Sono in Rete da quanto? Era il 2006.
Il Giurassico, se si parla di web.
Aprimmo un blog subito dopo aver pubblicato il nostro primo romanzo.
Senza pagare una lira. Senza promozione. Senza essere in libreria. Senza un lavoro di editing da parte dell'editore. Senza.
Nel suo piccolo fu un successo: 700 copie vendute col passaparola. Gente che capisce di editoria mi dice che ci sono case editrici importanti che stapperebbero lo champagne.
Ma parlavamo del blog. Misconosciute, cominciammo a muoverci nella giungla del web. E incontrammo subito subito le belve feroci. Non i troll, quelli tutto sommato sono innocui. Proprio le belve, Le iene, meglio.
Chi sei tu? Che vuoi? Come ti permetti di scrivere? Perché scrivi? Chi ti ha detto di scrivere? E, soprattutto, lo sai che quello che scrivi è merda?
Se ti azzardavi a chiedere se avessero per caso letto prima di...
Ma che cazzo vuoi? Ma perché ti devo leggere? Mi fai schifo, sei un'esordiente, tu inquini il mondo delle lettere con la tua stessa esistenza.
All'inizio ci soffri. Tanto. Ti deprimi. Ci piangi pure, sì, lo dico senza vergogna. Poi capisci. Ci metti tempo, ma capisci che è un gioco delle parti. Dove le iene in questione sono quelli che bordeggiano sul confine dell'editoria senza riuscire a imboccare. E schiumano di rabbia e vedono quelli che, come loro, hanno intenzione di provarci, come avversari. Nemici. Da abbattere prima che sia troppo tardi.
Passa il tempo. Pubblichi qualche altro libro. A tuo modo, nel tuo microbico, ti affermi. Qualcuno comincia a pensare che forse anche tu hai qualcosa da dire. Ma anche che, per essere ammessa nel consesso, devi ascoltare i consigli di caio, di tizio, di sempronio.
Chi ti invita al corso di scrittura, chi ti iscrive alle 2500 lezioni su come si scrive un romanzo, chi ti spulcia le virgole alla ricerca dell'errore.
E se dici: no, grazie, eccoti lì.
Non hai umiltà, sei come tutti gli esordienti. Devi scrivere di quello che conosci (e tu che ne sai di quello che conosci io?), devi ambientare le tue storie nella tua città, devi usare nomi comuni, non devi avventurarti in territori sconosciuti!
Ma la scrittura non è crescita? Non è esplorazione?
E tutti a ridere.
Eccone un'altra (nel nostro caso due) che pretende di aver scritto il best seller, che dice di non aver nulla da imparare.
Mai detta una cosa del genere. Mai.
Anche perché per me, per noi, la scrittura è studio e documentazione oltre che istinto.
Ma che scrivi a fare? Lo sai che nessuno legge?
Lo so, ma io, noi, di libri ne leggiamo tantissimi.
Non conta. E poi si sa che gli scrittori non leggono, sono i primi a non leggere.
Ma veramente noi leggiamo proprio molto, sul serio.
Sì, magari è vero, ma chi lo dice che voi siete scrittrici?
Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa. Uno che può produrre rendiconti di vendite da migliaia di copie e di euro. UNo scrittore è uno che lascia il segno. Uno scrittore è uno che scala le classifiche et cetera et cetera.
'Sta cosa è talmente diffusa che conosco, conosciamo, scrittori che non si definiscono tali: scrittenti, autori, narratori, scribacchini, c'ho-la-tastiera-ma-è-solo-un-caso.
Serve? No, non serve.
Perché il passo successivo è: perché vuoi pubblicare?
Non è che voglio, c'ho provato, ci siamo riuscite. E' una colpa?
Sì, è una colpa. Perché escono settordicimila nuovi titoli al minuto e voi, brutte stronze, dovete lasciare spazio agli scrittori. Quelli veri.
E quali sono quelli veri?
Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa...
Vi risparmio il resto, ma il cerchio si chiude. E si chiude su tutti coloro che producono post per invitare tutti gli altri a NON scrivere e NON pubblicare perché, pensano, così resta spazio per i loro libri.
