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domenica 9 settembre 2012

I miei articoli per "la Sesia": L'ultimo weekend


La fila è stata di tutto rispetto. Ordinata e multicolore. I modelli c’erano tutti, dalle due alle quattro ruote. Uomini, per la maggior parte, perché era domenica e le donne, di domenica, stanno a casa a preparare l’unico vero pranzo della settimana. In verità la fila esisteva da ventiquattrore e sarebbe continuata per altre diciannove. Poi basta, perché quello del 2/3 settembre è stato l’ultimo week-end. C’è chi si è portato le taniche e le ha riempite in fretta, magari spandendo in terra un po’ del prezioso e olezzante liquido. Ha lanciato sguardi di scusa a chi attendeva dietro di lui, ma non ci sono state proteste. La fila era tranquilla, silenziosa. Solidale. Perché lo sapevamo tutti che era l’ultima occasione. Certo, potranno esserci altre offerte, ma è stata fin troppa la guerra scatenata dall’estemporanea iniziativa. “Se non parti così, quando ripartiamo?” ci ha ricordato per tutta l’estate la maschera da lucano rassegnato di Rocco Papaleo. All’inizio, ammettiamolo, non gli avevamo prestato attenzione. Uno spot perso tra i tanti. Poi ha funzionato il passaparola e il colpo d’occhio. Ci hanno insegnato a controllare i prezzi esposti prima di alzare la freccia ed entrare in una stazione di servizio. Un po’ come facciamo, da sempre, tra i banchi del mercato. Ci hanno costretto, anche, a rassegnarci a quei numeri in fase di decollo e senza decimali. L’euro che si maschera da vecchio conio e gioca a confonderci, a illuderci. Non un euro e trenta (che equivale a duemila e seicento lire), ma mille e trecento. Poi mille e quattrocento, mille e cinquecento e via moltiplicando. A duemila (due euro al litro, quattromila delle vecchie lire) ci siamo arrivati in scioltezza, letteralmente. Sciolti dal caldo di un’estate eccezionale, ammorbiditi dalla rassegnazione, costretti dalla quotidianità che imponeva comunque le partenze estive. Alla ricerca di un fuggevole refrigerio e dell’illusione che tutto fosse come sempre. Come prima. Ma non lo è. Non può esserlo. Quello appena trascorso è stato l’ultimo week-end. Adesso tutto ricomincia. Da qualche parte ha ricominciato a piovere. Dappertutto chi un lavoro ancora ce l’ha ha ripreso il suo posto. In quasi tutte le case si è rimessa mano ai conti. Il pieno di carburante per l’auto è un investimento, ormai. Un investimento che non rende. Certo, c’è stato l’ultimo week-end e quella fila così compatta e obbediente. Mille e settecentocinquanta per la verde, milleseicentocinquanta per il diesel. Abbiamo riempito i serbatoi con un liquido che costa più di un litro di latte, più di tre litri di acqua minerale, più di un chilo di pane. Li abbiamo riempiti tutti, sorbendoci la fila tante volte quanti erano i veicoli in famiglia: la monovolume di papà, l’utilitaria della mamma, lo scooter del figlio. Abbiamo riempito anche le taniche, e non si potrebbe, per poi stiparle in cantina. Ma non durerà. E Papaleo, con quella sua faccia triste, lo sapeva che non si ripartiva. Neanche così.

Laura Costantini

lunedì 21 marzo 2011

Odissea (ma non quella in Libia)

Correva l'anno 2007 e scrivevo cosi':

