Visualizzazione post con etichetta scrittore allo sbaraglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scrittore allo sbaraglio. Mostra tutti i post

giovedì 28 marzo 2019

Prudenza - Vizi e Virtù - Scrittore allo sbaraglio: Vito Parisi











Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è la prudenza. Cosa dici?
La prudenza si può riassumere in: stai lontano dal pericolo e questo vi deve bastare per il momento che se volessi davvero spiegarvi cosa è la prudenza, presupponendo che abbiate anche emozioni, dovrei dirvi che la prudenza è la ghigliottina di queste, la carnefice del coraggio e il veleno a cui noi umani ci siamo assuefatti per volontà di sopravvivenza immotivata.

Nella vita hai esercitato la prudenza: raccontaci.
Purtroppo è una pratica quasi indipendente dalla mia volontà, si esprime in quasi tutti i miei gesti quotidiani; il lavoro mi costringe alla prudenza, il “tengo famiglia” permea le scelte e, ancor di più, le non scelte. Da quando abbiamo lasciato arco e frecce primordiali ci siamo armati di prudenza come unica arma.

Consiglia un romanzo che parla della virtù in questione e spiegaci la scelta.
Difficile trovare la prudenza come tema di un romanzo, qualsiasi narrazione sembra prendere a pretesto proprio la negazione di questa per dare l’avvio a eventi inaspettati; forse dovremmo rivolgerci ai classici e fra tutti a “I promessi sposi” dove il Manzoni ne fa un brodo di coltura della genesi dei personaggi “eroici” quelli che alla fine vincono perché si sono affidati all’esercizio della virtù prudenziale lasciando all’entità superiore la riparazione dei torti.
    
