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venerdì 25 ottobre 2019

Ferita all'ala un'allodola di Maria Lucia Riccioli (39simo libro letto quest'anno)

Questo romanzo sul social dei lettori, Goodreads, non c'è e non è neanche possibile inserirlo, perché non è più disponibile alla vendita. I libri, secondo le logiche di mercato, hanno un'aspettativa di vita breve. E questo è stato pubblicato, la prima volta, nel 2011, poi rieditato nel 2013. Comunque troppo in là nel tempo per "esserci" ancora. Eppure c'è. C'è come pochi altri romanzi che ho letto. C'è perché merita di esserci.
Maria Lucia Riccioli ha svolto un certosino lavoro di ricostruzione dell'esistenza terrena di Mariannina Coffa, poetessa e intellettuale risorgimentale, purtroppo misconosciuta fin dagli anni in cui, viva e vibrante, venne di fatto seppellita in un'esistenza che non le apparteneva.
Voleva scrivere e vivere di poesia e di cultura, voleva amare liberamente chi le aveva fatto battere il cuore. Voleva essere riconosciuta come persona.
Ma "fimmina era" e in quanto tale non aveva diritto ad altro che a un matrimonio basato sul denaro e i beni al sole, una casa da accudire, figli da dare a un marito poco più che estraneo.
Non era "normale", Mariannina Coffa. Non voleva esserlo. Forse non poteva. Infatti la sua vita si consumò in un breve lampo. Si spense a 37 anni, divorata da un cancro all'utero e dalla consapevolezza di essere sola, abbandonata, avversata dalla stessa famiglia alla quale aveva sacrificato ogni aspirazione pur di conservare onore e rispettabilità.
L'autrice scrive con una lingua arcaica, pastosa, lirica, con rimandi al melodramma, alla poetica del Risorgimento, al dialetto, anche. È come se a parlare dalle pagine fosse Marianna in prima persona. lei che racconta, soffre, rivela e si ribella, anche, a una condizione della donna che è violenza istituzionalizzata e custodita perfino dalle stesse altre "fimmine" convinte del proprio essere proprietà di padri, fratelli, mariti e figli. Lei no. Mariannina Coffa no. E paga con la vita.
Questo libro è doloroso, lo si chiude con un sentimento di gratitudine e di rabbia. La rabbia di quel busto che le hanno dedicato a Noto, dopo averla avversata, irrisa e calunniata in tutto l'arco della sua breve vita. Una testimonianza necessaria, per non dimenticare cosa significa nascere donna. E cosa molti vorrebbero significasse anche oggi.

martedì 15 dicembre 2015

E se ci arrendessimo?

Non metto link, vi avverto. Chi ha voglia potrà, nel caso, andare a cercare su google. Succede che un direttore di una grande libreria stili la classifica dei dieci autori che preferisce e suggerisce ai clienti. Succede che nella sua lista non ci sia neanche una donna. Succede che gli venga chiesto come mai e che lui risponda che le donne non le legge. Punto. Vi suona come un dejavù? Lo è. Succede spesso. Ve lo ricordate il professore di Toronto che si chiamava come uno dei Pink Floyd e che si rifiutò di inserire nelle proprie lezioni di letteratura libri scritti da donne? Dice: va beh, era un maschilista. No, il problema è che come lui la pensano in tanti. E in tante. Per quanto gente in gamba come Loredana Lipperini e Marilù Oliva rispondano, controbattano, polemizzino con una tendenza che è puro distillato di discriminazione di genere, le donne che non leggono donne per partito preso sono tante. Troppe. Dice: ma se non mi piace il romance, come faccio a leggere donne? Qui potrei mettermi a stilare una lista di gialliste/noiriste. Vi faccio due nomi a caso: Marilù Oliva, Marzia Musneci, Simonetta Santamaria, Maria Silvia Avanzato. Sono quattro? Potevano essere molti di più. Che poi, voi che dite che non volete leggere donne perché scrivono romance… lo avete mai letto un romance? E se poi trovate una donna che ha scritto un horror, un western, un hardboiled, vi fidate o pensate: ma figurati, una donna che scrive questo genere…
Io già vi sento. Una legione in tumulto. Io non guardo chi ha scritto cosa. Io leggo solo libri belli. Belli per chi? Per me, ovvio. E mica è colpa mia se i libri che mi piacciono li scrivono solo gli uomini.
Vi si potrebbe rispondere che, come molti lettori e molte lettrici, trovato uno o più autori che aggradano, perché rischiare spaziando? Perché alzare lo sguardo verso l’orizzonte di altri scaffali?
Ma che lo pensi un lettore X o una lettrice Y può anche andar bene. Che un direttore di libreria mi certifichi che, se anche avesse in scaffale un mio libro a) non lo leggerebbe perché mi chiamo Laura e non Lorenzo, b) è fiero di dichiararlo al mondo, c) non ci trova niente di strano in questo, anzi si considera più sincero di altri… beh, mi fa cadere le braccia. E allora dico a Marilù Oliva, che ha scritto una bella lettera aperta al direttore suddetto, hai fatto bene, Marilù.
Ma comincio a chiedermi a cosa serva. Sto accusando la stanchezza. La voglia/consapevolezza delle donne di aver diritto di esistere e di occupare un posto nel mondo la sto vivendo come una marea che dopo un'avanzata che sembrava gloriosa, quella del tanto vituperato vetero femminismo, ora si ritrae. E per quanto noi, io, te e le moltissime splendide donne che conosciamo e amiamo e stimiamo, si tenti di fare muro contro il riflusso, l'acqua della combattività di ieri ci scivola tra le mani trasformata nel siero dell'arrendevolezza di oggi.

Hai fatto bene, fai bene. Avrei dovuto farlo anch'io. Ma sono stanca. Spero passi presto, perché ti meriti compagne di lotta forti e luminose quanto tu sei.

sabato 3 ottobre 2015

Nel nome di Carolina

Ormai lo sapete. Lunedì esce il nostro nuovo romanzo, "Ricardo y Carolina", romance storico edito da goWare.  La protagonista principale è Carolina Crivelli, 24 anni nel 1865, ribelle alle convenzioni, aspirante giornalista, pronta a giocarsi tutto, anche la vita all'occorrenza, per inseguire il suo sogno.



