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domenica 20 settembre 2015

Dell'invidia degli scrittori e di altri luoghi comuni


Soffro di una forma acuta di mal sopportazione dei luoghi comuni. Le donne non sanno parcheggiare. I napoletani non hanno voglia di lavorare. I migranti ci islamizzeranno tutti. Gli scrittori sono invidiosi. Potrei dilungarmi sui primi tre con vaste argomentazioni, ma stavolta voglio affrontare la diffusissima credenza per cui uno scrittore (se è una scrittrice, meglio) non può non essere invidioso/a del successo degli altri. Dove per successo si spazia dalla vetta della classifica delle vendite su Amazon (dove succede di toccare il vertice per quei tre nanosecondi durante la promozione a 0,99 euro) al premio Strega; dalla consegna della targa placcata argento di “scrittore primo classificato nel concorso Autore del pianerottolo” alla traduzione in tutte le lingue comprese nella torre di Babele; dalle 5 stelline su Goodreads (o Amazon o Anobii) alla megarecensione galattica sul supplemento “La lettura” del Corriere. Ora, sia chiaro, non sono bionda, non sono ottimista, non sono un tenero virgulto e non mi chiamo Pollyanna. Ma secondo me vi state sbagliando. Dico VI perché io non mi allineo mai ai luoghi comuni. E già di per me, come autrice, vi sconfesso: non sono invidiosa. Tirate giù quel sopracciglio inarcato e cancellate la smorfietta scettica. Vado ad argomentare. E faccio nomi e cognomi. Se Elena Ferrante, nel chiuso del suo tanto discusso anonimato, sono anni che scrive e anni che si fa leggere, se senza presenziare eventi letterari, senza partecipare a trasmissioni tv, senza farsi intervistare nella rubrica “Billy” del Tg1 e senza, udite udite, partecipare alla messa cantata di Fabio Fazio con la nuova uscita in piedi e in primo piano tra le dita “midiche” (nel senso di Re Mida) del conduttore, è arrivata finalista allo Strega, io che motivo ho di invidiarla? Io non scrivo come lei (non dico peggio né meglio, ognuno ha il suo stile), non tratto i suoi temi, non sono Elena Ferrante. E il fatto che migliaia di lettori la amino, vuol dire che migliaia di persone leggono libri. Mi seguite? Una persona che si appassiona ai noir di Romano De Marco, alla poesia in prosa di Maurizio de Giovanni, alla penna sarcastica e dolce insieme di Marilù Oliva è un lettore in più per tutti coloro che sanno scrivere una storia appassionante, non un sostenitore in meno per me o per qualcuno di voi. Mi dicono (io non frequento i salotti letterari) che gli scontri al veleno ci siano sempre stati, così come i giudici tranchant dietro le spalle e gli sdilinguimenti ipocriti negli incontri vis a vis. Così va il mondo, mi dicono. Mi dicono, anche, che uno scrittore che ti recensisce favorevolmente 9 su 10 sta per chiederti qualcosa in cambio, motivo per il quale tutto quel proliferare di stelline tra “amici” di penna sia indice di falsità e non di qualità. Non so per quale malinteso (perché è chiaro che un malinteso “ci ha da essere”), moltissimi autori mi chiedono di leggere i loro romanzi. E difficilmente dico di no. Magari li faccio aspettare mesi (Gianluca Mercadante, autore tra l’altro di un divertentissimo “Casinò Hormonal” Lite Editions, può testimoniarlo), ma li leggo. Ed esprimo quel che penso. Mi dicono che sono sempre magnanima nel dispensare stelle e lodi. E nel sillogismo da luogo comune chi recensisce positivo si aspetta una contropartita. Ecco, abbassate quel sopracciglio e cancellate la smorfietta, perché adesso vi sfido a dirmi quali contropartite abbia ottenuto una come me e come possa collocarsi nell’assioma degli scrittori sempre e comunque invidiosi del successo altrui.

