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venerdì 5 gennaio 2018

Doccia bollente #7 Nel buio

Era tremendamente tardi e Francesco Corsi aveva le palpebre pesanti nonostante l’adrenalina circolasse ancora a torturargli il cervello. Ore surreali si erano inseguite a cascata, scandite dalle sirene: quella della sua macchina all’impatto, poi la polizia, l’ambulanza e anche in pronto soccorso… e dire che aveva desiderato solo tornare a casa, al caldo, per stiracchiare i muscoli sotto le coperte. Ma non era stata la stanchezza; era ben sveglio quando quella, che giurava fosse una donna, gli era apparsa davanti al cofano per poi schizzargli sul vetro. L’aveva vista protesa verso qualcosa, in direzione del bosco che svettava a bordo strada. Ne ricordava i contorni rigidi del viso, riempiti da grandi occhi scuri, fin troppo, simili a due buchi neri, e gli sembrò che stesse ringhiando. Ricordava la canzone alla radio –  The dark side of the moon – e il cellulare che vibrava a vuoto sul sedile del passeggero, con il nome di Marta che lampeggiava chiedendogli quando si sarebbe sbrigato a tornare. Poi la frenata, un botto terribile e la cintura di sicurezza che, togliendogli il fiato, gli aveva annebbiato i sensi. Istanti? Minuti? Non sapeva dirlo. In preda al panico, era sceso aspettandosi di trovare la donna scaraventata chissà dove, incosciente e sanguinante, non di certo un uomo sporco, peloso e mezzo nudo che rantolava nel suo vomito. Aveva chiamato i soccorsi e, nell’attesa dilatata dall’angoscia, aveva continuato a guardarsi intorno, mentre gli ultimi bagliori di tramonto si perdevano dietro le colline lasciando spazio alla nebbia. Nessuna luce, nemmeno in lontananza, nessuno che passasse, un deserto buio rotto dall’antifurto che continuava a urlare disperato.
E il rumore continuò  a trapanargli la mente per ore, anche mentre veniva interrogato dagli agenti e quando i medici gli assicurarono che l’unica ferita trovata sull’uomo non poteva essere imputata a lui, che quell’uomo non era mai stato investito o, per lo meno, non quel giorno.
Furono rumorosi anche quando, con una pacca sulla spalla, lo rimandarono a casa; sembrava quasi che avessero fretta di toglierselo di torno.
Tentò di insistere – Su quella strada c’è una donna ferita! Potrebbe morire… potrebbe essere già morta! Perché non volete credermi? – ma di rimando ebbe solo sbuffi impazienti di sanitari e poliziotti con un’espressione ebete che aveva del soprannaturale.
- Ma quale donna? Sarà stato un cinghiale. Lo shock fa brutti scherzi, signore, sono solo fantasie, allucinazioni. Si riposi e vedrà che passeranno – dicevano – Lei è un eroe, signor Corsi e il tizio è stato fortunato, se l’è scampata per un pelo! Ora si rilassi! –
Rilassarsi? Erano proprio dei coglioni! Come poteva rilassarsi? Chi avrebbe potuto riuscirci?
Invece, una volta fuori dall’ospedale, sentì la mente spegnersi con un click e la stanchezza invaderlo, come se qualcuno si fosse impadronito della sua coscienza facendola zittire.
La macchina era distrutta ma la distanza che lo separava dal suo appartamento era accettabile; con un inaspettato senso di leggerezza, preferì evitare il taxi e andare a piedi per  respirare a fondo l’aria della notte e tentare di tornare, passo dopo passo, alla realtà. Forse il colpo o la paura l’avevano davvero stordito e gli occhi ingannato. La testa ora era più leggera, vuota, e a metà strada si era quasi convinto che la priorità non fosse chi o cosa avesse investito ma spiegare a Marta che la sua cara Pandina non aveva altro futuro se non la rottamazione.
L’aria, però, era davvero troppo fredda e pareva diventarlo sempre di più a ogni metro, come un alito ghiacciato sulla nuca e poi… la sensazione di essere osservato. 
Si rese conto di averla sempre avuta; più blanda, latente, mascherata dai rumori, ma lì, presente, e il suo sesto senso l’aveva avvertita per tutta la sera. Tentò di allontanare questi nuovi pensieri alzando il bavero del cappotto e allungando il passo ma, di sicuro, non avrebbe dimenticato quel giorno: non un fatto o una persona che avessero seguito un senso logico, forse era quello a dargli i brividi. Da buon ingegnere era abituato a un mondo matematico, ma gli stava impazzendo sotto gli occhi e si sarebbe sentito matto anche lui se, arrivato a casa, avesse seguito il suo primo istinto, ovvero scappare.
L’aria fredda sembrava provenire proprio da lì. Afferrò la maniglia ma le sue mani erano scosse da spasmi di incertezza che gli impedivano di girarla. Quindi respirò a fondo e chiuse gli occhi.
– Francesco, non essere stupido – si disse – Ora ti calmi, ti dai una mossa ed entri. Ti prepari una bella tazza di tè e a Marta ci penserai poi.  Tanto a quest’ora starà dormendo e, se non fai casino, si incazzerà domani a colazione come al solito. È fatta così, la conosci. – e per una volta ne fu contento.
Finalmente aprì la porta.
Compiaciuto dal calore che lo avvolse, prese a ridacchiare di se stesso; si era proprio comportato come un bambino che ha paura dell’orco cattivo. – Stupide fantasie! –
Abbandonò le scarpe sullo zerbino e, senza accendere le luci, si lasciò guidare dalle mani, lungo il muro, fino alla cucina dove trovò la teiera e la mise sul fuoco.
Bastarono pochi minuti. Con la tazza bollente a coccolarlo e un risolino isterico scaricò definitivamente la tensione e si sentì pronto ad andare a dormire.
Nella stanza, deboli raggi di luna filtravano attraverso le tapparelle lasciando intuire appena il profilo di Marta sotto le coperte. Era una donna ancora molto bella, nonostante i segni dell’età che le cesellavano delicatamente il viso; le davano fascino e l’avrebbero potuta rendere amabile se l’età stessa non gli avesse indurito il cuore. Si tolse i vestiti facendoli scivolare a terra e, per evitare di far rumore, non tentò nemmeno di cercare il pigiama; si infilò così com’era nel letto.
Chiuse gli occhi sperando di addormentarsi ma un odore sgradevole aleggiava nella stanza. Ma che diavolo si è messa addosso? Puzza da morire! pensò voltandosi a dare le spalle alla moglie, ma una mano prese a scivolare lungo il suo fianco. Cavolo, l’ho svegliata! Adesso parte con la lagna e non si dorme più.
Immaginò che sarebbe stato meglio giocare in attacco.
– Oggi è stato un vero incubo, una giornata priva di senso, assolutamente snervante. Non ce la faccio più! Lasciami stare! Ne parliamo domani. –
Ma a tuonargli accanto fu una voce rauca che non poteva essere quella di Marta.
– Invece ne parliamo adesso! Hai lasciato che il mio nemico, il lupo, sopravvivesse e questa è la mia vendetta! –
Francesco Corsi si girò di scatto perdendosi nei due occhi, scuri come buchi neri, che lo stavano fissando. Un urlo disperato si spense prima che potesse raggiungere la gola e la sua anima scivolò via, risucchiata in un vortice buio; inghiottita e persa per sempre mentre la furia stridula della banshee riecheggiava nella notte, tra i palazzi, per le strade, e poi giù fino al bosco dove la donna scomparve tra le maglie della nebbia.
Al mattino il signor Corsi fu trovano seduto sul letto, con lo sguardo vuoto, a dondolarsi davanti al corpo della moglie inchiodato alla parete.
– È pazzo! – fu la sentenza quando serrarono la porta della cella per non riaprirla mai più.
 

