lunedì 9 dicembre 2019

La fata nel vento e altri racconti (di Francesca Montomoli - edizioni Della Goccia) #mèpiaciuto


Conosco la capacità dell'autrice di trasfondere poesia anche in ciò che a noi può apparire molto distante dal concetto stesso di poesia. Qui siamo di fronte a una raccolta di racconti molto diversi, ma tutti legati dal filo rosso (mai rosso come in questo caso) della passione per la scuderia di Maranello. L'autrice è una ferrarista e la sua passione, unita alla preparazione tecnica, appare evidente nel modo in cui storie di uomini, donne e gatti si intrecciano intorno al profilo filante della più iconica delle auto da corsa. Non amo in modo particolare la Formula 1, ma ho apprezzato ogni singola pagina, così come l'attenzione che l'autrice dimostra a ciò che, inevitabilmente, porterà alla fine di un'epopea di uomini e motori. L'impatto ambientale della F1 è devastante, lo sappiamo. Ma la Ferrari, la fata nel vento del titolo, è molto più di scarichi e materiali tossici. È un sogno declinato in metallo, plastica, velocità, rischio, potenza, lusso e tutto rigorosamente italiano. Questa raccolta è un omaggio soffuso di malinconia e anche un modo per non dimenticare che veder girare la Ferrari è sempre stato molto più che sport.
I racconti sono una forma narrativa che può dare grandi soddisfazioni, ma in Italia una raccolta di racconti spesso scoraggia editori e lettori. Il tuo è stato un atto di coraggio?
Non credo possa definirsi un atto di coraggio, semmai una sfida, ma direi più una forma di caparbietà.  
Amo i racconti, anche brevi o brevissimi, amo leggerli da sempre e percepisco questa forma narrativa come il mio habitat naturale, un “luogo” in cui mi sento a mio agio e al quale non voglio rinunciare. Perciò sono particolarmente felice di aver trovato due editori, seri e onesti, intenzionati a raccogliere il guanto proponendoli al pubblico.
Con questo non voglio certo dire che disdegno i romanzi, anzi, adoro lasciarmi catturare dalle infinite vite e immensi mondi che ti regalano (ne sto scrivendo uno proprio in questo periodo anche se certamente non sarà lunghissimo) ma la breve distanza, l’incursione fulminea, l’immersione totale seppur temporanea in un’altra vita, esercita su di me un grande fascino.
Non credo sia mai accaduto che un'auto sia stata scelta quale musa letteraria. Com'è successo?
Ovviamente esistono molti libri che ruotano attorno al mondo dell’automobilismo sportivo, principalmente tecnici o biografici, ma anche bellissimi romanzi (L’arte di correre sotto la pioggia di Garth Stein, per esempio, che trovo meraviglioso e che da poco è approdato sul grande schermo) in cui il fulcro della narrazione è comunque un “essere vivente” nel senso più tradizionale del termine: il pilota, il pioniere, il costruttore (o il cane di famiglia, come nel libro citato). L’auto, pur essendo sempre al centro dell’attenzione, resta subordinata.
L’auto in questione, però, è diversa. È leggenda. È più di una semplice passione sportiva, è amore. È questo che ho cercato di raccontare attraverso le vite dei personaggi a due e quattro zampe che popolano i miei racconti. Storie quasi vere, perché ispirate a fatti e/o vite reali anche se opportunamente e molto, molto liberamente romanzate.
Un sentimento che conosco e vivo in prima persona. Un amore che, pur essendo potente, non necessariamente contamina o inquina la vita e i buoni sentimenti di chi lo prova. Non è la passione sportiva a produrre danno, il danno è già nell’animo di chi lo produce e in tal caso la tifoseria diventa un pretesto per dar sfogo ai propri istinti negativi.
Ti racconto un episodio. Una volta, una persona di cultura, un professionista che stimo, non sapendo della mia passione per le corse automobilistiche, durante un incontro/dibattito al quale stavo partecipando, se ne uscì con un’affermazione piuttosto infelice: ribadendo l’importanza di momenti come quello per mantenere alta  l’attenzione sulla cultura e alimentare la vitalità di un fermento artistico che non fosse totalmente alla deriva, disse più o meno così “ce ne sono fin troppi che si fanno inebetire da un motore rombante che gira e gira, e non sanno nemmeno cosa sia un libro, o una poesia, o un’opera sinfonica o quali siano le cose importanti nella vita”.
Molti occhi mi hanno fissato, io non ho ribattuto, non era il contesto né il momento adatto a montare una polemica. Ho preferito scrivere e cercare un editore che desse voce a una passione che non, o almeno non sempre, inebetisce. Perché l’amore per la Rossa è un tema, una colonna sonora che accompagna e colora la vita.
Colpisce l'immagine che presenti del futuro del circuito di Monza. La Formula Uno è destinata a sparire, ma la voglia di moderni cavalieri che si sfidano sul filo del rischio non può finire. Che ne pensi?
Al futuro distopico dell’ultimo racconto si arriva per gradi attraverso i due che lo precedono. Gli appassionati storici vorrebbero che non finisse mai, e mi riferisco a chi, come me, segue la F1 da quasi cinquant’anni o più. Eppure proprio noi, forse noi più degli altri, abbiamo chiara la percezione che si trasformerà in qualcosa di profondamente diverso, in parte è già accaduto e continua ad accadere stagione dopo stagione. Non mi rende felice ma sono convinta che sia un processo inarrestabile. È nella natura delle cose.
I cavalieri del rischio, come li abbiamo conosciuti noi, non esisteranno più, ma certamente nasceranno nuove sfide. Fa parte della natura umana, è il motore che spinge ogni genere di ricerca, che sia personale, sportiva o scientifica.

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mercoledì 27 novembre 2019

Il mondo mi odia - ovvero quella volta che ho sfondato lo sfigometro (Elena Sole Vismara - self-publishing) #mèpiaciuto


Questo romanzo è una sorpresa. Non avevo mai letto nulla di questa autrice e ho scoperto una capacità di narrazione sorprendente. E una profondità, anche, che non mi sarei aspettata dal titolo, dalla copertina, dalla sinossi. Ethan, il protagonista, è un ragazzino di diciassette anni. Ed è un supereroe come solo alcuni adolescenti riescono a esserlo comprendendo in sé la maturità che viene dalla sofferenza di una situazione familiare terribile e le fragilità e le incapacità legate al suo essere, appunto, un ragazzino. Responsabile nel cercare di prendere in mano la propria vita, nonostante genitori inadatti al ruolo, a dir poco. Forte nel gestire le umiliazioni dei bulli. Eppure fragilissimo per i troppi colpi ricevuti e per la consapevolezza di non essere mai stato amato. Il messaggio di questa storia, così tenera e intensa, è che ad amare si impara. Ma devi avere dei maestri. E quelli di Ethan hanno i volti di una donna anziana, Aida, e di una ragazzina crossdresser, Melissa. Va detto, anche, che Ethan sarà un allievo difficile cui viene spesso voglia di appioppare uno scapaccione. Ma proprio per questo, alla fine, Ethan è un ragazzo vivo e vero. Consigliato. Di cuore.


Vi innamorerete di Ethan, promesso.

E ora le domande all'autrice.