Un libro in più venduto, una presentazione strapiena, un premio vinto (certo, non quello di autore del pianerottolo, ma anche sì, in fondo) sono successi che si devono ai lettori. E quanti più lettori ci sono, tante più possibilità esistono che quei lettori si interessino ad altre storie, ad altri autori. Un lettore non è una risorsa in esaurimento. Un lettore ha spazio per milioni di storie, molte più di quante ne contenga un kindle. Un lettore che si appassiona a un libro, ne cercherà tanti altri. E vi rivelo un altro segreto, custodito quasi quanto il terzo di Fatima: un lettore non è un binario unico. Lo so, perché prima di tutto leggo. Un lettore può amare la Trilogia della città di K e Andrea Vitali, può non averne mai abbastanza di Twilight e coccolarsi Paul Auster, può andare in overdose di romance e centellinarsi La ferocia di Nicola Lagioia. Uno che ci capiva già tanti secoli fa disse “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”.

Quindi piantatela, voi autoeletti giudici, di dire che tutti gli scrittori sono invidiosi del successo altrui. E piantatela, voi autoeletti veri scrittori, di lamentarvi, perché ne avete una fottuta paura, della ressa di aspiranti scrittori che si accalca alle porte. Le storie, come le stelle, sono tante. Milioni di milioni. Ci sarà sempre chi ha voglia di raccontarle e ci sarà sempre chi ha voglia di starle a sentire. Di leggerle. Su uno schermo, su un foglio di carta. Non importa. Ci sarà. C’è. Se smetteste di pensare che qualcuno vi odia per quel briciolo di fama in più, riuscireste ad accorgervene. E a goderne mentre scrivete la prossima storia.

 

venerdì 23 maggio 2014

In difesa del fancazzismo narrativo

Lo so, vi eravate già abituati alle rampogne della metà oscura ai danni della sottoscritta, con tanto di corso di rieducazione. E quindi vi mancano le esternazioni quotidiane.
Niente paura, Lory tornerà a breve.
Piccolo momento di convalescenza, questo.
Ne approfitto io per fare le sue veci e darmi una regola:
ho tanti libri da leggere, da leggere perché poi ne devo scrivere; ma ho anche tanti libri da leggere, semplicemente per mio personale piacere.
Robette disimpegnate, narrativa di intrattenimento.
Libri da sotto l'ombrellone, ché mica è scritto da nessuna parte che devi leggerli solo in spiaggia.
Ecco, mi rieduco da me: per ogni libro letto per interviste/recensioni/pareri, un libro letto per semplice fancazzismo narrativo.
La socia sarà fiera di me.
Ciao.