 










martedì 2 gennaio 2018

Doccia bollente #6 La gita

Bella era bella.
Era minuscola e perfetta. Faceva seconda liceo. Rideva tanto, ascoltava musica celtica, quando ancora non era di moda, andava a teatro e camminava in montagna come un alpino.
In un anno l’aveva vista con la gonna due o tre volte, non di più. Aveva otto di latino e greco e faceva schifo di matematica, ma era intelligente e un sei a fine anno lo raccattava sempre. E aveva delle tette da urlo.
Sapeva di essere bella? Immaginava di essere desiderata da molti?
Non aveva saputo dirlo allora e non lo sapeva neppure adesso. A volte pareva giocare e invece era seria, unica ragazza, il lunedì, a commentare con perizia i risultati calcistici della domenica. Ne aveva sempre due o tre intorno, pareva sincera quando sosteneva che fossero amici.
Per scoparsela aveva convinto il consiglio di istituto dell’opportunità di portare una quinta ginnasio in gita sulla costiera amalfitana, insieme alle classi del liceo.
Cinque giorni. Gliene erano bastati due.
Venticinque anni, supplenza annuale: italiano, latino, greco, storia e geografica, praticamente il signore assoluto della quinta ginnasio.
Liceo della buona borghesia cittadina, luogo di tradizioni, di ordine costituito, di muffa e un po’ di noia. Si sfilava la giacca al suono della campanella, rimaneva in jeans, t-shirt e gilet di stoffa, l’aria un tantino dandy e scendeva a giocare a pallone in cortile invece di rintanarsi in sala professori.
Faceva dei culi a cappello da prete, infieriva con cinque versioni di castigo per il giorno successivo, ma era un mito: per le ragazzine perché era bello, per i loro compagni perché era un figo.
Era sopportato dal corpo docente e dal preside perché era bravo, preparato ed entusiasta, ma guardato con sospetto.
Portava gli studenti ai cinema d’essai, rendeva rock la tragedia greca, di Catullo leggeva i componimenti audaci, mimava l’assalto al villaggio di Platoon ed era più vicino ai ragazzi della maturità che ai suoi colleghi.
Si trovava in quella terra di mezzo quando si era accorto di lei.
Di tutti gli occhi adoranti che lusingavano la sua prepotente vanità, era stato catturato da quegli sguardi sfuggenti che non volevano dargliela vinta, ma che scappavano al controllo e lo seguivano per i corridoi.
Un quadrimestre a girarsi intorno. A sfiorarsi, per caso, con le gambe nel buio della sala cinematografica. Giulia, la sua fidanzata, seduta a fianco che gli cercava la mano.
Mesi a ridere di una barzelletta, a discutere sull’interpretazione di un frammento di Saffo, a far finta di non sentire i commenti sulla prof di filosofia. Giorni a raccontare a se stesso e a Giulia che era solo l’entusiasmo del giovane insegnante che consegnava troppo spesso le loro serate, i loro dopo teatro, a un gruppo di studenti.
E lui baciava Giulia e la baciava forte, davanti ai ragazzi, fra un sorso di birra e un morso al panino e cercava quegli occhi che lo sfidavano senza mai concedersi e non li trovava. In quei momenti non li trovava mai. C’erano tutti, gli sguardi: quelli ammirati dei ragazzetti brufolosi della sua classe, quelli compiaciuti dei più grandi e quelli invidiosi delle ragazze. Non c’erano i suoi.
Probabilmente sarebbe rimasta una fantasia destinata a svanire con il rintocco della campanella sull’ultimo giorno di scuola se la gita a Sorrento non avesse corso il rischio di saltare.
«Pietro, ci devi salvare. Quella stronza della Fusier…»
La Fusier, collega di matematica, era una zitella acida ed effettivamente era stronza, ma si era sentito in dovere di intervenire.
«Vediamo di non esagerare, eh!»
L’espressione seria comparsa sul suo volto aveva, in parte, quietato l’animo degli insorti.
«Si è tirata indietro, non ci accompagna in gita. La Siri e De Marchi da soli non bastano. Se non troviamo un altro prof disponibile il preside dice che non possiamo partire»
«E dovrei accompagnarvi io?» il sopracciglio sollevato dubbioso non era molto rassicurante.
«Dai cazzo, abbiamo sempre fatto gite da sfigati. Questa è l’ultima prima della maturità, abbiamo organizzato tutto noi, è tutto pronto e approvato. Non ci tradire anche tu»
«Ci devo pensare e comunque è una gita del liceo, io insegno al ginnasio»
«Porta anche i tuoi piccoletti» era stata la soluzione che gli avevano suggerito in coro.
«E che ci vuole, porto anche i piccoletti» si era ripetuto infilandosi in sala professori per prendere i testi di greco.
Lo sapeva. Lo sapeva benissimo e non aveva fatto niente per impedirlo.
La vecchia Siri se ne era accorta. Lo ricordava ancora: sala tv dell’albergo, undici passate, stava guardando la finale del Roland Garros e Siri era entrata irrompendo:
«Cosa ci fate ancora in giro? Tutti in camera, veloci»
«Sono con me»
«In camera anche tu!»

