Scrivere un romanzo in... quanto tempo?
Ricapitoliamo. Questo non è un corso di scrittura. Perché per scrivere, oltre a conoscere bene le regole basilari di grammatica italiana, serve avere un talento. E saper scrivere un tema al liceo non equivale ad avere talento. Se il talento c'è, allora va affinato. Come? Leggendo come se non ci fosse un domani. Poi sì, qualche suggerimento può essere utile. E quanto abbiamo fatto fin qui è sostanzialmente dare suggerimenti. Non regole. Insisto su questo punto. Sono arciconvinta che non esista il decalogo per scrivere il bestseller. Non ci sono leggi, non ci sono punti fermi. Le parole sono una materia duttile, si piegano, si adattano, spesso vanno oltre quel che si pensa di voler dire. Le parole sono magia.
Ora mi giunge voce che giri sul web un qualche suggerimento per scrivere un romanzo in dieci giorni e farne un bestseller in un mese. E conosco virtualmente autrici che, usufruendo della grandissima libertà garantita dal self publishing, licenziano un romanzo ogni venti giorni. Il dibattito sul valore di una storia in base ai tempi di gestazione si è immediatamente scatenato con le consuete partigianerie. Io posso, se vi va, portare la mia esperienza personale. Insieme alla mia socia Loredana Falcone abbiamo scritto romanzi per anni, per decenni anche, senza neanche mai pensare alla pubblicazione. Quando qualcuno vi dice di scrivere per sé, per favore, evitate il sopracciglio alzato e il sorriso sardonico. Noi lo abbiamo fatto. Limando, creando, riscrivendo, limando di nuovo senza mai far leggere le nostre cose a nessuno. Abbiamo tentato quando abbiamo capito che la nostra scrittura era matura e poteva affrontare i lettori. E non vi sto invitando ad anni di scrittura matta e disperatissima senza il benché minimo riscontro. Vi sto dicendo che, abituate a gestire con tranquillità i nostri tempi di scrittura, siamo saltate sulla sedia quando ci hanno chiesto di scrivere un romanzo in venti giorni. Non era un concorso. Era una seria proposta editoriale. E il tema era difficile. Il conflitto tra israeliani e palestinesi ai tempi dell'assedio di Ramallah. Anche solo per documentarsi ci sarebbero voluti mesi. E invece... "La guerra dei sordi" ha visto la luce e se vi cogliesse vaghezza di leggerlo lo trovate nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Roma. Siamo soddisfatte? Sì, ma quel romanzo è breve, sulle150 pagine, e si sviluppa in un arco di tempo di una settimana. Facciamo invece un altro esempio tra le nostre produzioni. "Il puzzle di Dio" nasce da un'idea del 1985. Abbandonata e ripresa, con ben altra preparazione, nel 2002. Ci abbiamo lavorato quattro anni. Chi l'ha letto sa che è un romanzo corposo con molte tematiche di grande attualità, dal terrorismo ai foreign fighters, dall'omosessualità alla tutela dell'ambiente, dall'intolleranza religiosa all'apertura mentale nei confronti del potere del nostro cervello e del nostro corpo. Quattro anni, poi una lunga revisione, poi una serie di pareri negativi tra beta reader e agenti letterari. Poi, finalmente, la pubblicazione. Otto anni dopo averlo terminato. Ed è il nostro romanzo di maggior successo anche se nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Roma non c'è ancora arrivato. Quale vale di più? Noi li amiamo entrambi ma, da lettrici, ci piacciono le storie di ampio respiro, con cura dei particolari, con personaggi che si facciano conoscere e apprezzare pagina dopo pagina, con trame originali in grado di sorprendere e sovvertire il pensiero comune.
Parliamoci chiaro, per favore. L'ho già detto e lo ripeto. Se i libri si dividono tra belli e brutti, gli autori si dividono tra chi scrive per reale, interna necessità e chi rincorre il mercato, il fanclub, il plot o il genere che assicura le vendite. Non sto facendo classifiche e, insisto, in entrambi i casi la letteratura non c'entra. Si parla di narrativa. Di più, di narrativa d'intrattenimento. Da ombrellone d'estate e da poltrona con tisana calda d'inverno. Può lasciare un segno, un ricordo, un input di riflessione oppure no. Non è questo il punto, o magari sì. Ma nella lettura subentra il gusto e la libertà del lettore. Proprio in questi giorni si è accesa un'altra polemica in rete. Uno scrittore, se ne desume, ha l'obbligo di aver letto alcuni caposaldi della letteratura mondiale. Se non li ha letti, e lo ammette senza eccessivi patemi d'animo, viene additato al pubblico ludibrio. Perché arrogante, perché ignorante, perché privo degli strumenti stessi per poter posare le dita su una tastiera. Ma, per assurdo, tra gli scrittori che sono vissuti prima di Proust - e che quindi non hanno letto "La recherce" - ce ne sarà qualcuno valido o no? Nessuno al mondo potrà mai aver letto tutti tutti tutti i classici che meritano di essere letti. E se appartenete a coloro che preferirebbero noi amanti delle parole e delle storie impegnati a riempire le inevitabili lacune piuttosto che a scrivere, allora cosa ci fate qui?