La sua stella polare, il suo esempio di vita è la contessa Clara Maffei, colei che disse "Io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare".

Non vi anticipiamo niente, ma a breve ci sarà un contenuto inedito riguardante proprio la contessa Clara Maffei, legato al lancio del nostro romanzo e a una collaborazione straordinaria col sito Pasionaria.it

Ora, grazie ad Amneris Di Cesare, abbiamo scoperto che esiste un personaggio meraviglioso nella storia del Brasile, Chiquinha Gonzaga. Musicista, donna ribelle ai conformismi, pronta a sfidare tutto e tutti per amore. Dell'arte e non solo.

E alla luce di chissà quante altre donne nascoste nelle pieghe della storia, ci è venuta un'idea: andiamo a scovarle, queste donne, nel nome di Carolina?
La nostra protagonista è un personaggio di fantasia, ma quante ne sono esistite?
Quante non ne conosciamo?
Di quante ci piacerebbe conoscere la storia?
 
 

lunedì 20 luglio 2015

Ebbene sì: esiste il FEMMINISMO ROSA


Rifletto. Mi capita. Anzi, direi che è la mia attività principale. E non sono uno specchio. Okay, la battutaccia la dobbiamo al caldo. Ma, dicevo, rifletto. Chi mi segue sa che da tempo mi interrogo sulla scrittura. E sulla scrittura delle donne. Ho intervistato un bel po’ di autrici, ne ho ricavato un saggio (https://www.bookrepublic.it/book/9788896656815-scrivere-non-e-un-mestiere-per-donne/) e non ho mai nascosto il fastidio che provo per il radicato pregiudizio in base al quale a una firma di donna in copertina, corrispondano per forza pagine dedicate a una storia d’amore. Un fastidio spesso condiviso dalle autrici che ho intervistato. Averne parlato mi ha procurato non pochi scontri con lettori/scrittori maschi convinti che il sillogismo sia “le donne parlano solo d’amore – le donne scrivono libri – i libri delle donne parlano solo d’amore”. Potremmo facilmente dimostrare che non è così, ma non è di questo che voglio parlare adesso. Perché l’amore è l’argomento principe del 99,9% delle storie da che esiste la scrittura. E anche prima. Raccontarne è una pulsione insita nell’animo umano, a prescindere dal cromosoma X o Y. La questione è come lo si racconta. Ed è qui che voglio introdurre il concetto di “femminismo rosa” per il quale rimando al blog di Mara Roberti https://rosapercaso.wordpress.com/ con un sottotitolo che è tutto un programma. Ovvero “O di come una femminista convinta iniziò a scrivere rosa”. Una dichiarazione che è un distillato di coraggio perché l’immagine che si associa oggi al termine femminista è descritta da poche parole: brutta, vecchia, zitella, acida. Non conosco personalmente Mara Roberti ma sono certa che neanche una di queste quattro categorie le appartenga. Mentre sicuramente le appartengono intelligenza e ironia, quelle con cui affronta l’apparente dicotomia tra l’essere femminista e lo scrivere storie d’amore. Il femminismo rosa esiste. Lei lo ha messo nero su bianco, ma a ben guardare è sempre esistito. Riconoscerlo è facile. Ogni volta che un romanzo ci propone figure di donne descritte a tutto tondo, con pregi e difetti, capacità e carenze, momenti di forza e attimi di debolezza. Ogni volta che non si indulge nello stereotipo della fanciulla in difficoltà che mai verrebbero superate se non intervenisse il principe di turno. Ogni volta che la conquista e l’espressione del sentimento non sono il solo motivo di vita per la protagonista. Ogni volta che i ruoli non sono cristallizzati in preda e cacciatore, in candida colomba e lupo tenebroso. Ogni volta che la storia d’amore è, anche, storia di vita, percorso di realizzazione, ricerca del meglio per sé. Ritengo che le scrittrici abbiano, oggi più che mai,  compiti importanti: spezzare i limiti della banalizzazione, mostrare al lettore donne vere, persone complete. Non vuol dire rinunciare alla storia d’amore. Tutti i libri ne contengono una, anche quelli del più macho degli scrittori. Ma mettere nero su bianco un rapporto paritario. E reale. Perché di donne disposte a perpetuare lo stereotipo dell’angelo del focolare se ne incontrano sempre meno. Per fortuna.

p.s. se vi va, sull’argomento c’è la mia chiacchierata con Florelle

lunedì 23 marzo 2015

Scrivere? Non è un mestiere per donne: discriminazione editoriale in pillole


 
 

A parità di talento e di meriti, la scrittrice dovrà faticare il doppio

(se non il triplo) per essere anche soltanto presa in considerazione.

La triste verità è che, perlomeno in Italia, questo accade in ogni ambito

della vita di una donna.

Gaja Cenciarelli

 

“…penso che il problema si aggravi quando si parla di giallo, o peggio

di horror, in quest’ambito c’è certamente una sorta di diffidenza per

le autrici e quindi una certa forma di discriminazione, so che ad alcune

colleghe è stato proposto di pubblicare con uno pseudonimo maschile.”

Floriana Tursi

 

“…fateci caso, uno scrittore ha, in genere, molti più fan di una scrittrice,

e la maggioranza sono donne. Perché la donna vede a tutto tondo,

giudica su varie sfaccettature, non si ferma all’apparenza.

Simonetta Santamaria

 

Un mio amico scrittore diceva che per scrivere il suo ultimo romanzo

aveva impiegato 13 mesi durante i quali si era auto recluso. Per

mettere insieme 13 mesi pieni di scrittura io, tra impegni familiari di

vario tipo e necessità di sbarcare il lunario, devo impiegare 13 anni.”