Dal 2006 a oggi sono la bellezza di otto lunghissimi anni che mi sento, ci sentiamo, ripetere le stesse cose in salse assortite.
Su blog, su status, su giornali, su qualsiasi supporto possibile.
E ci siamo abbondantemente scocciate, stufate, annoiate, appesantite, sguallariate.
Non chiedo, non chiediamo, agli altri perché scrivono e neanche perché pubblicano.
Ogni libro che esce può essere, e spesso lo è, un'occasione di arricchimento spirituale o di intrattenimento.
Ritengo, riteniamo, che nel momento in cui qualcuno si arroga di decidere chi ha il diritto di scrivere e chi ha il diritto di pubblicare, qualcosa è andato drammaticamente storto.
Quindi facciamocene una ragione. Siamo un popolo di aspiranti scrittori? Vivaddio. Aggiungerei che magari lo fossimo sul serio.
Chi ama scrivere riflette prima di parlare.
E chi si riflette prima di parlare evita di inquinare le menti e gli spazi altrui con sentenze non richieste.
Chi scrive arricchisce anche te. Digli di continuare.
I nostri libri
Pagine
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mercoledì 3 dicembre 2014
sabato 22 novembre 2014
La forza. Del tempo, della vita,
Abbiamo tutti l'impressione che il tempo voli via, ci sfugga tra le dita senza che ce ne accorgiamo. Ma basterebbe fermarsi a pensare. Oggi è un semplice 22 novembre, niente di speciale, un giorno come mille altri. Ma ripenso al 22 novembre dello scorso anno. Dov'ero? In un posto di lavoro dove niente di me, dalla mia professionalità alla mia presenza fisica, veniva apprezzato. Cosa pensavo? Avevo paura. Sì, paura. Perché avevo passato una selezione interna e sapevo che era una vittoria/sconfitta che mi avrebbe costretta a rivoluzionare la vita, mia e dei miei cari. Aspettavo il 25 novembre perché, insieme a Loredana, sarei stata insignita del titolo di ambasciatrice del Telefono rosa grazie alla nostra scrittura, allo splendido progetto "Nessuna più" e a Marilù Oliva. L'avrei pagato, questo riconoscimento, con insulti e puerili persecuzioni online da parte di alcuni "maschi" (non uomini) offesi dal mio impegno per le donne e contro la discriminazione di genere. L'avrei pagata, la vittoria nella selezione, con lunghi tragitti in macchina (e non sapevo quanto lunghi sarebbero diventati) e con lacrime e singhiozzi sfogati nel chiuso dell'abitacolo per poi sfoggiare un sorriso finto che infondesse coraggio a chi mi vuole bene. Non è vero che il tempo vola. Quel 22 novembre di 12 mesi fa è lontano quanto la più lontana delle galassie e nessun warmhole (cit. Interstellar) e nessuna velocità di curvatura (cit. Star Trek) potrebbe renderlo più vicino. Ero un'altra persona. E come spesso mi è accaduto nella vita, se mi volto indietro mi stupisco di come sono riuscita ad affrontare cambiamenti, sfide, assenze. Tendo, tendiamo credo, a sottovalutare la forza che possiedo, che possediamo. Un anno da allora. Otto mesi e 4 giorni da quando non vivo più nella mia città e con la mia famiglia. Tempi infiniti, vite intere. Da assaporare, comunque. Perché sono giorni di vita che nessuno mi, ci, restituirà. Dobbiamo viverceli, nel bene e nel male.
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domenica 21 luglio 2013
L'importanza del dirsi cinico
Il dizionario ci dice che il significato, non filosofico, del termine CINISMO è: "Atteggiamento di ostentata indifferenza, di beffardo disprezzo verso la morale, i sentimenti, gli ideali umani". È un atteggiamento che non mi appartiene. Diffido dell'ostentato disprezzo, tanto più se condito dall'aggettivo beffardo. Eppure questo atteggiamento va per la maggiore. Me lo ritrovo davanti in continuazione, in ogni contesto, reale, virtuale, lavorativo e non.
