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martedì 25 novembre 2014

Quello sguardo

Quello sguardo.
Sei piccola per riconoscerlo.
Hai un vestitino blu a pallini bianchi,
la gonna a ruota ti danza sulle gambe di bimba.
Non te me accorgi tu, non potresti.
Tua madre ne sente il peso,
di quello sguardo.
"Stai composta, chiudi le gambe."

Quello sguardo.
Sei ancora piccola, ma che è cattivo lo capisci.
Hai una salopette pantaloni, rossa a pallini neri.
Lo sguardo arriva prima nella mano,
in mezzo alle gambe.
Di chiuderle tua madre ti aveva avvertita.

Quello sguardo.
Cattivo è definizione da bimba.
Ma sei cresciuta adesso: famelico.
Hai imparato a sentirtelo addosso.
Ce l'hai alle spalle,
arriva prima della violenza di un contatto
che non chiedi, che non vuoi.

Quello sguardo.
Predatore. Come l'uomo di potere
che ti offre un lavoro
insieme alla lingua infilata a forza tra le labbra.
Le tieni serrate, come le gambe.
Ma quando fuggi
lo fai convinta di essere tu, colpevole.

Quello sguardo.
In strada.
Sul posto di lavoro.
Nel garage solitario.
Nell'ascensore condiviso.

Quello sguardo.
Cattivo.
Famelico.
Predatore.

Sprezzante.

Perché arriva il momento in cui
Sparisce la preda appetitosa.
Sei vecchia.
Hai perso il tuo ruolo nel mondo.

E quello sguardo é lì per te,
femmina,
corpo,
vagina.
Quello sguardo ti dice che solo questo sei.

Mente.
Ricordalo.
Mente.

Laura Costantini


martedì 3 dicembre 2013

Ma quanto è comodo dar la colpa a loro...

Se ne è parlato fin troppo delle baby-squillo dei Parioli, a Roma. Si è analizzata la facilità con cui, pur riconoscendole vittime, hanno accettato di essere usate pur di ottenere ciò che un sistema malato ha indicato loro come ciò che conta veramente: oggetti di lusso. Proprio come loro sono state considerate dagli utilizzatori. Proprio come loro hanno considerato il proprio corpo. Ma poco, o nulla, è stato detto sui suddetti utilizzatori. Uomini adulti, spesso maturi, spesso padri a propria volta di coetanei e coetanee delle giovanissime con cui si intrattenevano. Sulla loro psicologia, sulle loro motivazioni, sulle giustificazioni che devono essersi dati per poter entrare in quei letti e intrattenersi con quei corpi, nessuno si è soffermato. Le parole di condanna son state tutte per loro, le ragazzine senza valori, e per loro madri. Soprattutto per la madre che, consapevole del mestiere esercitato dalla figlia quindicenne, ha volentieri accettato di dividerne i proventi. Una condanna unanime ai suoi danni, condivisibile. Ma è mancato il contraltare. Le colpevoli, a giudicare dai mille pareri espressi nei talk show pruriginosi che per settimane ci sono stati imposti a reti unificate, erano loro. La parte femminile. Le assetate di lusso. Le senza valori. Le superficiali. Vittime, sì, ma... C'è sempre stato un ma. E mai una volta il ma ha compreso i clienti, facoltosi, entusiasti, esigenti, come testimoniato dalle richieste, dagli sms messi agli atti. È così facile accettare che l'errore sia dalla parte delle donne. Lo è stato anche per il branco che, si è saputo la settimana scorsa, ha abusato per mesi di una quattordicenne. È accaduto a Molfetta. In tanti sapevano, in tanti avevano capito. Ma quella ragazzina era una facile, una poco di buono. Non lo dicevano i suoi tormentatori, non solo. Lo diceva il paese, lo dicevano le coetanee a scuola. Lo hanno anche scritto sul social network, aprendo un falso profilo intestato alla ragazzina e facendole dichiarare di essere disponibile a tutto. Con tanto di numero di telefono. Non viene da chiedersi come sia possibile che tanto basti? Nel branco di dieci maschi che hanno abusato di lei, molti erano maggiorenni. Il più adulto aveva 25 anni. E a quell'età, nonostante questa nostra strana epoca, si è responsabili, consapevoli, padroni delle proprie azioni. Cosa succede nella mente di un essere umano di sesso maschile, quale interruttore scatta, quale diabolico meccanismo ormonale impedisce di rendersi conto di quello che si sta compiendo? Un uomo maturo elargisce centinaia di euro per abusare del corpo di quella che potrebbe essere sua figlia, se non sua nipote. E un uomo di 25 anni abusa, senza alcun consenso, nonostante il pianto, le urla, il dolore, di quella che potrebbe essere una sorellina minore. Una creatura da difendere. E lo fa in compagnia di altri, abbassandosi al rango di bestia in un branco di animali senza alcuna coscienza di se stessi. Nessuno di noi, credo, ha gli strumenti per capire come tutto ciò possa accadere. Ma già cominciare a porsi la domanda, quella giusta, sarebbe un passo avanti.

Laura Costantini

martedì 26 novembre 2013

Ambasciatrici del Telefono Rosa: Nessuna più (Elliot Edizioni) ancora

















"Per essere riuscita con il suo lavoro di scrittrice, a dare voce a chi, da viva, ha parlato poco o è stata poco ascoltata, infondendo la forza e il coraggio a chi può ancora fare in tempo a salvarsi".

