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venerdì 17 gennaio 2020

Un podio tutto di donne per la decima edizione del Liberi di Scrivere Award


Il nostro BLU COBALTO è stato votato dai lettori di LIBERI DI SCRIVERE 
quale miglior romanzo edito nel 2019.




Inutile dire che Viki Samaras e Kurt Petri sono
molto felici.

Ma non si deve ignorare il resto del podio: medaglia d'argento per 


e medaglia di bronzo per



gran bel romanzo di cui ho parlato QUI

Ed è per me importante che questo podio sia tutto al femminile con tre romanzi diversissimi per tono e per genere. A dimostrazione che le autrici esistono, scrivono e si fanno leggere.

venerdì 13 dicembre 2019

Rosa di mezzanotte (di Amneris Di Cesare - goWare) #mèpiaciuto









Questa è una lettura che ho centellinato. Perché è coinvolgente e trascinante e, se le avessi dato retta e ne avessi avuto il tempo, l'avrei terminata in un giorno. Ci sono libri che sono costruiti a tavolino, e si vede. Spesso sono godibili, ma non hanno anima. E poi ci sono i libri come questo. Che scaturisce da sentimenti reali. E si sente in ogni singola riga. I personaggi sono tridimensionali, anche nei loro difetti. Lo stratagemma dei capitoli affidati a turno ai protagonisti consente all'autrice di cambiare registro di scrittura e di espressione, passando dal tono misurato e nostalgico di Annabella e quello smargiasso e giovanilistico di Federico. La storia poggia su un impianto di incomprensioni e di rimpianti insanabili, come sempre accade quando non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi e chiarirsi. Così troviamo un gioco di amori non corrisposti e altri non vissuti mentre un ragazzo cresce con una madre single che rifiuta ogni possibilità di trovare un compagno perché il suo cuore è rimasto tra le mani inconsapevoli di un uomo ferito. Ecco, se devo trovare un difetto - che narrativamente parlando è un pregio - è nella figura di Gaetano. Cupo e granitico in apparenza, in realtà fin troppo fragile nel consegnarsi alle trame di una donna senza scrupoli e di una beffa del destino. Gli sarebbe bastato verificare, agire, chiedere. E la bravura dell'autrice sta anche nel rendere l'incapacità di quest'uomo di guardarsi attorno, almeno fino a quando la verità non gli crolla addosso. Delicatissimo e cesellato il rapporto che germoglia tra Federico ed Ettore. Una lettura coinvolgente.

L'idea del vivaio è intrigante, da dove nasce?
Non ricordo come conobbi Simona, solo che fu durante una vacanza quando avevo 16 anni;  ricordo però che fu un'amicizia immediata, di quelle in cui ti riconosci e praticamente non riesci più a staccarti. I genitori di entrambe videro questa intesa come cosa buona e mia madre, di solito molto severa e possessiva, mi permise di andare a trascorrere da lei una settimana a Roma. Una settimana che diventarono poi quasi due mesi. E lì conobbi Franco. Fu anche quello un fulmine a ciel sereno, perché ci “mettemmo insieme” subito, e vivemmo una storia d'amore estiva molto intensa e bella. Certo, finì nel momento in cui io ripresi il treno per Bologna e lui subito si fidanzò in casa con un'altra. Qualche lacrimuccia, qualche sfogo al telefono con Simona, ma tutto  finì lì. Tempo un mese e io ero già “innamorata” di un altro. Lui era parecchio più grande di me e lavorava in un vivaio. Da questi spunti, volendo semplicemente raccontare una storia veloce per il mio blog, ho iniziato a costruire la storia di Annabella e Gaetano, ovviamente romanzando e inventandomi tutto il resto della storia. Poi è comparso Federico e... non sono più riuscita a tenerlo a freno. Da bravo irrequieto e iperattivo, Federico si è preso tutta la scena, lasciando, forse, in secondo piano la storia d'amore dei genitori.
Tornando al vivaio, mi è piaciuto molto documentarmi, e ho avuto un'insegnante d'eccezione: Maria Silvia Avanzato. Con lei abbiamo passato pomeriggi a fare scorribande in vivai di sua conoscenza e mi fa fatto lezioni interessantissime sulle rose, un mondo fantastico di cui ignoravo l'esistenza prima.


Racconti che lo spunto viene da una vacanza romana insieme a un'amica, il cui nome usi però per uno dei personaggi più odiosi, come mai?
Sai che quando ho letto questa tua domanda mi è preso un colpo? Non mi ero resa conto di questa cosa, che avevo chiamato Simona “la cattiva” del romanzo, e che è lo stesso nome della mia dolcissima amica Simona di Roma. Credimi, è del tutto involontario, e se mai “la vera Simona” dovesse leggere il mio romanzo, spero mi perdonerà. Non ci avevo proprio fatto caso. Ora che il libro è stato stampato, è impossibile correggere.
Con “la vera Simona” rimanemmo amiche per molti anni, ma poi, non so neppure io bene come o cosa accadde, ci perdemmo di vista. Non sono mai più riuscita a rintracciarla, neppure su Internet. E di questo mi dispiace molto. Ho un ricordo bellissimo di lei.