A Minori, i primi di maggio, non è che ci fosse tutta questa folla.
La discoteca, uno stanzone con qualche luce stroboscopica e una saletta con un grande biliardo, la occupavano tutta loro, se si escludeva qualche curioso infiltrato autoctono. Si era fatto convincere e li aveva accompagnati. Siri e De Marchi già dormivano in albergo.
Ai maggiorenni aveva concesso una birra, sui minorenni vigilava che non consumassero alcool, la musica non gli piaceva e si era bevuto un rhum scadente.
Faceva caldo, stava per dare il rompete le righe e tutti a dormire, quando era stato coinvolto in una partita a carambola. Forse era stato un caso o forse no, c’era anche lei.
Come in un film di quart’ordine aveva passato la successiva mezz’ora a mostrarle i rudimenti.
Non facevano neanche più finta che le strusciate, gli sfioramenti, le mani sulle mani per indirizzare la stecca fossero casuali. Aveva un buon profumo e l’avrebbe stesa lì, su quel panno verde, invece si era limitato a metterla seduta, sul bordo del tavolo, dopo averla sollevata per festeggiare un buon colpo e la fine della partita. Poi erano suonati i lenti e si era dimenticato, definitivamente, di essere il professore si era lasciato prendere per mano e condurre in mezzo alla pista.
Non era stato il pensiero di Giulia, ma la precisa sensazione che tutti li stessero fissando che, in un barlume di lucidità, gli aveva impedito di baciarla.
Non gli aveva impedito, però, più tardi, di portarsela in camera.
Era stata sottile, dopo il lento lo aveva lasciato ed era tornata a chiacchierare, ovviamente di lui, con le amiche. Una volta in albergo, però, era rimasta indietro, ultima a salire le scale.
«Coraggio prof, non sei il primo…»
«Se mi chiami ancora prof mi si ammoscia, ritorno in me, e ti spedisco in camera tua»
«Pietro, Pietro» si era affrettata a dire e poi non avevano più parlato un granché.

Il giorno dopo gli dava di nuovo del Lei, lo chiamava prof, ma lo guardava dritto negli occhi.
«Ha visto prof la traduzione del Monti, un manoscritto della prima stesura dell’Iliade»
In contemporanea avevano allungato il capo sulla teca del Museo Nazionale di Napoli e al riparo dagli sguardi altrui si erano sfiorati il dorso della mano, intrecciando le dita per un attimo.
«Cantami, o Diva, del
pelide Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei» aveva declamato lei e a lui era sfuggito un sincero: speriamo bene.
Erano stati attenti, una volta rientrati a casa, ma l’atteggiamento di quella notte in discoteca li aveva traditi, tempo qualche settimana qualcuno aveva parlato, così l’ira funesta del preside si era abbattuta, affilata, su di lui. Era forse impazzito? Quello era un liceo rispettabile, i genitori gli affidavano i figli per istruirli, non per sedurli. Era una studentessa e lui un professore. Lo avrebbe volentieri denunciato, ma Irene aveva compiuto diciotto anni da tre mesi e quindi era salvo. Dalla legge, non dal ludibrio e dall’ostracismo.
Aveva provato a difendersi. Non era una sua studentessa e lui non era il suo professore, li separavano solo sette anni, se si fossero incontrati altrove nessuno ci avrebbe visto niente di male. Non l’aveva sedotta, si erano innamorati.
Non c’era stato nulla da fare. Irene non era più tornata a scuola, il padre, un noto avvocato, lo aveva formalmente diffidato dal cercarla e l’aveva spedita all’estero per l’estate. Lui, in qualche modo, aveva concluso l’anno scolastico, aveva perso Giulia, aveva perso Irene e aveva perso il lavoro. Il preside gliel’aveva promesso e in effetti non erano spuntate altre supplenze decenti per l’anno successivo.
L’avevano salvato le sue amate lettere antiche.
Alla Loescher
non interessava un piccolo scandalo cittadino e, grazie alla segnalazione del suo professore dell’università, gli aveva commissionato l’edizione critica del De rerum naturae di Lucrezio.