L'attestato di cui sopra è il mio, ma Loredana ne ha ricevuto uno uguale. Pioveva e faceva freddo ieri a Ceccano. Ma il teatro Antares era gremito e caldo dell'entusiasmo di Patrizia Palombo, instancabile e inesauribile presidente del Telefono Rosa di Ceccano - Frosinone.
Ci sono state ragazzine che hanno cantato con voce d'angelo canzoni dure, difficili, tanto più grandi e consapevoli di loro. C'è stata una giovane e bravissima attrice che ha letto i testi. E tra i testi il nostro racconto "Fuoco amico", pubblicato all'interno della raccolta "Nessuna più" (Elliot Edzioni). Ogni volta è un pugno allo stomaco. Loredana, che per motivi mille era mancata alle molte presentazioni svolte a Roma e fuori Roma, lo ha sentito interpretare per la prima volta e più volte mi ha bisbigliato nell'orecchio: "Ma lo abbiamo scritto noi?"
Sì. E no. Perché continuo a pensare che gli autori di "Nessuna più", tutti gli autori, abbiano vissuto una sorta di transfer, una possessione. Tutti sono, siamo, riusciti a dare voce a chi, da viva, ha parlato poco, oppure non è stata ascoltata. Tutti sono, siamo, riusciti a scorticarci l'anima per calarci in quei panni, in quei momenti, in quelle sofferenze.
I moltissimi complimenti che ci sono stati fatti, ieri sera, non sono solo nostri. Appartengono a Marilù Oliva, che ha fortemente voluto che Nessuna più sorgesse nel mare magno e spesso inutile delle pubblicazioni. Appartengono ai quaranta autori che hanno prodotto racconti che sono vita vissuta, anzi, vite spezzate. Appartengono a tutte coloro che, purtroppo, non sapranno mai di aver trovato una piccola voce sulle pagine di carta e dentro le anime di chi ieri sera, e tante altre sere, ascoltava e deglutiva mentre il destino di una donna si compiva per incuria, per pressappochismo, per matrici culturali marce, per vigliaccheria, per la malvagità ottusa di un maschio incapace, imbelle, meschino.
Tra le moltissime emozioni, tra le grandissime emozioni di ieri sera, voglio segnalare quella di una sala gremita, anche, di uomini. Uomini qualunque, uomini delle istituzioni, uomini giovani e meno giovani. Uomini che sono saliti sul palco perché vogliono cambiare le cose. E anche se nessuno di loro ama il termine "femminicidio" (e chi lo ama?), nessuno ha negato, nessuno ha chiuso gli occhi, nessuno ha cominciato con la sequenza del "sì però, ma forse". Si sono detti schierati accanto alle donne, insieme alle donne. Per cambiare quella cultura che, ancora oggi, fa cadere dalle nuvole il violento di turno che, interrogato da un inquirente (testimonianza di un uomo, un procuratore della repubblica) sulle percosse, sulle violenze verbali e psicologiche, scuote la testa e dice: "Ma in fondo che ho fatto di male?"

Oggi più che mai gridiamolo forte: NESSUNA PIU'

martedì 9 aprile 2013

Nessuna più, ancora

Esce oggi su "La Sesia" questo mio articolo:

È capitato a tutti di vedere una di quelle scene da film, di solito americano, dove il protagonista sosta davanti a una parete trapunta di stelle. Ogni stella un eroe morto per la causa. Che ci siano o meno i nomi, degli eroi, quel che colpisce è la quantità delle stelle. Che sono lucide e splendenti, ma mai e poi mai potranno raccontare cosa si cela dietro quel nome, dietro quella morte. Se oggi ci si fermasse un attimo a pensare al fenomeno del femminicidio, l'immagine della parete irta di stelle potrebbe essere attinente, soprattutto per l'impossibilità di un nome, di una foto, di una stella di rendere giustizia a ciò che quella persona, quella donna, è stata per tutti coloro che l'hanno amata. Succede allora che si richieda ai familiari di raccontare, ancora e ancora. Di rivivere la tragedia della perdita. Di testimoniare, giorno dopo giorno, che quel nome non può e non deve, mai, diventare un numero su un giornale o una stella su una parete. È il valore della memoria in quest'epoca di olocausto delle donne. Così accade che ti ritrovi in una casa dignitosa sulle colline di Napoli, ma potrebbe essere in qualsiasi altro luogo d'Italia, a raccogliere il grido di dolore e le lacrime di rabbia di una madre. Perché sua figlia, Fiorinda, è stata fatta a pezzi con l'accetta dall'uomo che non si rassegnava a perderla. Accadeva nel 2009 e il processo si trascina da allora. E succede che dopo tre perizie psichiatriche che avevano dichiarato quell'uomo capace di intendere e di volere, una quarta decida che no, che non conta se aveva posizionato un'ascia in sala da pranzo prima ancora di attirare Fiorinda nella trappola letale. Perché quell'uomo, che aveva già scontato anni di carcere per il tentato omicidio della ex moglie, ha agito d'impeto, ha perso il lume della ragione. E quindi per aver massacrato una donna di trentacinque anni, madre di un bimbo di otto, dovrà scontare solo 10 anni in un ospedale giudiziario. Succede che i genitori e le sorelle di Fiorinda accettino di farti entrare in casa, accettino di raccontare ancora, si rassegnino a offrire le lacrime in pasto a una telecamera. Ma dicano no quando chiedi loro qualche foto. Perché le foto raccontano attimi felici, raccontano una donna bella, giovane, curata, una donna che sapeva sorridere e abbracciare stretto il suo bambino. E fa troppo male, lo capisci, riguardarle e capire che mai più quel sorriso potrà essere immortalato. Quel no urla più della rabbia, della delusione. Quel no urla che qualcosa deve cambiare. Per questo è giusto parlarne. Per questo è giusto che siano usciti tanti libri sul femminicidio. Per questo è importante segnalare "Nessuna più" (Elliot edizioni): 40 autori raccontano e restituiscono un'identità a 38 donne assassinate. Storie di femminicidi, ispirate alla cronaca ma elevate a simboli di tutte le centinaia di vittime appuntate su quella parete. I proventi dell'antologia sono interamente devoluti al "Telefono rosa".

