Visualizzazione post con etichetta giallo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giallo. Mostra tutti i post

mercoledì 10 giugno 2020

Tre giorni prima di Natale di Lilli Luini (Il Vento Antico Edizioni) #mèpiaciuto

Oggi voglio parlarvi di un giallo-thriller veramente appassionante.
Grandissimo ritmo, angoscia a pacchi, un bell'intreccio e un'ambientazione originale.
Questo è "Tre giorni prima di Natale" scritto con somma perizia da Lilli Luini.

1- Dopo una produzione di tutto rispetto a quattro mani, questo è il primo romanzo che firmi da sola. Che differenza c'è tra lo scrivere in tandem e lo smazzarsela da soli?


Da parte mia c’è molta meno disciplina. Quando scrivo con Maurizio, mi sforzo di superare il mio cronico cazzeggio e di rispettare dei tempi di lavoro. Quando lavoro da sola, una prima stesura si sa quando comincia e non si sa quando finisce. Il più delle volte, mi metto al computer con l’idea di scrivere e poi faccio tutt'altro. Riguardo all’intreccio, è chiaro che non devo discuterlo con nessuno tranne me stessa, ma sono una critica abbastanza severa.
Riguardo allo stile di narrazione, scrivere in due significa mettere insieme due modi di intendere il raccontare che possono anche non essere identici. Quando scrivo da sola, mi capita di scrivere una frase e pensare “questa Maurizio me la taglierebbe”. Io magari non la taglio, ma non è detto che, nelle infinite revisioni che seguono, venga via perché non mi piace più.

2- Dopo aver letto, e apprezzato moltissimo, Tre giorni prima di Natale io lo definirei un thriller più che un giallo. Sei d'accordo?

Nella mia intenzione voleva essere un poliziesco, in realtà mi sono accorta che essendo il crimine in divenire, effettivamente c’è una dose di suspense tipica del thriller.

3- La tua protagonista ha una preparazione da profiler e collabora come consulente esterna con la polizia. Hai avuto modo di attingere a esempi reali per renderla credibile (e lo è, molto)?

Purtroppo no. Il tema della mente umana e delle interazioni tra le persone è da sempre uno dei miei interessi principali. Ho studiato tanto, tantissimo, e ancora studio. Ho tutti i testi fondamentali di criminologia e criminal profiling. Ho partecipato a un convegno di scienze forensi, felice come una bambina al luna park.
Mi fa molto piacere sentirmi dire che Lorena è credibile, perché ci ho lavorato sopra a lungo, perché più di tutto temevo la superficialità.

4- Il ritmo di questo romanzo è pazzesco, non lascia mai tirare il fiato. Al tempo stesso ogni passaggio è reale e credibile, senza supereroi e deus ex machina. Svela il segreto: come si impara a confezionare una storia così?

Non ci sono segreti, certe storie nascono bene e se hai la pazienza di lasciarle crescere e crescere con loro, ne può venire qualcosa di buono. Ti svelo però un altro tipo di segreto: la primissima bozza di questa storia è nata in camper, un sabato mattina del 2003. La mia psicoterapeuta mi continuava a dire che dovevo scrivere, perché i personaggi che mi parlavano nella testa non erano segno di pazzia ma di creatività. E mio marito ci aveva messo del suo: una sera terminai un thriller e dissi “così brutto, ci riesco anch’io”. Lui mi disse: fallo, ti sfido. E una mattina arrivò l’idea, anzi arrivò Lorena e iniziò a raccontarmi la sua storia.
Grazie a lei ho conosciuto Maurizio Lanteri, che lesse quella primissima bozza e gli piacque tanto che mi ingaggiò. Cominciammo a scrivere a quattro mani e così Lorena rimase lì per tredici anni.  Ma non l’ho mai scordata. E nel 2016 l’ho ripresa e ho riscritto il romanzo integralmente, conservando solo il cuore della storia e rivedendo tutto il resto, dalle modalità dello stalker, alle voci narranti, al ritmo, alla scrittura, alla luce di tutta l’esperienza fatta negli anni trascorsi.

5- Come ogni lettore che abbia amato una storia e i personaggi che la popolano, son qui a chiedere: ci saranno nuove avventure per Lorena e per Nicola?