Io: "Hai sentito Tizia? È stata malissimo..."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Perché, tu ci credi?"
Io: "Ho parlato con Sempronio, ha detto che si spenderà per darci una mano."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Seeee, come no..."
Io: "Ti ricordi Caio? Ho letto il suo libro, mi è piaciuto e gliel'ho detto. Mi ha ringraziato tanto."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Credici, se ti fa piacere, ma non gliene frega un cazzo."
Io: "Ho fatto una proposta di lavoro e mi sembra che sia piaciuta molto. Mi daranno una risposta domani."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Ma ci fai o ci sei?"
Il signor Interlocutore avrà sicuramente ragione, ma per quanto mi riguarda lui e il suo sorrisetto beffardo possono abbracciare forte il loro inossidabile cinismo e andarsene caldamente a... (Scegliete voi dove. Giuro che non sorriderò beffarda).
Io: "Hai sentito Tizia? È stata malissimo..."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Perché, tu ci credi?"
Io: "Ho parlato con Sempronio, ha detto che si spenderà per darci una mano."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Seeee, come no..."
Io: "Ti ricordi Caio? Ho letto il suo libro, mi è piaciuto e gliel'ho detto. Mi ha ringraziato tanto."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Credici, se ti fa piacere, ma non gliene frega un cazzo."
Io: "Ho fatto una proposta di lavoro e mi sembra che sia piaciuta molto. Mi daranno una risposta domani."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Ma ci fai o ci sei?"
Il signor Interlocutore avrà sicuramente ragione, ma per quanto mi riguarda lui e il suo sorrisetto beffardo possono abbracciare forte il loro inossidabile cinismo e andarsene caldamente a... (Scegliete voi dove. Giuro che non sorriderò beffarda).
venerdì 7 giugno 2013
Di compleanni, di vita, di scelte e di speranze
Tra pochi giorni sarà il mio compleanno. Un compleanno importante. Uno di quelli che ti spingono a girarti e guardare la strada che hai percorso, come quando in montagna sei quasi in cima e ti stupisci di quanto sei riuscito a salire senza crollare. Il tempo è una cosa strana, si dilata, si accorcia, compie delle strane giravolte, alle volte sembra divertirsi a riproporti situazioni, errori da compiere o scelte. Esattamente dieci anni fa sono stata costretta a voltare le spalle a una fetta della mia vita, a un lavoro, a delle persone. Fu doloroso, ma inevitabile. Fu doloroso, ma giusto. Lo rifarei, anche se oggi, con dieci anni di più sulle spalle, avere quel coraggio mi sembra impossibile.
Eppure. Ho sempre pensato che il segreto per rimanere giovani e vitali e per fregarsene dei numeri che si accumulano sulla torta di compleanno, sia continuare ad avere degli obiettivi. E, oggi più che mai, obiettivi ne ho. Tanti o forse uno solo. Mi siedo qui, sul tornante del mio imminente compleanno e contemplo la strada percorsa.
Volevo essere giornalista e sembrava, quando avevo solo 11 anni, una velleità non diversa dal compagno di scuola che voleva fare l'astronauta. Eppure ce l'ho fatta. Ho scritto sui giornali, lavoro in televisione, sono iscritta all'albo da 13 anni, ho conosciuto persone comuni e cosiddetti Vip e da ogni incontro sono uscita arricchita. Non è stato un sentiero facile, piuttosto un viottolo scalcinato affiancato alla comoda strada maestra che altri percorrono con meno fatica e più soldi. Ma non è detta l'ultima parola.
Volevo essere scrittrice e sembrava, quando avevo solo 8 anni e componevo favole su un quaderno o quando ne avevo 14 e rubavo tempo allo studio insieme a Loredana per immaginare viaggi interstellari con tutta la nostra classe liceale, velleitario quanto la compagna di scuola che voleva fare l'attrice. Eppure ce l'ho fatta. Ho pubblicato nove libri, non con grandi case editrici, certo. Ma ho, abbiamo, avuto riscontri importanti oltre che positivi. Ho, abbiamo, ricevuto la stima di scrittori che, in un ambiente che passa per un covo di vipere invidiose, ci hanno dimostrato amicizia sincera (ricambiata) e ci stanno aiutando. Non è stato un sentiero facile, piuttosto un vicoletto dignitoso che corre accanto alla strada luccicante del successo, che altri hanno imboccato al primo colpo. Ma non è detta l'ultima parola.