Mavie Parisi

 

Le scrittrici per essere note o famose o avere i propri libri in vista

in libreria devono essere profonde e impegnate, serie e senza troppi

vezzi, oppure (apparentemente) leggere e dedite alla scrittura chick

lit. Prestazioni maggiori, o caratterizzate da ciò che è di moda.”

MariaGiovanna Luini

 

“…le lettrici leggono indifferentemente scrittori maschi e scrittori

femmine, guardano solo all’interesse per la trama, mentre i lettori

no. I lettori maschi si fidano poco di un libro scritto da una donna,

pensano che per forza sarà una menata rosa, con poca azione…”

Lilli Luini

 

Viviamo in un paese in cui il maschilismo - spesso con la complicità,

duole dirlo, delle donne stesse - è una piaga ben lungi dall’essere

debellata. Anzi, direi proprio che da diversi anni è in corso un tentativo

di restaurazione che mira a demolire conquiste che purtroppo

non sono affatto assodate e che a volte hanno addirittura una sostanza

solamente formale.

Francesca Bonafini

sabato 7 marzo 2015

Per l'8 marzo scegli un libro senza stereotipi

I lettori attenti hanno notato due cose riguardo ai nostri romanzi: le donne hanno sempre un ruolo da protagoniste, ma gli uomini non sono mai dei semplici comprimari. A noi piace aggiungere un’osservazione: le donne che noi descriviamo, così come gli uomini, non corrispondono mai agli stereotipi di genere che ci vengono costantemente somministrati.... Non è una scelta razionale, una decisione presa a tavolino.
 
 
Adesso, anzi, da un po’ di tempo a questa parte, le decisioni prese a tavolino vanno per la maggiore in narrativa. E i risultati si vedono. I nostri e i “loro”. Pare che il mercato prediliga le protagoniste pasticcione, facili all’inciampo e alla piccola ferita da medicare (tipo unghia spezzata, scheggia nel tenero polpastrello, caviglia – sottile, nuda anche in gennaio, calzata su tacco 12 – distorta), bisognose di assistenza in tutto e per tutto, fragili, insicure. Intelligenti, per carità, ma pronte a cadere in deliquio sbirciando un bicipite, una camicia sapientemente sbottonata dal pettorale scolpito, un sorriso canagliesco. In carriera, anche dure nel loro lavoro, ma dalla gota fanciullescamente rubescente nel momento in cui, alzando le palpebre orlate di folte ciglia, impattano nello sguardo assassino del loro collega/superiore/avversario. I lettori, anzi, le lettrici vogliono ‘sta roba qui, ci viene detto. E non stiamo parlando di sfumature grigie, rosse e nere, ma di prodotti nostrani (sì, nati sulla falsariga perché l’onda va cavalcata) destinati ad approdare in tv per perpetuare lo stereotipo. Lei, qualsiasi lei, può far carriera, le è concesso essere intelligente e preparata, può avere delle intuizioni, magari battere sul tempo il maschio di turno. Ma senza rinunciare – così ci viene venduta – a quella femminilità bamboleggiante che fa sentire l’uomo protettivo, forte, necessario. Ve la ricordate la canzone di Celentano che recitava, rivolto alle istanze femministe, “tu vuoi fare il gallo, poi fai l’uovo con me, sul lettescion…”? Ecco, siamo ancora lì. Le regole del bestseller narrativo (la letteratura, non ci stancheremo mai di dirlo, è altro) ci vogliono così: scorza apparentemente dura ma anelito alla sottomissione appena ci giunge alle narici – frementi, ovvio – un sentore di maschio ferormone.
Ecco. Noi, duo scrittorio Costantini&Falcone, no. Se è questo che volete da un libro, non cercatelo in uno dei nostri. Ed è forse il motivo per cui, ci piace pensare, il nostro “Puzzle di Dio” (goWare) è stato scelto dall’Unione Lettori Italiani Molise nell’ambito delle celebrazioni dell’8 marzo.
Non è un libro che parla di emancipazione femminile, è un thriller, un romanzo d’avventura e mistero, con mille risvolti. E con due donne protagoniste che con gli uomini interagiscono, collaborano, si scontrano, se è il caso. Soprattutto non inciampano, non arrossiscono, non si sottomettono. Come le loro creatrici, ci viene da dire.

martedì 25 novembre 2014

Quello sguardo

Quello sguardo.
Sei piccola per riconoscerlo.
Hai un vestitino blu a pallini bianchi,
la gonna a ruota ti danza sulle gambe di bimba.
Non te me accorgi tu, non potresti.
Tua madre ne sente il peso,
di quello sguardo.
"Stai composta, chiudi le gambe."

Quello sguardo.
Sei ancora piccola, ma che è cattivo lo capisci.
Hai una salopette pantaloni, rossa a pallini neri.
Lo sguardo arriva prima nella mano,
in mezzo alle gambe.
Di chiuderle tua madre ti aveva avvertita.

Quello sguardo.
Cattivo è definizione da bimba.
Ma sei cresciuta adesso: famelico.
Hai imparato a sentirtelo addosso.
Ce l'hai alle spalle,
arriva prima della violenza di un contatto
che non chiedi, che non vuoi.

Quello sguardo.
Predatore. Come l'uomo di potere
che ti offre un lavoro
insieme alla lingua infilata a forza tra le labbra.
Le tieni serrate, come le gambe.
Ma quando fuggi
lo fai convinta di essere tu, colpevole.

Quello sguardo.
In strada.
Sul posto di lavoro.
Nel garage solitario.
Nell'ascensore condiviso.

Quello sguardo.
Cattivo.
Famelico.
Predatore.

Sprezzante.

Perché arriva il momento in cui
Sparisce la preda appetitosa.
Sei vecchia.
Hai perso il tuo ruolo nel mondo.

E quello sguardo é lì per te,
femmina,
corpo,
vagina.
Quello sguardo ti dice che solo questo sei.

Mente.
Ricordalo.
Mente.

