Visualizzazione post con etichetta marco proietti mancini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta marco proietti mancini. Mostra tutti i post

venerdì 13 novembre 2015

Lory ha letto "Il coraggio delle madri" di Marco Proietti Mancini - Edizioni della Sera

Ci sono molti modi di raccontare la guerra. Molte angolazioni dalle quali affrontare il bagaglio di tragedie che porta con sé. E ci sono molti romanzi che parlano di guerra. Ma quello di Marco è diverso da tutti. Non ci sono scene di atrocità e sangue. Non c'è il pathos della battaglia. Nella guerra raccontata da Marco c'è l'uomo. Nella totalità del suo essere.  Ci sono le sue paure, le sue speranze. La disperata ricerca della normalità in un mondo che va allo sfascio portandosi dietro ogni cosa. 
Ma Benedetto, il protagonista della splendida epopea della famiglia Properzi, una cosa proprio non vuole dargliela alla guerra, la speranza. Quel filo sottilissimo e fragile che lo tiene legato alla vita, che lo rivuole a casa, accanto alla bella Elinu'  tra la gente del quartiere San Lorenzo che ha imparato ad amare e da cui è riamato. È questo barlume indistinto, questa tenue fiammella che lo aiuta a sopportare la durezza della guerra in Africa, della prigionia, delle privazioni  e del dolore che lo accompagnano mentre l'Europa si ribella alla follia omicida di Hitler. 
Quello di Marco non può definirsi un romanzo storico, la guerra è il fulcro dove si rincorrono  i sentimenti, i più disparati. Il vero protagonista di queste pagine imperdibili è l'amore.
Quello che lega un uomo alla propria donna. Una madre ai figli. Un padre alla propria famiglia.
L'amore che ha mille sfaccettature ma una sola verità: la semplicità. Perché non è artefatto, perché viene dal cuore. Come le pagine di questo romanzo che si snodano tra l'Africa e Roma, tra Roma e Subiaco in un alternarsi di emozioni che ci ricordano la sensibilità di questo scrittore, capace di cogliere e tradurre in parole anche le più piccole sfumature del sentimento.  
E allora anche lo stile è semplice. Perché il soggetto non ha bisogno di artifizi per arrivare alla pancia e renderci partecipi di una vita che potrebbe essere quella di tutti noi. Se amiamo.
Ho sentito il bisogno di rileggere più volte i brani di cui sono protagonisti Benedetto ed Elena. La quotidianità spesso ci porta a dimenticare ciò che ci lega al nostro partner. La complicità, l'intesa che non ha bisogno di parole. La consapevolezza di essere una cosa sola. 
Le ho rilette e mi hanno commosso, così come mi ha commosso il padre di Benedetto. Un omone di cinquant'anni, l'età della saggezza se pensiamo che parliamo di settant'anni fa, che riesce  a superare la propria ruvida timidezza, per esternare, unica volta nella sua vita, il proprio bene al figlio. C'è la grandezza della gente semplice in Bittuccio, la generosità del mondo contadino che rivive nelle pagine di Marco riportandomi alla mente l'atmosfera, i contenuti, i personaggi usciti dalla penna di Antonio Pennacchi nel suo "Canale Mussolini". 
"Il coraggio delle madri" è un romanzo che fa riflettere perché riconduce la famiglia al ruolo principe che ha avuto nel nostro passato spingendoci a riconsiderare le nostre priorità. E se anche, personalmente, non amo la scrittura che si sofferma troppo sui sentimenti, che eviscera le emozioni in tutte le sue sfaccettature, questa volta sono riuscita a superare questo mio limite, per godermi un libro che mi sento di consigliare al lettore di qualunque età, di qualunque estrazione sociale o formazione culturale. Perché il vero scopo della narrativa deve essere quello di arricchire non di insegnarci qualcosa. 