Mi incuriosisce la personalità di Melissa La Farina, vuoi parlarcene?
La caratteristica più importante della personalità di Melissa, quella su cui si fonda tutto ciò che la riguarda, è la refrattarietà verso tutto ciò che è pre-ordinato. Tutto deve avere un motivo, e se il motivo è “perché si fa così”, lei non la ritiene una risposta valida, anzi: spesso la considera una autorizzazione a fare l'esatto contrario.
Secondo pilastro della sua personalità è il crossdressing, che altro non è che espressione di un'identità gender fluid: il primo concetto pre-ordinato al quale si ribella fin dalla più tenera età è proprio quello che stabilisce che chiunque debba appartenere a un genere sociale ben definito, scelto per lui o lei alla nascita in base alla biologia tra sole due categorie, senza possibilità di svicolarne e dovendo attenersi scrupolosamente a tutte le regole comportamentali a esso legate. Melissa invece sceglie di seguire il proprio sentire, indipendentemente da ciò che la società si aspetta da lei.
Non le interessa di avere l'approvazione di coloro che la circondano, salvo rare eccezioni, né sente il bisogno di stare in compagnia di qualcuno e questo fa di lei una persona coerente e decisa ma a volte scostante, che infatti si muove parallelamente ai propri coetanei, più che in mezzo a loro. Le piace provocare, portare i concetti e gli atteggiamenti all'estremo, per fare una sorta di scrematura tra chi ritiene meritevole del suo tempo e dei suoi affetti e chi no.

La madre di Ethan, troppo facile odiarla eppure lui si sforza di capirne le motivazioni; come hai elaborato quel personaggio?

Sia la trama che avevo in mente, sia la personalità di Ethan come intendevo svilupparla, richiedevano almeno un antagonista che rendesse la storia personale del protagonista travagliata fin dall'inizio. Scegliere la madre per quel ruolo è stato piuttosto semplice, anche se meno semplice è stato poi costruirne le caratteristiche senza farla diventare una macchietta.
Il presupposto fondamentale è che la cattiveria pura e innata è qualcosa che raramente esiste, e che chiunque la perpetra sicuramente ha una storia alle spalle che spiega da che cosa essa si origini. Costruire un antagonista significa trovare l'interruttore che fa scattare la sua voglia di fare del male.
Come Melissa, anche Mara è stata intrappolata da un presupposto sociale, lo stereotipo secondo cui  tutte le donne devono per forza voler essere madri, e desiderano affrontare col sorriso sulle labbra tutte le difficoltà e i sacrifici che la maternità comporta. Lo stereotipo che vuole che chiunque abbia due cromosomi X possiede istinto materno a vagonate. Ma quando mai?!
Mara però doveva restare nella vita di Ethan, almeno fino a un certo punto: da qui l'egocentrismo, l'infantilismo e un'insicurezza di fondo, nascosta dietro un muro di aggressività, che la rendono incapace di staccarsi dal nido paterno e vivere la sua esistenza come l'avrebbe voluta lei.
Una persona che ha letto il romanzo tempo fa mi ha detto che le sarebbe piaciuto seguire ulteriormente lo sviluppo e la crescita di questo personaggio. Chissà, magari un giorno scriverò ancora di lei.

Matteo, il figlio di Aida, è una vittima, eppure quando lo conosciamo incontriamo un vero stronzo, anche qui mi piacerebbe capire: come hai costruito il personaggio?

Matteo rappresenta a sua volta l'opposizione a uno stereotipo (anche se in questo caso non è lui che lo combatte), quello che vuole identificare in toto chi subisce un torto al suo ruolo di vittima. Spesso si ha l'idea che se una persona è vittima, allora è per forza buona o, viceversa, se non è buon allora non può essere una vittima.
Non è vero, la realtà è più complessa di così e un essere umano non può essere ricondotto unicamente a qualcosa che ha fatto o subito. Lo stesso vale per i personaggi di un romanzo: a dare loro complessità e verosimiglianza non è il loro ruolo, ma le sfumature che si riesce a pennellare loro addosso, sfumature che possono anche essere in contrasto tra di loro… o apparentemente in contrasto, dato che subire una qualsiasi forma di violenza non esenta dal perpetrarne a propria volta.
Questo è il ragionamento che sta alla base della scelta di rendere Matteo figlio di suo padre: in fondo, quando si ha un pessimo esempio in casa, lo si può combattere o si può finire per somigliargli.
Devo ammettere che all'inizio non è stata una scelta conscia: me lo sono ritrovato sulla pagina così, altezzoso e superbo. Quando me ne sono resa conto, ho pensato se non fosse meglio ricondurlo all'archetipo della vittima, ma ho preferito proseguire lungo questa strada, ritenendola forse più azzardata, ma anche più genuina.
Se invece con la tua domanda intendevi chiedermi come ho fatto a costruirlo così stronzo, beh, a volte basta semplicemente guardarsi intorno per trovare ottimi esempi da cui prendere spunto!




martedì 19 novembre 2019

Time Vampires - Codice Agatha (di Therry Romano - Astroed.) #mèpiaciuto

Time vampires - Codice Agatha
Una cover che rimanda all'urban fantasy. 
Una catalogazione: romance. 
Un titolo che cita i vampiri. Ma all'interno di questo volume corposo, più di 500 pagine c'è tanto, moltissimo. Molto più di quello che promette, ma anche parecchio di meno. È un fantasy, sì, anche se molto poco urban, mentre c'è azione, combattimenti, avventura e fantascienza virata alla mitologia. Non è un romance, assolutamente, perché c'è una storia d'amore ma rimane sullo sfondo per lasciare spazio a una protagonista, Hana/Kira/Xendhra, che è agente segreto, prescelta, madre suo malgrado, guerriera pressoché imbattibile, supereroina con poteri incredibili, dea. E tutto questo rinchiuso nel corpo e nella personalità di una bella ragazza con una dichiarata passione per pizza, schifezze unte e bibite gassate. Ah, e poi i vampiri non c'entrano niente, nessun canino sguainato, nessun dissanguamento. Quelli che Kira definisce, all'inizio della vicenda, vampiri sono esseri soprannaturali, ma di origine umana, che si nutrono del tempo delle proprie vittime. Vi siete persi? E questo è ancora niente. Attraverso una narrazione scoppiettante, vi troverete lanciati attraverso canali dimensionali, capaci di spostarvi in modo istantaneo da Pittsburg alla California, da isole sperdute nel Mar Artico alle spiagge assolate della Grecia. Di cosa stiamo parlando, quindi? 
Non lo so di preciso. So che ho mancato la fermata della metropolitana mentre, insieme a Kira, scendevo negli inferi e incontravo Persefone e scoprivo che è un'interior design con un mood goth. Ho conosciuto Ade, che è molto più simpatico e spiritoso di come lo raccontano i miti, ho incontrato Demetra, Stige, Hermes. E Kira, umana con componenti molecolari di azzurrite e poteri divini, li ha messi in riga, tutti. Compreso Zeus. Se siete pronti a lasciarvi trascinare nell'equivalente narrativo di film come Thor, X-men, Doctor Strange e Avengers con un pizzico di Guardiani della Galassia e il sottofondo spirituale di Star Wars, questo è il romanzo che fa per voi. E può farsi scoprire un'autrice con una preparazione sulla mitologia classica, sulla cristalloterapia e sulla composizione molecolare in grado di stupirvi. 
E adesso andiamo alle domande all'autrice: 
Quanto si deve essere pazzi per scrivere una roba così?
Direi che la follia è una componente fondamentale, soprattutto se sei una lettrice fantasy che ha letto di tutto, anche le cose più improbabili di autori sconosciuti e altri notissimi, ma che cerca un qualcosa che ancora non è stato scritto. Si fa così, no? Dopo un po’ scrivere di cose trite e ritrite, porta inevitabilmente alla noia. E allora la follia prende piede e ti porta a realizzare cose del genere.
L'Olimpo a Doha e dei della mitologia che scommettono al Toto-Lega... non hai paura che si arrabbino? 
Non credo, Hermes mi ha assicurato che sotto sotto (forse molto in profondità) gli dei sono dei simpaticoni. Anche Zeus.
Diciamo che studio gli dei greci sin da quando ero alle elementari e nel momento in cui dovevo metterli su carta, li ho descritti proprio come li vedo io: avidi, disincantati, disinibiti e soprattutto, manipolatori.
E se mi mandano contro qualche strale, spero di uscirne indenne!

