La socia mi perdonerà se mi permetto una piccola incursione per riflettere. E voglio farlo qui perché su FB è sempre troppo dispersivo. Leggo sui social, sui profili di giovani uomini, spesso di cultura medio-alta, con posizioni di apertura e tolleranza, reddito buono (a quel che si capisce), foto di orologi di pregio, macchine, viaggi. Leggo sui social, dicevo, questi giovani uomini dichiarare senza mezzi termini che le donne costano troppo. Non le escort, quelle va bene che costino, son disposti a spenderci. Le donne che di professione non fanno le operatrici sessuali, quelle che loro possono prendere in considerazione come compagne di vita.
Costano troppo, si diceva. Perché prima di darla, vogliono essere invitate a cena in un locale di pregio, poi a ballare in un posto esclusivo, e non una sola volta. E quando si decidono a darla (si esprimono proprio così, il loro scopo è raggiungere e utilizzare QUELLA, o quelle, parti del corpo della donna in questione), vogliono regali, viaggi, soggiorni in hotel a cinque stelle, anelli di diamanti. Una escort costa meno e frutta di più.
Ora, a fronte di queste dichiarazioni (cui si aggiungono faccine assortite per un'evidente excusatio rispetto alla quantità di cazzate appena proferite), mi chiedo: ma quanto ci odiano?
Perché io non ho mai sentito o letto dichiarazioni di questo genere in bocca alle donne. Non conosco donne che danno un prezzo al proprio sesso e che pretendano l'uso di carte di credito e regali da un certo budget in su. Le donne si lamentano, certo, di non trovare comprensione, complicità, aiuto (quando si è in coppia e tutta la mole del lavoro ricade sulle spalle di lei, soprattutto se ci sono figli). Possono ascrivere molti maschi nella categoria degli stronzi perché son state tradite, deluse, ferite.
Ma la cattiveria che ci mettono gli uomini (alcuni uomini), ragazzi, è tale da investirti come una corrente di liquami di fogna.
Ma quanto ci odiano? e, soprattutto, perché?
Laura
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sabato 31 maggio 2014
martedì 16 aprile 2013
Ding dong, la strega è morta
Ci sono cose che alle donne non si perdonano. Una di queste è il potere. Una donna può essere potente, ma per interposta persona. Di sicuro sono state o sono tuttora potenti le first ladies americane, ma lo sono in quanto mogli del presidente di turno. È la solita solfa della grande donna dietro il grande uomo. Dove dietro è la parola chiave. Se la donna non sta dietro, ma davanti, magari affiancata da un marito tenuto nell'ombra ottiene ciò che sta ottenendo in questi giorni Margaret Thatcher. La Iron Lady è morta. Mentre scriviamo in Rete e sui giornali impazzano pareri, foto e polemiche. Grande imbarazzo per la BBC perché una canzone degli anni '30, inserita nella colonna sonora del film "Il mago di Oz", ha scalato le classifiche. La canzone inneggia alla morte della strega. Nel film la strega dell'Est, ma in occasione del solenne funerale in preparazione per domani, la fattucchiera è la Thatcher. Trasmetterla o meno alla radio è l'amletico dilemma per la BBC. Un dilemma che fa sorridere a fronte dei cartelli inalberati da dimostranti subito dopo la notizia della morte: the bitch is dead, la cagna è morta. Sappiamo che gli undici anni di governo della premier conservatrice hanno imposto lacrime e sangue alle classi medie del Regno Unito. Sappiamo che è stata spietata e priva di scrupoli nel perseguire una nuova grandeur per la Gran Bretagna. Ma colpisce che l'odio, che spesso accompagna politici potenti e controversi alla tomba, sia evidentemente amplificato dall'essere donna della Thatcher. Una canzoncina di gaudio per la morte della strega. Cartelli di giubilo per la morte della cagna. E poi capita di trovare in Rete la riflessione di un giovane uomo italiano sull'opportunità che le donne gestiscano il potere e di leggere queste parole: "il problema è che le donne [...] dimenticano di avere una settimana al mese in cui sono caratterialmente instabili e imprevedibili e in questa settimana specifica non si attengono al copione previsto. Così succedono cose singolari [...] È stato dato il potere economico, politico e militare di due nazioni incredibilmente influenti sulla scena politica, a due donne: negli anni '80 a Margareth Tatcher, e nel duemila alla sua erede spirituale e caratteriale, Condoleeza Rice [...] con i seguenti risultati: la prima ha dichiarato guerra alle isole Falklands e, in quel decennio, non c'era ombra di guerra sparsa per il mondo in cui non spuntavano fuori i royal marines armati fino ai denti; la seconda ha dichiarato guerra all'Iraq e tutt'ora, non c'è ombra di guerra nel mondo, in cui non spuntano fuori i marines americani armati fino ai denti." Tutto questo, a quanto se ne desume, determinato dall'instabilità ormonale della Thatcher e della Rice in quei giorni. Indifendibili le istanze guerrafondaie di Regno Unito e Stati Uniti nelle due occasioni citate, certo, ma di guerre ne abbiamo viste tante, decise da uomini che non potevano neanche appellarsi agli squilibri mensili. Eppure, davanti a simili riflessioni, un presidente della Repubblica italiana donna è impossibile. Oggi più che mai.
