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martedì 8 gennaio 2013

Non è razzismo, è peggio.

La provincia di Varese, dove si trova Busto Arsizio, viene considerata una culla del neonazismo in Italia. Uno dei boss degli ultrà della Pro-Patria di Busto è un consigliere comunale del Pdl, ma è più noto alle cronache perché nel 2007 volle festeggiare il compleanno di Hitler. Notizie riportate dai quotidiani dopo i vergognosi cori razzisti contro il calciatore nero Boateng, e contro la fidanzata, bianca, italiana, bellissima e famosa, Melissa Satta. Boateng ha abbandonato il campo. La squadra del Milan l'ha seguito a ruota. L'episodio ha scatenato dibattiti e opinionisti assortiti. Ci siamo sentiti dire che il calcio, e abbiamo notato che nelle parole degli addetti ai lavori calcio suona con la C maiuscola perché non si manca di rispetto alla gallina dalle uova d'oro, non è razzista. E che i protagonisti di quei cori non sono tifosi. Si mascherano da tifosi e ne approfittano per delinquere. Ci hanno detto che neanche quelli che, a Roma, hanno massacrato i supporter del Tottenham che festeggiavano in un pub erano tifosi. Inalberavano sciarpe laziali, c'erano anche un paio di romanisti, gridavano slogan antisemiti e col calcio, dicono, non c'entravano. Poi ci è stato spiegato che il tifoso, quello vero, arriva allo stadio dopo una settimana di frustrazioni personali che vanno sfogate. Poco importa che in realtà lo sfogo dovrebbe riguardare due o tre giorni al massimo, visto che le partite sono diventate un tormentone quasi quotidiano. Il tifoso arriva in curva e ha il bisogno fisiologico di evacuare insulti. Non è razzista, ma se il bersaglio è un giocatore nero, oltretutto giovane, bello, ricchissimo e con una fidanzata da sogno, pare gli si debba garantire il diritto di insulto libero. E, a pensarci bene, gli opinionisti avvocati difensori del calcio potrebbero aver ragione. Perché, sebbene in questi giorni l'unico a tirarlo in ballo in una lettera sia stato un anonimo lettore napoletano di Repubblica, l'insulto libero spazia. E se di razzismo si tratta, è razzismo che non bada ai colori. Basta entrare in uno stadio per sentirlo esercitare con cori che insultano l'appartenenza geografica, specie se meridionale, o la presunta promiscuità sessuale di mogli e fidanzate incolpevoli. Come dimenticare il giornalista sportivo piemontese, poi licenziato dalla Rai, che lo scorso novembre in servizio disse che i tifosi napoletani puzzano? Viene da dire che chi si oppone all'accusa di razzismo nei confronti del calcio possa aver ragione. Il razzismo, nelle sue allucinate argomentazioni, necessita di una capacità logica che travalica le ambizioni, e la preparazione culturale, delle tifoserie. Lo stadio, argomentano gli esperti, garantisce l'anonimato e la possibilità di sfogare le proprie inconfessabili pulsioni senza assumersene la responsabilità. Chi ulula quei cori, chi modula quei buuuuh, non pensa, non ragiona, non decide. Si unisce alla massa amorfa e certifica l'analfabetismo, sociale, etico, morale, in cui siamo precipitati.
Laura Costantini

mercoledì 18 gennaio 2012

I miei articoli per "La Sesia": Non ne avevamo bisogno

N.b. Alla luce di personaggi come il comandante Schettino, direi che questo articolo acquista ancor piu' valore. Parere mio, ovvio.