Parliamo di cristalli, pietre e poteri connessi: hai studiato cristalloterapia? 
Ho sempre avuto una curiosità per tutto quello che mi circonda, soprattutto la natura. Amo le rocce, le formazioni naturali e i cristalli. Ho approfondito la conoscenza di queste pietre anni fa, quando in gita con mio figlio al Museo di storia naturale, mi sono incantata a guadare una pietra di ossidiana. Da allora ho iniziato a collezionare pietre e cristalli, a studiarne le forme (amo le sfaccettature) e i colori. E poi ho iniziato a contemplare le loro potenzialità, i benefici e le influenze.
Per inserirle a pieno titolo nel libro, ho consultato parecchi manuali, anche antichi, per comprenderne fino in fondo i poteri e come potevo legarle ai miei personaggi.
La cristalloterapia è una disciplina davvero interessante.

C'è un momento in cui ti lanci in una disamina sulla composizione molecolare dei senzienti rispetto a quella degli umani e spieghi le capacità di riaggregazione grazie ai gluoni... tu sai qualcosa che noi poveri umani non sappiamo, confessa!
Direi che Kira e Damien mi hanno dato una spiegazione sufficiente a farmi venire il mal di testa!
Scherzi a parte, ho dovuto inventarmi un qualcosa di diverso, proprio per giustificare la trasformazione di questi esseri da umani a senzienti. Avevo già letto di tutto in altri libri, riguardo alla trasmutazione. Ma poiché volevo qualcosa di speciale, sono tornata ai miei studi sulla fisica e chimica, e ho trovato la soluzione adatta.
Il carbonio ormai è cosa superata e chissà che non diventeremo tutti dei superuomini!

domenica 17 novembre 2019

Mi dichiaro colpevole



Esiste un reato che si chiama "esercizio abusivo della professione". E pare che siamo in molti a compierlo. Moltissimi. 
E non sto parlando di giornalismo, visto che sono iscritta all'albo da 19 anni.
C'è una questione di lana caprina che risorge regolarmente in rete e forse avete già capito a cosa mi riferisco, ma andiamo per ordine.
Per anni, molti, tutta la mia esistenza ha girato intorno alle esigenze di mia madre. Mi occupavo della sua salute, fisica e mentale, la assistevo in tutto e dedicavo a lei ogni singolo momento del poco tempo libero di cui disponevo. Ero una badante - o una caregiver, se vi piace di più - a tutti gli effetti. E se mi fossi definita tale, nessuno sarebbe venuto a sindacare per quante ore lo fossi, con quali reali risultati e, soprattutto, se mi ci guadagnassi di che vivere. Insomma, nessuno mi avrebbe tacciato di "esercizio abusivo della professione".
Mia mamma non c'è più. E la mia vita, nel mio tempo personale, ha un epicentro che non è difficile da indovinare: scrivo. Scrivere significa molto più dell'atto materiale di digitare su una tastiera o far scorrere una penna su un foglio. Scrivere significa dedicare energie fisiche e mentali a un'attività artistica (o artigianale, se arte vi pare troppo) che prevede preparazione, documentazione, ricerca, costante applicazione, aggiornamento. E, solo alla fine, pubblicazione. 
Io questo faccio, dal 2008. E lo faccio da abusiva, da autrice di serie B. No, anzi, da serie D, se vogliamo restare nella metafora calcistica.
Esercito nei campetti di periferia, con un pubblico piccino su gradinate scomode. 
Abusiva. Perché con i proventi delle vendite dei miei libri non ci pago le bollette, perché dedico otto ore al giorno di ciascuno dei miei giorni a un lavoro (che amo) e per il quale percepisco un salario.
Quindi, sebbene io scriva, pubblichi e abbia persone che, bontà loro, attendono con gioia ogni nuova fatica narrativa, a cadenze quasi regolari trovo qualcuno che viene a specificarmi che non devo neanche osare definirmi scrittrice.

La premessa fondamentale è che a me non interessa il patentino di un inesistente albo degli scrittori. Invece pare interessi a più di qualcuno specificare che no, cazzo, io, lui, lei, loro non possono proprio. A meno di non poter produrre il CUD con i diritti d'autore incassati. A breve scopriremo che al di sotto dei 25.000 lordi l'anno no, non puoi. Al di sopra, sì, puoi. Quello che non è chiaro è a quanto ammonti e chi sia demandato ad elevare la sanzione per "esercizio abusivo della professione di scrittore".

venerdì 15 novembre 2019

Dove batte il cuore (di Annemarie De Carlo - Triskell) #mèpiaciuto


Un romanzo che ho apprezzato fin dalle prime righe. E che mi ha trascinato nelle vicende dei tre personaggi che si alternano sulla scena: il diciottenne Gus, serio e dolente; il 24enne Sonny, scanzonato e libertino; il 32enne Mark, misterioso e affascinante. I loro destini si incontrano in un piccolo apparente paradiso della provincia americana. E i nodi di vicende legate alla morte di un ragazzo e al grave ferimento di un altro, vengono inesorabilmente al pettine. L'autrice ha mestiere, riesce a dosare le rivelazioni e le digressioni. Gestisce benissimo anche le scene di sesso, piuttosto bollente eppure gradevolissimo, senza mai cedimenti volgari. E, attraverso un intreccio di amori da romance m/m, tratta i temi del bullismo, dell'omofobia, della sopraffazione e della corruzione. Sì, i protagonisti sono tutti molto attraenti. Sì, vediamo muscoli guizzare e jeans attillati. Ma Gus, angelico e sottile, nasconde un animo d'acciaio e una maturità fuori del comune. Ma Sonny, spudorato e guascone, svelerà il coraggio di lottare per ciò in cui crede. Ma Mark, roso da un senso di colpa incurabile, forse troverà sollievo e serenità. Pare che sia solo il primo capitolo di una serie e io non vedo l'ora di ritrovare i tre ragazzi sullo sfondo della Pennsylvania descritta in un modo che denuncia ben più della semplice documentazione.
Consigliato a chi voglia lasciarsi catturare, emozionarsi, anche soffrire e mangiarsi le unghie, su un romanzo scritto bene. 


È il 44simo letto nel 2019

Una rubrica? Perché no #mèpiaciuto



Leggo tanti libri, nonostante io ne scriva.
Dicono che gli scrittori non leggano.
Dicono che in Italia tutti scrivano e nessuno legga.
Dicono che gli autori (ma soprattutto le autrici) schiumino bava verde e si facciano un dovere di affossare il lavoro degli altri/altre.
Dicono un sacco di sesquipedali corbellerie.
Per questo ho deciso che quando leggo un libro,
quando quel libro mi piace,
quando chi lo ha scritto non scala classifiche 
e non viene osannato/a in giro,
quello è il momento in cui scatta il

M'è piaciuto!