Laura Costantini


martedì 21 ottobre 2014

Maleficent e la fortuna di avere delle nipoti

Maleficent e la fortuna di avere delle nipoti

Lo avevo perso al cinema il film ispirato alla fiaba della Bella Addormentata. Mi capita spesso di perdere film. Manca il tempo, manca la compagnia. Difficile che qualcuno abbia voglia di andarsi a vedere una favola al cinema, fosse pure in 3d e con una strepitosa Angelina Jolie. Ma fortuna vuole che io abbia delle nipotine e un cognato che le ascolta. Così, grazie a loro, ho potuto vedere il film in dvd. E avere conferma che sarebbe valsa la pena pagare un biglietto. La Bella Addormentata non è mai stata tra le mie favole preferite, neanche quando lo vidi in versione cartoon disneyano (per inciso uno dei migliori dal punto di vista dei disegni). Io le favole, da bambina, le ho lette. E le ho lette nelle versioni integrali, spesso più argomentate e sfaccettate di come vengono presentate ai bambini. Nella fiaba originale il sonno della principessa Aurora, e di tutto il suo castello, abitanti compresi, dura cento anni prima che un principe ardimentoso si spinga tra i rovi per scoprire cosa vi si cela. Però siam sempre lì: per liberare una principessa ci vuole un principe. Come il bacio dell'azzurro fanciullo in questione possa essere di amore vero, nessuno ce lo spiega. Aurora, nella fiaba, non lo ha proprio mai visto 'sto tipo, visto che ha cento anni più di lui. Le altre principesse disneyane son tutte fulminate dalla prima occhiata del principe destriero-dotato. Ed è amore. Punto. La sceneggiatura di Maleficent, da molti criticata a quel che ho letto, è un piccolo capolavoro perché spiega, argomenta, approfondisce. Malefica non è stronza per questioni genetiche, nonostante piaccia da secoli pensarlo delle donne con un qualche potere. È una fata, si innamora di un umano pusillanime ma ambizioso. Si fida e rimane fregata in modo sanguinoso, crudele. Si incattivisce, decide di vendicarsi e lancia un incantesimo sulla figlia dell'ex moroso che strappandole le ali ha ottenuto il trono. A sedici anni Aurora si pungerà e cadrà in un sonno simile alla morte dal quale solo un bacio dell'amore vero e bla bla bla. Ma sedici anni sono tanti e non è facile vivere di interposto rancore mentre una bimbetta, bionda e mal custodita da tre fate svampite, ti cresce sotto gli occhi. Malefica veglia su di lei, suo malgrado. Impara a volerle bene, suo malgrado. Vorrebbe annullare l'incantesimo (solo gli imbecilli non cambiano idea), ma non può. Tenta il tutto per tutto per salvare Aurora, rischia la propria vita consapevole che l'amore vero, cui anche lei aveva creduto prima di perdere le ali e la fiducia negli uomini, non esiste. Se Aurora si addormenta, sarà per sempre. Ci prova, Malefica, ma neanche il belloccio Filippo, che Aurora ha intravisto nel bosco ed apprezzato (ma di amore neanche a parlarne, come è giusto che sia), riesce nel miracolo. La bacia e Aurora continua a dormire. Malefica, madre suo malgrado, piange il proprio errore ma non chiede perdono. Sa di non meritarselo. Si limita a un bacio sulla fronte di quella figlia non voluta eppure adorata. E Aurora si sveglia. Perché non esiste amore più vero di quello che Malefica ha saputo concepire. Non so perché a molti questo film non sia piaciuto. Io sono felice che le mie nipoti lo abbiano visto e apprezzato. Perché insegna molto. E comincia a depennare dall'immaginario femminile quella ridicola figurina che chiamano Principe Azzurro.

sabato 31 maggio 2014

Ma quanto ci odiano?

La socia mi perdonerà se mi permetto una piccola incursione per riflettere. E voglio farlo qui perché su FB è sempre troppo dispersivo. Leggo sui social, sui profili di giovani uomini, spesso di cultura medio-alta, con posizioni di apertura e tolleranza, reddito buono (a quel che si capisce), foto di orologi di pregio, macchine, viaggi. Leggo sui social, dicevo, questi giovani uomini dichiarare senza mezzi termini che le donne costano troppo. Non le escort, quelle va bene che costino, son disposti a spenderci. Le donne che di professione non fanno le operatrici sessuali, quelle che loro possono prendere in considerazione come compagne di vita.
Costano troppo, si diceva. Perché prima di darla, vogliono essere invitate a cena in un locale di pregio, poi a ballare in un posto esclusivo, e non una sola volta. E quando si decidono a darla (si esprimono proprio così, il loro scopo è raggiungere e utilizzare QUELLA, o quelle, parti del corpo della donna in questione), vogliono regali, viaggi, soggiorni in hotel a cinque stelle, anelli di diamanti. Una escort costa meno e frutta di più.
Ora, a fronte di queste dichiarazioni (cui si aggiungono faccine assortite per un'evidente excusatio rispetto alla quantità di cazzate appena proferite), mi chiedo: ma quanto ci odiano?
Perché io non ho mai sentito o letto dichiarazioni di questo genere in bocca alle donne. Non conosco donne che danno un prezzo al proprio sesso e che pretendano l'uso di carte di credito e regali da un certo budget in su. Le donne si lamentano, certo, di non trovare comprensione, complicità, aiuto (quando si è in coppia e tutta la mole del lavoro ricade sulle spalle di lei, soprattutto se ci sono figli). Possono ascrivere molti maschi nella categoria degli stronzi perché son state tradite, deluse, ferite.
Ma la cattiveria che ci mettono gli uomini (alcuni uomini), ragazzi, è tale da investirti come una corrente di liquami di fogna.
Ma quanto ci odiano? e, soprattutto, perché?