Facci leggere un tuo brano attinente.
Ultimi metri di corsa, col fiatone, un salto ed è in carrozza, al sicuro.
Un lungo respiro e può rilassarsi; il suo posto, sempre quello, i soliti vicini, sistemare la borsa sul portapacchi e guardarsi intorno.
Se li contasse i giorni si accorgerebbe che sono tanti, ma proprio tanti: quasi tre anni per cinque giorni la settimana a salire su quel treno sempre alla stessa ora, con le stesse facce e sempre allo stesso posto.
Raramente si vedeva qualche viso nuovo, chi volete che abbia voglia di alzarsi a quell’ora del mattino se non per lavoro?
Strada facendo qualche viso era mancato, qualcun altro ne aveva preso il posto, ma, nell’economia complessiva, niente era cambiato.
C’è lei?
Si, c’è anche stamattina. Meno male. Passa meglio mezz’ora di viaggio se hai qualcosa da guardare, anche solo di sfuggita, senza farti accorgere.
Sono quasi due anni che la guarda Enrico, da quando l’aveva vista salire in treno una mattina e gli era sembrata una cosa fresca in mezzo al paesaggio affumicato dei soliti visi gonfi di sonno.
Era bella. È bella, anche se due anni di levatacce gli hanno disegnato sul viso un impercettibile reticolo di stanchezza che un po’ illividisce la pelle ancora giovane.
Aveva pensato che fosse un caso, un viaggio contingente, che non si sarebbe ripetuto; poi l’aveva vista il giorno dopo e l’altro ancora. Dopo un mese ci aveva fatto l’abitudine e il collo conosceva la torsione millimetrica che serviva per poterla vedere facendo finta di guardare fuori dal finestrino, solo muovendo un po’ gli occhi.
Si muovevano gli occhi, tanto; Enrico non riusciva a guardare altrove per più di qualche secondo, poi lo sguardo gli tornava da solo al bel viso stanco. Ogni tanto incrociava lo sguardo e fuggiva rifugiandosi nella specularità trasparente di se stesso riflesso nel vetro del finestrino.
Con un lieve scatto il treno si avvia, la nuca batte leggermente sul poggiatesta: da adesso Enrico può contare i minuti, quelli che gli rimangono con lei da guardare. Dura poco il viaggio. Troppo poco per tentare un approccio. Lui neanche ne avrebbe il coraggio. Tutte le volte che aveva provato ad immaginare di rivolgerle la parola aveva sentito un tremito nelle braccia e le gambe farglisi molli come gelatina, come se realmente stesse tentando di parlarle e lei lo stesse guardando scorbutica.
Avrebbe voluto avere un po’ più di faccia tosta, quel poco che serviva almeno per sorriderle, per farle capire che gli piaceva. Poi chissà…
Ma gli anni incoscienti erano passati da un pezzo. Anzi, per lui non c’erano mai stati, ma se riandava un po’ indietro coi ricordi qualche sorriso se lo era regalato. Gli veniva più facile qualche anno addietro. Adesso, quasi prossimo ai quaranta e con una vita passata a farsi curare da sua madre aveva i sentimenti ingolfati e assuefatti a muoversi in ambiti ristretti, giusto lo spazio dei suoi pensieri, senza voli.
Solo la mattina, per mezz’ora, cinque giorni la settimana, si permetteva qualche piccolo tremito, un azzardo timido della mente che gli regalava un sorriso di dentro, che gli faceva credere che domani, si domani, le avrebbe sorriso.
Maria non parla con nessuno. Imprigionata in una timidezza senza rimedio sale sul treno e fissa lo sguardo fuori dal finestrino, Conosce gli odori di tutti Maria, li avverte in misura invasiva e soverchiante; potrebbe, forse, indicare quale mestiere facciano solo se conoscesse altri mestieri al di fuori del suo.
Maria conosce poco del mondo, appena quello sprazzo di terra che guarda ogni giorno dal finestrino e i terrori che sua madre le inietta quando esce di casa.
Sono belli gli occhi di Maria: grandi, verdi e, anche se lei non vorrebbe, irrequieti. Lo ha visto quell’uomo che la guarda, quattro sedili più in là. Si è accorta di come distoglie subito lo sguardo quando lei inavvertitamente guarda verso di lui. Non gli sembra uno di quelli che dice sua madre, non ha cattiveria nello sguardo e a lei piacerebbe che le sorridesse. Le farebbe compagnia un sorriso nelle ore lunghe del lavoro, quando deve aspettare inerte che la macchina abbia digerito il carico di carta che lei gli fornisce e lo risputi sotto forma di sigarette. Bianche con il filtro giallo, tutte uguali.
Maria non parla con nessuno e non può dirlo ad Enrico che gli piacerebbe vederlo sorridere.
Potrebbe tentare di sorridergli lei, ma solo a pensarci gli occhi le cadono sul grembo, ostinatamente fissi.
Poi, una mattina, il posto di fianco a Maria è vuoto, un’altra delle solite assenze ignare, qualcuno che manca senza che lei sappia perché. Enrico arriva con il solito fiatone e trova il suo posto occupato da un viaggiatore occasionale che non sa di occupare un pezzo di vita, un’abitudine rassicurante.
Si guarda intorno Enrico, vede l’unico posto vuoto di fianco a lei, trema per un attimo, tenta un respiro profondo che gli si interrompe nel petto.
Maria spera, ma gli occhi sono disperatamente fissi fuori dal finestrino. Aspetta di sentire accanto quell’odore che di solito abita quattro sedili più in là. Trema anche lei e gli piace. Intanto inghiotte un mezzo respiro e quasi sorride.
Enrico è fermo al centro del corridoio, un ragazzino smilzo con un fagotto di libri gli chiede permesso e si avventa sul posto libero.
Abbarbicato al corrimano, in piedi, Enrico si lascia sballottare dal treno che parte; la sua borsa gli pende dal braccio inerte rimasto libero.
Si immagina una lacrima e pensa a quello di cui è fatta la sua vita: di cose che non succedono.
Vito Parisi

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.
La risposta è necessariamente interlocutoria: dipende dai vizi e dalle condizioni a contorno. Esercitare la prudenza nei pressi di un precipizio è doveroso, esercitare la prudenza verso le persone è quasi sempre deleterio.