Volevo essere una donna amata. E le scelte sentimentali che ho fatto mi hanno fruttato, spesso, sofferenza. Ma le strade del cuore, seppur tortuose, la svolta giusta la trovano da sé. E io l'ho trovata.
Volevo essere una persona corretta, un'amica leale, una mente coerente, una figlia affettuosa, una sorella e una zia presente. I fatti mi dicono che anche questi obiettivi sono stati raggiunti, non senza difficoltà, ma con costanza e dedizione.
Adesso posso tornare a guardare avanti, al tornante del mio imminente compleanno e a tutta la strada che, spero, verrà dopo. Non la percorro da sola e questo la rende più lieve, la rende bella, la rende divertente e interessante.
Sarò un'illusa, ma io ci credo che il meglio debba ancora venire.
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venerdì 19 aprile 2013
Spingi, scrittore, spingi
Questo post è ispirato a una citazione di Zafon per il quale ispirazione vuol dire sudore, mal di testa da spremitura di meningi e sofferenze assortite. Se la pensate come lui, astenetevi.
Mi capita spesso, molto spesso, troppo spesso, di sentir perpetuare sul web lo stereotipo dello scrittore macerato. Che non vuol dire prendere uno che scrive e metterlo a bagno in alcool e zucchero per i prossimi 40 giorni. Vuol dire che colui (o colei, ma si usa sempre il maschile/maschio/omino) il quale si fregia del titolo di scrittore, spesso aggiunto dopo nome e cognome dell'intestazione del profilo FB (o, peggio, del fan-club autogestito), soffre. Sì, amici, romani, concittadini, egli soffre. Soffre perché, posto davanti a uno schermo bianco da riempire digitando, egli si contorce, suda, si spreme, iperventila... No, non è un parto (occhio, ricordare sempre che egli è maschio), sembra piuttosto una colica intestinale. Alla fine della quale egli comunica all'universo mondo che ha evac... sorry, prodotto un incipit, dieci pagine, la parola fine, insomma qualcosa di letterario. Occhio, ancora, non di narrativo, di letterario. La differenza è fondamentale. Vado a spiegare: narrativo attiene alla narrazione, al contar storie, è una roba leggerina ancorché avvincente. Intrattiene il lettore. Lo sentite come suona volgare? Intrattenere il lettore, orrore! Lo scrittore, quello vero, quello con la S maiuscola, quello che soffre, non intrattiene. Mai. Lui perpetua il verbo, instilla verità, spinge alla riflessione, fa soffrire. E soffre. Ha da soffrì, credo sia inserito nel contratto di edizione, articolo 7 b: Tizio e Caio, da qui in poi detto Autore, garantisce alla pizza e fichi editions, da qui in poi Editore, che non si asterrà, per nessun motivo, dal soffrire, sudare, vergare col suo proprio sangue la pagina bianca. E i lettori, spesso frequentatori del web, finiscono col crederci e convincersi che così debba essere: scrittura=sofferenza ---> lettura=chedduepalle. Quando poi capita una persona che scrive e che a scrivere si diverte proprio e che scrivere le viene proprio facile e che insomma intrattiene se stessa e poi anche i lettori (lettori felici, pensa un po') il passo successivo è così strutturato: occhiata incredula che vira sullo sdegnato, arriccio di labbro laterale e sentenza più definitiva della Cassazione: ah, ma tu non scrivi, tu fai narrativa di intrattenimento.
Un marchio a fuoco, fidatevi.