Una piccola rubrica, su un blog misconosciuto,
ma su Facebook ho un sacco di contatti,
qualcuno mi dà retta.
Segnatevi l'hashtag:

#mèpiaciuto

venerdì 25 ottobre 2019

Ferita all'ala un'allodola di Maria Lucia Riccioli (39simo libro letto quest'anno)

Questo romanzo sul social dei lettori, Goodreads, non c'è e non è neanche possibile inserirlo, perché non è più disponibile alla vendita. I libri, secondo le logiche di mercato, hanno un'aspettativa di vita breve. E questo è stato pubblicato, la prima volta, nel 2011, poi rieditato nel 2013. Comunque troppo in là nel tempo per "esserci" ancora. Eppure c'è. C'è come pochi altri romanzi che ho letto. C'è perché merita di esserci.
Maria Lucia Riccioli ha svolto un certosino lavoro di ricostruzione dell'esistenza terrena di Mariannina Coffa, poetessa e intellettuale risorgimentale, purtroppo misconosciuta fin dagli anni in cui, viva e vibrante, venne di fatto seppellita in un'esistenza che non le apparteneva.
Voleva scrivere e vivere di poesia e di cultura, voleva amare liberamente chi le aveva fatto battere il cuore. Voleva essere riconosciuta come persona.
Ma "fimmina era" e in quanto tale non aveva diritto ad altro che a un matrimonio basato sul denaro e i beni al sole, una casa da accudire, figli da dare a un marito poco più che estraneo.
Non era "normale", Mariannina Coffa. Non voleva esserlo. Forse non poteva. Infatti la sua vita si consumò in un breve lampo. Si spense a 37 anni, divorata da un cancro all'utero e dalla consapevolezza di essere sola, abbandonata, avversata dalla stessa famiglia alla quale aveva sacrificato ogni aspirazione pur di conservare onore e rispettabilità.
L'autrice scrive con una lingua arcaica, pastosa, lirica, con rimandi al melodramma, alla poetica del Risorgimento, al dialetto, anche. È come se a parlare dalle pagine fosse Marianna in prima persona. lei che racconta, soffre, rivela e si ribella, anche, a una condizione della donna che è violenza istituzionalizzata e custodita perfino dalle stesse altre "fimmine" convinte del proprio essere proprietà di padri, fratelli, mariti e figli. Lei no. Mariannina Coffa no. E paga con la vita.
Questo libro è doloroso, lo si chiude con un sentimento di gratitudine e di rabbia. La rabbia di quel busto che le hanno dedicato a Noto, dopo averla avversata, irrisa e calunniata in tutto l'arco della sua breve vita. Una testimonianza necessaria, per non dimenticare cosa significa nascere donna. E cosa molti vorrebbero significasse anche oggi.

martedì 30 aprile 2019

Invidia - vizi e virtù - scrittrice allo sbaraglio: Daniela Nardi


Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l’invidia. Cosa dici?
 L’invidia è un sentimento molto comune tra gli esseri umani, eppure è difficile dare una spiegazione chiara e logica di questo vizio, perché è una parte oscura dell’animo che si nutre della nostra frustrazione e mostra il peggio di noi. Credo che si possa farla comprendere in un solo modo: praticandola. Quindi, agli autoctoni del pianeta sconosciuto direi che sono rimasta talmente impressionata dalla loro tecnologia avanzata e rispettosa dell'ambiente, dall'assenza di qualunque forma di baratto a favore della condivisione universale di beni e sapere, dalla lungimirante cultura che ha annullato guerre e conflitti di ogni genere, che provo l’incommensurabile desiderio di somigliargli e allo stesso tempo cercherò in tutti i modi di distruggerli, perché so già di non avere le capacità di raggiungere le loro altezze, e questo non posso tollerarlo.

Nella vita hai esercitato/provato/vissuto il vizio di cui stiamo parlando: raccontaci
Infinite volte. Fa parte della natura umana. Vorrei sottolineare ancora che l'invidia è, tra i vizi capitali, il più duro da confessare, il più ripugnante, il più difficile da tramutare in un motivo d'orgoglio. Personalmente cerco di viverla come esperienza, la sperimento con consapevolezza, chiedendomi quali limiti sarei disposta a superare e tento di trasformarla in invidia positiva. Invece di consumarmi in un frustrante “perché lui/lei sì e io no?” riconosco le mie fragilità e cerco di migliorarmi, di trarre il meglio di me dalle qualità altrui. Insomma “se lui/lei può, posso anch'io”.

Consiglia un romanzo che parla del vizio in questione e spiegaci la scelta
Il romanzo postumo di Hermann Melville, “Billy Budd il marinaio”, nel quale l'invidia del maestro d'armi Claggart origina da un disprezzo immotivato nei confronti del bello e innocente Billy, benvoluto da tutti, e si trasforma in un sentimento feroce, passionale nella volontà di distruggere l'altro. L'invidia permea tutto il racconto, è l’elemento responsabile dell'infelice destino di Billy, condannato all'impiccagione per aver ucciso Claggart dietro sua provocazione, e dei sensi di colpa che consumano il capitano della nave, sapendo Billy innocente. Non è un'invidia banale quella descritta da Melville, perché è nutrita dal malanimo e la sua fonte è una malattia dolorosa che ha sede nel cuore di Claggart. Costui è una persona istruita, corretta, dai modi misurati, che in condizioni normali non trae nessun piacere a far soffrire gli altri. Eppure trama perché Billy venga accusato ingiustamente di ammutinamento. Quello che accade in seguito spinge necessariamente il lettore a riflettere sul potere distruttivo dell'invidia e la sua capacità di erodere anche l’animo più equilibrato.
   
Facci leggere un tuo brano attinente
La notte in cui Lucia Rena ha perso l’innocenza, si è accorta di non avere più la catenina della Vergine Consolatrice, che Michele Rena le aveva appeso al collo il giorno dei funerali di sua madre.
Aveva circa nove anni, e da quel giorno non l’aveva più tolta, neanche quando andava a dormire o quando faceva il bagno, convinta che fosse un amuleto contro gli sguardi vogliosi che i maschi del paese le rivolgevano tutte le volte che attraversava la piazza con le sue gambe da cicogna, e contro le maldicenze che si abbattevano su di lei, in quanto il suo corpo di matrona incipiente oscurava gli altri esemplari femminili, scatenando invidie e gelosie.
Si è accorta di averla persa mentre si stava strofinando via con forza l’odore di Gunther Schroeder; china sul lavabo, con una smania rabbiosa e disperata, ha usato prima il sapone grezzo per bucato, poi la cenere del focolare, raschiandosi infine a sangue con una spugna ruvida imbevuta di lisciva.
(Mille giorni d'inverno, cap.VI)

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera
Ho mostrato che i vizi hanno un potere attrattivo enorme e devastante se non si è consapevoli di esserne preda. Però a me piace sperimentare, tutte le esperienze trasformano dal punto di vista emotivo. E poi, si può sempre trasformarli in forza positiva, trarne il meglio, magari facendosi aiutare da qualche virtù.

Inventa un titolo accattivante che contenga l’invidia
Ti ho bramato per invidia.


Pubblicizza una tua creatura

Per chi ha kindle: https://www.amazon.it/Mille-giorni-dinverno-Daniela-Nardi-ebook/dp/B01A6BZPQQ

Per chi ha kobo: https://www.kobo.com/us/it/ebook/mille-giorni-d-inverno-1

Tutti gli store online per il cartaceo.