Inventa un titolo accattivante che contenga la virtù che ti è toccata.
La prudenza del cobra 
(il cobra si allontana subito dopo aver deposto le uova per evitare le conseguenze dell’istinto che lo porterebbe a divorarle; una specie di prudenza inscritta dalla natura nel DNA di questo rettile)

Pubblicizza una tua creatura

Rocco è un piccolo imprenditore che decide di cambiare vita. In fuga da un mondo che lo ha nauseato incontra il Café du Reviens, un luogo magico e pieno di vita dove, uno dopo l'altro, entrano in scena tutti i personaggi, come attori su un palcoscenico. Rocco accoglierà le speranze e le delusioni, i dolori e le fatiche degli abitanti del Café: sconfitti che in realtà saranno i veri vincitori.




martedì 19 marzo 2019

Avarizia - Vizi e Virtù - Scrittore allo sbaraglio: Lorenzo Sartori


Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l'avarizia.

Li invito tutti sulla Terra a provare i prodotti tipici del mio pianeta. Scrocco un passaggio interplanetario  e dopo aver gozzovigliato gli spiego come funziona quando si paga alla romana. Ovviamente mi defilo prima.

Nella vita hai esercitato il vizio di cui stiamo parlando: raccontaci.
Tra tutti i vizi che posso avere l’avarizia proprio non mi appartiene. È un vizio onestamente che faccio fatica anche a capire dal momento che condividere è ciò che rende qualsiasi cosa più interessante. Credo che tra tutti i vizi l’avarizia sia il più triste, oltre che il più classista, perché solo i ricchi possono permetterselo condannandosi a un’eterna insoddisfazione. È così triste che fa quasi venire voglia di buttarsi su una virtù ;-)

Consiglia un romanzo che parla del vizio in questione e spiegaci la scelta.
Non è facile consigliare un romanzo contemporaneo perché sembra che il tema dell’avarizia sia passato di moda. E non perché siamo meno avari che in passato, forse lo siamo in un modo diverso da come poteva esserlo il contadino Mazzarò ne La Roba di Verga o Scrooge nella celebre novella di Dickens A Christmas Carol. L’avarizia di cui forse tratta la narrativa contemporanea è quella dei sentimenti. Però, pensandoci bene, un romanzo c’è ed è tristemente attuale: “Carnaio” di Giulio Cavalli, che in un modo molto originale racconta della nostra capacità di trarre profitto anche dai cadaveri dei più disperati.

Facci leggere un brano attinente.
Non credo di avere mai affrontato questo tema per cui mi butto su un classico. Un  brano che dimostra quanto possa essere triste questo vizio. L’unico vizio che conduce alla privazione.
"Della roba ne possedeva fin dove arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga - dappertutto, a destra e a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, all'impiedi, in un cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva vino, non fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne. Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto."
(Giovanni Verga, La roba)

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.
Difficile esercitare davvero una virtù se non si è provato prima il vizio.

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.
La prossima volta pago io.

Pubblicizza una tua creatura
Beh, il mio ultimo romanzo, Alieni a Crema (Plesio Editore), un romanzo un po’ di fantascienza ma anche molto “pop” dove si parla di provincia e di accoglienza e non solo di alieni.


Alieni a Crema
È una calda giornata d’estate e il sindaco di una cittadina di provincia si sta godendo il weekend nella sua casa di villeggiatura quando qualcuno suona il campanello: sono i servizi segreti e sono venuti a prelevarlo. Il Presidente del Consiglio lo attende d’urgenza a Roma.

Nella capitale il premier comunica al disorientato sindaco che la sua città, Crema, dovrà ospitare per dieci giorni cento abitanti di un pianeta lontano. È in gioco il prestigio del paese.
Cosa sono venuti a fare cento alieni a Crema?
Quale segreto nascondono?

http://www.plesioeditore.it/scheda_prodotto.php?prodotti_id=180


martedì 5 marzo 2019

Speranza - Vizi e virtù - scrittore allo sbaraglio: Delos Veronesi



















Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni la speranza. Cosa dici?


Avanzo sollevando la mano sperando che comprendano il gesto di saluto, non sorrido perché temo che mostrare i denti possa sembrare un gesto aggressivo. Mi schiarisco la voce e provo a parlare.
«Vengo in pace e senza presunzione, sperando di trovare in voi ciò che io vorrei trovaste in me. Da dove vengo io la chiamiamo speranza, è una virtù intangibile che si basa sul niente ma che ha sostenuto la nostra razza per tutta la sua esistenza. È il desiderio di ottenere qualcosa che non si può avere, come trovare l’acqua nel deserto o un amico tra le fila nemiche, è la necessità di poterci appellare a un potere che va oltre la comprensione per riuscire risolvere i nostri problemi. È il sogno di trovare in voi la voglia di essere miei fratelli nonostante la paura e le nostre diversità, è l’illusione che possiate comprendere quello che vi sto dicendo.