Laura

domenica 9 marzo 2014

Io mi ricordo

Io sono molto più vecchia della collega Beatrice Borromeo. Mi azzardo a dire che Beatrice Borromeo potrebbe essere mia figlia. Eppure è evidente che io ricordi il periodo dell'adolescenza, per me piuttosto distante, molto ma molto meglio di lei. Beatrice Borromeo ha scritto per Il fatto quotidiano un articolo dal titolo emblematico "Se non ti fai sverginare sei una sfigata" (qui il link http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/06/sesso-a-14-anni-unadolescente-racconta-se-non-ti-fai-sverginare-sei-una-sfigata/904665/) aggiungendo la propria al coro di voci che, dal caso baby squillo in poi, ma anche prima a ben pensarci, stigmatizza l'intera categoria delle adolescenti, femmine, in base a una presunta iperattività sessuale. Borromeo parla di quattordicenni in una prima puntata della sua inchiesta. E non la conosco, quindi non posso e non voglio dire nulla sul come abbia operato nel preparare la suddetta inchiesta. Ciò di cui voglio parlare è la scarsità di memoria. Al netto delle differenze di epoca, mi viene da pensare (e ammetto subito sia un pregiudizio) che l'adolescenza di Borromeo sia stata ben diversa dalla mia. Lei ha un nome che trasuda aristocrazia, cultura, alta società. Io sono figlia, fiera figlia, di un portalettere, cresciuta, con altrettanta fierezza, in una borgata romana, frequentando scuole pubbliche per tutto l'iter scolastico. E mi ricordo. Mi ricordo molto bene cosa vuol dire essere un'adolescente. Femmina. Mi sentivo brutta, mi sentivo inadeguata, mi sentivo sola. Ferirmi era la cosa più facile del mondo. Era come se la pelle mi fosse stata strappata via, lasciandomi nuda a carne viva. E su quella carne qualsiasi sguardo (Dio, la cattiveria degli sguardi), qualsiasi parola, qualsiasi gesto erano sale, fuoco, lame. Esisteva già il bullismo negli anni 70/80. Esisteva la cattiveria. Esisteva l'attività sessuale. C'era lo sforzo di un movimento, quello femminista, che cercava di aprirci gli occhi, a noi bambine/adolescenti in procinto di affrontare l'altro sesso. E c'era, c'è sempre stata, la banalità dell'accomunare un'intera categoria in un giudizio. Gli adolescenti erano quelli maleducati, erano quelli chiassosi, erano quelli svogliati, erano quelli incapaci di prendersi responsabilità. A tutto questo, per le femmine, si aggiunga che le adolescenti erano puttanelle. Non lo si diceva facile come lo si dice oggi. Ma era negli occhi di chi, adulto, maschio o femmina che fosse, ti guardava. Negli occhi adulti maschi c'era, allora come oggi, condanna e appetito inconfessabile. C'era la voglia, spesso attuata, di importunarti, toccarti, sussurrarti porcate che tu, ragazzina quattordicenne del 1977, manco eri in grado di decifrare. E io mi ricordo. Ricordo la rabbia (avete presente la rabbia di un'adolescente? quella fiammata di aggressività e pianto, quella richiesta di aiuto che nessuno sembra in grado di ascoltare?) quando adulti in carne e ossa o adulti dalle pagine di un giornale, pretendevano di decifrare il come, il perché, il quando. No, Borromeo, noi adolescenti di allora non eravamo tutti maleducati, non eravamo tutti inutilmente aggressivi, non eravamo privi di valori, non eravamo svogliati e viziati. Non eravamo puttanelle. E odiavamo chi si arrogava  il diritto di giudicarci senza conoscerci. Io me lo ricordo. E di tempo ne è passato molto più per me che per te, Borromeo. Mi ricordo che non c'è niente di peggio che parlare per categorie, che fare mucchio, che generalizzare ai danni delle persone. Me lo ricordo talmente bene che oggi, che faccio il tuo stesso lavoro, da un po' prima di te e con molta più fatica, consentimi, cerco di evitare di parlare di lavagne con i buoni e con i cattivi. Soprattutto se la categoria "cattivi" è rappresentata, in parte Borromeo, in una piccola parte, da persone già nell'occhio di un ciclone mediatico dove si parla sempre di baby-squillo e mai di clienti pedofili. Pensaci. E ricorda. Non ti servirà un grande sforzo.

lunedì 4 novembre 2013

Stereotipi, un tanto al chilo

Se la mia metà oscura fosse meno sfuggente, questa recensione potrebbe essere la prima di una serie dedicata ai romanzi infarciti di stereotipi un tanto al chilo. Ma la mia metà oscura non accetta scadenze e appuntamenti fissi, ergo...