Laura Costantini

martedì 26 marzo 2013

NESSUNA PIU'

Volevo ricordarvi che domani esce "NESSUNA PIù".

Un progetto che Marilù Oliva ha curato per Elliot Edizioni, coinvolgendo 40 autori contro il femminicidio.
(E che autori: Vittoria A., Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Sara Bilotti, Mariangela Camocardi, Stefano Caso, Gaja Cenciarelli, Milvia Comastri, Laura Costantini, Andrea Cotti, Maurizio de Giovanni, Romano De Marco, Loredana Falcone, Caterina Falconi, Ida Ferrari, Alessia Gazzola, Francesca Genti, Lorenza Ghinelli, Laura Liberale, Elisabetta Liguori, Fabrizio Lorusso, Loriano Macchiavelli, Lara Manni, Marco Marsullo, Marina Marazza, Massimo Maugeri, Raul Montanari, Gianluca Morozzi, Andrea Novelli, Marilù Oliva, Cristina Orlandi, Flavia Piccinni, Marco Proietti Mancini, Piergiorgio Pulixi, Paola Rambaldi, Susanna Raule, Matteo Strukul, Marco Vichi, Cristina Zagaria, Giampaolo Zarini.)

Compratelo il libro.
Primo perché scuote e brucia.
Secondo perché i proventi andranno a Telefono Rosa, che da 25 anni fa del bene per le donne.
Terzo perché certe cose vanno ricordate.




venerdì 8 marzo 2013

Non fiori, ma fatti

Ci siamo, di nuovo. Oggi è l'Otto marzo e tutti saran lì a caccia di mimose e a raccontarsi, ancora, delle operaie morte nell'incendio della fabbrica e a stigmatizzare le donne che stasera usciranno in comitiva per illudersi di essere libere e a prendere per il culo quelle che per sentirsi libere andranno a vedere uno spogliarello di maschi viscidi di unto e gonfi di anabolizzanti. Ci siamo. Di nuovo. Eppure io vorrei che qualcosa di nuovo ci fosse veramente. Non oggi, ma oggi, domani, tra un mese e negli anni a venire. Sì, come ogni femminuccia che si rispetti vorrei dei regali. E li vorrei dagli uomini che son tutti già lì pronti a sogghignare e a commentare: tiè, eccotela la parità, poi quando si arriva ai fatti se non ti presenti con i fiori, col gioiello, col pensierino sei un bastardo che non le capisce. No, non negate, vi sento dirlo tutti i giorni. Sento queste parole (o parole peggiori di queste) in bocca a tanti di voi. Non ho detto tutti. Ho detto tanti. Ho detto ancora troppi. ma si parlava di regali e io adesso voglio fare un elenco di quelli che mi piacerebbe ricevere e veder ricevere da tutte le donne.
- Vorrei vedervi e sentirvi indignati, ogni volta che una donna viene picchiata, stuprata, uccisa, vorrei sentire la forza della vostra voce superare quella delle donne che indignate lo sono da tanto, da troppo.
- Vorrei vedere uno sguardo di compatimento e nessun sorriso sulle vostre labbra ogni volta che un maschio racconta la barzelletta cretina che perpetua l'eterno luogo comune della femmina che lo vuole lungo, lo vuole tanto e lo vuole violento. Perché non è vero e non lo ripeteremo mai abbastanza.
- Vorrei che, se vivete con una donna che lavora, proprio come voi, non deste mai per scontato che sia più brava di voi a cucinare, a mettere la lavatrice, a mettere in ordine, a stendere i panni. Perché non è vero e a voi fa solo comodo pensarlo.
- Vorrei che ci guardaste, sì, ci guardaste. Non come prede, non come sante, non come puttane, non come avversarie, non come nemiche. Vorrei che ci guardaste come persone, belle o brutte, buone o cattive, e che concedeste a noi lo stesso rispetto che concedete a voi stessi.
- Vorrei che la consapevolezza di essere fisicamente più forti facesse il paio con la consapevolezza che la forza fisica non è un valore che vi rende migliori o peggiori, solo diversi.
- Vorrei non sentire mai più queste parole: "fossi nato femmina, sarei una grandissima mignotta". Perché sono la prova matematica che voi non avete la più pallida idea di cosa significhi, nel bene e nel male, essere donna.