Nella vita hai esercitato la virtù di cui stiamo parlando: raccontaci.

Anche volendo non potrei mentire, non credo che esista qualcuno che almeno una volta nella vita non si sia appellato alla speranza. Ho pensato a lungo a cosa scrivere, non mi andava di inventare una storia e nemmeno di raccontare qualcosa di troppo triste, purtroppo la speranza è una virtù che emerge nei momenti di difficoltà e raramente si può accostare a momenti felici. Partendo da questo punto fermo un solo pensiero mi è venuto in mente, un momento in cui la mia vita ha perso il suo valore per essere votata a qualcosa di più grande, l’attimo in cui ho preso in braccio mio figlio.
Più di trenta ore di sofferenza prima di venire al mondo, urla e fatica che ho vissuto assieme a mia moglie come se fossero mie. Quando è nato la tensione mi ha fatto piegare le gambe mentre mi piegavo in un pianto liberatorio.
«Se deve svenire vada fuori» mi aveva detto l’ostetrica indicando la porta della sala parto. «Non abbiamo il tempo di scavalcarla mentre ci occupiamo di sua moglie.»
Respirando a fatica ho alzato la testa e ho visto il mio piccolo arrivare verso di me, lo avevano lavato e me lo stavano portando ma io vedevo solo il fagottino fluttuare tra le mie braccia. Piccolo, con gli occhi chiusi e il visino stanco di chi ha già combattuto la sua prima battaglia, ha allungato una manina e mi ha afferrato il mignolo mentre lo tenevo in braccio incapace di muovermi.
«Ciao amore» gli ho sussurrato piano. «Benvenuto Alessandro Leonida» ho aggiunto riversando in quelle parole tutta la speranza che avevo infuso nel suo nome.
So che può sembrare assurdo ma credo profondamente nel nomen omen, ho scelto volutamente quei nomi per donargli ciò che ai miei occhi li rappresentava. Non mi interessavano le imprese dei due re e nemmeno la loro storia sfociata nel mito.
Alessandro Magno, aldilà della leggenda della sua vita, ha attraversato i confini del mondo assieme ai suoi amici d’infanzia. Sono rimasti uniti per tutta la vita e hanno condiviso ogni attimo legati da un sentimento che spesso diamo per scontato.
Leonida è stato un uomo capace di sfidare l’impossibile per dare al suo popolo una speranza di salvezza, ha scelto di fare la cosa giusta anche se gli sarebbe costata cara.
Erano questi i sentimenti che volevo infondere in mio figlio mentre gli sussurravo il suo nome, la speranza e l’augurio di poter trovare degli amici veri e di avere il coraggio di fare le scelte più difficili per difendere i suoi ideali.

Consiglia un romanzo che parla di speranza e spiegaci la scelta.

Leggendo la domanda me ne sono venuti in mente diversi ma, per puro gusto personale, vorrei consigliare Il grande sole di Hiroshima. Un romanzo triste, toccante e al contempo profondo nella semplicità con cui due fratelli, Shigeo e Sadako Sasaki, affrontano le conseguenze della follia umana. Morte, dolore e sofferenza sono alla base di tutto il racconto ma in ogni pagina c’è un velo di triste speranza, quasi una preghiera a qualunque dio in ascolto. I bambini pagheranno per quello a cui sono sopravvissuti, non ci sono dubbi sugli effetti che la bomba atomica ha avuto su di loro, c’è solo la speranza che possano farlo restando bambini, sorridendo a una vita che li ha condannati troppo giovani. Non perdendo l’innocenza che li rende puri anche davanti alla morte.     

Facci leggere un tuo brano attinente.