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lunedì 4 marzo 2013
Erase e rewind
Cancella e riavvolgi. E' anche il titolo di una bella canzone, ma in questo caso è una sorta di viatico che intendo dare a me stessa e a questo spazio. Ho il brutto difetto di crederci, nelle cose e nelle persone. E ogni tanto credo nella cosa o nella persona sbagliata. Così succede che uno pensa di essere a buon punto su una certa strada e invece scopre di essere a un pessimo punto su un sentieruncolo sconnesso. Poco male, se riesci a capirlo e se hai la forza necessaria a cancellare e riavvolgere. Ancora una volta.
In soldoni:
- pensavo che questo blog potesse entrare a far parte di un progetto innovativo, che innovativo non è per niente e ripropone sempre le solite solfe su chi deve decidere cosa, ergo questo blog rimane esattamente quel che è: un luogo dove io (spesso) e Loredana (raramente) mettiamo su carta virtuale stati d'animo, riflessioni e quello che ci passa in quel momento per la mente e sotto gli occhi, libri compresi;
- pensavo di avere un rapporto di fiducia con una persona che credeva nel nostro lavoro, mi sbagliavo e da questo deriveranno dei cambiamenti;
- pensavo che il mio entusiasmo nel dare spazio a tutto ciò che di bello incontro sulla mia strada, anche e soprattutto libri di autori che hanno bisogno di visibilità, dovesse per forza di cose creare una sinergia;
- pensavo che chi diceva di credere nel nostro lavoro, volesse anche impegnarsi per quel lavoro;
- pensavo, e questa è la cosa più grave di tutte, l'errore peggiore, che ci fossero molte più persone come me e non ce ne sono.
Detto questo, e senza annoiarvi ulteriormente, erase e rewind. Al netto delle delusioni restano alcuni punti fermi: Loredana Falcone e il valore della nostra scrittura. Tutto il resto è fuffa.
In soldoni:
- pensavo che questo blog potesse entrare a far parte di un progetto innovativo, che innovativo non è per niente e ripropone sempre le solite solfe su chi deve decidere cosa, ergo questo blog rimane esattamente quel che è: un luogo dove io (spesso) e Loredana (raramente) mettiamo su carta virtuale stati d'animo, riflessioni e quello che ci passa in quel momento per la mente e sotto gli occhi, libri compresi;
- pensavo di avere un rapporto di fiducia con una persona che credeva nel nostro lavoro, mi sbagliavo e da questo deriveranno dei cambiamenti;
- pensavo che il mio entusiasmo nel dare spazio a tutto ciò che di bello incontro sulla mia strada, anche e soprattutto libri di autori che hanno bisogno di visibilità, dovesse per forza di cose creare una sinergia;
- pensavo che chi diceva di credere nel nostro lavoro, volesse anche impegnarsi per quel lavoro;
- pensavo, e questa è la cosa più grave di tutte, l'errore peggiore, che ci fossero molte più persone come me e non ce ne sono.
Detto questo, e senza annoiarvi ulteriormente, erase e rewind. Al netto delle delusioni restano alcuni punti fermi: Loredana Falcone e il valore della nostra scrittura. Tutto il resto è fuffa.
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giovedì 31 gennaio 2013
Noi che sempre al momento sbagliato
Siamo nati negli anni '60 del secolo scorso. Ci hanno chiamati baby-boomer perché figli del boom economico, della scarsa programmazione Rai, della voglia di ricostruire il paese dopo le macerie della guerra. Siamo tanti. Siamo troppi. A scuola portavamo il grembiule col fiocco e facevamo i doppi turni, mattina o pomeriggio. Se andavi di pomeriggio eri quello sfigato, quindi circa la metà di noi si sono portati lo stigma della sfiga fin da allora. A casa non si dicevano parolacce, si rispettavano i genitori, lo scappellotto era educativo, gli anziani erano il verbo. E si era anziani già a 50 anni. Le madri erano quelle che prima di entrare in casa dei parenti per l'invito a cena ti si accosciavano davanti e con lo stesso sguardo della protagonista dell'Esorcista, scandivano: "Guai a te se mangi troppo, guai a te se prendi i dolci, guai a te se mi fai fare una brutta figura!" Quindi, a stomaco serrato, eravamo liberi di entrare, metterci seduti e, massimo della libertà, lasciar cadere la testa addormentata sul tavolo mentre i grandi parlavano, del tutto indifferenti alla nostra noia o voglia di alzarci e di giocare.
