Stamattina apro FB e trovo riportato questo stralcio da quello che è, a tutti gli effetti, il nostro attuale editore (Francesco Giubilei di Historica Edizioni). Il suo non era un sottile avvertimento nei confronti del vostro duo scrittorio preferito (Lauraetlory) ma una provocazione bella e buona perché di questo argomento, che ogni tanto riemerge e rilancia un annoso dibattito, abbiamo già abbondantemente disquisito con lui. E non solo. Partiamo dall'inizio. Pare che da sempre gli addetti ai lavori invitino gli aspiranti scrittori (più o meno il 95% degli italiani alfabetizzati) a scrivere di ciò che conoscono. Dando per scontato che conoscano il pianerottolo del condominio, la strada dell'ufficio postale, il loro posto di lavoro, la stazione della metro e, forse, la piazza principale del paese/città dove vivono. Punto. Non è contemplato che l'aspirante scrittore, (che in quanto aspirante deve essere a) umile e pronto a obbedire, b) necessariamente limitato) possa, che so?, aver conseguito una laurea in criminologia nella più importante università degli Stati Uniti dove vive dalla tenera età della scuola materna. Se ne deduce che, a dar retta a Giorgio Montefoschi, un eventuale noir ambientato a New York del suddetto esordiente debba essere scartato a priori. Ci fa sapere Wikipedia che i romanzi del suddetto Montefoschi, scrittore e critico italiano, "sono spesso ambientati per le strade e negli ambienti della borghesia di Roma". Egli è nato nella capitale e quindi si presume che conosca a tappeto le strade e gli ambienti della borghesia. Occhio, però. Non le strade e gli ambienti delle borgate. Per non parlare delle strade e gli ambienti dell'aristocrazia. Se poi andiamo alle strade e agli ambienti dell'enclave ecclesiastica siamo proprio su un altro pianeta. Ho solo io l'impressione che il diktat cui gli scrittori provinciali e con un complesso d'inferiorità non sanno sottomettersi sia a dir poco castrante? Sia chiaro, io capisco (incredibile per una scrittrice provinciale quale sono) cosa Montefoschi intendesse dire. Nella congerie degli aspiranti all'empireo della letteratura va per la maggiore improvvisare. Ho letto con questi occhiali una sedicente scrittrice affermare che la calura estiva faceva tremolare le strade e le pianure riarse. Peccato che il manoscritto fosse ambientato a Stoccolma. Certo, i cambiamenti climatici ci son stati eccome. Ma ci andrei con un minimo di prudenza. Quello che contesto, da sempre e senza sacri timori per il Montefoschi o il Tondelli di turno, è il comandamento calato dall'alto. Fatto caso che questi scendono tutti dal Sinai? Perché se estendiamo il concetto, allora Tolkien non avrebbe mai dovuto scrivere e descrivere della Terra di Mezzo, che non esiste. La Rowling dovrebbe dimostrarci che a correre contro la barriera tra il binario 9 e quello 10 della stazione di King's Cross non ci si spacca la testa contro il muro. Per non parlare di Asimov, di Stephen King, di Lewis Carroll. O di quanti osano scrivere romanzi storici trasportando il lettore in un mondo e in un tempo tanto lontani da essere inconoscibili. Come dite? Se uno si documenta? Ovvio. Voglio personalizzare. Una casa editrice ha visionato un nostro manoscritto e ci ha inviato una scheda di valutazione molto positiva. La cosa che più li ha colpiti è che la storia si svolge nel 2002 e, guarda caso, le canzoni ascoltate dai protagonisti, le notizie citate, tutto il contesto è assolutamente fedele a quanto realmente accaduto nel 2002. Non stiamo parlando del Cretaceo, ma pare che i lettori di una casa editrice siano pronti a stupirsi se il background di una storia è credibile. Quindi ha ragione Montefoschi? Secondo me, no. Una simile dichiarazione porta a scartare a prescindere un manoscritto se ambientato al di fuori del ristretto spazio vitale dell'autore. Perché è scontato che tale spazio vitale sia ristretto, giusto? Invece succede che la storia e l'ispirazione portino lontano. E che un serio lavoro di documentazione renda il tutto credibile. Succede. Si chiama libertà. Si chiama fantasia. Si chiama creatività. E abita appena oltre il pianerottolo.