Intanto diciamo subito che mi considero una persona fortunata. Sarà che la miseria vera l'ho vista con i miei occhi e quindi... Però voglio fare delle puntualizzazioni necessarie: ho il tesserino da giornalista ma lavoro come precaria con un contratto a termine da programmista-regista, qualifica di totale invenzione Rai. Questo significa che lavoro più o meno, nove mesi all'anno. Nel frattempo vivo, mangio, metto benzina, pago quanto mi necessita. Inoltre ho appena versato 270 euro alla Gestione Separata dell'Inpgi (l'ente di previdenza dei giornalisti) perché la Rai non mi ha assunta da giornalista (anche se il lavoro che svolgo è quello) e quindi i versamenti me li fa all'Enpals (l'ente di previdenza dei lavoratori dello spettacolo). I due tipi di contributi non sono ricongiungibili e quindi non so bene come dovrò regolarmi il giorno in cui andrò in pensione. Tutto questo per darvi un quadro chiaro del mio umore quando, questa mattina, mi sono recata al supermarket per la spesa settimanale, già consapevole dell'odissea che mi aspettava. Parcheggio l'auto nel garage, mi impossesso del carrello (succede anche a voi che le ruote se ne vadano ognuna per proprio conto?) e affronto subito il primo ostacolo: la spilletta contro l'AIDS. Me la mette in mano una ragazza e mi dice che costa 5 euro, ma che l'offerta è libera. Gliela restituisco con cortesia, dicendole che l'ho già acquistata in precedenza (è vero, lo giuro). La tizia mi liquida con un'occhiata piena di disprezzo. Salgo la rampa mobile ed entro dalle porte scorrevoli nel centro commerciale, secondo ostacolo: le bamboline tessute a mano dagli indigeni. Una signora in carne me la schiaffa in mano, costa 10 euro ma l'offerta è libera. Rispondo che ne ho già regalata una a mia nipote (vero anche questo). La signora mi liquida con un "certo, come no!". Procedo rasente alle vetrine, cercando di dribblare ma... terzo ostacolo: la maglietta di Save the Children. Mi viene incontro una ragazza con pettorina ufficiale e cartellina in mano. La maglietta costa 15 euro, ma l'offerta è libera, in nome dei bambini del mondo. Rispondo che sono già la mamma a distanza di una bimba africana. La ragazza mi fissa come fossi uno scarafaggio e volta le spalle disgustata. All'orizzonte c'è la rampa di accesso per il supermarket. Forse ce la faccio ma... no, quarto ostacolo: il sacchetto di mele per l'AISM. Non so quanto costi, al boy-scout cinquantenne in bermuda e fazzoletto al collo rispondo con un secco "No, grazie!". E' per la ricerca, insiste minacciandomi quasi con il sacchetto di mele golden. Lo so, ma io faccio le offerte a Telethon (vero anche questo, tranquilli). Ma questa è un'altra cosa, ribatte imperterrito. Abbasso lo sguardo e procedo, deve scansarsi e, se non fosse un seguace di Baden Powell, probabilmente mi apostroferebbe con un bel "vaffa...". Salgo la rampa per il supermarket. In cima, in agguato, ci sono agguerritissime e pingui signore, ovvero l'ostacolo numero cinque: la raccolta di derrate per i poveri. Non chiedono loro, ti mettono in mano volantino e borsa di plastica con aria minacciosa. Agguanto il tutto e cerco di entrare tra gli scaffali, ma l'ostacolo sei è lì: la campagna per la prevenzione del cancro al seno. Non chiedono soldi, loro, ma vogliono farti prendere un appuntamento per una mammografia. L'ho appena fatta, rispondo (vero, sul serio, devo ancora ritirare il risultato) e la tipa mi guarda compassionevole: faccia come vuole, sbotta, peggio per lei. Mentre medito sull'involontaria (?) maledizione, entro tra gli scaffali quasi certa che l'odissea, per oggi, sia finita. Macché, mi si profila davanti l'ostacolo sette: una donna chiaramente andina che mi invita a comprare degli orribili fuseaux equi e solidali. Non mi lascio convincere, allora mi mette in mano un volantino dove sono indicati tutti i prodotti del Sud America: falsa nutella, riso, caffé, zucchero di canna. Non glielo dico, ma lo zucchero di canna l'ho provato nel thè e me lo ha fatto diventare torbido come un cappuccino andato a male.
Ora vi chiedo: è giusto? E' giusto essere sottoposti a continue pressioni, a continue richieste, a continui, gratuiti giudizi se si risponde di no? Ma io dove dovrei prenderli gli abbondanti 50 euro (tanti ce ne sarebbero voluti) di offerte a cause giuste, per carità, ma sempre più numerose? Non sarebbe più equo e solidale mettere degli stand e lasciare alla coscienza di ciascuno a quale accostarsi, a quale campagna aderire, quanto spendere? Sarò impopolare, lo so, ma io ne ho pieni i carrelli di gente che mi chiede soldi! Anche perché, in tutta onestà, io a chi dovrei a mia volta chiederli?
Laura