Troppo giovani per il '68, del '77 non ci abbiamo capito poi molto, a parte che parlare in tre per strada era pericoloso perché gli sbirri ti beccavano per adunata sediziosa. Ma solo se avevi le polacchette, il maglione, l'eskimo e la tolfa. Se portavi il bomber e i camperos potevi essere anche in venti e tutto si risolveva in una simpatica riunione tra amici.
Quelli che non si sono beccati pallottole vaganti durante una manifestazione, quelli che non si sono persi dietro un buco d'eroina, quelli che non si sono lasciati incantare dalla sirena dell'estremismo, hanno visto morire Aldo Moro, hanno letto cronache di gente che veniva gambizzata ma hanno continuato a pensare che se tu non ti occupi di politica, è la politica che si occupa di te. Intanto crescevamo. Abbiamo studiato, quasi tutti. Ci siamo laureati, quasi tutti. Il percorso ci era stato descritto e fornito come viatico: liceo, laurea, concorso, posto fisso.
L'ho già detto che siamo tanti? L'ho già detto che siamo troppi?
Fossimo nati un cinque-dieci anni prima sarebbe stato tutto diverso. Ma quando noi abbiamo cominciato a frequentare assurdi concorsi per posti nelle pubbliche amministrazioni con 300 possibilità per 100mila candidati (non sto esagerando, è capitato a me), le cose già stavano cambiando. Erano gli anni '80. Fighissimi, chi lo nega? Ci si vestiva colorato, la musica era stupenda, tutto sembrava possibile, il mondo era ai nostri piedi, bastava avere iniziativa. Co' 'sta storia dell'iniziativa, dell'imprenditoria, della flessibilità ce l'hanno messo in quel posto. Perché, scusate la ripetizione, i posti fissi erano finiti, catturati dai nostri coetanei dotati di opportune conoscenze. Gente che negli anni '70 era sulle barricate con una molotov in mano, grazie a mamma e papà negli anni '80 era su una Porsche con in mano una ventiquattrore e una poltrona comoda in banca.
Però ci credevamo ancora, eh... Altroché se ci credevamo. Con Craxi l'Italia era o non era una superpotenza? E allora? Allora facevamo i tre mesi alle Poste, spedivamo curricula cartacei a suon di francobolli, partecipavamo a concorsi. Nel frattempo, chi aveva un lavoro e un amore, si sposava e faceva pure i figli. Pochi, per la verità, che i figli nostri costavano e costano un'enormità. E ci proponevamo di essere genitori diversi da quelli che avevamo avuto e che nel frattempo, sempre più avanti negli anni, continuano a trattarci come ragazzini, a dirci di non far fare loro brutta figura... e a mantenerci. Eh sì. Perché nel frattempo la parabola del capitalismo ha cominciato la discesa, già negli anni '90, e la flessibilità/iniziativa personale è diventata co.co.co, co.co.pro, apprendistati, lavoro nero, precariato. Ma parlavamo di figli. Ora, nessuna madre della nostra generazione chiuderebbe lo stomaco del figlio a suon di minacce e, memore degli scappellotti e del lancio di cucchiarelle o zoccoli, nessuna mai alzerebbe un dito sul frutto dei propri lombi. Volevamo essere genitori migliori, giusto? Ebbene, abbiamo tirato su una generazione di smidollati, incapaci di avere un progetto di vita, impreparati perfino alla domanda: vuoi un sofficino o un uovo sodo?, sempre pronti alla rispostaccia. Con tutti: genitori, nonni, estranei, anziani, professori. Non rispettano nessuno. Soprattutto non rispettano noi.
Quindi, tirando le somme:
- non abbiamo avuto il posto fisso
- non abbiamo avuto una società più giusta
- non abbiamo avuto un ruolo nella società
- non abbiamo visto avverarsi i nostri sogni
- non ne abbiamo azzeccata una.
Presi a pizze dai genitori e ignorati dai figli, mai avuta voce in capitolo. Noi che (direbbe quel nostalgico di Carlo Conti) sempre al momento sbagliato.