E' tanto, lo so. Forse è chiedere più di quanto siate disposti (o capaci?) di dare. Ma io questi regali ve li chiedo lo stesso. Li chiedo a tutti coloro che sono disposti ad ascoltare e a riflettere. E non li chiedo per me, perché un Uomo così io ce l'ho accanto, li chiedo per tutte noi. Perché di solito le cose ce le mettiamo a posto da sole, e voi lo sapete bene. Ma l'unico luogo dove non potremo mai arrivare a mettere ordine è dentro di voi. E' lì dove hanno attecchito millenni di cultura maschilista, millenni di convinzioni propalate anche dalle madri, dalle nonne e da tutte coloro che hanno cresciuto un figlio maschio nella certezza di essere superiore per il semplice fatto di avere un corpo diverso.

Grazie.

mercoledì 23 gennaio 2013

Diritto all'oblio?

Si chiama così, diritto all'oblio. È compreso tra i diritti inalienabili la cui tutela è garantita dall'articolo 2 della nostra Costituzione. È il diritto di ognuno di noi a essere dimenticato. Anzi, a non essere ricordato per fatti che in passato siano stati oggetto di cronaca. Se abbiamo commesso un reato ieri, abbiamo il diritto di pretendere che non se ne parli più, domani, sulla stampa e sui mezzi di comunicazione. In testa a tutti, la Rete. Il tema è complesso, controverso e spesso affidato alle dotte opinioni degli addetti ai lavori, tra giurisprudenza e media. Ma negli ultimi giorni il diritto all'oblio è uscito dall'ombra almeno due volte. Ce la ricordiamo tutti Erika Di Nardo. Con buona pace del dettato costituzionale, se una ragazzina di 14 anni, insieme al fidanzato, massacra a coltellate la mamma e il fratellino, l'oblio ha perso in partenza. Siamo un paese innamorato della cronaca nera. Seguiamo come e più delle soap-opera, le vicende processuali legate agli omicidi prodotti dalla provincia italica. Ci appassiona cercare nei volti e negli sguardi la traccia lasciata dal male. E spesso non la troviamo. Erika, che vuole l'oblio ma affida ai media lo sfogo per l'attenzione della gente che le sarebbe costata il lavoro di commessa in una selleria, ha un volto pulito e uno sguardo limpido. E proclama di non essere più la protagonista del delitto di Novi Ligure. Vuole essere lasciata in pace. Lo sterminio della sua famiglia, le bugie sui rapinatori albanesi, l'incauta chiacchierata col complice Omar le sono costati 11 anni di galera. Ha pagato il suo debito. Può, lei, andare oltre. Dobbiamo, noi, dimenticare la sua faccia e il suo nome. Non sappiamo se sarà mai possibile, ma il diritto all'oblio è tornato alla ribalta con un'iniziativa sul web. Un sito ha messo online i volti di tutte le donne vittime di femminicidio. Un chiaro invito a non dimenticarle. Ma sono online anche i volti dei loro carnefici. Uomini comuni, facce quotidiane, insospettabili che i vicini, dopo ogni tragedia, qualificano invariabilmente come "brave persone". La polemica è sorta istantaneamente trovando terreno fertile nel campo minato della violenza di genere. Molti di quegli uomini, dopo aver assassinato, si sono tolti la vita. Molti sono in galera, già condannati. Molti aspettano appelli e controappelli per strappare qualche anno di carcere in meno. Mettere le loro facce e i loro nomi sul web significa renderli indimenticabili. Significa che nel loro futuro, per quelli che un futuro lo avranno, resterà il marchio di ciò che hanno fatto. La giurisprudenza ci dice che non è giusto. Quelle foto e quelle didascalie ledono i loro diritti, nessuno può negarlo. Ma se si può accettare che due ragazzini, quali erano Erika e Omar al momento del delitto di Novi Ligure, possano crescere, cambiare, capire, più difficile è concedere a persone adulte il beneficio del dubbio. Il loro diritto all'oblio diventerebbe una condanna all'oblio per le loro vittime. Uccise, così, due volte.

Laura Costantini

mercoledì 17 ottobre 2012

La strage delle donne

La scorsa settimana è uscito un libro. Ne escono centinaia ogni santo giorno. Ma questo è un libro diverso, importante. Un libro di cui si è riusciti a parlar male prima ancora che uscisse e si avesse modo di leggerlo. Si intitola “Se questi sono gli uomini – Italia 2012. La strage delle donne” e lo ha scritto il giornalista Rai Riccardo Iacona. È un libro inchiesta sulla violenza omicida che, statistiche alla mano, un giorno sì e uno no colpisce una donna in Italia. Eppure. Eppure, scrive lo stesso Iacona, non è che gli uomini “sottovalutino la morte di Vanessa (Scialfa, uccisa in Sicilia dal suo compagno e scaricata lungo l’autostrada, n.d.r.) o delle altre donne ammazzate [...] ma per loro la storia finisce quando si scopre il cadavere, l’assassino ha confessato [...] Una volta che la marea emotiva si abbassa, non è più la storia di tutti, ma solo un brutto fattaccio che non ci riguarda [...] storie di pazzi, di malati, di poveracci...” Anomalie, casi isolati. La levata di scudi maschile è stata pressoché unanime. Leggiamo in Rete un commentatore che fa dei distinguo: “...il femminicidio è una parte irrilevante dell’insieme della violenza di genere. Ritengo che sia più importante agire, dal punto di vista culturale, sulla violenza familiare che non sul femminicidio; ritengo altresì (e i numeri lo dimostrano) che non ci sia nessuna relazione tra i casi di femminicidio e il dispiegarsi allarmante della violenza contro le donne.” Continuiamo con un commentatore del Fatto: “La violenza sulle donne è colpa delle donne stesse, quasi nessuno ammazza la compagna da un giorno all’altro, è sempre un climax di prepotenze e piccole violenze che crescono con il tempo e che la donna accetta a causa di una mentalità sottomessa.” E un altro: “Gli studi dicono che le donne nell’ambito domestico sono più violente degli uomini.” E ancora: “Dobbiamo appurare ora se ci sono donne che amano gli uomini. Che abbiano, chesso, scritto un libro o magari dedicato un pezzo del loro tempo alla strage più che quotidiana dei morti sul lavoro.” E anche: “Da uomo, quello che mi fa fastidio è il titolo del libro, che fa di tutta l’erba un fascio e criminalizza l’intero genere maschile senza fare un distinguo.” Dulcis in fundo: “Iacona non è un uomo. Semmai puoi chiamarlo maschietto, maschio-pentito o zerbino femminista.” Tutti costoro hanno parlato prima di aver letto il libro. Ma l’autore se lo aspettava, perché nella prefazione ha chiarito che “di guerra si tratta, di uomini che si armano per uccidere le loro donne [...] Una guerra che ha [...] un obiettivo strategico, più a lungo termine: impedire alle donne in Italia di essere libere di scegliere, di vivere, di amare. È quindi una storia che ci riguarda da vicino...” Ci riguarda, tutti, perché nel 2011 sono state assassinate 137 donne. Erano già 80 quest’anno, quando Iacona ha mandato in stampa. E i casi isolati, le anomalie, presi tutti insieme si chiamano strage.