Un lettore è libero di seguire i propri gusti e dedicarsi all'opera omnia di Nicholas Sparks, per dirne uno che non amo. Un lettore è libero di consumare, perché di questo si tratta, romanzi brevi scritti in dieci giorni e diventati bestseller in un mese. E uno scrittore è, prima di qualsiasi altra cosa, un lettore, ricordate? Però poi subentra l'amore. E per indicizzare al meglio questa riflessione, la butto sul sessuale. Alla sveltina scritta in dieci giorni e letta in venti minuti di autobus affollato, io preferisco un amplesso con tutti i crismi. Voglio godermela. E godermela a lungo. Voglio studiare, scovare suggestioni. Voglio documentarmi. Voglio cambiare idea e delineare nuove svolte e nuovi personaggi. Voglio che il lettore venga portato piano piano al giusto grado di eccitazione. Voglio che viaggi con me e con i miei personaggi e si dimentichi del mondo, della cena, della lavatrice da stendere, delle cose urgenti e quotidiane. Voglio che rallenti quando si rende conto di esserci quasi. E voglio che si tenga stretto al cuore il volume o l'e-reader una volta finito. Ripensando, rivivendo, riflettendo. Voglio che goda come ho fatto io durante la scrittura. Ecco, sapete la differenza tra il romanzo scritto in venti giorni e quello scritto in quattro anni? L'intensità del rapporto. La stessa differenza tra una botta e via e una relazione magari complessa e dolorosa, ma lunga e vissuta fino in fondo.
Nessuno vi può dire quanto sia giusto metterci a scrivere un romanzo. Siete voi a deciderlo. Ma se amate quello che state facendo, se non state rincorrendo il fenomeno editoriale del momento, se non temete che i fan vi dimentichino non vedendo nuove uscite da una settimana all'altra, allora prendetevi il vostro tempo come un amante premuroso e mai sazio. Il lettore se ne accorgerà
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martedì 22 agosto 2017
sabato 17 giugno 2017
Questo NON è un corso di scrittura #9
Un posto e un tempo e un modo per scrivere
“Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi.” Così scrisse Virginia Woolf e chi mi conosce sa che ho riflettuto parecchio, attraverso un saggio, sulle (maggiori) difficoltà che una donna incontra nell’affrontare la strada della narrativa. Ma questo non significa che, oggi soprattutto, avere un posto per scrivere e il tempo e il modo per farlo non sia difficile per tutti, uomini e donne. Di libri non si vive, nel senso che non ci si pagano le bollette. C’è chi ci riesce e va ben oltre, ma sono pochi, credetemi. Quelli che possono farsi scrivere sulla carta d’identità professione scrittore in Italia si contano sulle dita di una mano. Perfino Umberto Eco era, soprattutto, docente universitario e semiologo. Poi, certo, possiamo distinguere tra chi si guadagna da vivere con professioni che con la scrittura hanno un qualche legame (docenti, giornalisti, sceneggiatori, autori televisivi, avvocati, anche medici) e chi invece sbarca il lunario svolgendo lavori che normalmente non metteremmo accanto alla scrittura. Commercianti, artigiani, impiegati, operai, casalinghe. Ma che si sia intellettuali o meno, tutti abbiamo bisogno di un posto, di un tempo e di un modo per dare voce alle storie che ci sussurranno nell’orecchio. Potrei raccontarvi dell’autoproclamato intellettuale che definì la mia metaforica penna prostituita perché mi guadagno da vivere con il giornalismo. A suo parere un vero scrittore avrebbe dovuto usare le parole solo per l’arte. E guadagnarsi da vivere, nel mio caso in quanto donna, facendo le pulizie in attesa del successo. D’altro canto perfino Abraham Yehoshua, nel suo “Il lettore allo specchio”, sconsigliava vivamente agli scrittori di esercitare il giornalismo in quanto contaminante della scrittura. Ma questo è un altro discorso. Quindi veniamo a noi. Nei decaloghi e nei corsi che vedo spuntare dappertutto in Rete trovo spesso la regola in base alla quale per scrivere bene bisogna scrivere molto, quotidianamente e con costanza. Tipo: ti alzi la mattina, risveglio muscolare e stretching, colazione, funzioni fisiologiche, abluzioni, almeno 4000 battute spazi inclusi e poi si va a lavoro. La scrittura non diversamente dagli addominali da irrobustire e i glutei da rassodare. Quando leggo cose del genere sono incerta tra lo sghignazzo, l’imprecazione o il pianto. So che esiste anche un sito, un contest, una roba su Internet dove ti iscrivi e scommetti con te stesso che scriverai totmila battute entro