Troppo giovani per il '68, del '77 non ci abbiamo capito poi molto, a parte che parlare in tre per strada era pericoloso perché gli sbirri ti beccavano per adunata sediziosa. Ma solo se avevi le polacchette, il maglione, l'eskimo e la tolfa. Se portavi il bomber e i camperos potevi essere anche in venti e tutto si risolveva in una simpatica riunione tra amici.
Quelli che non si sono beccati pallottole vaganti durante una manifestazione, quelli che non si sono persi dietro un buco d'eroina, quelli che non si sono lasciati incantare dalla sirena dell'estremismo, hanno visto morire Aldo Moro, hanno letto cronache di gente che veniva gambizzata ma hanno continuato a pensare che se tu non ti occupi di politica, è la politica che si occupa di te. Intanto crescevamo. Abbiamo studiato, quasi tutti. Ci siamo laureati, quasi tutti. Il percorso ci era stato descritto e fornito come viatico: liceo, laurea, concorso, posto fisso.
L'ho già detto che siamo tanti? L'ho già detto che siamo troppi?
Fossimo nati un cinque-dieci anni prima sarebbe stato tutto diverso. Ma quando noi abbiamo cominciato a frequentare assurdi concorsi per posti nelle pubbliche amministrazioni con 300 possibilità per 100mila candidati (non sto esagerando, è capitato a me), le cose già stavano cambiando. Erano gli anni '80. Fighissimi, chi lo nega? Ci si vestiva colorato, la musica era stupenda, tutto sembrava possibile, il mondo era ai nostri piedi, bastava avere iniziativa. Co' 'sta storia dell'iniziativa, dell'imprenditoria, della flessibilità ce l'hanno messo in quel posto. Perché, scusate la ripetizione, i posti fissi erano finiti, catturati dai nostri coetanei dotati di opportune conoscenze. Gente che negli anni '70 era sulle barricate con una molotov in mano, grazie a mamma e papà negli anni '80 era su una Porsche con in mano una ventiquattrore e una poltrona comoda in banca.
Però ci credevamo ancora, eh... Altroché se ci credevamo. Con Craxi l'Italia era o non era una superpotenza? E allora? Allora facevamo i tre mesi alle Poste, spedivamo curricula cartacei a suon di francobolli, partecipavamo a concorsi. Nel frattempo, chi aveva un lavoro e un amore, si sposava e faceva pure i figli. Pochi, per la verità, che i figli nostri costavano e costano un'enormità. E ci proponevamo di essere genitori diversi da quelli che avevamo avuto e che nel frattempo, sempre più avanti negli anni, continuano a trattarci come ragazzini, a dirci di non far fare loro brutta figura... e a mantenerci. Eh sì. Perché nel frattempo la parabola del capitalismo ha cominciato la discesa, già negli anni '90, e la flessibilità/iniziativa personale è diventata co.co.co, co.co.pro, apprendistati, lavoro nero, precariato. Ma parlavamo di figli. Ora, nessuna madre della nostra generazione chiuderebbe lo stomaco del figlio a suon di minacce e, memore degli scappellotti e del lancio di cucchiarelle o zoccoli, nessuna mai alzerebbe un dito sul frutto dei propri lombi. Volevamo essere genitori migliori, giusto? Ebbene, abbiamo tirato su una generazione di smidollati, incapaci di avere un progetto di vita, impreparati perfino alla domanda: vuoi un sofficino o un uovo sodo?, sempre pronti alla rispostaccia. Con tutti: genitori, nonni, estranei, anziani, professori. Non rispettano nessuno. Soprattutto non rispettano noi.
Quindi, tirando le somme:
- non abbiamo avuto il posto fisso
- non abbiamo avuto una società più giusta
- non abbiamo avuto un ruolo nella società
- non abbiamo visto avverarsi i nostri sogni
- non ne abbiamo azzeccata una.
Presi a pizze dai genitori e ignorati dai figli, mai avuta voce in capitolo. Noi che (direbbe quel nostalgico di Carlo Conti) sempre al momento sbagliato.
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