Laura Costantini

martedì 28 agosto 2012

Oggi su "La Sesia": Eppure il mondo è rimasto lo stesso



È successo domenica scorsa. Neil Armstrong, il primo uomo a calcare il suolo lunare è morto. Non era vecchissimo, 82 anni. Gli è stato fatale il quarto by-pass coronarico. Eppure il suo cuore aveva retto all’emozione più grande mai provata da essere umano. Lui, per primo, ha mosso un passo al di fuori del nostro pianeta. Chi c’era, quel 20 luglio 1969, fosse pure stato un pargolo, ricorda quell’eterna nottata in diretta, in attesa dell’allunaggio. Domenica, nel dare la notizia della scomparsa dell’astronauta simbolo di tante speranze, un po’ tutti i media si sono dilungati sulle aspettative enormi che quell’evento scatenò nel mondo. Era l’entrata ufficiale nel futuro, era la fantascienza che si faceva realtà. Ci aspettavamo moltissimo. Immaginavamo un domani di navette che facevano la spola tra la Terra e la Luna, basi lunari con affascinanti astronaute, viaggi interstellari a velocità di curvatura. Ci aspettavamo che quell’impronta sulla sabbia grigiastra della Luna ci rendesse, per magia, tutti migliori. Perché l’assioma era: se siamo arrivati lassù, allora possiamo sconfiggere le malattie, possiamo eliminare la fame nel mondo, possiamo conquistare uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Possiamo. Era questa la parola chiave. Una parola che quarantatre anni hanno lentamente eroso e depotenziato. Ha voluto usarla Obama per la sua campagna elettorale del 2008: yes, we can. Sì, possiamo. Ma neanche lui, in realtà, ha potuto granché. Così, mentre si diffondeva la notizia della morte di Neil Armstrong lo sguardo tornava a terra. Un effetto che GoogleEarth renderebbe bene: lo spazio, il pianeta Terra e poi una vertiginosa zoomata fino alla superficie. Per scoprire che nella Siria dello scontro tra l’esercito di Bashar al Assad e le forze ribelli i morti si contano a migliaia, compresi vecchi, donne e bambini. Che negli Stati Uniti c’è un uomo politico per il quale neanche un legittimo (legittimo?) stupro può giustificare un aborto. Che nel Cairo del dopo Mubarak bande di ragazzini aggrediscono, insultano e picchiano le donne in strada. Che nella civilissima Italia una donna che denuncia uno stupro avvenuto in un parco cittadino della capitale viene guardata con sospetto. Perché, e citiamo testualmente le parole del cronista: “Sono quelle sere in cui la vita non ti fa sconti, ma lei l’ha realizzato troppo tardi. Altrimenti non avrebbe ingaggiato una stupida lite… con l’uomo che… l’aveva strappata a un’esistenza fin troppo randagia. Altrimenti non si sarebbe precipitata per le scale… per andare a rimuginare su una panchina di un parco spelacchiato, all’una di notte, dove il suo carnefice l’aspettava.” Quarantatre anni fa eravamo tutti lì a guardare il cielo col fiato sospeso, convinti che quel piccolo passo nella sabbia lunare fosse, come ci disse Armstrong con efficace retorica, “un grande balzo per l’umanità”. Quarantatre anni dopo è la Luna a guardarci e a vederci come ci ha sempre visti: piccoli, litigiosi, incorreggibili.