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lunedì 30 aprile 2012
Scrittrici provinciali e con evidente complesso di inferiorità offronsi
"Una delle peggiori tentazioni per gli scrittori che si sentono provinciali e hanno un complesso di inferiorità, è quello di trasferire le trame dei loro romanzi all'estero: magari in Afghanistan, magari nella Grande Mela. I risultari, quasi sempre, sono pessimi: perchè i luoghi comuni stanno lì come tante bucce di banane pronte a far scivolare il temerario romanziere." [Giorgio Montefoschi in prima pagina del Corriere edizione di Roma]
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martedì 3 gennaio 2012
Oggi su "La Sesia": Vieri, Rivera e il canone Rai
Per chi lavora nel mondo dell’informazione, niente di più odioso che veder spacciare disinformazione strumentale. Parliamo di televisione. Parliamo di Rai. Che il servizio pubblico nostrano faccia acqua da molti punti di vista è un fatto. Che il balzello del canone sia discutibile è un’opinione, rispettabilissima. Ma che l’esistenza del canone sia usata per sobillare l’opinione pubblica è, insieme, un fatto e una vergogna. Siamo nel campo del varietà. Quel varietà che, come ci siamo già detti, è l’uovo di Colombo per la tv prossima ventura. Il varietà è luci, colori, bei costumi, belle scenografie, ospiti illustri. Tutte cose che costano. Sappiamo in quale congiuntura economica ci troviamo e che per la Rai è stato elaborato un piano d’emergenza da 95 miliardi, una sorta di manovra nella manovra. Ovviamente si parla di tagli, di esuberi e di esternalizzazione. Termine orribile che equivale a usare appalti esterni per fare ciò che la Rai è in grado di svolgere da sé. Inutile chiedersi come questo possa risultare un risparmio di spesa. Crisi dunque. Crisi nera. Ed ecco associazioni di consumatori, opinionisti e quotidiani nazionali lanciare una campagna moralizzatrice contro i cachet troppo sostanziosi per i Vip di turno. Come funziona lo sappiamo bene, vi ricordate i 250 mila euro a Benigni nella scorsa edizione di Sanremo? Si gridò allo scandalo a fronte di un intervento che portò 18 milioni di telespettatori e relativi sostanziosissimi introiti pubblicitari. Si è cercato di scandalizzarsi davanti al costo del “Più grande spettacolo dopo il week-end” di Fiorello. Con scarsi risultati, va detto. Mentre sta funzionando alla grande con la partecipazione di Bobo Vieri e Gianni Rivera a “Ballando con le stelle”. Pare che il consiglio d’amministrazione Rai sia stato a un passo dal bloccare tutto perché le cifre proposte erano troppo alte. E si è avuto buon gioco nel porre all’opinione pubblica la retorica domanda: ma in tempi come questi, ha senso spendere denaro pubblico e strapagare due ex calciatori per sgambettare il sabato sera? Messa così non fa una piega. Ma analizziamo la questione. In tempi come questi la Rai ha bisogno di fare cassa. Accertato che il canone chi può lo evade. Accertato che il ministero del Tesoro i soldi del canone alla Rai li centellina, al punto che si è vociferato di sospendere lo stipendio ai dipendenti nel mese di dicembre. Accertato che la crisi esiste per tutti, ma non per decidere di aumentarsi di 250 mila euro lo stipendio come ha fatto il direttore generale Lei. L’errore sta tutto in quel “denaro pubblico”. Perché i cachet di Vieri (600 mila euro) e Rivera (400 mila) non vengono pagati con il canone. Sono solo un anticipo, in attesa delle entrate pubblicitarie che nomi come questi garantiscono. Con loro la Rai farà cassa e pagherà gli stipendi di tutti coloro che la compongono. Poi possiamo discutere sul perché Vieri e Rivera valgano tanto. Ma questa è un’altra storia.
