro,
quando quel libro mi piace,
quando chi lo ha scritto non scala classifiche 
e non viene osannato/a in giro,
quello è il momento in cui scatta il

M'è piaciuto!

Una piccola rubrica, su un blog misconosciuto,
ma su Facebook ho un sacco di contatti,
qualcuno mi dà retta.
Segnatevi l'hashtag:

#mèpiaciuto

venerdì 25 ottobre 2019

Ferita all'ala un'allodola di Maria Lucia Riccioli (39simo libro letto quest'anno)

Questo romanzo sul social dei lettori, Goodreads, non c'è e non è neanche possibile inserirlo, perché non è più disponibile alla vendita. I libri, secondo le logiche di mercato, hanno un'aspettativa di vita breve. E questo è stato pubblicato, la prima volta, nel 2011, poi rieditato nel 2013. Comunque troppo in là nel tempo per "esserci" ancora. Eppure c'è. C'è come pochi altri romanzi che ho letto. C'è perché merita di esserci.
Maria Lucia Riccioli ha svolto un certosino lavoro di ricostruzione dell'esistenza terrena di Mariannina Coffa, poetessa e intellettuale risorgimentale, purtroppo misconosciuta fin dagli anni in cui, viva e vibrante, venne di fatto seppellita in un'esistenza che non le apparteneva.
Voleva scrivere e vivere di poesia e di cultura, voleva amare liberamente chi le aveva fatto battere il cuore. Voleva essere riconosciuta come persona.
Ma "fimmina era" e in quanto tale non aveva diritto ad altro che a un matrimonio basato sul denaro e i beni al sole, una casa da accudire, figli da dare a un marito poco più che estraneo.
Non era "normale", Mariannina Coffa. Non voleva esserlo. Forse non poteva. Infatti la sua vita si consumò in un breve lampo. Si spense a 37 anni, divorata da un cancro all'utero e dalla consapevolezza di essere sola, abbandonata, avversata dalla stessa famiglia alla quale aveva sacrificato ogni aspirazione pur di conservare onore e rispettabilità.
L'autrice scrive con una lingua arcaica, pastosa, lirica, con rimandi al melodramma, alla poetica del Risorgimento, al dialetto, anche. È come se a parlare dalle pagine fosse Marianna in prima persona. lei che racconta, soffre, rivela e si ribella, anche, a una condizione della donna che è violenza istituzionalizzata e custodita perfino dalle stesse altre "fimmine" convinte del proprio essere proprietà di padri, fratelli, mariti e figli. Lei no. Mariannina Coffa no. E paga con la vita.
Questo libro è doloroso, lo si chiude con un sentimento di gratitudine e di rabbia. La rabbia di quel busto che le hanno dedicato a Noto, dopo averla avversata, irrisa e calunniata in tutto l'arco della sua breve vita. Una testimonianza necessaria, per non dimenticare cosa significa nascere donna. E cosa molti vorrebbero significasse anche oggi.

martedì 30 aprile 2019

Invidia - vizi e virtù - scrittrice allo sbaraglio: Daniela Nardi


Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l’invidia. Cosa dici?
 L’invidia è un sentimento molto comune tra gli esseri umani, eppure è difficile dare una spiegazione chiara e logica di questo vizio, perché è una parte oscura dell’animo che si nutre della nostra frustrazione e mostra il peggio di noi. Credo che si possa farla comprendere in un solo modo: praticandola. Quindi, agli autoctoni del pianeta sconosciuto direi che sono rimasta talmente impressionata dalla loro tecnologia avanzata e rispettosa dell'ambiente, dall'assenza di qualunque forma di baratto a favore della condivisione universale di beni e sapere, dalla lungimirante cultura che ha annullato guerre e conflitti di ogni genere, che provo l’incommensurabile desiderio di somigliargli e allo stesso tempo cercherò in tutti i modi di distruggerli, perché so già di non avere le capacità di raggiungere le loro altezze, e questo non posso tollerarlo.

Nella vita hai esercitato/provato/vissuto il vizio di cui stiamo parlando: raccontaci
Infinite volte. Fa parte della natura umana. Vorrei sottolineare ancora che l'invidia è, tra i vizi capitali, il più duro da confessare, il più ripugnante, il più difficile da tramutare in un motivo d'orgoglio. Personalmente cerco di viverla come esperienza, la sperimento con consapevolezza, chiedendomi quali limiti sarei disposta a superare e tento di trasformarla in invidia positiva. Invece di consumarmi in un frustrante “perché lui/lei sì e io no?” riconosco le mie fragilità e cerco di migliorarmi, di trarre il meglio di me dalle qualità altrui. Insomma “se lui/lei può, posso anch'io”.