Io spero proprio di sì. Lo dico con franchezza: certe esperienze con certe case editrici mi avevano tolto il gusto della scrittura. Questo per me non è un lavoro, ma una fantastica via di fuga dal reale. Nel momento in cui comincio ad avere stress di vendite, classifiche, nonché rampogne e umiliazioni, chiamiamole con il loro nome, per me la cosa si chiude. L’idea di scrivere, a un certo punto della mia vita, mi dava la nausea.
Riscrivere questo romanzo mi ha in qualche modo riportata indietro nel tempo, in un momento, il 2016, in cui ne avevo tanto bisogno. Mi ha dato la forza per scrivere La strega bambina, l’ultimo romanzo uscito in coppia con Maurizio.
Adesso sto scrivendo un’altra avventura di Lorena e Nicola. Ho iniziato nel 2017, ho scritto 30 pagine in tre mesi. Nel 2018 ho battuto il mio record negativo personale, scrivendo ben 16 pagine. Nel 2019 ne ho scritte 27, tutte negli ultimi tre mesi. Ma lì è scattato qualcosa e difatti ora sono a pagina 209, ferma da un paio di settimane al secondo snodo della storia. Finché non ho la frase di partenza, non ce n’è. Non sono prolifica, che ci vuoi fare? Ma lo finirò, vedrai. Anche perché recensioni come la tua mi spronano.


Cartaceo e ebook si comprano qui

ebook



lunedì 6 aprile 2020

Grosso guaio a Roma sud (di Marzia Musneci - Todaro Editore) #mèpiaciuto



Bello. Scritto benissimo. Orchestrato meglio. Perfetto per tirarci fuori una serie tv. Un film non basterebbe. Un giallo con i controfiocchi, amaro come le risate che ti strappa. Ci sono echi di Coliandro, di Manara, pure di Rocco Schiavone, ma c'è dietro una penna magistrale e originale. C'è la tecnica giusta di un'autrice che sa il fatto suo e lo dimostra da anni, anche se non appare spesso negli elenchi dei giallisti nostrani. Infatti meriterebbe una lista a parte. E la guiderebbe.
Se vi piace il noir, se vi piace il giallo, se vi piace il poliziesco con una strizzata d'occhio agli sbirri "brutti e cattivi" dal cuore d'oro. Se vi piacciono le dark ladies, se vi piacciono le atmosfere cemento e spazzatura. Se amate Roma, anche quando è degrado e sporcizia.
Se anche un solo "se" vi appartiene, leggete questo romanzo e ringraziatemi per il consiglio. 


- "Grosso guaio a Roma sud" è stato una bellissima sorpresa, a cominciare dai protagonisti assoluti: due gemelli congiunti, siamesi. Non credo sia mai accaduto prima. Come nasce questa idea?

Ciao, Laura. Felice che i miei due delinquentelli ti siano piaciuti. Zek e Sam sono nati diversi anni fa in un forum di scrittura, Scrittori per Sempre. Uno di quei posti a zero salamelecchi e tanta scrittura e critica costruttiva. Si trattava di creare un conflitto molto forte in una situazione ‘sporca’. Non mi è venuto in mente niente di più sporco di un cassonetto romano e di più conflittuale di due persone uguali fuori e diversissime dentro, costrette a stare insieme. Così sono nati i miei gemelli, in un racconto breve di un paio di pagine. E si sono subito trovati intorno un gruppo di fan scatenati. Poi, come spesso fanno i personaggi, mi hanno colonizzato il cervello, di giorno e soprattutto di notte, e ho dovuto raccontare la loro storia o non avrei più dormito.
Sono singolari, certo. Per quanto ne so, ci sono gemelli congiunti in un racconto di Landsdale, in ambiente circense, e solo Alessandro Berselli ha affrontato un personaggio doppio in Le siamesi , da cui è stato tratto anche un film. Però certo, Zek e Sam sono personaggi che non s’incontrano di frequente. Sono stata subito consapevole di chiedere molto al lettore. Di invitarlo a stringere un patto di complicità molto forte. Di credere a un pizzico di favola, un’ombra di magia, un’idea di fumetto, come mi hanno detto alcuni dei miei primi lettori. Ma io ho una grande fiducia in chi legge, e finora mi sembra ricambiata.
Un grazie all’agenzia Saper Scrivere che mi ha editato e rappresentato e a Todaro Editore che ci ha creduto. E uno, enorme,  ai lettori che hanno amato Zek e Sam così come sono. Rendono queste strane giornate più leggere.

2 - Il giallo si dipana spiazzando il lettore e mostrando la maestria con cui gestisci la tecnica. Ma, a parte il mestiere, si percepisce chiaramente il divertimento negli incastri. Quindi quando scrivi non soffri?