July si mosse d’istinto, prendendo dolcemente la mano dell’uomo tra le sue per cercare di trasmettergli la sua vicinanza, per dimostrargli che non era più solo. Avrebbe voluto fare di più per fargli capire quanto gli volesse bene, e quanto soffrisse per lui, ma non osava superare il confine emotivo che li divideva. Riusciva a vedere oltre la maschera di freddo distacco con cui si nascondeva al mondo, sapeva quanto dolore c’era nascosto nel cuore dell’uomo che amava.
«Non perdere la speranza» gli sussurrò, baciandolo dolcemente sulla guancia, senza ottenere la minima reazione da parte sua. Sapeva di non poter fare molto, lo aveva osservato per settimane arrivando a conoscere quei suoi cambi d’espressione che lui cercava inutilmente di nascondere, e il mutismo con cui sottolineava i suoi disagi. Tutto quello che poteva fare era limitarsi a stargli vicino nella speranza che prima poi qualcosa lo spingesse ad aprirsi.
«Forse quando arriveremo sulla Terra troveremo il modo di vivere in pace. Senza più battaglie, senza dolore e senza sentirci come animali braccati» li incoraggiò July ad alta voce, stringendo con più forza la mano di Nicolas.
«Piacerebbe anche a me, ma non mi illudo» le fece eco Peter, che era rimasto in silenzio a osservarli.      
Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.

Citando Mark Twain “Dying man couldn't make up his mind which place to go to. Both have their advantages, heaven for climate, hell for company!” Non è difficile comprendere il significato di questa famosa frase che molti attribuiscono erroneamente a Wild. Sperimentare i vizi è divertente, appagante ed estremamente semplice. Io per primo cado quotidianamente in tentazione e so bene quanto sia facile lasciarsi trasportare dai vizi, avventurandosi in una strada in discesa ca cui è difficile tornare indietro. Ammiro chi riesce serenamente a esercitare le virtù, a chi le vive quotidianamente senza obblighi morali o religiosi, se ogni essere umano si votasse a una virtù forse vivremmo in un posto migliore, ma ciò non toglie che piace a tutti tuffarsi nell’estasi del proprio vizio preferito.

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio/virtù che ti è toccato.

Il gatto che giocava con i petali della speranza

Pubblicizza una tua creatura (link acquisto, cover, due righe per invogliarci)


Il libro è disponibile in tutti gli store digitali e ordinabile in qualunque libreria.

Skin è il secondo romanzo dedicato ai Figli del Newman, segue le vicende di Winter e non posso raccontare molto della storia per non creare spoiler non voluti. Posso raccontarvi il contesto.
In un futuro non troppo lontano l’umanità si sta riprendendo dalla Guerra di indipendentismo coloniale. La Terra è distrutta, Marte e la Luna stanno cercando di riprendersi e le colonie orbitali sono sovrappopolate. Il conflitto è finito ma le conseguenze dell’ambizione umana non si sono esaurite, il Progetto Newman non si è fermato. Per decenni ha continuato i suoi esperimenti sulle cavie per creare soldati potenziati, killer perfetti da inviare in missioni impossibili, macchine di morte senza anima che ignorano l’esistenza del mondo. Almeno fino al giorno in cui uno di loro non riesce a scappare.




lunedì 4 marzo 2019

Accidia - Vizi e Virtù - scrittore allo sbaraglio: Raffaele Abbate
















Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l'accidia. 
Provo a recitare questi versi restando immobile, sperando che gli alieni comprendano almeno il  suono. Poi mi domando: “vale la pena stancarmi visto che  nessuno verrà a salvarmi?

Vago senza affanni
e senza passioni
nel grigiore
di giorni sempre uguali
Opprimere gli affanni
soffocare le passioni
credendo di allungare la vita
una vita già troppo lunga