Laura Costantini

venerdì 13 luglio 2012

Soggettiva di ZG: Nient'altro che amare di Amneris Di Cesare

Chiariamo subito un punto. Io e l'autrice di questo romanzo non siamo d'accordo su una cosa fondamentale: l'attribuzione di genere. Come è facile evincere dalla copertina, questo romanzo è stato inserito dall'editore Centoautori nella collana Palpiti. Lo recita lapalissianamente la fascetta in alto, non a caso fucsia e con un bel cuoricino per far capire anche ai più tardi tra i lettori che siamo di fronte a un libro ROSA. Secondo me questo è un errore clamoroso. Intanto è notorio che i lettori maschi leggono poco le femmine. Intanto è notorio che i lettori maschi si piccano di disprezzare i cosiddetti libri d'amore. E soprattutto, se aveste letto questo romanzo, sapreste che NON è un libro d'amore e che l'autrice, che stimo come persona oltre che come scrittrice, si fa un grosso torto in questa autoghettizzazione di genere.
Chiarita la premessa, andiamo a spiegare. Nient'altro che amare (il titolo non mi fa impazzire, tante volte non si fosse capito) è un romanzo. Punto. E' una storia, una bella storia. E' uno spaccato sociale. E' una testimonianza di quale inferno potesse (possa?) essere la vita di una donna in un contesto provinciale e chiuso che l'autrice colloca nel meridione d'Italia (siamo in Calabria) ma atteneva (attiene?) a molte altre realtà geografiche. La protagonista assoluta è una donna al di fuori di qualsiasi scontato cliché normalmente venga associato al genere rosa. Non è bella Maria, detta 'a zannuta. Ha i denti davanti irrimediabilmente sporgenti che le danno un'espressione da ciota, da stupida. Non è ricca, non è elegante, non è colta. Per i suoi compaesani non è neanche una brava donna, anzi. E' decisamente una zoccola. Perché sebbene nasca e viva in una realtà repressa e repressiva (delle donne sia chiaro), le piace fare sesso. Le piacciono gli uomini. E accetta di buon grado ogni figlio che il suo ventre concepisce. Ne partorirà sei, ne perderà, a vario titolo, tre. Si guadagnerà da vivere lavorando duro, sgobbando, prostituendosi anche. Maria è un personaggio vero, vivo, palpitante. Una che non si piange addosso, anzi, decide di non versare più una lacrima subito dopo la perdita lacerante del suo primo bambino, partorito dopo una violenza a sedici anni. Maria non si arrende alla vita. Continua a crederci, a combattere, a vivere a dispetto della rabbia delle beghine, dell'odio delle malelingue, del disprezzo e del desiderio incattivito degli uomini che la vogliono possedere e umiliare. Eppure non ci riescono. Mai. Questo romanzo è la storia, credibilissima (io una Maria l'ho conosciuta, era una zia di mia madre ed ebbe sei figli anche lei, nella Sicilia del dopoguerra, da sei padri diversi), della vittoria di una persona che ha opposto se stessa alle convenzioni sociali, ai diktat di una moralità ipocrita. E' la storia di una donna che è stata capace di amare e perdonare, di darsi nella piena consapevolezza del proprio corpo, di agire con l'altruismo totale che solo un amore di madre rende possibile. Vi consiglio di leggerlo, questo romanzo. E' scritto bene, con il passo piano e semplice di un narratore di quelli di una volta. Di quelli che lasciano che sia la storia al centro dell'attenzione del lettore, non le capriole dello stile o l'originalità ad ogni costo del linguaggio. Vi consiglio di leggerlo senza lasciarvi fuorviare dal titolo, dalla fascetta fucsia, dalla collana Palpiti, dal cuoricino. Perché Maria è una donna, non la cenerentola di turno. Perché gli uomini che incontra sono uomini veri, non principi azzurri. Perché il vissero felici e contenti ve lo scordate. E dopo averlo letto sarete d'accordo con me. Nient'altro che amare è un romanzo. E con i cliché degli Harmony non ci azzecca proprio niente.

ZG

venerdì 1 giugno 2012

I miei articoli per "La Sesia": Donne cancellate


Giovedì scorso su RaiUno, in pieno pomeriggio, è accaduto qualcosa che lascia il segno. Per chi si fosse sintonizzato aspettandosi le solite amenità da salotto televisivo, il colpo deve essere stato forte. Seduta su un divano bianco c’era Valentina Pitzalis, una ragazza di Carbonia. Indossava un abitino scollato sulle spalle, aveva i capelli neri pettinati all’indietro, un moncherino al posto della mano sinistra, una grossa fasciatura a difendere ciò che resta della destra. E il volto cancellato. Per chi non l’avesse vista, chiariamo: non era un mostro. Anzi. Gli occhi intatti e vividi, le labbra pronte al sorriso, il sapiente lavoro di chirurghi estetici. Valentina non è più bella come appariva nelle impietose foto alle sue spalle. Ma è viva. Passata attraverso le fiamme dell’inferno. Eppure viva. Accanto a lei c’erano l’avvocato Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, ovvero la fondazione Doppia Difesa che si occupa di donne vittime di violenza. È grazie a loro che Valentina è arrivata in televisione per portare la propria testimonianza e il proprio monito. Perché a condannarla al rogo, come una strega del passato, è stato l’uomo che diceva di amarla. Quello che lei aveva sposato nel 2003 e lasciato nel 2006. Un ragazzo dal volto aperto, dagli occhi chiari nei quali è impossibile cercare traccia dell’orrore che ha saputo concepire. Di lui resta solo una foto. Il carnefice di Valentina è morto nello stesso rogo che a lei ha consumato le mani, le braccia, il volto, le caviglie. E Valentina non sa dire se volesse morire con lei o se invece non avesse calcolato la potenza del fuoco alimentato a kerosene. “Ma voglio pensare che si immaginasse unito a me nella morte. Perché se invece voleva guardarmi morire e poi scappare, allora la sola idea mi farebbe impazzire.” Parla Valentina, di un percorso doloroso e non solo dal punto di vista fisico. Dice che aveva tutto, ma che le resta comunque molto. È viva, sta lottando per riacquistare l’autosufficienza. Soprattutto non odia e mette in guardia le donne: non pensate di poterli cambiare, gli uomini fragili e violenti. Non cambieranno. Non per voi e non con voi. Fuggite lontano e diffondete il messaggio. Quel messaggio che al documentario “Saving Face” ha fruttato l’Oscar. Eppure Zakia, Rukhsana, Naila, le donne pakistane sfregiate con l’acido e protagoniste del film non vogliono che sia visto in Pakistan. Al punto da dar vita a una battaglia legale contro i registi Chinoy e Jung. Il motivo? Proiettarlo in patria sarebbe “irrispettoso nei confronti delle nostre famiglie”. Una posizione condivisa anche dall’Acid Survivors Foundation Pakistan, l’associazione che le rappresenta e che, pure, ha partecipato alla realizzazione e ai festeggiamenti per l’Oscar. Una storia lontana, una diversa cultura. A unire Valentina, Zakia, Rukhsana e Naila è il comune destino di donne cancellate dalla vendetta dei maschi. A dividerle il coraggio. Perché Valentina a lasciarsi cancellare, non ci sta.