Laura

lunedì 14 marzo 2011

Il maestro, Margherita e la magia di una lettura difficile


Partiamo dall'inizio. Non ero convinta. Sul romanzo di Bulgakov avevo ricevuto pareri contrastanti: da capolavoro assoluto e una fantozziana cagata pazzesca. Restava il fatto che "Il maestro e Margherita" era ed e' uno di quei libri che "devi" aver letto, non foss'altro per poterne parlare con cognizione di causa (cosa che, per inciso, non e' prassi consolidata tra dotti commentatori in Rete). Cosi', sconfitta in partenza da "Guerra e pace" (che giace sul mio comodino ormai da tempi immemori), ho decido di prendere Woland per le corna e ho dato inizio al cimento. Non e' stata una lettura facile. La mia familiarita' con i chilometrici nomi russi e con la traslitterazione del cirillico si perde nei tempi eroici dell'universita', quando dopo due trenta e lode in storia della Russia e dell'Asia Centrale accarezzai l'idea di studiare il russo. L'idea mi si rivolto' contro come il grosso gatto di Bulgakov accarezzato contropelo e quindi desistetti. Non e' stata una lettura facile. La scrittura di Bulgakov e' densa di non detto, di rimandi storici, di satira contro il regime che lo tenne ai margini negandogli la tessera di scrittore (come se tale qualifica potesse darla un governo, un partito... meditate gente, meditate). Il romanzo va contestualizzato negli anni in cui venne scritto e riscritto e poi lasciato sostanzialmente incompiuto. E' un fuoco pirotecnico, uno spettacolo circense come solo un russo poteva immaginarlo. Ha gli stessi colori intensi della cattedrale di San Basilio, delle icone, dei mosaici. Ha lo splendore delle cupole dorate. C'e' l'anima russa dentro. Bulgakov ci ha lasciato una serie di scatole cinesi, anzi, una matrioska in forma scritta. E non e' un caso se la parte piu' preziosa sia quella custodita piu' a fondo tra le quasi 500 pagine di storie, di intrecci, di magie e di ricoveri in manicomio. Ho adorato il romanzo di Ponzio Pilato e ho condiviso la decisione di Margherita di vendersi l'anima al diavolo pur di salvare quel romanzo che ossessiona il maestro al punto da spingerlo alla pazzia. Il romanzo di Ponzio Pilato e' il nocciolo di questo libro e del messaggio che Bulgakov ci ha lasciato. Il maestro ha scritto la storia dell'uomo piu' frainteso nella storia dell'umanita'. Il vigliacco per eccellenza, colui che non seppe ascoltarsi e preferi' lavarsene le mani piuttosto che prendere la decisione di salvare il Nazareno. Il maestro lo immagina, di piu', lo crea devastato dall'impossibilita' di tornare indietro per salvare quel giovanotto. Ponzio Pilato si addormenta e sogna che il supplizio sul Golgota non sia mai accaduto. Ma la realta' lo riafferra, implacabile e lo destina a un limbo dove il tormento e' senza fine perche' e' rimpianto. Il maestro e' talmente ossessionato dalla storia e dal destino di Ponzio Pilato da decidere di distruggere il manoscritto e di rinchiudersi in manicomio. Ma non serve, perche' il manoscritto ce l'ha tutto scritto nella mente. La vera prigione di Ponzio Pilato, il vero rimpianto sul coraggio perduto (o mai trovato) e' proprio lui, il maestro. Per questo Woland, Azazello, Ippopotamo e Koroviev piombano su Mosca e sconvolgono tutto il mondo stantio dell'intellighenzia creando uno scompiglio, un vortice di distruzione che ha il suo fulcro nella necessita' di liberare il maestro dal manicomio, restituirlo all'amore incondizionato di Margherita. Ucciderlo. Anzi, ucciderli entrambi. Una morte che e' rinascita per i due amanti e liberta' per Ponzio Pilato. Il personaggio, cancellato dalla memoria del suo creatore, e' libero di riprendere la passeggiata col Nazareno su una strada di luna, di riprendere a parlare di umanita' e di filosofia con quel giovane dall'aspetto dimesso e dalla grandissima mente. Margherita e il maestro sono liberi a loro volta di continuare ad amarsi in un livello di esistenza superiore, che nulla ha a che spartire con la nostra idea di inferno. E Woland? La solitudine di Satana alla fine del romanzo e' il momento piu' alto, laddove egli spiega che l'ombra e' parte integrante della luce. Woland e' strumento di Cristo in persona. E' Cristo che lo ha mandato a liberare Ponzio Pilato dalla mente del maestro, a liberare il maestro dalla propria ossessione. Una simbologia che si dispiega e riannoda tutti i fili lasciati in sospeso dandoci la reale misura del potere della scrittura, anzi, della creazione attraverso le parole.

giovedì 17 febbraio 2011

Sara' che noi siamo di un altro lontanissimo pianeta

La riflessione nasceva da un commento lasciato da Morgan Palmas sul blog di Remo Bassini nel maggio del 2007, ma resta validissima a mio parere. Quindi...