Consiglia un romanzo che parla del vizio in questione e spiegaci la scelta
Il romanzo postumo di Hermann Melville, “Billy Budd il marinaio”, nel quale l'invidia del maestro d'armi Claggart origina da un disprezzo immotivato nei confronti del bello e innocente Billy, benvoluto da tutti, e si trasforma in un sentimento feroce, passionale nella volontà di distruggere l'altro. L'invidia permea tutto il racconto, è l’elemento responsabile dell'infelice destino di Billy, condannato all'impiccagione per aver ucciso Claggart dietro sua provocazione, e dei sensi di colpa che consumano il capitano della nave, sapendo Billy innocente. Non è un'invidia banale quella descritta da Melville, perché è nutrita dal malanimo e la sua fonte è una malattia dolorosa che ha sede nel cuore di Claggart. Costui è una persona istruita, corretta, dai modi misurati, che in condizioni normali non trae nessun piacere a far soffrire gli altri. Eppure trama perché Billy venga accusato ingiustamente di ammutinamento. Quello che accade in seguito spinge necessariamente il lettore a riflettere sul potere distruttivo dell'invidia e la sua capacità di erodere anche l’animo più equilibrato.
   
Facci leggere un tuo brano attinente
La notte in cui Lucia Rena ha perso l’innocenza, si è accorta di non avere più la catenina della Vergine Consolatrice, che Michele Rena le aveva appeso al collo il giorno dei funerali di sua madre.
Aveva circa nove anni, e da quel giorno non l’aveva più tolta, neanche quando andava a dormire o quando faceva il bagno, convinta che fosse un amuleto contro gli sguardi vogliosi che i maschi del paese le rivolgevano tutte le volte che attraversava la piazza con le sue gambe da cicogna, e contro le maldicenze che si abbattevano su di lei, in quanto il suo corpo di matrona incipiente oscurava gli altri esemplari femminili, scatenando invidie e gelosie.
Si è accorta di averla persa mentre si stava strofinando via con forza l’odore di Gunther Schroeder; china sul lavabo, con una smania rabbiosa e disperata, ha usato prima il sapone grezzo per bucato, poi la cenere del focolare, raschiandosi infine a sangue con una spugna ruvida imbevuta di lisciva.
(Mille giorni d'inverno, cap.VI)

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera
Ho mostrato che i vizi hanno un potere attrattivo enorme e devastante se non si è consapevoli di esserne preda. Però a me piace sperimentare, tutte le esperienze trasformano dal punto di vista emotivo. E poi, si può sempre trasformarli in forza positiva, trarne il meglio, magari facendosi aiutare da qualche virtù.

Inventa un titolo accattivante che contenga l’invidia
Ti ho bramato per invidia.


Pubblicizza una tua creatura

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Dalla quarta di copertina
Raccontato in uno stile evocativo e con i toni della favola, questo romanzo breve narra le vicende di Mari Serrano e della sua famiglia durante le ultime fasi della seconda guerra mondiale. Costretti, in conseguenza di un devastante bombardamento, a lasciare La Città, giungono come sfollati in un piccolo paesino dell’Appennino campano, Valliani, dove vivono alcuni parenti. Dopo i primi momenti di smarrimento in cui quel luogo appare come un contenitore vuoto, Mari e i suoi fratelli Luigi e Bruno, hanno l’opportunità di ritrovarsi con Ester, l’amica per metà semita, fuggita non solo dai bombardamenti ma dal dolore per la partenza della madre. Dopo il suo arrivo, il paese sembra ritrovare vitalità e i ragazzi hanno l’opportunità d’incontrare personaggi diversi, come Salvo e Bruno, loro coetanei e il nonno don Peppino che ha la mania d’intagliare croci di legno con cui tappezza le pareti della sua casetta. Durante i decisivi mesi del 1943, i ragazzi Serrano combatteranno con la fame e le ansie della loro età, saranno protagonisti e testimoni di passioni travolgenti e atroci delitti consumati tra i campi e i pendini di Valliani, finendo con l’assistere inermi agli ultimi, terribili giorni d’occupazione nazista.

N.B. Tutti i personaggi e gli episodi raccontati sono reali. L’autrice li ha elaborati al fine di renderli fruibili e armonizzati con la storia.

venerdì 26 aprile 2019

Ira (2) - vizi e virtù - scrittrice allo sbaraglio: Mavie Carolina Parisi




Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l'ira. Cosa dici?