Laura Costantini
martedì 11 settembre 2012
E se chiamassimo le cose col loro nome?
La nuova stagione televisiva è cominciata. Il palinsesto autunnale, anche a uno sguardo superficiale, non mostra sorprese o novità. Semmai aggiustamenti di tiro per ottenere il massimo risultato (audience) col minimo sforzo (idee). Il privilegio dell’apertura di stagione, per quel che riguarda la Rai , è toccato a due corazzate ampiamente sperimentate sul campo: “Ti lascio una canzone” con la sempre più bionda Antonella Clerici e “Miss Italia 2012” con l’immarcescibile Fabrizio Frizzi. Tralasciando l’eterno duello del sabato sera con “C’è posta per te” della De Filippi (che in media ha vinto la serata), osserviamo i cambiamenti del varietà dei bimbi canterini. E scopriamo che stavolta c’è una giuria: Massimiliano Pani (che c’è sempre stato, nelle vesti di benevolo opinionista ed esperto di discografia), Cecilia Gasdia (grande cantante lirica qui calata nel look e nelle movenze di una signorina Rottermeier), Pupo (che si sforza di apparire preparato sulla storia di ogni singola canzone proposta). Lo scopo, dichiarato, è quello di passare da uno Zecchino d’Oro con le canzoni dei grandi a un talent-show. Un XFactor in sedicesimo, dove però i giurati si sforzano, mentre danno voti e giudizi tranchant, di ricordare a tutti che non stanno giudicando i bambini, ma le esibizioni. È un talent-show, ma nessuno dovrebbe mai sognarsi di dire al bimbo/a sul palco che sì, la simpatia, sì, la tenerezza, sì, la storia d’amore (avete capito bene) che dura da quattro anni tra due bimbi di sette, ma per sfondare nel mondo dello spettacolo ci vuole voce, talento, fortuna e, magari, un Tony Renis che ti porta in America, come è successo ai tre ragazzi del Volo. Nessuno dovrebbe. Invece i tre giurati, pur tra le righe, lo dicono, riportando la gara tra infanti alla crudeltà che è propria di tutte le gare. Perché non chiamare le cose col loro nome? I bambini sono lì per dimostrare bravura. Il più bravo (o il più tele votato grazie alle conoscenze di mamma e papà) vince. Punto. E veniamo all’eterna domanda: schermo, schermo delle mie brame, chi è la più bella del reame? Miss Italia ha più di sessant’anni e nei decenni non ha fatto altro che far sfilare su una passerella delle ragazze in costume da bagno. Più o meno succinto, il costume, più o meno smaliziate, le ragazze. Ma di questo si tratta: di stabilire chi abbia le gambe, i fianchi, il sedere e il seno più ben fatti, il volto più espressivo. E’ un concorso di bellezza. Non di bravura. Non di intelligenza. Non di preparazione culturale o professionale. Perché non ammetterlo una volta per tutte? Leggiamo che quest’anno Patrizia Mirigliani ha deciso di dare nuovo smalto al concorso, affidandosi al migliore degli agenti. Garanzia di ospiti illustri, di nomi di richiamo. Ma il succo non cambia: osannare il valore dello studio e dell’impegno in costume da bagno è decisamente poco credibile.