Soffro, rido, piango, m’infurio, non mi faccio mancare niente. È un prezzo che pago ai miei trascorsi da teatrante, credo. Scrivere di alcune vicissitudini dei personaggi - non dico quali per non anticipare - mi ha fatto perdere svariati etti di liquidi; l’impotenza e la fragilità dei gemelli, nascosta dietro le facce da duro e nemmeno tanto bene, mi ha causato crisi di rabbia civile, come pure alcune posizioni di Nick Badile e la strafottenza della grande criminalità, o l’incoscienza con cui alcuni personaggi corrono convinti verso il baratro. Certo che le emozioni ci sono. Ma sono una contastorie, e le storie vanno contate bene, al meglio che si può. La costruzione narrativa deve essere forte, e incanalare il pathos nella giusta misura. Per quanto riguarda gli incastri, hai visto giusto: sono una delle parti più divertenti del lavoro.
Poi c’è un discorso a parte: quello di un certo tempo verbale. Fedeli alla regola che ‘più crescono i muscoli, più calano i congiuntivi’, Zek e Sam lo usano poco o niente, il congiuntivo. E quella è stata davvero dura. Come chiedere a una persona intonata di stonare apposta. Magari ci riesce, ma è difficile. In un paio di casi ho coperto gli occhi alla tastiera perché non guardasse. Lì sì che ho sofferto.

3 - Nonostante Zek e Sam sovrastino tutti, mi verrebbe da dire che le donne la fanno da padrone: Irina, Felicita, la poliziotta, Luz sono indimenticabili, ognuna a suo modo. E sono indispensabili nell'intreccio. Mai appaiono come figurine di abbellimento. Essere un'autrice ti spinge a creare donne vere?

Sai, secondo me, in un romanzo, nemmeno una virgola deve stare lì per abbellimento, figuriamoci un personaggio. Anche due figure di sfondo come Maria e Juanito Cortez hanno il loro spazio e la loro funzione. Molti grandi scrittori sono stati capaci di creare figure femminili indimenticabili, pur inscritte nella società in cui agivano, e non serve certo che li ricordi.
Tuttavia, credo che, oggi come oggi, una donna si muova con più disinvoltura nel mondo emozionale di un’altra donna. Mi è capitato spesso - e parlo di best seller, di autori al top di classifica - di esclamare: ‘Ma no! Una donna questo non lo farebbe mai!’.
E poi, hai notato una cosa che è una costante delle mie storie, anche di quelle con Montesi, il mio investigatore seriale: è vero, a indagare è un uomo; è vero, i protagonisti di Grosso guaio sono maschi. Ma a guardare bene, in tutte le storie - e dico davvero tutte -  sono le donne ad agire e a muovere l’intreccio.
Non sono brava a ragionare in termini di genere, nella scrittura. Mi piace pensare che un romanzo debba essere valutato a prescindere dal genere di chi lo ha scritto. Insomma, mi piacerebbe che fosse così. Però forse il fatto che a scrivere sia una donna ha il suo peso nel dare tanto spazio ai personaggi femminili. È una cosa che, per quanto mi riguarda, viene da sé.

4 - Sei un'autrice con numerose pubblicazioni in curriculum ma, ne sono certa, hai un sogno nel cassetto: quale?

Certo. Il Nobel per la letteratura verso i novanta (smile smile smile). Scherzi a parte: ho in mente una storia enorme. Per lo meno così mi sembra, se penso alle mie forze e alle mie capacità. Una vicenda che richiederebbe ricerche accuratissime in un ambito poco documentato e dovrebbe attraversare la Storia maiuscola dall’inizio alla fine del secolo passato. Forse, la scorsa estate, ho individuato un sentiero stretto, accidentato e pieno di zone buie. Ma, per la prima volta, un sentiero che va nella direzione giusta. Se è così lo saprete, perché sparirò per dieci anni. Sarà una faccenda lunga.

5 - In questo periodo di segregazione stai scrivendo? Cosa bolle in pentola?