Dalla quarta di copertina
Raccontato in uno stile evocativo e con i toni della favola, questo romanzo breve narra le vicende di Mari Serrano e della sua famiglia durante le ultime fasi della seconda guerra mondiale. Costretti, in conseguenza di un devastante bombardamento, a lasciare La Città, giungono come sfollati in un piccolo paesino dell’Appennino campano, Valliani, dove vivono alcuni parenti. Dopo i primi momenti di smarrimento in cui quel luogo appare come un contenitore vuoto, Mari e i suoi fratelli Luigi e Bruno, hanno l’opportunità di ritrovarsi con Ester, l’amica per metà semita, fuggita non solo dai bombardamenti ma dal dolore per la partenza della madre. Dopo il suo arrivo, il paese sembra ritrovare vitalità e i ragazzi hanno l’opportunità d’incontrare personaggi diversi, come Salvo e Bruno, loro coetanei e il nonno don Peppino che ha la mania d’intagliare croci di legno con cui tappezza le pareti della sua casetta. Durante i decisivi mesi del 1943, i ragazzi Serrano combatteranno con la fame e le ansie della loro età, saranno protagonisti e testimoni di passioni travolgenti e atroci delitti consumati tra i campi e i pendini di Valliani, finendo con l’assistere inermi agli ultimi, terribili giorni d’occupazione nazista.

N.B. Tutti i personaggi e gli episodi raccontati sono reali. L’autrice li ha elaborati al fine di renderli fruibili e armonizzati con la storia.

venerdì 26 aprile 2019

Ira (2) - vizi e virtù - scrittrice allo sbaraglio: Mavie Carolina Parisi




Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l'ira. Cosa dici?

Chissà se nel pianeta in cui mi hanno sbarcato è esistito un extraterrestre di nome Seneca che ha scritto qualcosa di simile al De ira?
Nel caso non avrei molte difficoltà a descriverla, sarebbero già abbastanza informati, saprebbero che l’ira trasforma l’essere umano in un animale selvaggio  con  gli occhi fiammeggianti e rossi, i peli dritti e i muscoli tesi nel desiderio di sbranare e fare a pezzi.
Se invece tra gli abitanti del pianeta non fosse mai esistito nessun Seneca, cercherei nel paesaggio locale qualcosa che possa aiutarmi a rendere l’idea, e se in quel pianeta non nascessero fulmini, onde di maremoto o bombe vulcaniche, troverei certamente in natura una manifestazione d’ira magari in alberi che lanciano con violenza i loro frutti verso chi cerca di tagliarne i rami.

Nella vita hai provato l'ira: raccontaci.


Personalmente ritengo che l’ira sia una delle manifestazioni esteriori della rabbia che è un sentimento più complesso.
La rabbia è indignazione, è risentimento; può esplodere all’improvviso o covare per anni.
La rabbia può mostrarsi all’esterno o rimanere chiusa.
E la rabbia certo, l’ho provata, parecchie volte, soprattutto quando ho subito ingiustizie o le hanno subite altri intorno a me, ma non sempre, anzi quasi mai è sfociata in ira.


Consiglia un romanzo che parla del vizio/virtù in questione e spiegaci la scelta.

Consiglierei Furore (titolo originale the grape of wrath, letteralmente grappoli d’ira) di John Steinbeck .

Ambientato negli Stati Uniti, durante la grande depressione, racconta la storia di una famiglia che come tante altre, schiacciata dai debiti contratti con le banche,  decide di lasciare il Middle West per andare in California dove spera di trovare il lavoro e dunque una vita migliore.
E’ un romanzo pervaso dalla rabbia, in primo luogo quella degli agricoltori verso lo strapotere delle banche e le avverse condizioni atmosferiche che rovinano i raccolti.
Lo consiglio perché è uno dei miei libri preferiti, una saga familiare on the road scritta con grande sensibilità e maestria.
Un romanzo che ti prende fin dalle prime pagine e non ti lascia più andare via.


Facci leggere un brano attinente.

E’ un brano tratto proprio da Furore di Steinbeck

…Niente lavoro fino a primavera. Niente lavoro.
Niente lavoro…niente denaro, niente cibo.
Ma, dico io, chi ha una pariglia di cavalli e se ne serve per arara, per coltivare, non si sognerebbe mai di metterli fuori dalle stalle e lasciarli morire di fame, quando manca il lavoro nei campi.
Ah, ma quelli sono cavalli…noi siamo uomini.
Le donne osservavano i mariti, per vedere se questa volta era proprio la fine. Le donne stavano zitte e osservavano. E se scoprivano l’ira sostituire la paura, nei volti dei loro mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva ancora essere la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in furore.
L’erba spuntò tenerissima e distese sui colli la delicata coltre verzolina dell’annata nuova.


 Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera

Cosa c’è di più umano del vizio? Credo si abbia poca scelta, è quasi impossibile evitarli tutti, per tutta la vita. E non sarebbe nemmeno utile alla crescita delle consapevolezze necessarie ad evitarli.
Detto questo, potendo, preferirei esercitare virtù, e sono sincera.

 Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio/virtù che ti è toccato


Narrami o Diva, l’ira funesta, l’ha già scritto qualcuno?




Pubblicizza una tua creatura

Questa è la copertina del mio ultimo romanzo.
Parla di una donna di nome Rebecca che attraverso il rapporto con lo psicanalista, Ruggero Macis, ricostruisce la sua vita davanti al lettore.
E’ una donna normale, un medico, ma al contempo anche una donna disturbata.
Soffre di ossessioni, mette in atto comportamenti compulsivi, è ipocondriaca, come molti, forse più di molti.
Al di là della vicenda narrata, ciò che ho cercato di indagare è stato il significato di certi comportamenti e la possibilità che il tutto sfoci in una “guarigione”.
Liberarci da certe paure è quello che vogliamo? Sono probabilmente il frutto di sofferenze più profonde e nascoste, è giusto, è utile riportarle in superficie?





martedì 23 aprile 2019

Gola - Vizi e Virtù - scrittrice allo sbaraglio: Cristiana Iannotta




Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è il vizio della gola.

Per prima cosa, sulla Terra o su un altro mondo, che sia dietro un invito o per un’improvvisata è raro che mi presenti a mani vuote, dunque, ritenendola una buona regola, porterei un presente.
Non conoscendo i tipi alieni, porterei sicuramente un vassoio di paste tipo bignè di San Giuseppe ricchi di crema profumata e zucchero alla vaniglia, così, se proprio non dovessero fidarsi me li farebbero assaggiare e sarei felice.
Uno dei miei tanti limiti è quello di non riuscire a imparare le lingue, dunque spero di avere a disposizione un traduttore stellare. A questo punto inizierei a spiegare, bignè alla mano, che sulla Terra la gola è definito, purtroppo, vizio mentre si tratta di un piacere sublime. Per questo motivo sono sbarcata sul nuovo pianeta: la mia missione è far conoscere quanto, invece, sia importante sapersi rilassare al profumo e al gusto di una cioccolata calda, o sciogliersi al sapore dello zucchero mentre si ride con gli amici. Certo, nell’istante in cui diventa eccesso rientra in quello che si definisce vizio… ma noi, nel pianeta nuovo, sposteremo l’asticella più in là e il vizio sarà solo un lontano pensiero.

 Nella vita hai esercitato il vizio di cui stiamo parlando. Raccontaci.

Dalla risposta precedente mi sembra già ovvio. Certo che l’ho praticato, esercitato… e senza troppi ripensamenti. Sono una golosa cronica ed è curioso che mi sia capitato proprio questo vizio. Non che non ne abbia altri, però questo è quello per cui mi pento meno o, se vogliamo, il tempo giusto per ricominciare. Preciso che, per me, il vizio della gola è riferito solo al mangiare, e al mangiare dolci in primis, e non all’ingordigia di accumulare soldi, affetti e quant’altro.

Consiglia un romanzo che parla del vizio in questione e spiegaci la scelta.