Chissà se nel pianeta in cui mi hanno sbarcato è esistito un extraterrestre di nome Seneca che ha scritto qualcosa di simile al De ira?
Nel caso non avrei molte difficoltà a descriverla, sarebbero già abbastanza informati, saprebbero che l’ira trasforma l’essere umano in un animale selvaggio  con  gli occhi fiammeggianti e rossi, i peli dritti e i muscoli tesi nel desiderio di sbranare e fare a pezzi.
Se invece tra gli abitanti del pianeta non fosse mai esistito nessun Seneca, cercherei nel paesaggio locale qualcosa che possa aiutarmi a rendere l’idea, e se in quel pianeta non nascessero fulmini, onde di maremoto o bombe vulcaniche, troverei certamente in natura una manifestazione d’ira magari in alberi che lanciano con violenza i loro frutti verso chi cerca di tagliarne i rami.

Nella vita hai provato l'ira: raccontaci.


Personalmente ritengo che l’ira sia una delle manifestazioni esteriori della rabbia che è un sentimento più complesso.
La rabbia è indignazione, è risentimento; può esplodere all’improvviso o covare per anni.
La rabbia può mostrarsi all’esterno o rimanere chiusa.
E la rabbia certo, l’ho provata, parecchie volte, soprattutto quando ho subito ingiustizie o le hanno subite altri intorno a me, ma non sempre, anzi quasi mai è sfociata in ira.


Consiglia un romanzo che parla del vizio/virtù in questione e spiegaci la scelta.

Consiglierei Furore (titolo originale the grape of wrath, letteralmente grappoli d’ira) di John Steinbeck .

Ambientato negli Stati Uniti, durante la grande depressione, racconta la storia di una famiglia che come tante altre, schiacciata dai debiti contratti con le banche,  decide di lasciare il Middle West per andare in California dove spera di trovare il lavoro e dunque una vita migliore.
E’ un romanzo pervaso dalla rabbia, in primo luogo quella degli agricoltori verso lo strapotere delle banche e le avverse condizioni atmosferiche che rovinano i raccolti.
Lo consiglio perché è uno dei miei libri preferiti, una saga familiare on the road scritta con grande sensibilità e maestria.
Un romanzo che ti prende fin dalle prime pagine e non ti lascia più andare via.


Facci leggere un brano attinente.

E’ un brano tratto proprio da Furore di Steinbeck

…Niente lavoro fino a primavera. Niente lavoro.
Niente lavoro…niente denaro, niente cibo.
Ma, dico io, chi ha una pariglia di cavalli e se ne serve per arara, per coltivare, non si sognerebbe mai di metterli fuori dalle stalle e lasciarli morire di fame, quando manca il lavoro nei campi.
Ah, ma quelli sono cavalli…noi siamo uomini.
Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura, nei volti dei loro mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore.
L’erba spuntò tenerissima e distese sui colli la delicata coltre verzolina dell’annata nuova.


 Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera

Cosa c’è di più umano del vizio? Credo si abbia poca scelta, è quasi impossibile evitarli tutti, per tutta la vita. E non sarebbe nemmeno utile alla crescita delle consapevolezze necessarie ad evitarli.
Detto questo, potendo, preferirei esercitare virtù, e sono sincera.

 Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio/virtù che ti è toccato


Narrami o Diva, l’ira funesta, l’ha già scritto qualcuno?




Pubblicizza una tua creatura

Questa è la copertina del mio ultimo romanzo.
Parla di una donna di nome Rebecca che attraverso il rapporto con lo psicanalista, Ruggero Macis, ricostruisce la sua vita davanti al lettore.
E’ una donna normale, un medico, ma al contempo anche una donna disturbata.
Soffre di ossessioni, mette in atto comportamenti compulsivi, è ipocondriaca, come molti, forse più di molti.
Al di là della vicenda narrata, ciò che ho cercato di indagare è stato il significato di certi comportamenti e la possibilità che il tutto sfoci in una “guarigione”.
Liberarci da certe paure è quello che vogliamo? Sono probabilmente il frutto di sofferenze più profonde e nascoste, è giusto, è utile riportarle in superficie?





martedì 23 aprile 2019

Gola - Vizi e Virtù - scrittrice allo sbaraglio: Cristiana Iannotta




Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è il vizio della gola.