Loredana Falcone

sabato 5 aprile 2014

In attesa di Daiana (storiaccia romana)

Io e Loredana siamo romane. Lei da settordici generazioni. Io di nascita, visto che i miei genitori sono venuti al mondo più o meno nei paraggi, ma non dentro al GRA. Dicevo, io e Loredana siamo romane. Una realtà che ci portiamo dentro, una radice, una consapevolezza, un modo di essere che ci è naturale al punto da non aver bisogno di evidenziarlo. Neanche con la scrittura. Per anni ci hanno chiesto perché non ambientassimo le nostre storie a Roma. La risposta, che non abbiamo mai fornito, poteva essere che non avevamo bisogno di avere Roma sulla pagina, visto che ce l'avevamo nel cuore. Va detto, però, che ogni tanto Roma affiorava. Racconti, per lo più. "Vecchia Roma", "Estenscion", "Tresette a spizzichino". Poi due romanzi, "Fiume pagano" e "Carne innocente". Quindi, oggi, un racconto lungo: "Daiana". Il merito, o la colpa, dipende se piacerà o meno, è di Marco Proietti Mancini. Del suo entusiasmo e della sua volontà di coinvolgerci in un progetto dal titolo molto romano, "Storiacce". Una raccolta di tre racconti lunghi, con due maschiacci come Marco Proietti Mancini e Igor Artibani, e due dolci signore, come me e Loredana Falcone, per raccontare una Roma fuori dalle cartoline e dalla meraviglia dell'arte e della storia. Succede, in questi casi, che la nostra scrittura viri verso qualcosa che alle volte risulta ignoto perfino a noi. Ma non è così che deve essere, in fondo? Scrivere è creare qualcosa che non ci appartiene mai fino in fondo. La parte più profonda di noi, la parte romana, è come una sorgente nascosta, una polla che preme per uscire allo scoperto e sorprenderci. Daiana e la sua storia ci hanno sorprese. Chissà se sorprenderà anche voi.

mercoledì 17 luglio 2013

Soggettiva di ZG: Gli anni belli di Marco Proietti Mancini (Edizioni della sera)

È sempre riduttivo rinchiudere una scrittura in un aggettivo. Ma cercando una definizione per questo romanzo mi è venuto alla mente un aggettivo: fluviale. La scrittura di Marco Proietti Mancini ha una portata da grande corso d'acqua, di quelli che scorrono placidi in una valle solcata da secoli, millenni di ricordi. Un corso d'acqua che, però, mantiene intatta la memoria di cascate, torrenti impetuosi, rapide assassine. Ogni singola parola si incanala nel letto che l'autore ha scelto, voluto, creato scavando significati, aprendo parentesi, ordendo una trama che raccoglie ogni singola goccia, ogni spunto, ogni deviazione attraverso un ordito preciso. Romanzo di formazione, forse, romanzo sentimentale, di sicuro romanzo storico perché senza essere mai didascalico, restituisce lo spirito del tempo degli anni Trenta. Gli anni belli del protagonista, Benedetto, giovane scalpellino di Subiaco emigrato nella Roma con velleità da caput mundi del Fascismo. Gi anni dell'illusione che tutto possa andar bene, nonostante. Nonostante una dittatura ormai consolidata, nonostante le velleità coloniali, nonostante camicie nere e fasci littori, nonostante il potere nelle mani degli incapaci di ogni tempo. Nessuno schema, una trama scarna, solo la volontà di seguire il corso delle parole e delle emozioni. Solo la forza inesausta di una sorgente che chiede di farsi ascoltare, perché racconta una storia. Una storia piccola, di un ragazzo diciottenne che affronta la vita, che incontra l'amore, che ha idee e ideali ma anche la capacità di capire dove e quando piegare la testa. Una storia minima che impatta nella Storia di questo nostro paese e ci regala un personaggio senza tempo. Quello di un uomo che dà importanza alle cose che contano veramente: un cielo stellato, una stradina di paese, il sorriso dell'amore, l'abbraccio enorme e protettivo di una madre, la speranza nel futuro. Noi sappiamo che nel futuro di Benedetto e di tutti gli italiani come lui c'è stata una guerra atroce. Ma leggendo la sua storia, vivendola, seguendo il fiume delle parole, riusciamo a illuderci che sì, siano quelli gli anni belli.