Capita di avere un’idea e non il coraggio di esternarla, almeno fino a quando non la si sente esprimere da altri. E ci si trova ad annuire davanti a quattro semplici parole: “Non ne avevamo bisogno”. Di un altro straniero colpevole. Stiamo parlando dell’omicidio del vigile urbano Nicolò Savarino. L’arma del delitto, due tonnellate di suv lanciate a manetta, non era nuova. Così come non lo era la ferocia di chi ha visto in quell’uomo solo un ostacolo. Era già successo a Brescia, una lite per un posto macchina. Anche in quel caso il conducente del suv ha dato gas e travolto l’uomo che lo aveva messo davanti alla responsabilità di maleducato occupatore di posti per disabili. Vale la pena ricordarlo, perché il nostro problema è la memoria selettiva. Quella che compiace il bisogno di sentirci migliori. E oggi, c’è da giurarci, saranno in molti a sentirsi migliori e pacificati davanti alla morte di un uomo di quarantadue anni, ucciso mentre svolgeva il proprio lavoro. Perché a premere quell’acceleratore come fosse un grilletto, non è stato uno di noi. Non è stato un italiano. E riaffiora quel pensiero inconfessato, condiviso con tutti coloro che distinguono la polveriera sociale che abbiamo intorno: non ne avevamo bisogno. Sarebbe stato meglio se a perdere la testa nel parcheggio desolato della Bovisa fosse stato uno di noi. Perché aveva fretta, gli era scaduto il tagliando dell’assicurazione, non aveva la patente. Futili motivi? Sufficienti. Esercitiamola, la memoria. E ricordiamo l’italiano che, per uno scambio di insulti, insegue uno scooterista e lo travolge uccidendolo. Ricordiamo gli italiani che hanno massacrato di botte un tassista per aver involontariamente investito un cagnolino. Ricordiamoci chi siamo diventati prima di lasciarci trascinare dalla comoda corrente del “dalli allo straniero”. Perché la valvola di sfogo del razzismo è dietro l’angolo. Anzi, è già qui e la tocchiamo con mano ogni volta che apriamo un giornale, che ascoltiamo un notiziario. È vero, l’uomo che ha travolto Nicolò Savarino è uno slavo. Serbo-croato con passaporto tedesco e nutrito curriculum di precedenti. Così come sembra che gli assassini della piccola Joy e del suo papà Zhou Zeng siano magrebini. Ma non possiamo crederci esenti, innocenti, superiori. I fatti parlano e raccontano storie diverse da quelle che vorremmo. Uccidiamo per un dito alzato da un automobilista, per una sigaretta negata, per uno sguardo di troppo, per una canna fumaria. Siamo pronti a scandalizzarci per le discriminazioni sessuali imposte da religioni diverse dalla nostra, ma ogni giorno siamo messi di fronte a uomini italiani che uccidono donne italiane perché non ne accettano la libertà. L’ex carabiniere di Cagliari che uccide ex suocera e nuovo compagno della moglie. Il quarantenne di Trapani che ha distrutto l’intera famiglia della donna che voleva lasciarlo. No, non avevamo bisogno di una nuova scusa per crederci migliori.

Laura Costantini

martedì 13 dicembre 2011

Oggi su "La Sesia": Verginita' e altre bugie

C’è una sola cosa peggiore di uno stupro. Uno stupro inventato. Nessuno di noi conosce il vero nome della sedicenne di Torino che ha raccontato di essere stata stuprata da due uomini stranieri. Dell’Est. Zingari. È minorenne, va tutelata. Per lei possiamo immaginare una famiglia che non coltiva il dialogo se è vero che ha messo in piedi la più odiosa delle frottole per non assumersi la responsabilità di un rapporto sessuale consensuale. Il 2011 sta per chiudere i battenti e siamo ancora qui a parlare di verginità. A raccontare di una ragazzina sottoposta, pare, a frequenti visite ginecologiche per confermarne l’illibatezza. A una nipotina che ha giurato alla nonna di arrivare vergine al matrimonio. Non ce l’ha fatta, si è innamorata, ha deciso di scoprire il sesso insieme al fidanzatino. Chissà com’è andata, chissà se hanno fatto le cose per bene questi due adolescenti, se hanno preso le doverose precauzioni. Se sono stati felici. Ma dal turbine dei sensi ci si risveglia e Sandra o Maria o Antonella, chiamatela come volete, è ricorsa al più retrivo dei luoghi comuni, alla più scontata e sessista delle bugie: non è stata una mia scelta, sono stata violentata. Qualcuno dovrebbe spiegare alla fanciulla il male che ha fatto. Prima di tutto alle donne che veramente sono state vittime di violenze e abusi. Poi a coloro contro i quali ha puntato l’indice, rivelandosi succube del pregiudizio. Esattamente dieci anni fa c’era un’altra ragazzina. Viveva non molto lontano da Torino e aveva pure lei sedici anni. Raccontò che due albanesi avevano massacrato a coltellate la sua mamma e il suo fratellino. Si chiamava Erika Di Nardo e proprio come l’adolescente torinese mentiva. Gli investigatori lo scoprirono in fretta, proprio come in fretta è crollato il castello di bugie costruito dalla protagonista della nostra storia. Solo che in questo caso il raid punitivo era già partito. Due albanesi nell’inverno gelido di Novi Ligure del 2001 erano difficili da trovare. Mentre nella Torino accesa di luminarie natalizie un campo rom ce l’avevano giusto sotto casa i prodi vendicatori dell’onore violato della fanciulla. Li ha scelti bene i colpevoli. Aiutata dal fratello maggiore, li ha anche descritti. “Erano in due: uno con una felpa grigia, uno con una grossa cicatrice”. Brutti, sporchi, cattivi. Perfetti. Ammettiamolo. Quando la stampa ha diffuso la notizia, ci abbiamo creduto tutti, subito. Una zona isolata, una ragazzina indifesa, due predatori. Le avevano intimato di consegnare il cellulare, perché i rom sono notoriamente ladri. Poi l’avevano costretta al rapporto sessuale, perché proprio come rubano i bambini, i rom son famosi per violentare le nostre donne. Notato come le donne divengano “nostre” solo quando le si immagina prede di appetiti estranei? E mentre la non più illibata sedicenne crollava davanti al cumulo di bugie, la spedizione punitiva si consumava tra spranghe e bombe carta. Perché quando i colpevoli sono perfetti, non c’è verità che tenga.