Sulla copertina dei gioielli, un biglietto da visita e una sega che, non tutti presumo, sono in grado di riconoscere come uno strumento chirurgico. Poi il titolo, “L'allieva”. Niente di strano che la prima cosa che venga in mente sia di essere alle prese con un romanzo in stile E. I. James. 
Non si potrebbe essere più lontani. Se proprio volessimo fare riferimento all'inflazionato cardinale, al massimo potremmo pensare a 50 sfumature di banalità. Ma lasciamo stare, anzi, restiamo sulla copertina, sul virgolettato per la precisione. Perché se è vero che Luciana Littizzetto ha rischiato di morire dal ridere nel leggerlo... beh, io ho un conto milionario alle Cayman. 
Ci tengo a precisare, e più avanti capirete il perché, che non ho acquistato il libro, me lo hanno regalato in considerazione della mia passione per i gialli. Che poi se “L'allieva” è un giallo il mio conto alle Cayman non è milionario, ma miliardario. 
Ma veniamo alla trama: la protagonista, Alice Allevi, è una specializzanda in medicina legale. Bella (vaga somiglianza con Sophie Marceau), intelligente (si fa per dire), ingenua (al limite della deficienza), un po' provinciale (come le sia venuto in mente Sacrofano a una che è nata a Messina è un mistero che non me la sono sentita di approfondire), con la propensione alla gaffe, distratta, facilona, maldestra e sufficientemente “sciocchina” (il termine è dell'autrice) da aver bisogno del macho, in senso letterale, quando finisce nei guai (praticamente una pagina dopo l'altra).
Per un vezzo del caso Alice è in una boutique di via del Corso a scegliersi il vestito per l'ennesimo party in stile Grey's Anatomy quando incontra una giovane donna della Roma bene che la indirizza verso un abito nero, molto frou frou (il termine è dell'autrice). Poche ore dopo la stessa giovane donna è sul tavolo dell'istituto di medicina legale. Gli inquirenti sono indecisi fra suicidio e omicidio, la morte è dovuta a choc anafilattico, ma la Allevi propende per la seconda ipotesi.
Perché? Perché mentre era nel camerino, Alice ha involontariamente spiato una telefonata della morta, in cui l'ha sentita pronunciare queste parole:
“Non so di cosa stai parlando, sei impazzita? No? Be, allora, hai un po' troppa fantasia. Non intendo più parlarne e se vuoi delle risposte non sono certo io a potertele dare.”
Voi non ci crederete, ma tutto comincia da qui. E il peggio non è questo, ma il fatto che si protragga per 374 pagine, ringraziamenti e note dell'autrice compresi. Trattandosi di un giallo (?) non svelerò come la nostra specializzanda riuscirà a dimostrare di aver colto nel segno, ma sono sicura di non togliere nulla alla suspence parlandovi del dottor Claudio Conforti, praticamente il clone di George Clooney in E.R., la cui bellezza è direttamente proporzionale alla stronzaggine (Alice lo ammira da un punto di vista professionale, lo teme come superiore e ovviamente è succube del suo fascino), e di Arthur Paul Malcomess, doppia nazionalità, laurea in scienze politiche, fotografo free lance per scelta, al cui fascino vengono dedicate ben sedici righe. Ciliegina sulla torta, Arthur è il figlio del capo della Allevi, il “supremo”, come lo chiama nell'intimità dei propri pensieri (piuttosto confusi in realtà). Quelli più intimi, di pensieri, si dividono tra questi due campioni di mascolinità. A chi donerà il cuore la bella e perspicace dottoressa? Se ve lo dicessi svelerei l'unico vero enigma di tutto il romanzo. Gli altri protagonisti maschili non sono degni di nota, nemmeno il commissario Calligaris, un ibrido tra il tenente colombo e monsieur Travet con la tipica faccia dell'uomo cui puzza l'alito, cito testualmente. 
Ora, come sia la faccia di uno a cui puzza l'alito io lo ignoro, ma non sono riuscita a ignorare l'acronimo che la Gazzola mette in bocca alla sua protagonista per descrivere una giornalista tv: 
S.C.V.S.E.C.R.M. che sta per 
sgallettata con voce stridula e capelli rosso menopausa. 
Così come non ho potuto ignorare che il bel dottor Claudio, parlando delle possibilità di carriera delle sue sottoposte, ammette candidamente che la più dotata tra loro non ha chance per via dell'aspetto che, ricito testualmente: le nuoce come non immagini.
Se è vero che ogni scrittore mette un po' di sé nei protagonisti dei propri romanzi, mi riesce difficile separare la Gazzola dalla ragazza emotiva, immatura, consumista e con una visione della vita tra il disincantato e il perfido (n.d.a.) che risponde al nome di Alice Allevi, specializzanda in medicina legale. Ma la Gazzola è giovane, ha poco più di trent'anni. Concediamole il tempo necessario a crescere e a maturare il convincimento che, fin quando saremo noi donne ad appoggiare l'idea che ci svalutiamo come un auto, che non abbiamo possibilità se a un bel cervello non si accompagna un bel culo o che la menopausa segna la fine della nostra sessualità e l'entrata nel mondo del ridicolo, gli uomini faranno fatica a dissociare il binomio che li ha resi il sesso forte per secoli: figa=sesso, e niente altro. Perdonate la volgarità.
Quanto detto ovviamente mi consente di dissentire dalle note entusiastiche della Littizzetto e della Schisa (Il Venerdì di Repubblica) che saluta la nascita della Kay Scarpetta tricolore. L'anatomopatologa della Cornell è una 
donna non più giovane, professionale, decisa, con una grande considerazione del proprio sesso e della vita umana. Paragonarla ad Alice Allevi è come paragonare il Conte Dracula di Bram Stoker a Carletto, il principe dei mostri dei cartoni animati giapponesi degli anni '80. E' azzardato e fuori contesto.