http://www.edizionidellasera.com/wp-content/uploads/2011/06/9788897139331.png

giovedì 18 ottobre 2012

Cronisti cronici apocalittici: Marco Proietti Mancini

Dice(va) di sé: Romano del 1961. Vive di lavoro e di stipendio in una multinazionale dell’informatica e si diverte, da sempre, scrivendo. A scrivere più seriamente ha iniziato tardi, nel 2009, con la pubblicazione del primo romanzo “Da parte di Padre”.
Da allora in poi collaborazioni, recensioni, partecipazione a eventi e prefazioni per pubblicazioni di altri. Adesso è in attesa di pubblicare il secondo romanzo, seguito del primo, e poi ci sono già pronti un altro romanzo e una raccolta di racconti. In mezzo a tutta questa frenesia, ovviamente, continua a campare del lavoro e dello stipendio della multinazionale. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire, nel caso dei malati di scrittura non muore proprio mai.

Diciamo di lui: Nel frattempo ha pubblicato la raccolta di racconti (o romanzo emozionale) "Roma per sempre" (Edizioni della Sera) ed è esploso. In tutti i sensi. Viaggia in tutta Italia, manco fosse Renzi alle primarie. Spamma a diluvio al punto che Alemanno e Gabrielli danno allerta meteo un giorno sì e uno no. Ha capito che scrivere gli compete e sta alleprato per i prossimi dodici romanzi. Non siamo certi che, in questa orgia letterario-narcisistica, riusciremo ad averlo con noi nella presentazione romana delle Cronache. Sta di fatto che il racconto "Ogni venerdì" merita a prescindere dal fatto che lui ci abbia fornito una foto decisamente fuori fuoco, sia carico di braccialetti e anelli che neanche Fabrizio Corona e si emozioni come un pupo a ogni presentazione.

giovedì 13 settembre 2012

Il fascino letterario del panino con la salsiccia.

La scena si svolge a Roma, zona periferica a due passi dalla Tiburtina. Parchetto cittadino, più sterrato che verde, ma con panchine, giochi per bambini, una pista per pattinare. Tira vento e trasporta in cielo nuvoloni, ma il tempo pare regga. Nella zona centrale del parchetto c'è una piccola piazza lastricata, gazebo bianchi, banchetti e qualche sparuto manifesto a spiegare che si tratta del Flep, Festival delle letterature popolari. Musica a palla. Libri. Non moltissimi, per la verità. Uno degli editori che spongono spiega che dovevano essere molti di più, poi qualcuno ha rinunciato. Comunque, movimento ce n'é. Un po' le mamme che portano al parco i bambini. Un po' i giovani, quelli con la borsa a tracolla, la sciarpa etnica d'ordinanza e il bicchiere di plastica pieno di vino rosso che fa tanto happening. Un po' gli addetti ai lavori (leggi autori, editori, ragazzi che devono gestire gli stand, organizzatori). Un po' gli anziani. La musica è infernale, quasi impedisce di parlare. Di leggere no, se sei bravo ad astrarti. Così succede che ti siedi, cancelli i decibel sfondatimpani e l'aroma bruciaticcio delle salsicce che rosolano, prendi il libro per cui sei lì (Roma per sempre di Marco Proietti Mancini, Edizioni della Sera) e cominci a leggere.
"E' libera quella sedia?"
Alzi gli occhi. Uomo. Anziano. Evidentemente in vena di chiacchiere. Preferiresti di no, ma annuisci. Poi torni alle pagine, Marco ti sta raccontando di un giro in scooter per Roma e tu lo segui assorta, vedendo la tua città come mai prima.
"Di che si tratta?"
Alzi gli occhi. L'uomo anziano ti sta guandando.
"Chiedevo, di che si tratta? E' un mercatino?"
Beh, le bancarelle ci sono pure, ma lo vedrebbe anche un cieco che sono cariche solo di libri.
"E' il festival delle letterature popolari", rispondi. E ritorni alla pagina dove Marco, dallo Zodiaco, sogna di fare l'amore con Roma sdraiata e discinta.
"Ah, allora solo libri..."
Alzi gli occhi. Lo sguardo da inceneritore.
"Cosa c'è di meglio?", provochi.
"Ah, guardi, non lo dica a me. Ho tre lauree io. Ma proprio per questo poi con i libri ho chiuso."
E non fa una piega, siete d'accordo?
Vorresti tornare a leggere, ma sai che non è possibile. L'uomo ormai è lanciato.
"Per attirare la gente ci vuole altro. Non so, un po' di musica."
Avete davanti un sistema di amplificazione e un microfono che preludono a una qualche esibizione. E la musica, martellante e insopportabile è ovunque grazie agli altoparlanti.
"Magari un po' di teatro."
"I libri non bastano?", chiedi. "Cosa c'è di più bello del leggere?" (a parte non trovarsi accanto un rompicoglioni, aggiungeresti, ma tralasci).
"Guardi, non lo dica a me (e sono due!). Io mi sono portato questo."
Esibisce un libercolo vecchio e attorcigliato, spessore iPhone, tanto per essere moderni. E' una dispensa sulla storia d'Italia, una di quelle che alle volte regalavano con i quotidiani.
"L'ho letto un sacco di volte, ma me lo rileggo per ricordarmi come è stata fatta l'Italia."
Annuisci e ributti lo sguardo sul racconto di Marco che ti chiama a gran voce.
"Ma la gente ha bisogno di altro. Una piccola esibizione, magari un drink, uno spuntino..."
Alzi gli occhi, ancora. Il fumo delle salsicce è ovunque e satura l'olfatto, ma forse l'uomo ha il raffreddore.
"Penso che a breve provvederanno a esporre panini con la salsiccia", rivelo.
Gli occhi dietro gli occhiali si illuminano come mai farebbero per una copertina.
"Ecco, lo vede? Ci vuole il richiamo per la gente. Ma dove..."
Lo previeni. Punti l'indice in fondo alla piazza, lì dove si elevano le fumigazioni gastronomiche. Un attimo e sei libera. Saperlo prima...