Laura Costantini
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martedì 19 luglio 2011
Oggi su "La Sesia": ancora e sempre una questione di look
Tra le notizie affluite su pagine e teleschermi la scorsa settimana, ce n’è una che tra crisi finanziaria, manovra, speculazioni e arresti assortiti è passata inosservata: una donna è stata licenziata perché ha i capelli grigi. Non è italiana, si chiama Sandra Rawline, ha 52 anni e l’assurda pretesa che una lunga e proficua carriera di manager presso una società texana possa valere più dell’infausta decisione di tenersi i capelli grigi. Come il novanta per cento degli uomini della sua stessa età. Ma ha fatto i conti senza quell’insieme di leggi non scritte ma valide in qualsiasi angolo del globo, in base alle quali una donna non ha alcun diritto di mostrare e dimostrare la propria età, il proprio peso e la propria capacità alleggerita da qualsiasi orpello modaiolo. Pare che la società texana, auspice il trasferimento in un quartiere più chic di Houston, abbia chiesto a tutti i propri dipendenti una maggiore attenzione nella cura del look. E abbia imposto alla Rawline un aut-aut: o la tintura o il licenziamento. Ovviamente la signora non ha accettato l’ultimatum ed è poi corsa da un avvocato il quale ha dichiarato: “Credo che nessuno dovrebbe essere imbarazzato o umiliato perché sta invecchiando”. Sacrosante parole, ma riportiamo lo sguardo in patria e diamo un’occhiata in giro. Spulciamo tra donne di spettacolo, donne della politica, donne manager. A parte Rosy Bindi (che non ha mai puntato sul proprio look) e pochissime altre, l’imbiancare dei capelli a causa dell’età è assolutamente bandito dalla ribalta, insieme alle rughe, al sovrappeso, alla dannazione di non indossare una taglia 40. Per essere un paese sempre più vecchio, anagraficamente parlando, abbiamo un sacrosanto orrore per tutto ciò che può spingerci oltre la soglia degli anta agli occhi del mondo. E se uomini come Casini e Rutelli fanno del capello canuto un vezzo, provate a chiedere a Daniela Santanché di rinunciare alla quindicinale seduta di tintura. Spulciando in Rete sull’argomento, appare evidente lo sforzo di sbandierare un’inversione di tendenza proprio tra coloro che le tendenze le inventano. Pare che gli stilisti abbiano compreso che il loro pubblico non sono le teenager, ma le donne vere. Un colpo di genio la cui immediata conseguenza sarebbe il ripescaggio delle top anni ‘90, preferite alle scheletriche 16enni. Non solo.
Pare che la top del momento sia la modella Kristen McMenamy. Quarantacinque anni e una caratteristica peculiare: i lunghi capelli grigi che ha deciso di lasciare “nature”. Foto della McMenamy alla mano, possiamo dichiarare che una rondine non fa primavera, almeno fino a quando non saranno proprio le donne a perdonarsi e perdonare il proprio essere imperfette. Strada tutta in salita se una bellezza come Vanessa Incontrada, che non ha ancora i capelli grigi ma qualche chilo ben distribuito sì, ha rischiato la depressione per la malevolenza delle colleghe che non le perdonavano forme giunoniche da neomamma.
Laura Costantini
lunedì 14 febbraio 2011
L'ho fatto apposta, lo confesso
Non sono diventata megalomane. Ho messo la foto cosi' grande affinche' si legga cosa c'e' scritto sull'adesivo: Non piu' disposte a farci consumare. Una dichiarazione condivisa da decine di migliaia di persone nella piazza del Popolo del 13 febbraio 2011. Ma e' facile trovarsi e ritrovarsi, conoscersi e riconoscersi tra gente che in una domenica pomeriggio ha mollato divano e televisore ed e' scesa in piazza affrontando traffico, mezzi pubblici, parcheggi. Io volevo mettere alla prova quelli che della piazza non facevano parte. Per questo quando ho lasciato la manifestazione, ho tenuto quell'adesivo sul petto, sfidando gli sguardi. Sapevo che qualcosa sarebbe successo. Infatti dopo lo sguardo indignato di una attempata signora in visone e buste da shopping griffate, dopo l'occhiata sarcastica di un maschio in divisa da controllore della metro, e' arrivata la conferma che cercavo. Un ragazzotto, minorenne, brufoloso, rasato, giubbotto rosso bomber, un bel po' di amici e una fidanzatina appesa al braccio. Ci incrociamo. Ci guardiamo. Legge quanto scritto sull'adesivo. Arriccia il labbro in un sorriso ma aspetta di avermi sorpassato per dire ad alta voce: ma chi te se consuma piu' a te? Sapete chi ha riso di piu'? La ragazzetta. A dimostrazione che la strada e' ancora lunga. Lunghissima.
mercoledì 9 febbraio 2011
I miei articoli per "La Sesia": Roba da donne
Laura Costantini
(p.s. questo è il 52simo articolo della rubrica. Un anno è passato e alla Sesia va il mio grazie per questo spazio.)