la fine del mese. C’è chi lo trova utile. Non discuto, ma mi sembra una bestemmia. Totmila battute di che? E se non hai una storia? E se la storia ce l’hai ma ti manca l’ispirazione? L’ispirazione… la parola magica. Scrivi anche se non hai l’ispirazione, leggo in giro. Non sai che scrivere, ma siediti comunque alla tastiera, leggo ancora. E giù consigli su come sconfiggere il trauma da pagina bianca. Pare che agli scrittori, quelli veri, quelli con foto in quarta di copertina in bianco e nero, lo sguardo perso nell’infinito, l’espressione dolente e il peso della responsabilità tutto buttato sulla mano che regge il mento, abbiano affrontato almeno una volta lo spauracchio del cursore che lampeggia e dello schermo che non si riempie di parole. Non mi è mai capitato. E anche per questo non tengo corsi di scrittura. Perché, vedete, io sono convinta che non esista un luogo e un tempo per scrivere. Ogni luogo e ogni tempo è adatto. Chi mi conosce sa che la mia scrittura a quattro mani con la socia Loredana Falcone avviene nella sua cucina. Entrano i figli, squilla il telefono, torna il marito dal lavoro, si deve preparare la cena. Eppure scriviamo. Forse perché quell’appuntamento siamo costrette a concedercelo solo una volta alla settimana. Poche ore, concentrate. Quanto scriviamo? Dipende, alle volte anche sette/otto cartelle di word, arial corpo 12. Sono parecchie battute, ma non le ho mai contate. Non ne capisco il senso. Mi piacerebbe avere una stanza con una bella vista, una bella scrivania e nessuno che venga a interrompere il flusso creativo? Sì. A chi non piacerebbe? Ma la scrittura non ha regole. Stephen King dice di dedicare almeno otto ore al giorno alla scrittura e c’è ancora chi è convinto che non possa aver scritto lui tutti i suoi libri. Datemi otto ore al giorno di scrittura, salvo riposi settimanali, e la quantità è assicurata. Sulla qualità lascio ad altri il giudizio ma non amo l’idea di scrivere usando semplicemente il mestiere piuttosto che l’ispirazione. Per mestiere intendo la capacità di scrivere qualcosa di corretto e apprezzabile su qualsiasi argomento e in qualsiasi momento. La vituperata professione giornalistica questo richiede e questo insegna. Ma amare una storia, sentirla dentro è altro. È come una storia d’amore e di passione. È trovarsi in fila alla cassa del supermercato e pensare a come sviluppare una scena. È essere a lavoro e aver bisogno di appuntarsi un’idea. È aspettare il giorno, l’ora e l’occasione per avere davanti una tastiera e scrivere come se ne andasse della propria vita. Non vi sto parlando di sofferenza, sia chiaro. Sto parlando di gioia, di realizzazione. Di rubare ore e minuti. Di sentirsi in colpa per tutto ciò che si trascura. E fregarsene. Un tavolo, una sedia, un computer, un tablet, un quaderno, una penna, perfino una fermata d’auto o un sedile in treno. La conosciamo tutti la storia della Rowling che matura l’idea di Harry Potter in treno e scrive il primo volume seduta al tavolino di un bar di Edimburgo. Non le è servito un posto preciso. Le è servito l’amore per una storia che ha lasciato il segno nella narrativa mondiale. Se avete un’idea, sviluppatela. Se avete una storia, scrivetela. Dove potete, quando potete, come potete. Va bene tutto, se è vero amore. Avremo modo di parlare, in una delle prossime NON lezioni, del farsi dettare generi, argomenti e storie dal mercato. Lo fanno in tanti e in tante, inseguendo vampiri, frustini sadomaso, maghetti, templari, biblioteche maledette e Bridget Jones a caccia di marito. Funziona? Forse, ma propenderei per il no, perché con i tempi dell’editoria si arriva sempre a epidemia esaurita. Darsi una disciplina nello scrivere, mettersi alla tastiera per la dose quotidiana di battute, purché sia… Non lo so, in tutta sincerità credo di avere una visione fin troppo poetica dello scrivere. Mi viene da pensare che puoi anche frequentare Hogwarts (lo avete letto Harry Potter, vero?), ma se non hai il quid nessuna bacchetta magica, nessuna regoletta, nessuna seduta forzata potrà donarti la magia di una storia che scaturisce impetuosa e non ti lascia neanche il tempo di respirare. E, occhio, non sto dicendo che se la storia vi ha catturati e costretti a buttar giù migliaia di cartelle sia valida e pronta per la pubblicazione. Ma è la vostra storia. Voleva voi. E voi avete trovato il posto, il modo e il tempo per prestarle ascolto.
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