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mercoledì 29 gennaio 2014

Sociologia della tazzina

(Questo post lo scrissi nel 2009 sul vecchio blog di Splinder. pensavo di averlo perso, invece si salvò dal naufragio grazie alla ripresa su un blog amico. Ve lo ripropongo)

Non so se a causa del lavoro che faccio o perché sono curiosa per natura, ma a me piace osservare la gente nel quotidiano, alle prese con quelle abitudini che fanno parte della vita di tutti noi. Trovo che tale osservazione sia utile per capire la società che ci circonda. E il suo grado di decadimento. Nel mio posto di lavoro esiste un bar interno. Un caffè lo paghi 55 centesimi (erano 49 fino al 31 dicembre scorso, ma poi la crisi... n.d.r. oggi costa 60 centesimi), non è eccelso, ma ti risparmia di impugnare il tesserino e far girare il tornello per uscire dal CPTV di Teulada e andartene a prendere un caffè fuori, al costo di 80 centesimi. Alla lunga (e moltiplicati per 4/5 tazzine al giorno) quella differenza di 25 centesimi si sente. Il bar del CPTV (niente paura, significa solo centro di produzione televisiva) è stato ristrutturato da circa un anno, ha un aspetto molto trendy, con tavolini, divanetti, sgabelli e banconi tutti bianchi e neri. E' molto grande e confortevole. Eppure... Sorvolando sulla varietà di declinazione del caffè nelle richieste dei clienti (decaffeinato lungo al vetro con latte scremato freddo a parte, per dirne una), il fenomeno sociologico che mi interessa trattare è la conquista della postazione sul bancone di servizio. Ripeto che, una volta ottenuta l'agognata tazzina, è possibile e confortevole raggiungere i tavolini oppure i banconi dotati di alti sgabelli dove sorseggiare il caffè spettegolando del più e del meno. Eppure la maggior parte dei miei colleghi (lo sono tutti, a vario titolo) si comporta come un fante della prima guerra mondiale una volta conquistato il suo pezzetto di trincea. Il primo passo è infilare il braccio, armato di scontrino, sotto il gomito di colui/colei che sta prendendo la sudata tazzina. La mossa numero due è costringere il malcapitato a ingollare bollente il caffè e togliersi rapidamente dai cog***ni, il che avviene con un movimento laterale che poi diventa frontale, con successivo allargamento dei gomiti ad ala di gabbiano. Terzo punto: attirare l'attenzione degli indaffaratissimi camerieri chiamandoli per nome. Perché, sta qui il segreto, chiamare per nome Paolo piuttosto che Vittorio dà immediatamente il senso della famigliarità e del susseguente diritto ad essere serviti per primi. Ottenuto il cornetto integrale al miele e il marocchino con spruzzata di cacao la postazione è presa. E qui comincia la guerra di logoramento. Vince chi se ne frega della ressa che gli si forma alle spalle a assapora con voluttà la tazzina, intrattenendosi a chiacchierare con il vicino di bancone, con il barista, con chiunque. Vince chi riesce a impedire che uno scontrino alieno gli spunti sotto il gomito mentre beve. Vince chi sbocconcella lentamente il cornetto impedendo a chiunque di raggiungere la ciotola dello zucchero (bianco, di canna, dolcificante). Vince chi riesce a mantenere più a lungo la postazione. E non importa se potrebbe godersi la colazione comodamente seduto ai tanti tavoli vuoti oppure ai banconi con gli sgabelli. Non importa perché la vittoria è costringere il nemico all'attesa. Dove per nemico si intendono tutti gli altri. Mantenere la postazione signfica affermare la propria esistenza in vita, la propria supremazia, il proprio essere importante all'interno della compagine lavorativa. Mantenere la postazione vale quasi più che l'essere assunti a tempo indeterminato, quasi più che ricevere una promozione o una gratifica. Mantenere la postazione significa aver raggiunto uno scopo nella vita. Poi il caffè finisce. Puoi raschiare il fondo con il cucchiaino. Puoi raccogliere le briciole del cornetto. Ma alla fine devi cedere la postazione. E tornare la nullità di sempre.

venerdì 11 novembre 2011

Pare che Splinder possa chiudere...