L'eterna commedia degli equivoci va in scena da sempre nei romanzi, soprattutto d'amore. Ma non sarebbe più semplice, nella vita e nelle storie, guardarsi in faccia e chiedere semplicemente la verità dei fatti?
Siccome hai letto molti dei miei romanzi precedenti sai che in molte storie che racconto ci sono dei twist-plot che fanno leva sugli equivoci, sul non detto o sul mal compreso. E' vero, sarebbe tutto molto più semplice – nella vita, perché, ahimè, se nelle storie fosse tutto semplice, non ci sarebbe forse più ragione di raccontare – spiegarsi e affrontare subito le devastanti conseguenze di un errore o di un fraintendimento. Ma anche nella vita – a me è capitato spessissimo – non si ha a volte né il coraggio né l'orgoglio di confessare uno sbaglio, un inciampo, rendendo così quell'errore gigantesco.  L'orgoglio, spesso scambiato per “dignità” impone ad alcuni di tenersi tutto dentro, di saltare alle conclusioni senza verificare i fatti; a volte invece è proprio la mancanza di coraggio di guardare negli occhi qualcuno e chiedergli chiarimenti. Una delle cose più difficili da fare è, per esempio, ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa, accettare le conseguenze e spesso anche l'umiliazione per un categorico rifiuto da parte della persona offesa; questo porta a far sì che certi eventi negativi si avvitino su se stessi cambiando per sempre il corso della vita delle persone coinvolte. A me è capitato spesso di osservare queste dinamiche e poiché da sempre sono interessata a parlare di sentimenti umani, queste sono le situazioni conflittuali che amo sviscerare (o perlomeno tentare di farlo)
In genere, poi, non forzo mai i comportamenti dei miei personaggi, sono loro che agiscono e reagiscono in un certo modo. Spesso, infatti, mi è capitato di pensare mentre scrivevo “Ecco, qui, se lui/lei tenesse nascosto questo fatto, nascerebbe un bel conflitto che porterebbe poi a una svolta drammatica della storia” e invece i personaggi mi suggeriscono tutt'altro e io lascio che decidano altrimenti. E' quello che è successo anche in Rosa di mezzanotte. Hanno fatto tutto loro, Annabella, Gaetano, Federico, Ettore, Simona e tutti gli altri personaggi.



venerdì 13 luglio 2012

Soggettiva di ZG: Nient'altro che amare di Amneris Di Cesare

Chiariamo subito un punto. Io e l'autrice di questo romanzo non siamo d'accordo su una cosa fondamentale: l'attribuzione di genere. Come è facile evincere dalla copertina, questo romanzo è stato inserito dall'editore Centoautori nella collana Palpiti. Lo recita lapalissianamente la fascetta in alto, non a caso fucsia e con un bel cuoricino per far capire anche ai più tardi tra i lettori che siamo di fronte a un libro ROSA. Secondo me questo è un errore clamoroso. Intanto è notorio che i lettori maschi leggono poco le femmine. Intanto è notorio che i lettori maschi si piccano di disprezzare i cosiddetti libri d'amore. E soprattutto, se aveste letto questo romanzo, sapreste che NON è un libro d'amore e che l'autrice, che stimo come persona oltre che come scrittrice, si fa un grosso torto in questa autoghettizzazione di genere.
Chiarita la premessa, andiamo a spiegare. Nient'altro che amare (il titolo non mi fa impazzire, tante volte non si fosse capito) è un romanzo. Punto. E' una storia, una bella storia. E' uno spaccato sociale. E' una testimonianza di quale inferno potesse (possa?) essere la vita di una donna in un contesto provinciale e chiuso che l'autrice colloca nel meridione d'Italia (siamo in Calabria) ma atteneva (attiene?) a molte altre realtà geografiche. La protagonista assoluta è una donna al di fuori di qualsiasi scontato cliché normalmente venga associato al genere rosa. Non è bella Maria, detta 'a zannuta. Ha i denti davanti irrimediabilmente sporgenti che le danno un'espressione da ciota, da stupida. Non è ricca, non è elegante, non è colta. Per i suoi compaesani non è neanche una brava donna, anzi. E' decisamente una zoccola. Perché sebbene nasca e viva in una realtà repressa e repressiva (delle donne sia chiaro), le piace fare sesso. Le piacciono gli uomini. E accetta di buon grado ogni figlio che il suo ventre concepisce. Ne partorirà sei, ne perderà, a vario titolo, tre. Si guadagnerà da vivere lavorando duro, sgobbando, prostituendosi anche. Maria è un personaggio vero, vivo, palpitante. Una che non si piange addosso, anzi, decide di non versare più una lacrima subito dopo la perdita lacerante del suo primo bambino, partorito dopo una violenza a sedici anni. Maria non si arrende alla vita. Continua a crederci, a combattere, a vivere a dispetto della rabbia delle beghine, dell'odio delle malelingue, del disprezzo e del desiderio incattivito degli uomini che la vogliono possedere e umiliare. Eppure non ci riescono. Mai. Questo romanzo è la storia, credibilissima (io una Maria l'ho conosciuta, era una zia di mia madre ed ebbe sei figli anche lei, nella Sicilia del dopoguerra, da sei padri diversi), della vittoria di una persona che ha opposto se stessa alle convenzioni sociali, ai diktat di una moralità ipocrita. E' la storia di una donna che è stata capace di amare e perdonare, di darsi nella piena consapevolezza del proprio corpo, di agire con l'altruismo totale che solo un amore di madre rende possibile. Vi consiglio di leggerlo, questo romanzo. E' scritto bene, con il passo piano e semplice di un narratore di quelli di una volta. Di quelli che lasciano che sia la storia al centro dell'attenzione del lettore, non le capriole dello stile o l'originalità ad ogni costo del linguaggio. Vi consiglio di leggerlo senza lasciarvi fuorviare dal titolo, dalla fascetta fucsia, dalla collana Palpiti, dal cuoricino. Perché Maria è una donna, non la cenerentola di turno. Perché gli uomini che incontra sono uomini veri, non principi azzurri. Perché il vissero felici e contenti ve lo scordate. E dopo averlo letto sarete d'accordo con me. Nient'altro che amare è un romanzo. E con i cliché degli Harmony non ci azzecca proprio niente.

ZG