Anni fa mi regalarono “Ricette immorali” di Manuel Vázquez Montalbán. Il libro, di appena 150 pagine, contiene molte ricette e ad ognuna è allegata una situazione erotica. Il mangiare e il fare l’amore sono definiti piaceri che scardinano una “cultura repressiva e preparano alla comparsa di una comunicabilità che non va sprecata”. Per l’autore cucinare, e poi assaporare e mangiare con gusto, deve essere un’abitudine per raccogliere in seguito i frutti dell’amore.
Ecco, per me, il cibo è quella cosa che più si avvicina al piacere, in senso ampio del termine. È ciò che gratifica. Riempie. Soddisfa. È quello che, a volte però, crea anche disturbi e seri problemi, come nel libro Fame di Roxane Gay. Insomma il vizio della gola è come la vita: va vissuto e goduto. Fino alla fine.

Facci leggere un tuo brano attinente.

“Le vacanze. Le vacanze vere. Le vacanze tutte di sole, piscina, mare. Di giochi. Di incontri. Di amori. Le vacanze, che di martedì erano un qualcosa di stupendo. Perché di martedi?, direte voi. Era un giorno speciale per me e mio fratello, forse l’unico giorno della settimana in cui rispettavamo al millesimo di secondo il rientro a casa, perché nonna per pranzo ci preparava le alici spinate, con le patate tagliate a rondelle, il tutto fritto dorato. Quell’unico giorno della settimana sarebbe bastato per stare bene tutto l’anno. Seduti a tavola, con l’acquolina in bocca, e con le nostre prime aspettative. Sempre soddisfatte.
Dopo anni anche io ho riprovato a fare quel piatto, ma niente, non ha niente a che vedere con le alici di nonna. Forse manca la mano, forse le dosi esatte, ma di sicuro manca solo l’amore di nonna e il sapore del suo ricordo. Unico”. Dal mio libro: “Blu e rosso. Viola.”, il primo incerto esperimento di scrittura che, però, mi è rimasto nel cuore.

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera.

Direi una via di mezzo. Sono più portata per i vizi e, per alcuni, mi riesce anche abbastanza semplice la sperimentazione, ma anelo alle virtù, anche se credo non facciano per me.

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.

“Una ola per la gola!”

Pubblicizza una tua creatura

Ho pensato che la gola, lasciando fuori il piacere di prima, a volte faccia tornare bambini.
La scoperta, la curiosità di un sapore nuovo o la gioia di uno già conosciuto. L’allegria.
Allora ho deciso di pubblicizzare il mio ultimo libro, una favola per bambini dai 6 ai 9 anni.
Non dedicato all’eccesso, ma al controllo. Di cosa? Del bullismo e dell’ecologia. Temi che interessano sia i bambini che gli adulti. Vivere in un mondo pulito e libero da plastiche, trovo che sia un bel messaggio, o un invitante biglietto da visita, anche per presentarsi ad un incontro alieno!
E poi, ora che ci penso, alla fine della storia, i protagonisti della favola organizzano una festa mangereccia… dunque, tutto torna.
La spiaggia dell’amicizia – edito da Il Ciliegio Edizioni – si trova on line: amazon, ibs, sito della casa editrice e in libreria.


giovedì 11 aprile 2019

Lussuria (2) - Vizi e virtù - Scrittrice allo sbaraglio: Tea Ranno



Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è la lussuria. Cosa dici?

Dico che la lussuria è la fame dei sensi. È il bisogno di accoppiarsi, di possedere il corpo di un altro - e di un altro e di un altro… - senza mai saziarsi (“Fame fame fame, sempre fame” direi e, visto che gli autoctoni avrebbero un vocabolario molto limitato, mi aiuterei con la mimica), perché, nel momento stesso in cui ci si placa, ecco che la fame rimonta, aizzata dal desiderio in apparenza soddisfatto. In apparenza, appunto, perché, nel mentre ci si soddisfa, ecco che un’uguale, se non maggiore fame, sorge.

Nella vita hai esercitato la lussuria: raccontaci.

Sì, quando scrivo. Un piacere sensuale di carta, corpi di carta, ma soprattutto parole: da corteggiare, inseguire, catturare, obbligare al mio piacere, molto pretenzioso, di ubbidienza; dunque sottometterle, piegarle ai miei desideri di senso e di sostanza, alla mia insoddisfazione per cui da una passo all’altra e poi a un’altra, sfinendomi sopra di loro per giornate intere, per settimane e mesi, puntando, cacciando, carezzando, insidiando e facendo capitolare; placandomi per subito tornare a bruciare: di febbre, di desiderio. Affamata sempre, e sempre alla ricerca, consapevole che mai quella ricerca avrà fine, dunque sempre a caccia, sempre infebbrata e ostile a ogni farmaco, ché di questa fame e di questa febbre io ci voglio campare fino alla morte.

Consiglia un romanzo che parla di lussuria e spiegaci la scelta.

Tra i tanti che potrei citare, scelgo “Il diavolo in corpo”  di Radiguet, perché la bramosia del protagonista mi pare abbia quei requisiti di fame insaziabile di cui ho detto, e una dose di egoismo - ed egocentrismo - così forte da spingere alla morte.


Facci leggere un tuo brano attinente.

“Sentisse, Madre, fu colpa vostra se quella carne giovane mi fece perdere la saldezza. Fu lei, la tentatora, che mi chiamò nello stanzino, e quando fui lì, davanti al crocefisso che tante mie preghiere aveva esaudito, quella demonia m’infilò la mano in mezzo alle gambe e mi disse: “Padre, santificatemi”. E io: “Figlia che vuoi dire?” E lei: “Le vostre mani consacrano ogni giorno l’ostia, passate queste sante mani addosso a me. Mi prese le mani e se le mise sulle gran minne che aveva e intanto prese a sfregarmisi contro. Una diavola pareva. Io ci provai a resistere, a invocare il Santissimo, ma quella era una strega che aveva in corpo la forza di cento demoni e uno di questi mi sollevò la tonaca e un altro mi sbottonò la patta, e un altro si pigliò nelle mani il mio membro che mai aveva conosciuto femmina, e un altro lo guidò dentro di lei e la ingravidò”.
Si fermò. Era tutto sudato, e mano a mano che parlava una grande eccitazione aveva preso a girargli per il corpo e a fargli più rosse e turgide le labbra.
“E ora vi supplico, Madre”, riprese, “aiutatemi, ditemi voi come possiamo fare a liberare il convento dall’onta di un bastardo concepito tra queste mura”.
“Queste parole lui mi disse, e intanto io mi sentivo il sangue che mi sbatteva veloce nelle tempie e mi sentivo nel corpo un gran calore e mi sentivo in mezzo alle gambe un desiderio che voleva essere saziato. E lui lo capì e capì pure quello che doveva fare. E non ci furono demoni che gli sollevarono la veste e demoni che gli aprirono la patta e demoni che indirizzarono il suo membro dentro di me, che già avevo conosciuto uomini e sapevo quello che mi aspettava.
Quando finimmo lui disse: “Mi devi aiutare con quella sciagurata”.
“E io gli risposi: “Non ti preoccupare. Lo so io quello che bisogna fare”.
                                                                          Sentimi, pag. 27 - 28



Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera.

Meglio sperimentare i vizi. Che offrono il più ampio ventaglio di emozioni e spingono la fantasia a ogni più vario esercizio anche di redenzione, e fuga, e azzardo, e libertà. E anche perché si può essere viziosamente virtuosi.

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.