Pare che Splinder, la piattaforma, possa chiudere a breve. Il che significa che tutti i blog li' presenti, svaniranno nel vuoto digitale. Pare anche che non ci sia modo di importarli in toto. Pare quindi che sia finita un'epoca e ci viene da pensare che forse e' giusto cosi'. Una piattaforma digitale non puo' essere eterna, un blog non e' un archivio storico.
Svaniranno nel nulla commenti, scontri, cattiverie, troll assortiti, amicizie da clic compulsivo.
Comunque, se avete voglia di un ultimo clic da quelle parti, i nostri vecchi blog sono sempre:

http://lauraetlory.splinder.com/

http://lestoriedilauraetlory.splinder.com/

giovedì 26 maggio 2011

Un raccontino da posto di lavoro, se vi va

Questo racconto nacque, nel 2008, da una sfida. Data una parola chiave (che era ASCENSORE) che ti viene in mente? A me venne in mente 'sta roba qui.
____________________________
 
Che ho una faccia da schifo lo penso spesso.
Soprattutto quando entro in ascensore e me la trovo davanti, riflessa impietosamente dallo specchio a piano americano che qualche genio ci ha piazzato per dare un’illusione di spazio.
La luce al neon, a dominante verde, ti cade addosso dall’alto ed esalta tutto ciò che andrebbe nascosto: pori dilatati, zampe di gallina, colorito smorto, solchi nasolabiali da depressione cronica e quel pelo sul mento che stamattina mi è sfuggito.
Maledetto! Proprio oggi che dovrei essere al meglio delle mie possibilità. Sono anni che aspetto questo momento, il momento di premere il tasto 8 sulla pulsantiera.
Certo che ci sono salita altre volte all’ottavo piano, ma stavolta è diverso. Stavolta ci salgo da titolare di un ufficio e la promozione, io, me la sono sudata sul serio. Ho lavorato sodo io, mica come tutte quelle stronzette sculettanti che mi sono vista passare davanti negli anni. Chissà se nel beauty ce l’ho una pinzetta per…
Cazzo, ti pareva! C’è una cosa che odio più degli ascensori: dividere gli ascensori con degli sconosciuti. Stare lì a fissare la parete in attesa che il tizio o la tizia scendano e sentirsi in dovere di salutare: “Buona giornata”, come se me ne fregasse poi qualcosa.
No! Lui no, cavolo.
“Buongiorno.”
“Ngiorno, che piano?”
Cretina che sono, mi hanno appena promossa e mi comporto come un’ascensorista. Che se lo spinga da solo il pulsante, mister Ce l’ho solo io. Pensa di essere una specie di divo solo perché sono tutte lì a sbavargli dietro. Oddio, siamo tutte lì a sbavargli dietro. Se penso che sono arrivata a fargli recapitare un mazzo anonimo di rose rosse a gambo lungo.
Aspetta, com’era il bigliettino?
Hai un’aria così annoiata. Io potrei proporti qualcosa di interessante, se solo scopri chi sono…
Patetica! Ma che credevo di ottenere?
Chissà le risate che si sarà fatto alle mie spalle. Certo, però, che una qualche traccia in più potevo dargliela, magari non ha neanche capito che ero proprio io quella che…
“Che succede?”
L’orrida luce al neon lampeggia, poi l’ascensore si blocca con uno scossone. Ci guardiamo in faccia per la prima volta da quando è entrato. Siamo fermi tra il quarto e il quinto piano. Da non crederci. Sono bloccata in ascensore. E proprio con LUI.
Lui che spinge il tasto dell’allarme. Dalla grata arriva la voce della sorveglianza.
“Siamo bloccati”, spiega lui, tranquillo, pacato.
Sexy da morire con quella calata siciliana.
“State tranquilli, provvediamo subito a sbloccare la cabina.”
No, vi prego. Fate con calma.
Perché potrebbe essere un segno del destino, capisci?
Io e lui, da soli, in un metro quadro di cabina di ascensore.