Quattro anni dopo aveva una cattedra – a contratto - di letteratura latina alla
University of Kent di Canterbury, aveva rimesso in piedi la sua vita e si apprestava al tour de force della sessione estiva.
«Prego si accomodi» stava finendo di compilare il registro, non aveva alzato lo sguardo sullo studente davanti a lui e in automatico aveva detto:
«quarta egloga, sesto verso, inizi a tradurre da lì»
«Cantami o Diva …» Che diamine stava dicendo, ‘sta qua?
«Ho detto quarta egloga, sesto verso. Bucoliche, Virgilio» aveva ripetuto leggermente alterato e aveva sollevato lo sguardo dal registro.
Irene.
«Buongiorno prof» e lui aveva fatto fatica a deglutire.
«Traduca quello che le ho chiesto» aveva ribattuto cercando di mantenere la voce ferma e poi sottovoce, in italiano: cosa diavolo ci fai qui? 
«Ho seguito il consiglio di mio padre, termino gli studi in Inghilterra» gli aveva risposto seria, mentre iniziava a tradurre. L’aveva interrogata per una ventina di minuti e il voto non gliel’aveva certo regalato.
«Ti aspetto al pub qua fuori» gli aveva detto prendendo il libretto dalle sue mani.
«Ne avrò per un po’»
Aveva scosso le spalle e gli aveva sorriso: «Lo so, ho tempo»

mercoledì 13 dicembre 2017

Doccia bollente #5 La grande guerra di Giovanni


Giovanni era un bel giovanotto di 23 anni in quella primavera del 1915. I venti di guerra avevano iniziato a spazzare l’Europa già da qualche tempo, ma per lui, troppo occupato con il lavoro e le ragazze, la cosa non aveva grande importanza. Con l’arrivo della bella stagione, quando staccava dal cantiere alle quattro del pomeriggio, andava a farsi un bagno agli scogli davanti al Miramare di Formia. Per questo era sempre abbronzato, il corpo asciutto, i muscoli tirati dalle ore passate con “cucchiara e callarella” (in italiano sarebbero la cazzuola ed il relativo secchio per l’impasto della calce). E le ragazze impazzivano per lui, fino a procurargli il nomignolo di “Giovannino femminella”, del quale si vantava con il maschio orgoglio imperante a quei tempi.
Nell’estate di quell’anno, dopo pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, si trovò vestito da Servitore della Patria e spedito in treno al Nord, sulle montagne dell’Adamello. Giovanni non poteva fare a meno di pensare alla sua Formia, alla famiglia che aveva lasciato, a Emilia. Così, quando non era impegnato al fronte, faceva delle lunghe passeggiate in montagna, ricordandosi di quando saliva fino alla Cima del Redentore, ad ammirare il panorama del Golfo di Gaeta, giù fino a Ischia e Capri.
I mesi passavano e con essi la noia della guerra, gli assalti, il freddo, le notti bianche in trincea con le cannonate come unico insopportabile refrain. La lontananza da casa era pesante, così una sera decise di offrirsi volontario, in cambio di una settimana di licenza, viaggio compreso. Partirono con lui un centinaio di ragazzi, tra ufficiali e truppa, per sminare un terreno ad un centinaio di metri dalla loro trincea. Fucile in spalla e ventre a terra nel fango gelato. La giubba si inzuppò subito, rendendo i movimenti pesanti e difficili, come quando si nuota vestiti. Il respiro era corto, per la paura e il freddo. Avrebbero dovuto cercare le mine “a vista”, nel buio quasi totale, approfittando solo dei lampi delle cannonate che davano un pur minimo riferimento.
Un’esplosione, un lampo di luce, una colonna di terra che si alza a breve distanza da lui. E poi una fitta improvvisa al fianco destro e, in bocca, il sapore ferroso del sangue. Iniziò a tossire, a cercare di riempire i polmoni d’aria, ma non era possibile, non ci riusciva. Non se ne era accorto, ma in quel momento aveva gridato così forte, che, dalla trincea, erano subito partiti gli infermieri con le barelle, sfidando i colpi di mitragliatrice e le mine. Lo caricarono alla meno peggio e lo portarono al riparo, mentre Giovanni continuava a tossire sangue e a bestemmiare. Lo caricarono su un camion insieme ad altri dieci ragazzi, tutti feriti come lui. Furono gli unici a  tornare da quella missione.
L’ospedale non era altro che una grossa tenda, riscaldata a malapena, con accanto un’altra tenda: la sala operatoria. L’andirivieni di barelle era quasi frenetico e l’aria era fetida di disinfettante, sangue e morte in generale. Lo scaricarono letteralmente su una branda e di lì a poco venne operato. Un scheggia aveva perforato un polmone, gli tolsero una costola ed il pezzo di polmone inservibile.
Si risvegliò nel delirio della febbre e dell’anestesia. Con la nausea e la testa che gli girava per il sangue che aveva lasciato sul fronte e sul tavolo operatorio. Fu allora che si accorse che una caritatevole suorina passava tra i malati, racimolando quel che poteva tra le loro povere cose. A chi prendeva un orologio, a chi qualche spicciolo, a chi la fede nuziale. Giovanni, che era felicemente ateo e bestemmiatore convinto, iniziò a tenere d’occhio la santa donna. Quando si avvicinò al suo letto, Giovanni fece finta di dormire. La sentì esclamare con voce misericordiosa:
<<Questo non passa la notte.>>
Nel dire così si avvicinò alla mensola dove erano stati messi i suoi effetti personali ed allungò la manina verso l’orologio. A quel punto Giovanni prese lo scarpone dall’altro lato del letto e la colpì con tutta la forza che gli era rimasta, stampandole la suola di legno chiodato in pieno viso. La suora cominciò a sanguinare copiosamente e lui continuò a colpirla senza pietà, fino a farla svenire con il naso rotto e qualche dente in meno.