Laura Costantini
lunedì 6 dicembre 2010
I miei articoli per "La Sesia": Gianna, colpevole di maternita'
Laura Costantini
venerdì 12 novembre 2010
I miei articoli per "La Sesia": lo strano caso di "Giovinezza" e "Bella ciao"
Era il 3 novembre. Il flusso mediatico da Avetrana sembrava in stallo, il Veneto veniva sommerso dalle prime piogge autunnali. La giornata, giornalisticamente parlando, era tranquilla quando all’improvviso scoppia la bomba. Lucio Presta, padrone indiscusso del Festival di Sanremo, annuncia in via ufficiosa che sta per sdoganare le canzoni “politiche” sul palco dell’Ariston. C’è di che saltare sulla sedia. Nel regno incontrastato di “sole, cuore, amore” sta per approdare l’impegno, la denuncia, la presa di posizione. Ma siamo sicuri? Nell’attesa della conferma ufficiale in sede di conferenza stampa, ci si prepara a trattare l’argomento e i punti di vista sono, ovviamente, diversi. C’era bisogno di portare la politica tra i fiori della Riviera? Oppure è giusto prendere atto che la musica ha sempre fornito un armonico scivolo alle idee e agli schieramenti? Il melodramma italiano, per dirne uno, si è trovato a coesistere cronologicamente con il nostro tanto vituperato Risorgimento e dietro amori appassionati e intrecci da telenovela ha lasciato intravvedere la netta opposizione ai regimi vigenti, quelli degli usurpatori asburgici, borbonici, pontifici. Viene da pensare, mentre si attende il verbo di Lucio Presta dai suoi profeti Mazzi e Morandi, che a ben guardare la politica sul palco dell’Ariston non è mai mancata. L’orecchiabile “Chi non lavora, non fa l’amore” di Adriano Celentano e Claudia Mori era una canzone politica negli anni ’70 delle grandi lotte sindacali e dei grandi scioperi. Era una canzone politica quanto altre mai “Minchia, signor tenente” di Giorgio Faletti, all’indomani dei sanguinosi attentati a Falcone e Borsellino. Era una canzone politica e provocatoria già nel titolo “Pensa”, di Fabrizio Moro e parliamo di un paio d’anni fa. Ma il tempo delle ipotesi finisce presto, in quel mercoledì 3 novembre, e si svela l’arcano. Il presidente Giorgio Napolitano, nel tentativo di rimediare al colpevole ritardo sulle celebrazioni del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, aveva chiesto che il Festival della Canzone dedicasse una serata alla nostra storia patria. Detto e fatto, il duo Mazzi-Morandi partorisce l’idea: “nella serata evento di giovedì 17 febbraio ogni artista, oltre al proprio brano inedito - spiega il direttore artistico Gianmarco Mazzi - ne proporrà uno edito tra quelli che legati a momenti storici italiani importanti”. E Morandi rilancia l’idea di poter sentire i quattordici artisti in gara cantare “Bella ciao”. Apriti cielo. Non era lo sdoganamento dell’impegno sul palco dell’Ariston. Era un coro di vip della canzone che canta l’inno della Resistenza. Mazzi e Morandi fanno un rapidissimo errata-corrige: non facciamo politica, sono canzoni storiche, ci mettiamo anche “Addio Lugano bella” degli anarchici e “Giovinezza”, sono già state eseguite in tv. Ma alla Rai non vogliono sentir ragioni e lo strano caso delle canzoni politiche a Sanremo si chiude. Con un no che fa rumore. Ma che fa anche rima con cuore e amore.
Laura Costantini
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