“Le sono piaciute le rose?”
La butto lì, senza fermarmi a pensare. Lo guardo in faccia.
A lui l’orrida luce al neon non so come, ma dona. Gli occhi scuri sono animati di riflessi. I capelli lisci, neri, appaiono come cosparsi di gocce di luce.
“Come dice?”
Non mi arrendo, bello. E’ inutile che fai l’indifferente.
“Le rose, rosse, a stelo lungo. Quelle di una sconosciuta ammiratrice.”
La comprensione gli si allarga sul viso da modello per uno spot virile: un profumo… no, meglio un’auto sportiva, un SUV. Quegli slogan idioti tipo: carattere sfacciato e ribelle, personalità scolpita.
E lui che guida con una mano sola, una giacca da smoking a pelle. Intanto oltre a comprendere di cosa parlo, si imbarazza pure.
“Non mi dica che era lei che…”
Non brilla per iniziativa, questo è certo. E neanche per prontezza di riflessi a dirla tutta.
“Ero io, si. Magari se si fosse guardato intorno.”
“Non avevo mai ricevuto rose prima. Sono rimasto spiazzato.”
“Beh, diciamo che spiazzarla era un po’ lo scopo, no?”
Mi è uscito il tono preciso di Paris Hilton in una pubblicità di telefonia. Peccato non avere la sua stessa faccia da strappami-le-mutande-adesso.
Lui mi guarda come mi vedesse per la prima volta.
Dio, non è che si accorge del pelo sul mento?
“Beh, scopo raggiunto, comunque.”
E siamo al punto di prima, cazzo!
“Mi chiamo Annalisa.”
Gli tendo la mano, lui la stringe, meccanico.
“Io Sergio.”
“Lo so”, brutto cretino, vorrei aggiungere.
Ti pare che non so vita, morte e miracoli dell’uomo cui ho mandato 50 euro di rose rosse a stelo lungo?
“Già, immagino.”
E adesso?
“Ha impegni per pranzo?”
Da dove mi viene questa faccia da culo non lo so. Ma siamo in ballo e tanto vale ballare.
“No, direi di no, però…”
“Però?”
Ho inclinato la testa, lo guardo di sotto in su. Luce al neon o meno, tento un’espressione sensuale e mi pare pure di riuscirci.
“Vede Anna…”
“...Lisa.”
“Vede Annalisa, l’omaggio di quelle rose mi ha sicuramente lusingato…”
Il MA è lì, enorme, pesante.
Vorrei che il fondo della cabina si aprisse e mi inghiottisse.
“Ma io, sinceramente, non credo che noi… insomma, lei è una donna…”
Non dire intelligente, ti prego. Tutto, ma non…
“Intelligente e spiritosa e di sicuro ha messo in conto che a quelle rose non dovesse necessariamente seguire…”
Si sta arrampicando sugli specchi.
“E’ sposato?”
No che non lo è, lo so. Mi sono informata.
“No, ma vede Annalisa, lei non è…”
“Il suo tipo?”
Mi sorride, con gratitudine.
Avessi un coltello, lo sbudellerei qui, subito.
“Questo non vuol dire che lei non sia una bellissima donna.”
Non dirlo, stronzo! Se io fossi una bellissima donna, mi saresti già saltato addosso e avrei la tua lingua in bocca e le tue mani dappertutto.
Uno scossone e la cabina si muove.
Il silenzio è denso come bitume mentre arriviamo al sesto piano, quello che lui ha prenotato.
Si affretta a mettere il piede fuori, poi si sente in dovere di voltarsi.
“Annalisa, spero che questo non…”
Non gli do il tempo di finire. Spingo il pulsante che chiude le porte, salgo all’ottavo, entro nel mio nuovo ufficio, mi siedo alla scrivania e avvio il computer.
Spero che questo non… cosa?
Che cazzo voleva dire?
Restiamo amici?
E quando mai lo siamo stati?
L’interfono mi chiama. Adesso che sono il capo del personale ho anche una segretaria.
“Dottoressa, il primo colloquio di oggi.”
“Lo faccia passare.”
La porta si apre e ne entra LUI.
Adesso capisco quelle quattro fottute paroline:
spero che questo non
Speranza vana, carissimo Sergio.
Lo so io e, adesso mentre ti sorrido e ti invito a sedere, lo sai anche tu.
 