A dire il vero, all’inizio dell’orribile distanziamento sociale, necessario ma non per questo meno devastante, facevo fatica anche a leggere con attenzione. Poi mi sono ripresa. Leggo di nuovo con gusto e da qualche giorno scrivo. Sciocchezze: che fanno Zek e Sam durante la pandemia, per esempio. Cose che magari non pubblicherò mai, ma servono per tenere caldi i polpastrelli e sciolte le sinapsi.
Tutto l’apparato creativo pronto per un sequel di Grosso guaio a Roma Sud , forse, e per un’altra avventura di Montesi.

giovedì 12 luglio 2012

Fiume pagano nella recensione di Marco Proietti Mancini


Ci sono storie, romanzi, che scorrono come scorrono i fiumi. Non tutti i fiumi scorrono nello stesso modo. I fiumi di montagna scendono giù impetuosi, saltano le rocce, cadono, sbattono, la loro acqua è tanto trasparente e pura da sembrare non esserci. I fiumi di montagna sono come ragazzini immaturi, pensano solo a divertirsi, a correre via, non si fermano un istante, non si godono un momento di vita e consumano tutto quello che incontrano sulla loro strada
Poi ci sono i grandi fiumi di pianura, quelli che scendono lenti, gravidi di tutto quello che accumulano nel loro viaggio. Una pagliuzza strappata via da un torrente si distrugge in un metro, una pagliuzza presa – non strappata – dal corso di un fiume che scorre in pianura, quella arriva fino al mare.

Tra i fiumi di pianura quello che amo di più è il Tevere. Ma va? Bella forza, è il mio fiume, il fiume della mia Città (Eterna). Ma non è solo campanilismo. Il Po se lo dividono in tanti, come l’Arno. Il Tevere invece è solo di noi romani. Il Tevere nasce in Romagna, passa in Toscana, in Umbria e poi finalmente arriva nel Lazio, 405 chilometri in quattro regioni, eppure, manco a farlo apposta, per toccare una città deve arrivare quasi alla fine. Quindi il Tevere fino a Roma non è un cazzo, poi diventa il fiume Sacro, e che sia Sacro non c’è dubbio. Sacro per i pagani, come per i Cristiani.

Ecco “Fiume Pagano” di Laura Costantini e Loredana Falcone – Historica Edizioni – non è un romanzo, e non è un fiume. E’ tutte e due le cose. E’ una storia gialla, vera, ambientata ai giorni nostri, con tanti morti, qualche assassino (si, qualche, non uno solo) e con un movente che non nasce oggi, ma nasce qualche decina, tante decine, di secoli fa. “Fiume Pagano” è come il Tevere, E’ il Tevere. Porta dentro un sacco di cose, tutte insieme, che uno può anche pensare che stanno male messe insieme. Invece sbaglia, perchè quando vedi scorrere un fiume, gonfio e rabbioso, o lento e pigro, e vedi che porta dentro tutto e di tutto, pensi che ci sta bene tutto dentro alla corrente, le storie nuove e quelle vecchie, i Santi e i bastardi, le mignotte e le vergini. Dentro i tremila anni di storia (quella conosciuta) di questo fiume c’è la storia di Roma e dei romani. Che se vai a grattare sotto i vestiti fighetti sono ancora quelli rozzi e prepotenti di tremila anni fa.

“Fiume Pagano” è un libro potente, eppure semplice, arrogante eppure cinicamente autoironico. Ogni  personaggio è complementare all’altro, la ragazza ricca e la zia popolana, il carabiniere che ancora ci crede e il vecchio giornalista che ormai non ci crede più, il laureato che “si accontenta” ed il rampollo che sotto la presunzione nasconde la speranza. In “Fiume Pagano” Laura e Loredana prendono tutto e lasciano che sia la corrente della storia, del fiume, a trasportarlo verso la foce, la fine. Dove nulla finisce e tutto può ricominciare.

Laura Costantini e Loredana Falcone sono l’emblema, l’icona del fallimento di una mia convinzione; io che quando scrivo litigo perfino con me stesso, ero convinto che da una collaborazione a quattro mani non potesse uscire nulla di buono. E che cazzo, di Fruttero&Lucentini ne abbiamo già avuti due (ambo!), Guccini & Machiavelli? Si va be’, li ho letti, mi sono pure piaciuti tanto, ma lì alle spalle c’è Mondadori, una megaredazione, e c’è pure profumo di marketing editoriale, che sistema ed aggiusta gli sfridi. Qui invece ci sono Costantini & Falcone, si sente l’odore del sudore dell’anima e si vedono le macchie di inchiostro sulle dita. Insomma, ancora una volta, chiusa l’ultima pagina mi è venuto da dire, ma perchè devo trovare in libreria tanta merda di carta sprecata ed invece per trovare questo bel libro ho dovuto ordinarlo? Si lo so, domanda inutile. Il problema non è la “piccola editoria”, il problema è la “grande distribuzione”.

Vabbè, Suggerimento; cercatelo, ordinatelo, leggetelo.