"Gli Italiani leggono sempre meno perché siamo un po’ tutti “napoletani” (lo scrivo con nessun intento offensivo, anzi, grande ammirazione per la città di Napoli), ma è risaputo che lì in particolare ci si arrangia giorno per giorno alla meglio come in nessun altro luogo di Italia, là ho visto le cose più incredibili nella vendita. E leggere è difficile, richiede tempo, concentrazione, calma… nessuna scorciatoia, prendere in mano le perle della letteratura classica non è facile se si vuole andare in profondità.
E leggere non ti fa diventare ricco economicamente , obiettivo principale di tanti giovani."
Una riflessione amara, quella di Morgan. Che spiega anche il titolo che ho voluto dare a questo post. Noi, inteso nel senso di noi che amiamo leggere, parlare, comunicare, scrivere, anche incazzarci, comunque condividere, apparteniamo sul serio a un altro lontanissimo pianeta? Alle volte mi viene da pensarlo perché non riesco a capire. Non penso di essere tanto vecchia da aver posto una distanza abissale tra me e le cosiddette nuove generazioni. Storco il naso davanti a fenomeni come Il Grande Fratello, ovvero la patria stessa del "provarci tanto per provarci, allo scopo di esserci, diventare famosi, arricchirsi". Poi mi è capitato di conoscere alcuni dei concorrenti, alcuni dei vincitori. E ho scoperto delle persone che studiano (non solo recitazione), che hanno una laurea, che pensano con la propria testa, che sanno esprimere un'opinione di senso compiuto, che hanno una profondità d'animo. Allora capisco che, anche se non sono la maggioranza, ci sono persone che scelgono di usare i mezzi che questa società mette a loro disposizione, per emergere. E non al solo scopo di arricchirsi (scopo che comunque non fa schifo a nessuno, siamo onesti), ma per farsi conoscere, per avere voce in capitolo o semplicemente per fare quello che era il loro sogno fin da bambini. Recitare in un film, condurre una trasmissione, entrare in un giornale, pubblicare un libro. Tutte cose che hanno strettamente a che fare con l'apparire e che, proprio per questo, vengono guardate con sospetto più o meno da tutti. Noi compresi. Noi che ci consideriamo degli alieni in una società che ha abdicato alla profondità in favore della velocità. Una società che consuma immagini, volti, parole, anche libri. Una volta un volume pubblicato guadagnava una sorta di esistenza che niente aveva da invidiare a quella di un essere umano. Passavano gli anni e comunque il volume esisteva, c'era, si poteva acquistare. Oggi, dopo pochi mesi, un libro è morto, fuori produzione, andato. Proprio come certi personaggi della tv. E non è detto che questa selezione feroce come e più di quella darwiniana, lasci in superficie il valore. Ci sono libri bellissimi ormai introvabili. E c'è una società, quella italiana, che legge troppo poco perché non ha tempo, perché ha altri hobby, perché quello che c'era da sapere lo sa di suo (sto citando frasi riportate nei commenti del post di Remo). Eppure quando un libro merita, quando viene messo nelle mani di un non lettore e consigliato caldamente, quando si riesce a superare la diffidenza... A TUTTI PIACE LEGGERE. L'abbiamo sperimentato anche con i nostri romanzi. Ci sono stati parenti miei e di Loredana che non avrebbero letto neanche un libretto d'istruzioni e invece si sono appassionati e hanno continuato a leggerci man mano che pubblicavamo. C'è stata un'amica che ha perso il sonno, nonostante il lavoro e una bambina piccola, per arrivare alla parola fine di un nostro romanzo. Allora capisco che non è vero che apparteniamo a un altro lontanissimo pianeta. E' che ci siamo lasciati togliere il gusto del nostro tempo, dei nostri sogni, della nostra fantasia. Per questo non sono d'accordo nelle condanne più o meno unanimi nei confronti di Moccia, di Harry Potter o comunque di quei libri che sono diventati fenomeni di costume, indipendentemente dal valore letterario. Perché un libro che piace, che costringe milioni di adolescenti a leggere è, l'ho detto fino alla nausea e continuerò a ripeterlo, una porta aperta attraverso la quale altri libri, altre idee, altri sogni troveranno posto nelle menti di giovani e meno giovani.
A mio parere bisogna lavorare per questo.