Laura Costantini

martedì 15 maggio 2012

Oggi su "La Sesia": E a Roma si marcia contro la libertà di scegliere


Quello in cui viviamo è un mondo difficile da decifrare. Prendiamo la condizione della donna. Mentre in India un padre decide di seppellire viva la figlia di due anni per chiedere in cambio agli dei un maschio, negli Stati Uniti una donna ricopre una delle cariche politiche più importanti e influenti del mondo. Si chiama Hillary Clinton, dirige la politica estera di Obama, è praticamente l’unica donna ad avere una seria possibilità di entrare alla Casa Bianca. Avventato affiancarla a quella bimbetta che stava per essere sacrificata per un fratello non ancora nato? Eppure c’è un filo che le unisce. Perché il fatto che Hillary Clinton sia l’unica donna ad aver sfiorato la carica di presidente degli Stati Uniti la dice lunga sulla strada ancora da fare. Soprattutto alla luce dell’attacco del sito Drudgereport. Succede che qualche giorno fa, durante una visita in Bangladesh, Hillary si sia fatta fotografare senza trucco, con spessi occhiali da vista, carica di tutti i suoi 64 anni. Una colpa che a una donna, soprattutto se è una donna in vista, non si perdona. Va detto che l’attacco si è trasformato in un boomerang perché gli Stati Uniti, paese con un alto tasso di donne mature, hanno appoggiato senza riserve il segretario di stato quando si è detta felice di essere nella fase in cui: “se voglio portare gli occhiali, li porto. Se voglio tirare indietro i capelli, li tiro indietro”. Resta il fatto che una donna di 64 anni che non nasconde la propria età possa essere oggetto di critiche. Che una manager texana sia stata licenziata perché non voleva tingersi i capelli che cominciavano a incanutire. Che in Italia si dibatta sull’opportunità o meno del neologismo “femminicidio” a fronte di un bollettino di guerra che quasi ogni giorno ci racconta di una donna uccisa. E uccisa in quanto donna. Proprio come quella bimba indiana strappata piangente dalle braccia del padre che aveva appena finito di scavarle la fossa. L’uomo si è giustificato parlando di un rito tantrico, un sacrificio umano per ottenere la gioia di un figlio maschio. Perché le femmine valgono di meno. Lo pensavano anche i nove pachistani arrestati a Liverpool dopo aver violentato per anni 613 ragazze minorenni. Uno di loro si è rivolto al giudice affermando che in Pakistan non è reato accoppiarsi con una dodicenne. E nessuno si pone il problema se sia consenziente o meno. Altre culture? Sì, ma non caliamola dall’alto noi italiani, che solo da qualche decennio abbiamo abolito l’attenuante del delitto d’onore. Noi che le donne le vediamo cadere sotto i colpi di uomini frustrati. Noi che assistiamo indifferenti alla marcia di chi chiama omicidio l’aborto e assassine le donne che vi ricorrono. Noi che siamo costretti a difendere diritti acquisiti e sanciti con una legge dello stato, ma non riusciamo a impedire che un uomo continui a vedere la donna come una proprietà di cui disporre. Fino alle estreme conseguenze.

Laura Costantini

mercoledì 14 marzo 2012

I miei articoli per "La Sesia": Abbondanza di maschi, carenza di uomini (il titolo l'ho mutuato da Barbara Garlaschelli)