Giovanni è seduto su una sedia, dietro una finestra. E guarda il mare. Il Suo Mare. Si protegge gli occhi con gli occhiali scuri e racconta questa storia ai suoi nipoti.
<<Non vi fidate mai delle suore, so’ malamente.>>

sabato 9 dicembre 2017

Doccia bollente #4 Una storia vera

                                     UNA STORIA VERA
  "Luisa sei pronta? Dobbiamo andare altrimenti faremo tardi. Non mi piace farci aspettare."
Luisa è pronta. Ha 29 anni, bella, elegante, affascinante, da quella diva che era e che è ancora.
Raggiunge Osvaldo con un sorriso sulle labbra, gli da un bacio.
Dio quanto lo ama! Dopo tanti anni ancora come il primo giorno.
Ma non è serena.
Osvaldo la porta sempre più spesso in quella villa dal nome che è tutto un programma, Villa Triste.
Non ama quel posto e nemmeno il suo proprietario, Pietro. È una persona poco raccomandabile, dall'indole malvagia e anche un noto cocainomane. Luisa teme che anche Osvaldo ormai sia preda di quella " robaccia" e ne stia diventando completamente dipendente. Inoltre sa che in quella casa accadono cose che, anche se lei non le ha mai viste, non riesce a condividere. Anzi le fanno orrore.

Anni addietro ha aderito all' "Idea", perché pensava che fosse la soluzione per i problemi del Paese e che potesse avvantaggiare lei e Osvaldo nella carriera. Ma sono successe tante cose orribili da allora che non sa più cosa pensare.
Erano così felici a Roma. Cinecittà era la loro seconda casa. Erano amati e ammirati da tutti (lei un po' di più), avevano per amici Nazzari, Cervi, Blasetti. Poi quella fatidica data: 8 settembre.
Non sapeva se fosse stato un bene o un male, ma per loro due era finita la serenità.
Osvaldo aveva conosciuto un certo principe Valerio, si era lasciato affascinare dal suo progetto e lo aveva seguito nella sua impresa.
Insieme si erano trasferiti prima a Venezia, dove avevano anche lavorato un po' nella nuova città del cinema, poi definitivamente a Milano.
Luisa non avrebbe voluto lasciare Roma, ma cosa poteva fare una brava donna italiana se non seguire il proprio uomo?
Il Paese è ormai da tempo diviso in due e la situazione politica sta rapidamente precipitando.
È passata da poco la Pasqua, ma l'aria che si respira non è quella della festa. Milano è in fermento e le notizie che arrivano a Osvaldo non sono buone per loro due. Osvaldo ha deciso: basta con quegli amici diventati ormai troppo pericolosi.

"Comandante, quei due personaggi si sono consegnati spontaneamente nelle nostre mani. Lo so che sono accusati di cose orribili, ma lei è bellissima. L'ho vista così tante volte al cinema che mi sembra di conoscerla. E comunque non abbiamo prove della loro colpevolezza".

"Non possiamo essere sentimentali in queste circostanze. Sono momenti concitati, non abbiamo tempo di fare un regolare processo. Dobbiamo dare degli esempi forti a quelli che hanno ridotto il Paese in queste condizioni. Sapete quali sono gli ordini. Fate quello che dovete fare!"

È la sera del 25 Aprile, l'aria è fresca, ma si sente già la primavera.
Osvaldo e Luisa vengono fatti scendere da un camion. Luisa adesso colpisce.

"No” urla gettandosi in terra. “Non voglio morire. Non potete uccidere il nostro bambino.”
Due braccia la sollevano e la spingono contro il muro. Osvaldo è lì accanto a lei.
“Ti amo.” Grida mentre lo vede sussultare sotto i colpi delle pallottole. Poi un dolore caldo le si allarga nel petto. Ed è il buio.