Nella vita hai esercitato/provato/vissuto il vizio di cui stiamo parlando: raccontaci.
Come accidioso non si sono macchiato  di nessuna colpa perché non ho vissuto  pienamente né il bene né il male.  Questa è la mia vita:
 Il pigiama comprato usato sulle bancarelle di via Sannio dietro le mura di San Giovanni conle camicie americane a fiori botton down quando scappai a Roma alla ricerca di me stesso.
Quel pigiama è stato il mio fantasma personale, per anni, appeso ad un gancio, sullo sfondo nuvole di una perturbazione estiva. E  non riesco a cancellarlo dalla mente
E tante inutili memorie: il Barbecue con la carne bruciacchiata, l'Anglia Torino
d'occasione scampata all'Arno esondato, il macellaio di Grottaferrata, il bue e l'asinello sul presepe fatto nell'angolo del salotto, la nonna cattiva rompicoglioni, discendente di un cardinale del Sant'Uffizio.
Tutto che non si dimentica. E resto immobile.
Passano gli anni in fretta, è un film in bianco e nero, come quelli della programmazione delle arene all'aperto dietro la Tuscolana.
Uno stronzo di cane sulla spiaggia di Terracina , mentre faccio il bagno mi piscia sulle scarpe lasciate sul bagnasciuga.
Mi incazzo come un bufalo e me la prendo con tutto il mondo e con chi mi sta intorno.
E' sempre colpa di qualcun'altro.
Scavo con la paletta e raccolgo i vermi per pescare la notte sulla spiaggia dei bufali al Salto di Fondi .
In vacanza a Terracina con il mare pieno di alghe e sul lungomare un'auto dei caramba davanti alla villa di Aldo Moro. Poi quando  fu trovato cadavere nella R4 i vicini a rimpiangerlo, solo da morto. Ma non reagisco, per l'ipocrisia, troppa fatica litigare
A spasso con la bici lungo i canali in Via del Piegarello, senza protezione, con il tanfo del marcio che mi prende alla gola e le zanzare attorno alla testa e sulle gambe e mi divorano come ad un pranzo di nozze per zanzare.
Voci senza senso che non portano da nessuna parte.
Una foto in bianco e nero, granuli di passato, rotaie luccicanti, sedili di legno, morbide memorie sotto platani ammuffiti che non credono al futuro.
E la circolare rossa non arriva
Giardinette di legno, giardinetti di plastica, preti affannati, celerini ossessivi, marmo grigio, ponti, statue, un viale verso il nulla, espadrillas di tela nera.
E quella cazzo di circolare rossa non arriva.
Sotto il sole di agosto sotto quel sole rovente di un agosto lontano son rimasto sul ponte.
La polvere, il fumo, il respiro affannoso, le speranze disperate.
Anni che credevo d'oro si son trasformati in anni di piombo
E la circolare rossa non arriverà più.
E sempre tra le palle quel fottutissimo fantasma con il pigiama comprato usato a via Sannio, che non vuole andare via
Tanto alcool bevuto a tutte le ore del giorno e della notte per cancellare il mio vecchio  fantasma e tutti gli altri fantasmi, con gli anni sono diventati tanti ed insopportabili.
Tante sigarette  fumat per aiutare a cancellare tutti i  fantasmi.
Ed ora niente alcool e niente sigararette,  forse  i fantasmi sono scappati via, si sono rotti per la mia inutile  noia. 

Consiglia un romanzo che parla del vizio/virtù in questione e spiegaci la scelta.
Consiglio la lettura de La Noia di Moravia, credo che rappresenti il  modello letterarario principie del vizio dell'accidia la cui lettura, in età adolescenziale ha determinato molti danni nel mio  equilibrio pisicologico.

Facci leggere un brano che ritieni accidioso.
Una vita grigia e fosca come  quella del personaggio Dino non è il massimo della vita. L'incipit è significativo:  
Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere. Una sera, dopo essere stato otto ore di seguito nel mio studio, quando dipingendo per cinque, dieci minuti e quando gettandomi sul divano e restandoci disteso, con gli occhi al soffitto, una o due ore; tutto ad un tratto, come per un'ispirazione finalmente autentica dopo tanti fiacchi conati, schiacciai l'ultima sigaretta nel portacenere colmo di mozziconi spenti, spiccai un salto felino dalla poltrona nella quale mi ero accasciato, afferrai un coltellino radente di cui mi servivo qualche volta per raschiare i colori e, a colpi ripetuti, trinciai la tela che stavo dipingendo e non fui contento finché non l'ebbi ridotta a brandelli.

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.
Tutti i vizi possibili, le virtù sono noiose. La cosa che  mi induce al  vizio è che  i praticanti della virtù con rinunce e sacrifici di ogni  genere  non hanno la certezza  di essere “premiati” a fine  vita, Per cui  ne vale davvero la pena praticare  la virtù? 

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.
Il  mondo è bello nonostante me.

Pubblicizza una tua creatura (link acquisto, cover, due righe per invogliarci)