giovedì 12 luglio 2012

Fiume pagano nella recensione di Marco Proietti Mancini


Ci sono storie, romanzi, che scorrono come scorrono i fiumi. Non tutti i fiumi scorrono nello stesso modo. I fiumi di montagna scendono giù impetuosi, saltano le rocce, cadono, sbattono, la loro acqua è tanto trasparente e pura da sembrare non esserci. I fiumi di montagna sono come ragazzini immaturi, pensano solo a divertirsi, a correre via, non si fermano un istante, non si godono un momento di vita e consumano tutto quello che incontrano sulla loro strada
Poi ci sono i grandi fiumi di pianura, quelli che scendono lenti, gravidi di tutto quello che accumulano nel loro viaggio. Una pagliuzza strappata via da un torrente si distrugge in un metro, una pagliuzza presa – non strappata – dal corso di un fiume che scorre in pianura, quella arriva fino al mare.

Tra i fiumi di pianura quello che amo di più è il Tevere. Ma va? Bella forza, è il mio fiume, il fiume della mia Città (Eterna). Ma non è solo campanilismo. Il Po se lo dividono in tanti, come l’Arno. Il Tevere invece è solo di noi romani. Il Tevere nasce in Romagna, passa in Toscana, in Umbria e poi finalmente arriva nel Lazio, 405 chilometri in quattro regioni, eppure, manco a farlo apposta, per toccare una città deve arrivare quasi alla fine. Quindi il Tevere fino a Roma non è un cazzo, poi diventa il fiume Sacro, e che sia Sacro non c’è dubbio. Sacro per i pagani, come per i Cristiani.

Ecco “Fiume Pagano” di Laura Costantini e Loredana Falcone – Historica Edizioni – non è un romanzo, e non è un fiume. E’ tutte e due le cose. E’ una storia gialla, vera, ambientata ai giorni nostri, con tanti morti, qualche assassino (si, qualche, non uno solo) e con un movente che non nasce oggi, ma nasce qualche decina, tante decine, di secoli fa. “Fiume Pagano” è come il Tevere, E’ il Tevere. Porta dentro un sacco di cose, tutte insieme, che uno può anche pensare che stanno male messe insieme. Invece sbaglia, perchè quando vedi scorrere un fiume, gonfio e rabbioso, o lento e pigro, e vedi che porta dentro tutto e di tutto, pensi che ci sta bene tutto dentro alla corrente, le storie nuove e quelle vecchie, i Santi e i bastardi, le mignotte e le vergini. Dentro i tremila anni di storia (quella conosciuta) di questo fiume c’è la storia di Roma e dei romani. Che se vai a grattare sotto i vestiti fighetti sono ancora quelli rozzi e prepotenti di tremila anni fa.