mercoledì 6 dicembre 2017

Doccia bollente #3 Il giallo non ti dona


C’è una Itaca dentro di me, un luogo nel quale è prevista l’arte della “pacienza”.
Mia nonna diceva che farsi il sangue amaro provoca malattie e che la bile nervosa rovina la pelle e la fa diventare gialla.
Una volta a settimana la signora Giuseppina passava a casa della nonna per fare due chiacchiere. La nonna si metteva comoda sulla poltrona, tirava un respiro profondo, socchiudeva leggermente gli occhi, incrociava le mani sulle gambe e si apprestava ad ascoltare quella donna sempre nervosa, “arraggiata”, piena di livore.
Quando andava via, nonna la salutava sempre allo stesso modo: “un poco di pacienza, Giuseppi’”.
Subito dopo, si attaccava al telefono e mi chiamava.
Non diceva mai “pronto, sono la nonna” ma rideva appena tiravo su la cornetta e dopo aver fatto scorrere qualche minuto in cui anche io, senza ben sapere perché ridevo con lei, alla fine diceva “è passata la gialluta”.
Negli anni della crescita ho sempre tenuto a mente le parole di mia nonna e, a parte le arrabbiature tipiche della vita di tutti, ho sempre cercato di tenere a bada esplosioni di altra natura. Il timore che la pelle mi diventasse gialla e mi ammalassi mi ha sempre frenata.
Poi è accaduto che la scorso mese io sia andata a Milano.
Avevo una tale voglia di rivedere la città, di respirare aria di eventi e mostre e perdermi nel caos e nel rumore.
Soprattutto, avevo un entusiasmo a mille per un lavoro che ho preparato con cura maniacale nell’ultimo anno e mezzo della mia vita, un lavoro che ha assorbito buona parte delle mie energie, della mia concentrazione, del mio respiro.
Ero felice di poter finalmente tenere una relazione su quanto svolto, di spiegare i miei perché, i ragionamenti operati per arrivare a determinate conclusioni.
Avrò ripetuto i punti della mia relazione milioni di volte, li ho fissati sul mio quaderno rosso con i fogli a quadretti, un quaderno a cui tengo molto e sulla cui copertina c’è scritto “scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”.
Durante il viaggio in treno ho riletto i miei appunti, aggiunto qualcosa e sottolineato con un evidenziatore ciò che mi sembrava più importante da dire e, possibilmente, con voce marcata.
Ero contenta perché per la prima volta, dopo anni complessi per la mia vita, sarei tornata dinanzi a un consesso di professori universitari e senza timore alcuno avrei raccontato di un lavoro svolto nel minimo dettaglio, certa dentro di me che essere stata una pessima studentessa universitaria non avrebbe minimamente inciso sulla qualità del mio lavoro.
Ero certa, certissima che sarebbe andata così. Ero assolutamente convinta che il non essermi mai laureata, l’essere passata attraverso tempeste indicibili per via di questa laurea mancata non avrebbe minimamente inciso sul mio lavoro.
Sono salita all’ottavo piano di un bel palazzo in centro e sono stata accolta da un’aria rigorosa, tipica degli ambienti universitari.
Mi hanno fatto accomodare in un salone immenso, a un tavolo ovale che sarà stato lungo dieci metri e profondo altrettanto, con tutte poltrone in pelle molto distanti l’una dall’altra, acqua e bibite nel centro del tavolo che per prenderle mi sarei dovuta arrampicare, e un microfono che è stato posizionato proprio all’altezza della mia bocca.
Nonostante il formalismo e la speranza di non aver bisogno di bere, ero tranquilla e non vedevo l’ora di iniziare.
E’ arrivato anche l’altro relatore, accompagnato da un codazzo di collaboratori, ci siamo presentati e ciascuno si è seduto al proprio posto.
Aveva una faccia simpatica l’altro relatore e, nonostante sapessi che avremmo parlato di tesi diametralmente opposte, gli ho stretto la mano con fiducia, come sono solita fare sempre con chiunque.
Per quanto io sia molto meno formale nella vita e nel lavoro, ho accettato di buon grado quella situazione di estrema e pesante serietà, anche curiosa di sapere come avrei reagito a una circostanza tanto lontana dal mio essere e dalle mie corde.
Mancava ormai poco all’inizio delle relazioni, attendevamo solo l’arrivo di un professore che aveva comunicato un ritardo per via degli esami che stava tenendo alla Cattolica, quando ho volto lo sguardo verso l’altro relatore e mi sono accorta che rideva insieme al suo codazzo.
Non rideva a voce alta e, del resto, pur se avesse alzato il tono della risata non sarebbe stato percepibile a tutte le altre persone sedute intorno al tavolo, tanta la distanza fra le poltrone!
Eppure rideva. Guardava sul suo telefono e rideva. E mostrava il suo telefono al codazzo che, guardandomi, rideva con lui.
Ho percepito chiaramente ciò che ha detto. Ha detto “sapete chi è questa?” e ha continuato a ridere.
Ora, io lo so chi sono.
So che sono stata una che nella vita ha commesso un errore grande come una casa. Grandissimo. So che non vado fiera del mio errore e che se potessi tornare indietro è altamente probabile che non lo ricommetterei. So che ho lavorato molto sul mio errore, cercando di capire perché per tanti anni io sia rimasta infilata in una situazione che oggi appare incredibile anche a me, nonostante io abbia trovato tutte le risposte che ho a lungo cercato. So che ho scalato una montagna altissima per imparare a sostare di nuovo su una piana. So che non mi sono mai arresa e che ho accettato tutte le conseguenze del mio errore senza mai neppure tentare di difendermi tanto ero indifendibile. So che non mi sono mai deresponsabilizzata ma che, anzi, ho volutamente affrontato le mie colpe, svelando a tutti il mio errore. So che ho dovuto recuperare il terreno sotto i piedi, so che ci sono stati tempi in cui la mia caduta è stata così forte, impetuosa e rovinosa da farmi capire che cosa vuol dire essere un verme. So che ho pervicacemente voluto non restare per terra a fare il verme, anche se la tentazione di scavarmi una buca e ficcarmici dentro in certi momenti mi sembrava l’unica via d’uscita. So che posso camminare con la testa finalmente alta dopo tempi in cui ho camminato solo con la testa bassa infossata fra le spalle aggrovigliate. So che mi sono state concesse opportunità di lavoro che potevano essere concesse a qualcuno che la laurea l’ha conseguita e che sono state concesse a me dopo aver superato duri colloqui e dato dimostrazioni pratiche del mio valore. So che non lavoro per enti pubblici e manco potrei e che, dunque, nell’ambito della propria autonomia privata ciascuno sceglie chi vuole. So che sono brava e me lo dico da sola, perché ho imparato finalmente a dirmelo in maniera sana.
Io so chi sono!
Ma chi sono lo sapeva pure l’altro relatore col suo codazzo. E so anche che, nell’esatto momento in cui ho capito che quelle risate stavano per delegittimare la mia presenza in quel luogo in cui i 110 e lode vibravano sferzanti e sfregianti in tutta la stanza facendomi sentire il verme che ho scelto di non essere, mi è stata data la parola, acceso il microfono e chiesto di cominciare.
Ho balbettato per la prima mezz’ora, ho dimenticato tutto quello che avevo scritto, tutte le parole che avevo evidenziato, non ho detto una sola frase di senso compiuto. Avevo il vuoto nella testa. Sentivo solo un groppo alla gola che non era pianto, era l’arraggia della gialluta. Sentivo che quel groppo saliva sempre di più, che impediva alla mia relazione di fluire e che avrebbe solo voluto dire mille male parole, lasciare fuoriuscire la mia indole napoletana, l’esagerazione dei vicoli e del Vesuvio accompagnata da gesti e anche qualche schizzo di saliva impastata agli angoli della bocca.
Sono rimasta balbettante per mezz’ora mentre desideravo solo sbattere tutto per l’aria, strattonare qualcuno, arrampicarmi sul tavolo e scaraventare quelle bottiglie d’acqua giusto al centro di quella faccia che rideva.
Non lo so come ho terminato la relazione, non sono stata brillante, lo so da me, non sono stata fluida come volevo ma ho portato a termine il mio lavoro con una fatica enorme.
Ho ascoltato appena quello che diceva l’altro relatore fra il consenso del suo codazzo, cenni della testa a dire “certo, certo, è così”, “bravo, superlativo”.
Appena ho potuto, ho chiesto al consesso universitario se potevo allontanarmi visto che eravamo sul finire e ho inventato la scusa di un treno da prendere.
Mi hanno gentilmente detto di sì e mi sono alzata facendo un saluto generale e frettoloso.
È per arrivare alla via d’uscita sono passata alle spalle dell’altro relatore. Mi sono chinata verso il suo orecchio e gli ho sussurrato “ti aspetto fuori”.
Lui mi ha sorriso e ha detto “vengo subito”.
Più visto.
Ho fatto una corsa fino alla stazione centrale, nonostante avessi il treno il giorno dopo. Ho cambiato il mio biglietto e senza manco pensare sono salita sul primo vagone che mi si è parato davanti, percorrendo tutto il treno dall’interno per arrivare alla mia carrozza.
Appena arrivata a casa, mi sono spogliata, ho infilato un paio di scarpe da ginnastica e sono andata a correre. Mi sono fermata nei pressi di un albero e ho urlato come mai in vita mia. Era un urlo da troppo tempo soffocato ed è uscito fuori senza che forzassi. Non so se l’hanno sentito anche le case lontane, ma certo l’ho sentito io.
Quanto era brutto, mamma mia!
Sono tornata a casa lentamente, senza correre.
Sono entrata in bagno per farmi una doccia e, guardandomi allo specchio, ho visti che ero diventata “gialluta”.
Mi sono lavata la faccia prima ancora di entrare nella doccia e respirando mi sono detta “porta pacienza, il giallo non ti dona”.