Loredana Falcone

p.s. Ho scoperto che c'è pure il booktrailer, questo

lunedì 12 agosto 2013

Tutto questo è criminale

Sono 81 le donne vittime di femminicidio in Italia da gennaio di quest'anno (n.b. scrivevo una decina di giorni fa, credo siano aumentate...). Il dato è stato portato alla luce in una torrida sera d'estate, nella bella cornice d'arte di un paesino laziale tra collina e mare. Notte bianca, tante iniziative, tra queste la voce del Telefono Rosa, di Se non ora quando e della vicesindaco di una giunta quasi tutta al femminile. La violenza di genere esiste e si perpetua. La vicesindaco non poteva saperlo, ma poche ore prima una bambina di otto anni, otto anni, subiva una tentata violenza carnale in pieno giorno, in piena luce, in una strada di Napoli. Linciato e sfigurato l'assalitore, ricoverato in gravi condizioni. Ma nella notte bianca di una torrida sera d'estate la voce si leva a difendere tutte le donne. Le nostre, ma anche  quelle il cui unico torto è essere nate in un paese di religione islamica. Abbiamo parlato poche settimane fa del coraggio di una piccola grande donna, la sedicenne pakistana Malala. In questi giorni tutto il mondo parla del caso di Nada. Ancor più giovane. Se possibile, ancor più coraggiosa. Nada ha undici anni e, con l'aiuto di adulti in grado di ragionare fuori dai dettami anacronistici e assurdi dell'Islam, ha lanciato il proprio grido d'aiuto su youtube. Un volto bellissimo, occhi enormi e pieni di lacrime, la voce rotta dal pianto ma non doma, Nada ha detto di essere pronta a uccidersi piuttosto che essere venduta come sposa. Pare che la famiglia volesse lucrare su di lei strappando un buon prezzo al promesso sposo adulto e, lui sì, libero di decidere un simile abominio. Ma Nada, cresciuta con la mente aperta sulle conquiste della civiltà, ha detto no. È fuggita di casa. Vuole studiare, vuole usare Internet, vuole mantenere intatti infanzia e sogni e progetti per un futuro che travalica gli angusti confini di un paese tra i più chiusi e retrivi nella galassia islamica. Lo Yemen. Quello dello splendore architettonico di Sanaa. Quello dei rapimenti di turisti da parte di bande di fondamentalisti a caccia di fondi. Quello dove più di un quarto delle donne vengono costrette al matrimonio prima dei 15 anni perché una sposa giovane sarà una moglie obbediente, farà più figli e garantirà una fedeltà basata sul disgusto per qualsiasi uomo, compreso il proprio non scelto marito. E poco importa se un corpo ancora non maturo può soccombere a una gravidanza, come accaduto nel 2010 a una bambina di 12 anni. Morta di parto parto dopo tre giorni di travaglio. Non avete compassione?" chiede Nada lo sguardo fisso in camera in quel video che tanti vogliono credere manipolato. Perché è difficile immaginare tanto coraggio in una creatura così giovane, così indifesa. E se anche dietro quel filmato, dietro quelle parole così adulte, "hanno ucciso i nostri sogni, hanno ucciso tutto quello che avevamo dentro", ci fossero degli adulti, resterebbe l'orrore reale di tante donne costrette, vendute, usate come bestie da macello. "Tutto questo è criminale" ha detto Nada. "Tutto questo deve finire" si è risposto in una notte bianca d'estate in un paese che non vende le bambine, ma massacra una donna ogni tre giorni.


Laura Costantini

giovedì 18 luglio 2013

Che faccia hanno gli eroi

Non dobbiamo avercene a male, noi che abbiamo addosso la maturità dei decenni. Tanti decenni. Ma l'eroismo appartiene a chi vede la vita quasi esclusivamente come prospettiva futura, non a chi abbia accumulato passato. E chissà se riusciamo a renderci conto di aver assistito a un momento storico. Frase banale questa. La usiamo spesso a sproposito, a volte con ironia, in contesti che nulla hanno a che vedere con la possibilità di lasciare un segno. Ma stavolta è vero. Abbiamo guardato in faccia un eroe. Ne abbiamo ascoltato la voce. Ne abbiamo toccato con mano il coraggio. Ne abbiamo assaporato il nome, dolce come una filastrocca per bambini. Malala. Ci dicono significhi "colei che conosce il dolore" e viene da chiedersi quale genitore oserebbe segnare il destino di una figlia con questo anatema. I genitori di Malala lo hanno fatto, in un inconscio slancio di premonizione. Perché Malala il dolore lo ha conosciuto. Il dolore in tutte le sue crudeli declinazioni. Perché, pur all'interno di una famiglia illuminata, è nata femmina in un paese (ma si potrebbe dire in un mondo) dove questa è colpa che non si perdona. È nata femmina, musulmana, pakistana, intelligente e consapevole di se stessa, dei propri diritti e di quelli delle altre come lei. Era una bimba quando si è resa conto che studiare è un'arma infallibile e che una persona istruita fa paura. Lei la paura, seppure ne ha avuta, l'ha ignorata. Ha sfidato un mondo chiuso e violento. Ha studiato, ha scritto, si è connessa al mondo della Rete e ha gridato forte le proprie aspettative, di più, le proprie pretese per il futuro. Lo ha fatto con un blog, dimostrando ai suoi nemici, perché Malala ne ha tanti, che il coraggio alberga nelle menti aperte e avide di conoscenza. Menti che non si curano del corpo avuto in sorte, corpo maschile, corpo femminile, corpo forte oppure gracile. Malala è alta meno di un metro e mezzo ancora oggi che ha sedici anni. Ne aveva solo 14 il giorno in cui il suo guanto di sfida ha colpito duro maschi barbuti, armati fino ai denti, forti e vigliacchi. Ottusi. Il maschio che è salito sull'autobus scolastico carico di "femmine oscene" appena adolescenti, le ha puntato un'arma in faccia e ha fatto fuoco con la certezza di cancellarne lo sguardo, i pensieri, il coraggio. La pallottola le ha attraversato il cranio, il collo, la spalla. Impossibile sopravvivere. Eppure Malala ce l'ha fatta. Ha conosciuto il dolore del colpo, il dolore della consapevolezza di morire, il dolore delle operazioni necessarie a salvarle la vita, il dolore di capire fino a che punto quel maschio, quei maschi, la odiano. Dolori che ha affrontato senza recedere di un passo. Da oggi se proveremo a immaginare che faccia abbia un eroe, vedremo lei. Malala. In piedi davanti all'assemblea delle Nazioni Unite. Piccola, velata, immensa. Con il dito alzato ad ammonire i potenti della Terra con la saggezza di chi sa. Sa che per cambiare tutto servono i libri. E occhi come i suoi a carpirne il sapere.

Laura Costantini

martedì 12 marzo 2013

Ma il femminismo si porta ancora?