Laura Costantini

lunedì 9 maggio 2011

Per ricordarmi di NON essere infelice (anche se oggi lo sono)

Era maggio del 2008 quando scrivevo questa cosa qui:
 
Etimologicamente parlando la parola felicità ha la stessa radice di fecondo, femmina, feto, felice, fieno, figlio: dal latino *fere = nutrire, a sua volta dalla radice indoeuropea *dhe = succhiare. Quindi insito nel concetto stesso di felicità c’è il nutrimento, la capacità di sostentare l’anima con le gioie della vita. Una capacità che stiamo perdendo, mi sembra, di pari passo con quella di apprezzare il buon cibo e le cose semplici come lo splendere del sole in un cielo azzurro di maggio. Stiamo diventando anoressici nei confronti della vita stessa. Devo dire che di questo assurdo atteggiamento sono stata campionessa per diversi anni, aiutata si dalla gente che avevo intorno, ma senza altra giustificazione che non fosse la precisa volontà di non vedere il lato positivo della vita.
Amori infelici, incontri sbagliati, scarsa gratificazione professionale e il gusto per la malinconia. Anche qui può venirci in aiuto il dizionario etimologico: malinconia o meglio melanconia deriva dal greco melancholia ovvero melas = nero e cholé = bile. Secondo l’antica medicina la tristezza morbosa del paziente derivava da un eccesso di un fluido, la bile nera appunto, che intossicava il corpo. Un veleno dal sapore dolce la malinconia. Io me la pasteggiavo ascoltando canzoni tristi (avete fatto caso che quasi tutte le canzoni a ben guardare sono tristi?) e lasciando scorrere inutilmente i giorni sempre in attesa di qualcosa di diverso, di migliore che mi illudevo fosse al di là del prossimo tramonto, della prossima alba, del prossimo mese, anno, decennio.
Gettare sempre lo sguardo al di là della collina, senza accorgersi del fiore che sboccia all’angolo del sentiero che si sta percorrendo. E’ questa la ricerca dell’infelicità. Da quel che vedo una sorta di sport nazionale (ma credo si possa allargare il discorso a tutto il mondo occidentale) che ci spinge come lemming in corsa verso un dirupo.
Un esempio pratico? Lo sto vivendo in questi giorni. Come sapete bene io appartengo alla categoria precari cronici senza speranza. Una condizione scomoda ma alla quale, con il giusto punto di vista, si riesce comunque ad abituarsi. Io mi sono abituata. Non perché apprezzi la flessibilità (= possibilità di perdere il lavoro in qualsiasi momento), ma perché cerco, da qualche anno a questa parte, di abbassare lo sguardo dalla collina al sentiero e di vedere la bellezza e la fortuna di guadagnarmi da vivere scrivendo. Esattamente quello che ho sempre desiderato fare. Quindi mi godo giorno per giorno le piccole soddisfazioni di un testo fatto bene, di un servizio che riceve i complimenti, di un’intervista che colpisce e, ovviamente, di uno stipendio dignitoso. Cerco di tenere ben fisso in mente che questa condizione privilegiata (si, credetemi, rispetto a tanti giovani e meno giovani costretti a contratti interinali capestro, è una condizione privilegiata) potrebbe decadere da un momento all’altro. Esattamente come la mia salute. Esattamente come la mia stessa vita. Perché precari lo siamo tutti, non solo rispetto al lavoro, ma rispetto all’esistenza stessa. Ma anche questo è un concetto che spaventa i più, troppo presi nella loro rincorsa all’infelicità per rendersi conto che anche quella, un giorno, potrebbe apparire ai loro occhi come una cosa da rimpiangere. Sono una menagrama, dite? No, credo di essere realista e di aver sempre presente che quando, ogni mattina, mi accingo a percorrere i venti chilometri di traffico che mi dividono dal posto di lavoro, beh, potrei non arrivarci. Perché la garanzia di non avere incidenti gravi o mortali non può fornirmela nessuno. Non dipende da me. Non dipende da noi. Da chi dipenda non saprei dirlo, ma insomma avete capito il concetto.