“Fiume Pagano” è un libro potente, eppure semplice, arrogante eppure cinicamente autoironico. Ogni  personaggio è complementare all’altro, la ragazza ricca e la zia popolana, il carabiniere che ancora ci crede e il vecchio giornalista che ormai non ci crede più, il laureato che “si accontenta” ed il rampollo che sotto la presunzione nasconde la speranza. In “Fiume Pagano” Laura e Loredana prendono tutto e lasciano che sia la corrente della storia, del fiume, a trasportarlo verso la foce, la fine. Dove nulla finisce e tutto può ricominciare.

Laura Costantini e Loredana Falcone sono l’emblema, l’icona del fallimento di una mia convinzione; io che quando scrivo litigo perfino con me stesso, ero convinto che da una collaborazione a quattro mani non potesse uscire nulla di buono. E che cazzo, di Fruttero&Lucentini ne abbiamo già avuti due (ambo!), Guccini & Machiavelli? Si va be’, li ho letti, mi sono pure piaciuti tanto, ma lì alle spalle c’è Mondadori, una megaredazione, e c’è pure profumo di marketing editoriale, che sistema ed aggiusta gli sfridi. Qui invece ci sono Costantini & Falcone, si sente l’odore del sudore dell’anima e si vedono le macchie di inchiostro sulle dita. Insomma, ancora una volta, chiusa l’ultima pagina mi è venuto da dire, ma perchè devo trovare in libreria tanta merda di carta sprecata ed invece per trovare questo bel libro ho dovuto ordinarlo? Si lo so, domanda inutile. Il problema non è la “piccola editoria”, il problema è la “grande distribuzione”.

Vabbè, Suggerimento; cercatelo, ordinatelo, leggetelo.

giovedì 17 maggio 2012

Soggettiva di ZG: Da parte di padre di Marco Proietti Mancini

Questo romanzo è stato pubblicato, per ingenuità dell'autore, con una casa editrice che non voglio neanche nominare. Di solito di questo genere di pubblicazioni non parlo, per principio. Ma come ho avuto modo di dire in altri post, il male assoluto in editoria è altro. E' il market(t)ing imperante. Quindi voglio dare a Cesare quel che è di Cesare. E questo "Da parte di padre" è un bel libro.

Credo esista una scrittura buona e una scrittura professionale. Un lettore attento e non sviato da considerazioni personali o di interesse (tipo amico scrittore che può darti qualche dritta e quindi lo devi trattare bene a prescindere) se ne accorge subito. Quella dell'autore è una scrittura professionale. Mai, neanche per un istante si pensa all'esordiente. Mai si incappa in un'ingenuità di quelle che fanno sgamare il neofita. C'è qualche refuso, un gli riferito a una donna, ma son peccati veniali. Sa scrivere, Marco Proietti Mancini. E sa raccontare, che è ancora più importante. Ha quel talento affabulatorio che cattura l'attenzione del lettore e lo conduce dove vuole essere condotto. Raccontare è la parte più importante di questo mestiere (vogliamo chiamarlo così?). E' forse l'unica cosa che conta veramente (fatta salva la conoscenza professionale del mezzo, ovvero della lingua italiana). Ho amato la storia che ha raccontato, ho palpitato per le vicende dei suoi antenati. Mi sono incazzata per come venivano trattate le donne (quel passo di Antonia che non mangia a tavola con la famiglia ma in un angolo per poter scattare a riempire piatti e bicchieri dei maschi m'ha mandato il sangue al cervello, ma è storia, purtroppo). Mi sono inferocita con quello stronzo fascista di Bergamo e ho gioito quando lo hanno fottuto. Ho amato moltissimo Benedetto, l'ultimo Benedetto, lo scalpellino che approda a Roma. Che bel personaggio. Anche Bittuccio ha un grande spessore. E poi Menica, Nazareno. Non so se questo romanzo avrebbe trovato spazio nell'editoria vera, quella non a pagamento, ma il dubbio è dovuto solo a come vanno le cose oggi: troppo lungo, troppo slegato dalle mode del momento. Comunque da leggere.