L’8 marzo è trascorso, insieme al suo raccolto di mimose appassite e di ipocrisie. Restano gli uomini e le donne. Secondo Varrone il termine homo deriva da humus, quindi uomo nel senso, riferito a entrambi i sessi, di creatura di questa terra, non divina. Donna invece viene da domina, signora della casa, domus. Ma a grattar via le sovrastrutture culturali, uomo come creatura che si contrappone al divino e donna come angelo del focolare, restano due concetti che attengono alla sfera dell’istinto: maschio e femmina. Uomo e donna sono termini che appartengono al solo genere umano. In maschio e femmina si ripartiscono quasi tutti gli esseri viventi. Ed è solo scendendo a livello degli animali che possiamo tentare di capire ciò che non si può spiegare. Come abbiamo già avuto modo di scrivere, tra le principali cause di morte delle donne di età compresa tra i 16 e i 64 anni, in Italia, c’è l’omicidio. Ad opera di un uomo. Di solito un familiare. Soprattutto mariti. Ovvio che questi dati abbiano fornito spunti di dibattito in occasione dell’8 marzo. E altrettanto ovvia è stata la difesa che gli uomini hanno innalzato marciando compatti: “da sempre c’è gente che ammazza altra gente, inutile farne una questione di genere.” Fine del problema. Eppure, se qualcuno ha coniato il brutto ma efficace neologismo femminicidio, un problema esiste. Ed è un problema che si coniuga al maschile. I maschi non lo vogliono vedere, ma gli uomini dovrebbero sentirsi in dovere di affrontarlo. Nessun uomo si direbbe solidale con uno stupratore o con un assassino come chi pochi giorni fa ha ucciso la propria ex moglie e altre tre persone. Anzi. Un uomo ha detto in Rete: “Non si può definire uomo chi non ha rispetto per la dignità fisica e morale di chi ha o ha avuto accanto. Non siamo delle bestie.” Vero. Però. Ci sono uomini che filosofeggiano: “Siamo tutti così buoni quando ci schieriamo in massa contro i crimini. Ma ciò che la storia costantemente insegna, è che alcuni eccessi della mente umana sono inevitabili.” Altri che tentano un’analisi sociale: “Se si esamina la casistica delle violenze sessuali il 99% dei casi vede il maschio nella parte del carnefice. Se per secoli la formazione culturale, sociale, la coscienza collettiva ha messo il maschio in posizione dominante, è inevitabile che questo si rifletta nella delinquenza, nella violenza.” Ma non c’è neanche un uomo che si professi offeso. Offeso perché maschi abbandonati sono incapaci di gestire il dolore se non distruggendo colei che ha osato ritenersi una persona e non una proprietà. Offeso perché un branco di maschi adolescenti si ritiene in diritto di violentare una ragazzina e costringerla al silenzio. Offeso perché le donne denunciano le molestie e restano inascoltate. Non ci sono mai uomini a manifestare il proprio sentirsi offesi davanti a un aula di tribunale dove si giudica una strage dell’abbandono o uno stupro. Chiediamoci perché.

Laura Costantini

mercoledì 29 febbraio 2012

I miei articoli per "La Sesia": I numeri della vergogna


Ci dicono che l’Italia stia riconquistando agli occhi del mondo la dignità di paese civile ed economicamente affidabile. Paese degno di sedersi nei maggiori consessi internazionali e di trattare alla pari con le grandi potenze. In parte, la parte prettamente economica, è vero. Ma ci sono numeri che raccontano una realtà diversa. Numeri che non dovremmo mai permetterci di dimenticare. Ogni tre giorni una donna in Italia viene uccisa per mano del proprio partner. Un rapporto dell’Eurispes stabilisce che il fenomeno, negli ultimi nove anni, è aumentato del 300 per cento. Di più, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, parla di femminicidio e afferma senza giri di parole che la violenza in Italia è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Una violenza che, contrariamente a quanto ci piacerebbe pensare, è tutta tra le pareti domestiche: gli assassini sono i mariti (per il 36 per cento), i compagni (18), i parenti (13), gli ex (9) e i figli (11), ovviamente maschi. Come nel più trito luogo comune che ci piace affibbiare agli altri, meglio se musulmani, la donna viene vissuta come una proprietà da gestire, punire, annientare all’occorrenza. E non è solo questione di educazione, cultura o tradizione. C’è di peggio se l’ultima controversa sentenza della Cassazione stabilisce che gli autori di uno stupro di gruppo non meritano il carcere. A fronte di tutto questo, e non diversamente da quanto si farebbe in un paese del terzo mondo a scarso tasso di cultura e democrazia, si sta valutando l’istituzione della figura di un avvocato specializzato solo nella difesa delle donne. Questi sono numeri della vergogna, che dipingono una società arretrata e maschilista. Una società che non ha rispetto per la dignità altrui. Un popolo che fino a ieri plaudeva ai più furbi, ai più forti, ai più ladri. Vogliamo farne altri, di numeri? Nel 2011 la guardia di finanza ha individuato 7500 evasori totali con redditi occultati pari a 21 miliardi di euro. Un furto globale, a tutto scapito della leggenda del nord lavoratore e del sud sfruttatore. A Novara sono stati recuperati alla tassazione più di 180 milioni di euro, quasi 30 di IVA evasa. Ad Arezzo 37 evasori totali nascondevano al fisco 65 milioni di euro. Nel crotonese erano in 22 a nascondere 4 milioni e mezzo di euro. Nel Veneto gli sconosciuti al fisco erano 700 e nascondevano al fisco  3 miliardi e mezzo di euro. Persone che magari conosciamo, delle quali potremmo, se interrogati, dire le solite banalità: grandi lavoratori, per bene, mai una parola fuori posto. Persone che non si sono limitate a ignorare i propri doveri nei confronti dello Stato, bensì persone che hanno derubato i propri simili, usufruendo di servizi concepiti per aiutare i più bisognosi. Ancora numeri: 201 falsi invalidi scoperti dal 2009 a oggi. Una frode ai danni di tutti noi di 5 miliardi di euro. E una strada ancora lunga per questo paese.
Laura Costantini