Per prima cosa, sulla Terra o su un altro mondo, che sia dietro un invito o per un’improvvisata è raro che mi presenti a mani vuote, dunque, ritenendola una buona regola, porterei un presente.
Non conoscendo i tipi alieni, porterei sicuramente un vassoio di paste tipo bignè di San Giuseppe ricchi di crema profumata e zucchero alla vaniglia, così, se proprio non dovessero fidarsi me li farebbero assaggiare e sarei felice.
Uno dei miei tanti limiti è quello di non riuscire a imparare le lingue, dunque spero di avere a disposizione un traduttore stellare. A questo punto inizierei a spiegare, bignè alla mano, che sulla Terra la gola è definito, purtroppo, vizio mentre si tratta di un piacere sublime. Per questo motivo sono sbarcata sul nuovo pianeta: la mia missione è far conoscere quanto, invece, sia importante sapersi rilassare al profumo e al gusto di una cioccolata calda, o sciogliersi al sapore dello zucchero mentre si ride con gli amici. Certo, nell’istante in cui diventa eccesso rientra in quello che si definisce vizio… ma noi, nel pianeta nuovo, sposteremo l’asticella più in là e il vizio sarà solo un lontano pensiero.

 Nella vita hai esercitato il vizio di cui stiamo parlando. Raccontaci.

Dalla risposta precedente mi sembra già ovvio. Certo che l’ho praticato, esercitato… e senza troppi ripensamenti. Sono una golosa cronica ed è curioso che mi sia capitato proprio questo vizio. Non che non ne abbia altri, però questo è quello per cui mi pento meno o, se vogliamo, il tempo giusto per ricominciare. Preciso che, per me, il vizio della gola è riferito solo al mangiare, e al mangiare dolci in primis, e non all’ingordigia di accumulare soldi, affetti e quant’altro.

Consiglia un romanzo che parla del vizio in questione e spiegaci la scelta.

Anni fa mi regalarono “Ricette immorali” di Manuel Vázquez Montalbán. Il libro, di appena 150 pagine, contiene molte ricette e ad ognuna è allegata una situazione erotica. Il mangiare e il fare l’amore sono definiti piaceri che scardinano una “cultura repressiva e preparano alla comparsa di una comunicabilità che non va sprecata”. Per l’autore cucinare, e poi assaporare e mangiare con gusto, deve essere un’abitudine per raccogliere in seguito i frutti dell’amore.
Ecco, per me, il cibo è quella cosa che più si avvicina al piacere, in senso ampio del termine. È ciò che gratifica. Riempie. Soddisfa. È quello che, a volte però, crea anche disturbi e seri problemi, come nel libro Fame di Roxane Gay. Insomma il vizio della gola è come la vita: va vissuto e goduto. Fino alla fine.

Facci leggere un tuo brano attinente.

“Le vacanze. Le vacanze vere. Le vacanze tutte di sole, piscina, mare. Di giochi. Di incontri. Di amori. Le vacanze, che di martedì erano un qualcosa di stupendo. Perché di martedi?, direte voi. Era un giorno speciale per me e mio fratello, forse l’unico giorno della settimana in cui rispettavamo al millesimo di secondo il rientro a casa, perché nonna per pranzo ci preparava le alici spinate, con le patate tagliate a rondelle, il tutto fritto dorato. Quell’unico giorno della settimana sarebbe bastato per stare bene tutto l’anno. Seduti a tavola, con l’acquolina in bocca, e con le nostre prime aspettative. Sempre soddisfatte.
Dopo anni anche io ho riprovato a fare quel piatto, ma niente, non ha niente a che vedere con le alici di nonna. Forse manca la mano, forse le dosi esatte, ma di sicuro manca solo l’amore di nonna e il sapore del suo ricordo. Unico”. Dal mio libro: “Blu e rosso. Viola.”, il primo incerto esperimento di scrittura che, però, mi è rimasto nel cuore.

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera.

Direi una via di mezzo. Sono più portata per i vizi e, per alcuni, mi riesce anche abbastanza semplice la sperimentazione, ma anelo alle virtù, anche se credo non facciano per me.

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.

“Una ola per la gola!”

Pubblicizza una tua creatura

Ho pensato che la gola, lasciando fuori il piacere di prima, a volte faccia tornare bambini.
La scoperta, la curiosità di un sapore nuovo o la gioia di uno già conosciuto. L’allegria.
Allora ho deciso di pubblicizzare il mio ultimo libro, una favola per bambini dai 6 ai 9 anni.
Non dedicato all’eccesso, ma al controllo. Di cosa? Del bullismo e dell’ecologia. Temi che interessano sia i bambini che gli adulti. Vivere in un mondo pulito e libero da plastiche, trovo che sia un bel messaggio, o un invitante biglietto da visita, anche per presentarsi ad un incontro alieno!
E poi, ora che ci penso, alla fine della storia, i protagonisti della favola organizzano una festa mangereccia… dunque, tutto torna.
La spiaggia dell’amicizia – edito da Il Ciliegio Edizioni – si trova on line: amazon, ibs, sito della casa editrice e in libreria.