Laura Costantini

martedì 7 giugno 2011

Oggi su "La Sesia": nazionalismo? Sì, ma facciamo attenzione

Bene o male stiamo festeggiando i centocinquanta anni dall’Unità d’Italia. Abbiamo sdoganato il tricolore dall’area ristretta degli stadi. Stiamo imparando a commuoverci per “Fratelli d’Italia”. Ci stiamo sforzando di riesumare un sentimento nazionale che avevamo dato per morto e sepolto. In Europa siamo il paese che ne ha maggior bisogno, incastrati tra razzismi interni, tifoserie nemiche, campanili avversari e nazionalisti in sedicesimo che una patria, la Padania, se la inventano di sana pianta pur di potersi pulire il posteriore con la bandiera bianca, rossa e verde. Eppure tra un inno di Mameli e un “Va’ pensiero”, non ci rendiamo conto che l’idea di nazionalismo, mai veramente spenta, sta attraversando l’Europa con una virulenza che dovrebbe spaventarci. Se non lo fa è perché la maggior parte di noi si è abbeverato lo stretto necessario a una scuola che sta facendo di tutto per spegnere la memoria. Quando un sistema entra in crisi, quando il futuro si presenta incerto, quando ci si sente vittime di un’ingiustizia o succubi di decisioni altrui, ci si barrica e si impugnano le armi contro il nemico. E se il nemico non c’è, lo si inventa. Per la Germania umiliata dalla pace negoziata alla fine della Prima Guerra Mondiale, il nemico furono gli ebrei, all’interno, e il resto del mondo fuori. I tedeschi si riscoprirono nazionalisti, impugnarono la bandiera e scatenarono la Seconda Guerra Mondiale. È l’esempio più calzante, ma non è il solo. Proprio in questi giorni assistiamo sbigottiti alle manifestazioni serbe a sostegno di Radko Mladic, il boia di Srebrenica. Ha massacrato un’intera città, ha ucciso ottomila persone, è stato finalmente consegnato alla Corte Internazionale dell’Aja per rispondere al mondo delle sue colpe. Ma ci sono serbi che lo osannano come un eroe per aver difeso la patria dall’orda musulmana. Un’orda fatta di uomini, donne, bambini che la lente distorta di un nazionalismo demagogico trasformò in nemici. Da annientare. E a chi protesta che noi siamo diversi, l’invito è a frequentare la Rete e leggere le esplosioni di giubilo davanti a notizie come 270 migranti dispersi in mare per il rovesciamento di un barcone al largo della Tunisia. Uomini, donne, bambini che diventano nemici, ladri di spazio vitale, di posti di lavoro, di alloggi. Non siamo ancora arrivati ad annientarli con le nostre mani, forse non ci arriveremo mai. Ma il contagio nazionalistico è più pericoloso e virulento di quello del misterioso batterio killer che fa litigare sui cetrioli Germania, Spagna e Olanda mentre la Russia chiude i confini, oggi agli ortaggi, domani chissà. E la Francia, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, vede avanzare una bella signora bionda, Marine Le Pen, che con argomenti pacati e ragionevoli, invita tutti a uscire dall’Unione Europea per ritornare padroni in casa propria. Non sono ancora barricate, ma ci somigliano parecchio.

Laura Costantini