“Swing, cozze e lussuria”


Pubblicizza una tua creatura
“L’amurusanza” mio romanzo appena uscito.
È una storia sfacciata, erotica, sensuale, terragna, solare e allegra, in cui si può ridere fino alle lacrime e fino alle lacrime commuoversi.




venerdì 29 marzo 2019

Accidia (2) - Vizi e virtù - Scrittrice allo sbaraglio: Lucia Guglielminetti (con la partecipazione straordinaria di Raistan Van Hoeck)




Disegno by Kittrose (Claudia Caranfa)


Chissà perché la mia umana legge la parola ‘accidia’ e pensa a me. Ah, sono Raistan Van Hoeck, il vampiro protagonista della sua saga RVH. Perché il corsivo? Perché la storia l’ho scritta io, ma per motivi di sicurezza preferisco attribuire a lei il dubbio merito di tale impresa. Io non sono accidioso.

Semplicemente, sono attento a dosare i miei sforzi per questioni che li meritano davvero. Siccome trovo pochissimi motivi davvero validi per sbattermi a destra e a sinistra, come si dice oggigiorno, posso essere scambiato per pigro, accidioso.
Sono anche andato a consultare il vocabolario per essere perfettamente certo del significato della parola: “L'accidia è l'avversione all'operare, mista a noia e indifferenza.”
Sotto la voce ‘pigrizia’ si legge invece: “mancanza di determinazione nel compiere un'azione di cui si riconosce l'importanza.” Ma, cari lettori, come ho detto prima, trovo pochissime azioni davvero degne di importanza, quindi non mi si può definire pigro. Soltanto selettivo. Lo sareste anche voi, se foste immortali e il tempo per voi non avesse alcun significato. Perché fare oggi quello che posso benissimo rimandare a domani, o anche a tra un decennio o due? L’unica questione su cui non posso temporeggiare come vorrei è il nutrimento, ma il progresso e la mia natura hanno voluto favorirmi: il mio bisogno di sangue decresce con l’aumentare dei miei anni, e l’uomo ha inventato la comoda soluzione delle sacche in dotazione agli ospedali e i forni a microonde. Il gusto del mio cibo di elezione non è proprio uguale, lo ammetto – niente può competere con qualche litro di sangue giovane spillato al momento – ma il segreto per essere felici è accontentarsi, spero che sarete d’accordo con me. Quindi, come dico sempre, datemi un comodo divano, un impianto home theatre degno di questo nome, qualche libro e un po’ di AB negativo riscaldato al punto giusto e avrete un vampiro felice di stare al mondo. Perché correre? Perché affrettarsi? Gli umani con cui ho condiviso alcuni momenti della mia plurisecolare esistenza se ne sono andati da tempo. Per loro valeva la pena di darsi da fare. Ora siedo sulle rovine del mondo, per lo più da solo, a volte in compagnia di esseri come me, e niente merita davvero la mia sollecitudine. Correte voi, se ne avete voglia. Io sono troppo vecchio, e cinico, e stanco. E solo.

E dopo la digressione dell'ospite inatteso

Nella vita hai provato l'accidia: raccontaci.

Raistan ha detto la sua e io dico la mia. In periodi faticosi come questo cedere all’accidia sarebbe un lusso. Un lusso che non mi posso permettere. Sono pigra di natura e ho sempre la tendenza ad attendere l’ultimo momento per fare le cose; dover lottare ogni giorno contro questa mia inclinazione a volte è sfiancante. Lo invidio molto. Lui ha tempo. Un tempo potenzialmente infinito. Io passo gran parte del mio a far cose che non ho voglia di fare e vedo sfilare via le mie giornate senza sentirmi davvero libera o realizzata, tranne quando scrivo. Odio la noia ma vorrei essere più indifferente. Più impermeabile a ciò che mi accade intorno. Meno scalfibile. A volte vorrei essere sola, dovermi preoccupare solo di me stessa. Ma alla fine è davvero un bel modo di vivere, o quest’ansia che in certi giorni domina ogni cosa esiste perché sono una persona con sentimenti, dunque viva e relativamente decente? Meglio essere morti, o non-morti, come nel caso del mio amato vampiro olandese che ha dovuto fare dell’insensibilità la propria corazza? Chi lo sa. Che noia avere certi pensieri. Dite che è proprio grave se non preparo il pranzo proprio adesso, ma aspetto ancora una decina di minuti? Si sta così bene qui sul divano…

Consiglia un romanzo che parla di accidia e spiegaci la scelta.

Non me ne viene in mente nessuno, tra le mie letture, tranne quello citato dal mio avversario (Raffaele Abbate ha citato "La noia" di Moravia, n.d.r.) Mi ha annoiato a morte.

Facci leggere un tuo brano attinente 

‘Per diverse notti di fila non ho fatto assolutamente nulla. Quando mi svegliavo, se non avevo fatto qualche sogno orribile, navigavo un po’ sul Web o guardavo qualche film, senza riuscire a seguirne davvero la trama. Mi lasciavo scivolare spesso nell’animazione sospesa ed ero capace di restarci tutta la notte. È successo soprattutto nei giorni in cui le sensazioni provenienti da Shibeen erano troppo intense da sopportare, o quando gli incubi mi avevano fatto svegliare di soprassalto, urlando.
Una sera il mio cellulare ha squillato, strappandomi al mio stato d’immobilità assoluta. Controllando il display, mi sono accorto che si trattava di Greylord, il lycan. È lui che mi ha risvegliato, a quanto pare, sfinendomi a suon di barzellette assurde.
Il primo impulso è stato quello di non rispondere, ma il mio dito ha premuto il pulsante che mi metteva in comunicazione con lui prima che riuscissi a bloccarlo.
“Ehi…” gli ho detto.
“Come te la passi, vecchia sanguisuga? Guarito? Non sei stato molto gentile, l’ultima volta che ci siamo visti… cacciarmi così dopo che ti ho riportato indietro dal mondo dei morti…”
“E chi ti dice che volessi essere riportato indietro? Ti saluto, lycan.”
Ho chiuso la comunicazione e spento il cellulare. L’ultima cosa di cui avevo bisogno era una discussione metafisica con un lupo mannaro.’ 
RVH – Morte e vita.

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera

Meglio AVERE virtù e sperimentare vizi. Se no sai che noia? (Appunto!)

Suggerisci un titolo accidioso

“Quello che vi siete sempre chiesti sull’accidia e nessuno ha mai avuto voglia di dirvi. (Ma in fondo che vi frega?)”

Pubblicizza una tua creatura

Per coerenza non posso che pubblicizzare la mia saga RVH, cinque libri più uno di racconti. Ascesa alle tenebre è il primo. Su, non siate pigri e cliccate sul link. Non rimarrete indifferenti. Finora, nessuno ci è mai riuscito.




Lascio anche il link alla canzone più accidiosa di tutti i tempi: Keine Lust (nessuna voglia) dei Rammstein. Ascoltatela, se vi va. Il video è molto divertente.




giovedì 28 marzo 2019

Prudenza - Vizi e Virtù - Scrittore allo sbaraglio: Vito Parisi











Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è la prudenza. Cosa dici?
La prudenza si può riassumere in: stai lontano dal pericolo e questo vi deve bastare per il momento che se volessi davvero spiegarvi cosa è la prudenza, presupponendo che abbiate anche emozioni, dovrei dirvi che la prudenza è la ghigliottina di queste, la carnefice del coraggio e il veleno a cui noi umani ci siamo assuefatti per volontà di sopravvivenza immotivata.

Nella vita hai esercitato la prudenza: raccontaci.
Purtroppo è una pratica quasi indipendente dalla mia volontà, si esprime in quasi tutti i miei gesti quotidiani; il lavoro mi costringe alla prudenza, il “tengo famiglia” permea le scelte e, ancor di più, le non scelte. Da quando abbiamo lasciato arco e frecce primordiali ci siamo armati di prudenza come unica arma.