lunedì 4 dicembre 2017

Doccia bollente #2 Il trombettiere stonato

Al di qua del muro
Irreale, come il grido di un fantasma, attraversa il cielo, irrompe nella mia stanza. Il suono rauco inarticolato emesso con forza sfonda i muri come fossero di carta velina e si infrange sulla nuda corteccia del mio cervello. Al di là del confine, l'urlo replicato ad intervalli frequenti ha un solo intento: distruggere la mia pace. Nel silenzio che precede il grido stridente riesco a sentire la sua presenza nella notte e non riesco più a dormire.
Lavoro duro tutto il giorno e dopo 10 lunghe ore ho il diritto di riposare. Sono venuto a vivere qui  nella pianura dove la quiete non è disturbata dalla pioggia che batte forte sul soffitto, dalle mosche che ronzano in cucina o dall'umidità appesa nell'aria come una tenda.
Lui ha rotto i miei silenzi. Comincia alle due di notte e continua fino alle sette di mattino a intervalli di un quarto d'ora.
Sto perdendo il controllo, lo stress ha il sopravvento su me, mi risucchia nel suo vortice. Ho una morsa sullo stomaco e non riesco più a mangiare. Sono diventato leggero come la paglia e fragile come un passero, peso meno di un’ombra sul muro. Mi meraviglio di essere ancora vivo.
Il mio lamento è il sussurro di una voce inascoltata, nessuno presta attenzione alle mie lamentele
Non riesco a vedere una via d'uscita. Non so più cosa fare.
La follia privandomi del giudizio su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sta minacciando la purezza del mio pensiero. Sento inclinazioni diaboliche.
Bloccato in un silenzioso monologo, cerco a tentoni una risposta guardando la mia immagine riflessa nello specchio.
Gli occhi sono la testimonianza delle notti insonni.
Sono proprio io?
O sono qualcun altro?
Non so più chi sono. Chi vive dentro di me!
L'odio si nutre di me come un vampiro, infetta le ferite che ho cesellate nella noce del mio cervello. Non riesco a liberarmi di lui.
L'assassino che vive dentro di me, non dorme più nell'armatura del mio corpo, lo sento muoversi,
La sua presenza graffia e agita la tempesta nella mia mente. 
I suoi occhi osservano lo specchio attraverso i miei, mi guarda mentre sto per cedere.
Fuori controllo. Sono fuori controllo. Come posso ricevere aiuto ?
La mia faccia è svuotata di colore e il mio cervello di sangue, le mie facoltà complete sono compromesse. Il libero arbitrio giustifica il mio bisogno di indecisione. Lancio in aria una moneta, testa vita, croce morte. croce.
Istinto e brama di uccidere. Chino il capo in segno di sottomissione.
Non ci sono altre vie per oliare l'ingranaggio dell'odio che ho accumulato: il sacrificio offre speranze. Non c'è tempo per il ripensamento. È troppo tardi per fermarsi. Se il cielo è seminato di morte, che senso ha fermarsi a prendere fiato?
Nessuna tregua finché il nemico sarà morto. Il re deve morire. Non avrò pace finché la causa sarà combattuta e vinta.
Il giustiziere della notte ha volontà di uccidere per sopravvivere.
La vendetta sta per cominciare.
Tutto tranquillo sul fronte occidentale.
Mi arrampico sul muro, lo scavalco. Strisciando navigo sull'erba, attraverso lo spazio che contiene la notte e raggiungo il suo alloggio.
Non è solo. Dormono tutti. Ognuno nel proprio giaciglio. Non riesco a distinguerlo.
Non posso sbagliare. Li ucciderò tutti. Spargerò sangue, un'inarrestabile inondazione rossa.
Le mie dita stringono l'impugnatura della scure affilata. Accarezzo la lama dopo aver deciso quelli che devono morire per primi. Nel buio distinguo un ceppo di legno: sarà il patibolo, il boia sono io.
Le stelle non brillano né per me né per il nemico.
Colpisco con rabbia, con una forza che non ho saputo dominare.
Adesso è tutto finito e questo è il risultato.
Nella strage tutti i cadaveri hanno lo stesso odore.
Barcollando insensatamente, fuggo dal luogo della strage. Prima di precipitare oltre il muro mi volto, guardo indietro, quello che ho fatto sembra che mi abbia fatto ritrovare la calma, sono vicino alla luce, comincio a vedere bene, riconosco il mostro che mi ha posseduto e me ne libero.  Ritroverò la pace e la serenità che avevo nei giorni e nelle notti prima che arrivasse il trombettiere stonato.