venerdì 19 novembre 2010
Io volevo essere Sandokan
Sono sempre stata una bambina anomala. Mentre le mie coetanee (parliamo di scuola elementare) leggevano a malapena il sussidiario o, al massimo, "Topolino", io mi appassionavo all'intera saga di Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. E proseguendo nelle letture da maschio (cosi' venivano considerate all'epoca) scoprivo Jules Verne. Sono stata tarda nell'arrivare a Emilio Salgari, ma basto' il mitico sceneggiato televisivo firmato da Sergio Sollima, perche' mi buttassi a pesce sull'opera omnia di quello che rimane uno dei miei autori preferiti. E qui arriviamo alla vera stranezza. Inebetita dalla bellezza di Kabir Bedi (per me Sandokan e il Corsaro Nero hanno e avranno per sempre la sua faccia), non ho mai sognato di essere la bella di turno (Marianna alias Perla di Labuan oppure Honorata van Gould). Io volevo essere LUI. Volevo il ruolo dell'eroe, di quello che lotta, soffre, sfida, viene ferito, rischia la pelle, arringa la ciurma, si mette al timone durante la tempesta, piange calde lacrime quando perde l'amore della sua vita, ma risorge dalle sue ceneri in nome di ideali piu' grandi. All'epoca non mi rendevo conto della stranezza di queste sensazioni. Poi ho cominciato a elaborare, attraverso romanzi e film, che in realta' il maschio e' quello che si diverte di piu'. Quello che parte per la guerra o verso nuovi orizzonti e lascia lei a casa, a salutarlo col fazzolettone e a tessere, ricamare, sferruzzare sospirando in attesa che l'eroe ritorni. E se poi l'eroe non ritorna, lei piange, si dispera, a volte si suicida, si veste comunque a lutto e vive nel ricordo imperituro. Ora, senza nulla togliere al valore dei sentimenti (sono una romanticona), potrete convenire con me che essere Sandokan, la Tigre della Malesia, destinato a contrastare validamente il bieco invasore inglese sia decisamente piu' appagante che non vestire i panni della languida Marianna, la Perla di Labuan, modernissima nel mollare tutto per seguire il proprio uomo (lei bianca e nobile, lui un delinquente, seppur di nobili origini) ma comunque destinata a cuocergli il riso, lavargli le casacche e, all'uopo, morire di tragica morte per lasciarlo libero di puntare verso nuove ed entusiasmanti avventure a fianco del fido Yanez.
Con questo non voglio dire che Salgari sia stato un maschilista, anzi. Per l'epoca fu moderno e spregiudicato al punto di immaginare eroine avventurose come Jolanda (la figlia del Corsaro Nero) o la Favorita del Mahdi. Ma le figure femminili in letteratura hanno risentito da sempre della classica divisione dei ruoli: la donna a casa, l'uomo fuori a caccia, alla guerra, a farsi gli affari suoi. Facendo un volo pindarico, segnalo una fiction Rai appena terminata: "Ho sposato uno sbirro 2". Flavio Insinna e' un vice questore aggiunto a Roma, Christiane Filangieri e' sua moglie, un'ispettrice di polizia. La serie ha affrontato, in toni da commedia ma efficacemente, il problema di una donna poliziotto, madre di due gemelle e moglie del proprio capo, che pretende di svolgere il proprio lavoro esattamente come fa lui, cioe' correndo i propri rischi. Cosa che ovviamente mette in crisi nera la coppia. Nella fiction, com'e' giusto, tutto si risolve. Ma nella realta' non e' cosi' e io continuo a sentirmi una strana perche', a distanza di anni, continuo a preferire essere Sandokan.
Con questo non voglio dire che Salgari sia stato un maschilista, anzi. Per l'epoca fu moderno e spregiudicato al punto di immaginare eroine avventurose come Jolanda (la figlia del Corsaro Nero) o la Favorita del Mahdi. Ma le figure femminili in letteratura hanno risentito da sempre della classica divisione dei ruoli: la donna a casa, l'uomo fuori a caccia, alla guerra, a farsi gli affari suoi. Facendo un volo pindarico, segnalo una fiction Rai appena terminata: "Ho sposato uno sbirro 2". Flavio Insinna e' un vice questore aggiunto a Roma, Christiane Filangieri e' sua moglie, un'ispettrice di polizia. La serie ha affrontato, in toni da commedia ma efficacemente, il problema di una donna poliziotto, madre di due gemelle e moglie del proprio capo, che pretende di svolgere il proprio lavoro esattamente come fa lui, cioe' correndo i propri rischi. Cosa che ovviamente mette in crisi nera la coppia. Nella fiction, com'e' giusto, tutto si risolve. Ma nella realta' non e' cosi' e io continuo a sentirmi una strana perche', a distanza di anni, continuo a preferire essere Sandokan.
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