Consiglia un romanzo che parla della virtù in questione e spiegaci la scelta.
Difficile trovare la prudenza come tema di un romanzo, qualsiasi narrazione sembra prendere a pretesto proprio la negazione di questa per dare l’avvio a eventi inaspettati; forse dovremmo rivolgerci ai classici e fra tutti a “I promessi sposi” dove il Manzoni ne fa un brodo di coltura della genesi dei personaggi “eroici” quelli che alla fine vincono perché si sono affidati all’esercizio della virtù prudenziale lasciando all’entità superiore la riparazione dei torti.
    
Facci leggere un tuo brano attinente.
Ultimi metri di corsa, col fiatone, un salto ed è in carrozza, al sicuro.
Un lungo respiro e può rilassarsi; il suo posto, sempre quello, i soliti vicini, sistemare la borsa sul portapacchi e guardarsi intorno.
Se li contasse i giorni si accorgerebbe che sono tanti, ma proprio tanti: quasi tre anni per cinque giorni la settimana a salire su quel treno sempre alla stessa ora, con le stesse facce e sempre allo stesso posto.
Raramente si vedeva qualche viso nuovo, chi volete che abbia voglia di alzarsi a quell’ora del mattino se non per lavoro?
Strada facendo qualche viso era mancato, qualcun altro ne aveva preso il posto, ma, nell’economia complessiva, niente era cambiato.
C’è lei?
Si, c’è anche stamattina. Meno male. Passa meglio mezz’ora di viaggio se hai qualcosa da guardare, anche solo di sfuggita, senza farti accorgere.
Sono quasi due anni che la guarda Enrico, da quando l’aveva vista salire in treno una mattina e gli era sembrata una cosa fresca in mezzo al paesaggio affumicato dei soliti visi gonfi di sonno.
Era bella. È bella, anche se due anni di levatacce gli hanno disegnato sul viso un impercettibile reticolo di stanchezza che un po’ illividisce la pelle ancora giovane.
Aveva pensato che fosse un caso, un viaggio contingente, che non si sarebbe ripetuto; poi l’aveva vista il giorno dopo e l’altro ancora. Dopo un mese ci aveva fatto l’abitudine e il collo conosceva la torsione millimetrica che serviva per poterla vedere facendo finta di guardare fuori dal finestrino, solo muovendo un po’ gli occhi.
Si muovevano gli occhi, tanto; Enrico non riusciva a guardare altrove per più di qualche secondo, poi lo sguardo gli tornava da solo al bel viso stanco. Ogni tanto incrociava lo sguardo e fuggiva rifugiandosi nella specularità trasparente di se stesso riflesso nel vetro del finestrino.
Con un lieve scatto il treno si avvia, la nuca batte leggermente sul poggiatesta: da adesso Enrico può contare i minuti, quelli che gli rimangono con lei da guardare. Dura poco il viaggio. Troppo poco per tentare un approccio. Lui neanche ne avrebbe il coraggio. Tutte le volte che aveva provato ad immaginare di rivolgerle la parola aveva sentito un tremito nelle braccia e le gambe farglisi molli come gelatina, come se realmente stesse tentando di parlarle e lei lo stesse guardando scorbutica.
Avrebbe voluto avere un po’ più di faccia tosta, quel poco che serviva almeno per sorriderle, per farle capire che gli piaceva. Poi chissà…
Ma gli anni incoscienti erano passati da un pezzo. Anzi, per lui non c’erano mai stati, ma se riandava un po’ indietro coi ricordi qualche sorriso se lo era regalato. Gli veniva più facile qualche anno addietro. Adesso, quasi prossimo ai quaranta e con una vita passata a farsi curare da sua madre aveva i sentimenti ingolfati e assuefatti a muoversi in ambiti ristretti, giusto lo spazio dei suoi pensieri, senza voli.
Solo la mattina, per mezz’ora, cinque giorni la settimana, si permetteva qualche piccolo tremito, un azzardo timido della mente che gli regalava un sorriso di dentro, che gli faceva credere che domani, si domani, le avrebbe sorriso.
Maria non parla con nessuno. Imprigionata in una timidezza senza rimedio sale sul treno e fissa lo sguardo fuori dal finestrino, Conosce gli odori di tutti Maria, li avverte in misura invasiva e soverchiante; potrebbe, forse, indicare quale mestiere facciano solo se conoscesse altri mestieri al di fuori del suo.
Maria conosce poco del mondo, appena quello sprazzo di terra che guarda ogni giorno dal finestrino e i terrori che sua madre le inietta quando esce di casa.
Sono belli gli occhi di Maria: grandi, verdi e, anche se lei non vorrebbe, irrequieti. Lo ha visto quell’uomo che la guarda, quattro sedili più in là. Si è accorta di come distoglie subito lo sguardo quando lei inavvertitamente guarda verso di lui. Non gli sembra uno di quelli che dice sua madre, non ha cattiveria nello sguardo e a lei piacerebbe che le sorridesse. Le farebbe compagnia un sorriso nelle ore lunghe del lavoro, quando deve aspettare inerte che la macchina abbia digerito il carico di carta che lei gli fornisce e lo risputi sotto forma di sigarette. Bianche con il filtro giallo, tutte uguali.
Maria non parla con nessuno e non può dirlo ad Enrico che gli piacerebbe vederlo sorridere.
Potrebbe tentare di sorridergli lei, ma solo a pensarci gli occhi le cadono sul grembo, ostinatamente fissi.
Poi, una mattina, il posto di fianco a Maria è vuoto, un’altra delle solite assenze ignare, qualcuno che manca senza che lei sappia perché. Enrico arriva con il solito fiatone e trova il suo posto occupato da un viaggiatore occasionale che non sa di occupare un pezzo di vita, un’abitudine rassicurante.
Si guarda intorno Enrico, vede l’unico posto vuoto di fianco a lei, trema per un attimo, tenta un respiro profondo che gli si interrompe nel petto.
Maria spera, ma gli occhi sono disperatamente fissi fuori dal finestrino. Aspetta di sentire accanto quell’odore che di solito abita quattro sedili più in là. Trema anche lei e gli piace. Intanto inghiotte un mezzo respiro e quasi sorride.
Enrico è fermo al centro del corridoio, un ragazzino smilzo con un fagotto di libri gli chiede permesso e si avventa sul posto libero.
Abbarbicato al corrimano, in piedi, Enrico si lascia sballottare dal treno che parte; la sua borsa gli pende dal braccio inerte rimasto libero.
Si immagina una lacrima e pensa a quello di cui è fatta la sua vita: di cose che non succedono.
Vito Parisi

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.
La risposta è necessariamente interlocutoria: dipende dai vizi e dalle condizioni a contorno. Esercitare la prudenza nei pressi di un precipizio è doveroso, esercitare la prudenza verso le persone è quasi sempre deleterio.

Inventa un titolo accattivante che contenga la virtù che ti è toccata.
La prudenza del cobra 
(il cobra si allontana subito dopo aver deposto le uova per evitare le conseguenze dell’istinto che lo porterebbe a divorarle; una specie di prudenza inscritta dalla natura nel DNA di questo rettile)

Pubblicizza una tua creatura

Rocco è un piccolo imprenditore che decide di cambiare vita. In fuga da un mondo che lo ha nauseato incontra il Café du Reviens, un luogo magico e pieno di vita dove, uno dopo l'altro, entrano in scena tutti i personaggi, come attori su un palcoscenico. Rocco accoglierà le speranze e le delusioni, i dolori e le fatiche degli abitanti del Café: sconfitti che in realtà saranno i veri vincitori.