Al di là del muro
Lauri seduta sul bordo del letto comincia la giornata con le orazioni mattutine che durano il tempo  di infilarsi le calze. La sciatica e  gli acciacchi alle ossa rallentano i movimenti quanto basta per recitare pater ave gloria per i vivi, requiem per i morti e un angelo di Dio per le anime più disperate. Si sveglia sempre al canto del gallo anche se ora non lo sente più a causa dell'età o come dice lei, per il rumore dell'autostrada che diventa insopportabile quando il vento del nord soffia sulla cascina.
La cucina è illuminata dalle fiamme del focolare; suo fratello Nocente come ogni mattina ha buttato sul fuoco una fascina per riscaldare l'ambiente. L'ottantenne  sta facendo colazione con la scodella di latte tra le mani.
« Non ho sentito il canto del gallo stamattina ».
« Stiamo diventando sordi mio caro ».
La contadina afferra il lembo inferiore del grembiule, versa nel marsupio improvvisato una manciata di granoturco e raggiunge il fondo del portico. Il sole fa balenare riflessi argentati nella sua chioma.
« Pio, piopiopiopio, piiiio.».
Di solito al primo richiamo le galline si precipitano zampettando sull'aia.
La donna continuando il suo richiamo si avvia verso il serraglio. La porta è spalancata. Lauri si mette le mani nella permanente tinta color antracite e lancia urlo.
« Vigliacchi vigliacchi ».
Il fratello allarmato, balza in piedi, la raggiunge.
Accucciati in terra contano accantonando una dopo l'altro quindici corpi con le teste  mozzate.
« Tutte e quindici le hanno decapitate le nostre galline ». 
« Ladri, bastardi ».
« Manca il gallo ». 
Guardano attorno. In alto tra i rami del gelso spunta il pennuto impaurito.
« Eccolo lì, l'incapace, non ha saputo difendere le sue femmine, vieni qua, ecco una manciata di grano ».
 Il gallo discende la scaletta zampettando. Si ferma e prima di beccare tende il collo.       
 – CRIGHUCCUBRAGA  TRRBDGARRINADUUUUU!
 « Ussignur, che rospi hai in gola. Sembra che tu stia raschiando il fondo di una pignatta. È quasi una fortuna avere i timpani fuori uso. Il tuo schiamazzo farebbe risuscitare anche i morti. Dovevi cantare prima. Qui non servi più .».
 Nocente afferra il volatile per il collo e glielo tira con tutta la forza finché il gallo smette di battere le ali. Si rivolge alla sorella: « Carne magra, saporita e compatta. Io lo spenno e lo sventro. Domani gallo alla cacciatora. Mi raccomando cucinalo nella pentola di coccio, con cipolle , carote, pomodoro e olive. 

« Invitiamo a pranzo il nuovo vicino e gli chiederò se ha sentito qualcosa di strano questa notte ». 

sabato 2 dicembre 2017

Doccia bollente #1 La stella di Carmen

Il tema dato era: "Cantami o diva l'ira funesta"

LA STELLA DI CARMEN



Di cielo ne vedeva uno spicchio. Giusto una striscia di stelle tra la falda del cappello e i suoi occhi.
Gli bastava. Gli bastava credere che Carmen fosse lì, su una di quelle stelle che lui vedeva da sdraiato e insonnolito.
Perché Carmen aveva 8 anni, e non poté difendersi.
Quelli del ranch di Guillermo erano arrivati in cerca dei loro cavalli. Mustang marchiati con una G e tralcio di vite.
Ma lì da lui di quei cavalli col mantello palomino non c’era traccia.
Girarono tra stalle e cortile, con gli stivali pesanti.
E Carmen si svegliò. La sua camicetta da notte con le barchette disegnate e Corinna tra le braccia, la bambola bionda che lui aveva portato da Tijuana.
Per loro, lei, fu solo un rumore nemico. E uno fece fuoco senza nemmeno guardare.
La pallottola “45” fece esplodere la testa di Corinna e il cuore di Carmen. Il mare sul quale galleggiavano le barchette si tinse di rosso.
E lui ora guardava le stelle. Quasi rasserenato, perché di solito lui vedeva il cielo sempre livido. Come la sua rabbia. E pensava a Carmen. E a quello che avrebbe fatto nel ranch di Guillermo.
Si rimise in cammino quando la notte era più ostile e impenetrabile.
Fu quasi un fantasma per non farsi annusare dai cani del ranch.
Dallo sterrato alla casa impiegò due minuti. Altri cinque per arrivare nella stanza di Diego.
Anche lui aveva 8 anni. E a lui papà Guillermo aveva regalato un soldato di legno.
Il cane della Colt scattò e svegliò Diego. Che guardò la canna della pistola e capì.
Mi vuole uccidere, senor?
Voglio farti vivere, rispose lui.
Lo sollevò dal letto e lo prese in braccio.
Vestiti e aspettami qui, gli disse.
Poi andò nella stanza di Guillermo.
Ah...sei tu!
Carmen, la ricordi?, chiese lui.
Carmen...chi?
E rispose la Colt. Bastò un colpo in mezzo alla fronte.
E che tu non abbia mai una tua stella dove riposare, gli disse.
Il mio papà..., disse Diego.
Sono io, da oggi.
E tu sei Carmen. Butta il soldato. A casa ti aspetta una bambola bionda con la testa fasciata.

Sellò due mustang col mantello palomino.