L'otto marzo è trascorso. Con tutto il corollario di banalità e opposte tifoserie: mimose sì, mimose no, spogliarello maschile sì, spogliarello maschile assolutamente no, festeggiare, rimpiangere, lottare, desistere. È trascorso mentre si filosofeggia se sia giusto parlare di femminicidio ed esistono voci per le quali alle donne delegare il potere all'uomo fa comodo. È trascorso e nessuno, in Italia, è insorto contro la convinzione che definirsi femministe sia oggi velleitario, fuori moda, anche ridicolo. Eppure. Ieri la regina Elisabetta II d'Inghilterra ha firmato un documento che abolisce la discriminazione di genere in tutti i paesi del Commonwealth. Un atto importante, affidato a un'ultraottantenne che, da cinquant'anni, dimostra al mondo che donna di potere si può. Regina per mancanza di eredi maschi Elisabetta, decisa a non lasciare lo scettro in mano a un primogenito inadeguato e a spianare la strada alla successione automatica per una primogenita, pur circondata da fratelli. E la notizia è che si debba, ancora, firmare una carta di parità e una legge per sancire che sul trono può salirci una femmina. Ma dirci femministe è fuori moda, sia chiaro. Perché le donne hanno conquistato tanto. Ci viene ricordato ogni santo giorno che possiamo, ormai, essere medici, soldati, manager. Lo recepiscono anche gli sceneggiatori. E allora capita di vedere un film come "New in town". Renee Zellwegger è una manager elegante, single, ambiziosa (e non è un complimento) e aggressiva (idem). Le affidano uno stabilimento in perdita nel Minnesota e lei inanella una sequela di figuracce e gaffes che, comunque, le garantiscono l'attenzione di Ted. Sindacalista, pompiere, volontario, figaccione. Renee risolleva le sorti dello stabilimento, si innamora del figaccione, le viene proposta la poltrona di vicepresidente della società e, indovinate? rinuncia per vivere, due cuori e un pick-up in quel del Minnesota. Non è evidente che dirci femministe è obsoleto? Eppure. Mai sentito parlare di Sheryl Sandberg? Ha 44 anni, è bella, è ai vertici di Facebook dopo una carriera da spaventare tra laurea prestigiosa e collaborazioni con la Casa bianca ai tempi di Clinton, ha due figli piccoli. Ed è proprio lei, con un reddito da venti milioni di dollari l'anno, a rilanciare il femminismo come necessario. Promotrice del movimento internazionale Lean In (facciamoci avanti), ha raccontato, in occasione della presentazione del suo saggio sulla condizione femminile nel mondo, un aneddoto illuminante. Sua figlia è alle elementari e si è "fidanzata" con un coetaneo. Tutti e due da grandi vogliono fare gli astronauti. Ma la bimba ha confidato a Sheryl che vorrebbero anche dei bambini e se uno dei due deve restare a casa a badarci, quella per forza di cose è lei. E piangeva dicendolo. Questo ha raccontato Sheryl Sandberg. Perfino la figlia di una delle manager più importanti del mondo, perfino così piccola, ha già metabolizzato che nascere femmina è un handicap e che, a parità di aspirazioni e di capacità, costringe a fare un passo indietro. Per questo Sheryl ha deciso che il femminismo non è passato di moda. Anzi. Laura Costantini

venerdì 8 marzo 2013

Non fiori, ma fatti

Ci siamo, di nuovo. Oggi è l'Otto marzo e tutti saran lì a caccia di mimose e a raccontarsi, ancora, delle operaie morte nell'incendio della fabbrica e a stigmatizzare le donne che stasera usciranno in comitiva per illudersi di essere libere e a prendere per il culo quelle che per sentirsi libere andranno a vedere uno spogliarello di maschi viscidi di unto e gonfi di anabolizzanti. Ci siamo. Di nuovo. Eppure io vorrei che qualcosa di nuovo ci fosse veramente. Non oggi, ma oggi, domani, tra un mese e negli anni a venire. Sì, come ogni femminuccia che si rispetti vorrei dei regali. E li vorrei dagli uomini che son tutti già lì pronti a sogghignare e a commentare: tiè, eccotela la parità, poi quando si arriva ai fatti se non ti presenti con i fiori, col gioiello, col pensierino sei un bastardo che non le capisce. No, non negate, vi sento dirlo tutti i giorni. Sento queste parole (o parole peggiori di queste) in bocca a tanti di voi. Non ho detto tutti. Ho detto tanti. Ho detto ancora troppi. ma si parlava di regali e io adesso voglio fare un elenco di quelli che mi piacerebbe ricevere e veder ricevere da tutte le donne.
- Vorrei vedervi e sentirvi indignati, ogni volta che una donna viene picchiata, stuprata, uccisa, vorrei sentire la forza della vostra voce superare quella delle donne che indignate lo sono da tanto, da troppo.
- Vorrei vedere uno sguardo di compatimento e nessun sorriso sulle vostre labbra ogni volta che un maschio racconta la barzelletta cretina che perpetua l'eterno luogo comune della femmina che lo vuole lungo, lo vuole tanto e lo vuole violento. Perché non è vero e non lo ripeteremo mai abbastanza.
- Vorrei che, se vivete con una donna che lavora, proprio come voi, non deste mai per scontato che sia più brava di voi a cucinare, a mettere la lavatrice, a mettere in ordine, a stendere i panni. Perché non è vero e a voi fa solo comodo pensarlo.
- Vorrei che ci guardaste, sì, ci guardaste. Non come prede, non come sante, non come puttane, non come avversarie, non come nemiche. Vorrei che ci guardaste come persone, belle o brutte, buone o cattive, e che concedeste a noi lo stesso rispetto che concedete a voi stessi.
- Vorrei che la consapevolezza di essere fisicamente più forti facesse il paio con la consapevolezza che la forza fisica non è un valore che vi rende migliori o peggiori, solo diversi.
- Vorrei non sentire mai più queste parole: "fossi nato femmina, sarei una grandissima mignotta". Perché sono la prova matematica che voi non avete la più pallida idea di cosa significhi, nel bene e nel male, essere donna.

E' tanto, lo so. Forse è chiedere più di quanto siate disposti (o capaci?) di dare. Ma io questi regali ve li chiedo lo stesso. Li chiedo a tutti coloro che sono disposti ad ascoltare e a riflettere. E non li chiedo per me, perché un Uomo così io ce l'ho accanto, li chiedo per tutte noi. Perché di solito le cose ce le mettiamo a posto da sole, e voi lo sapete bene. Ma l'unico luogo dove non potremo mai arrivare a mettere ordine è dentro di voi. E' lì dove hanno attecchito millenni di cultura maschilista, millenni di convinzioni propalate anche dalle madri, dalle nonne e da tutte coloro che hanno cresciuto un figlio maschio nella certezza di essere superiore per il semplice fatto di avere un corpo diverso.

Grazie.