Si parlava di esempio pratico: mamma Rai, messa in crisi dalla legge sul welfare che la costringerebbe ad assumere tutti coloro che le hanno prestato la loro creatività e forza lavoro per almeno 36 mesi (siamo in 1700!), ha deciso di bloccare tutti i contratti a tempo determinato, minacciando di non farci lavorare più. Ora non sto a tediarvi con i particolari tecnici che riguardano il bacino dei T.D. (praticamente una vasca come quelle dei ristoranti dove nuotano le povere aragoste, i capistruttura passano, guardano, scelgono; per il momento non ci fanno bollire vivi, ma non si può mai dire). Il fatto importante è che, carte alla mano, la Rai dovrà trovare il solito escamotage perché tutto cambi restando esattamente com’era. Questo noi T.D. lo sappiamo bene (nel mio programma solo cinque persone su quasi cento godono di un contratto a tempo indeterminato; senza noi precari semplicemente non andremmo in onda). Ma i miei colleghi sono, ricordate?, alla spasmodica ricerca dell’infelicità. Quindi da qualche giorno a questa parte si sono lanciati in una ridda di supposizioni che, passando di bocca in bocca, assurgono a decisioni prese dal settimo piano di Viale Mazzini: ci licenziano tutti, ci trasformano tutti in interinali che lavorano a scaglioni, ci costringono a lavorare a partita IVA, ci deportano tutti in un gulag su dalle parti della Lega dove Calderoni e Borghezio, vestiti di latex nero, ci prenderanno a frustate perché rappresentanti di Roma ladrona e sfaticata. E via congetturando, sobillando, gasando se stessi e gli altri in negativo. Gente che scoppia in lacrime, gente che ha già pronto il ricordo alla Corte Suprema di Washington (hai visto mai non bastasse la Corte dei Conti nostrana?). Lemming. Lemming lanciati a passo di carica verso il dirupo. Chi cerca di azzardare una punta di ottimismo viene immediatamente aggredito (Io ho parlato con il direttore di Rete – Io con il direttore generale – Io col ministro del lavoro in persona – Io sono stato a cena con l’intero C.d.A.) e pungolato affinché riprenda la corsa e si lanci nel burrone della disperazione.
Perché la sfortuna, il mobbing, la mancanza di un riconoscimento del proprio valore sembrano diventati un valore in se stessi. Giochiamo al rialzo con la curva negativa del grafico. Altro esempio pratico di ieri. Supermercato, in fila alla cassa. Una giovane mamma decide di accontentare le lagne del figlio e prende un Power Ranger. Ma non vuole fare la fila e quindi, senza accorgersi che la cassiera ha già aperto il nostro conto, chiede di passare avanti. Mia madre le fa notare che, appunto, il conto è già aperto e che anche lei non vede l’ora di finire, perché stare in piedi a lungo le fa male al ginocchio operato. “Sono invalida”, dice mia madre, 72 anni, alla giovane mamma in jeans e Nike che ne avrà avuti una trentina. Lei la guarda incattivita e poi dice: “Io pure sono invalida!” Io la guardo: snella, muscolosa, si muove benissimo. Vuole passare avanti perché ha mille cose da fare, perché il figlio è uno di quelli che ti fa rimpiangere che non esista un Telefono Azzurro a tutela dei genitori, perché fare la fila non piace a nessuno. Ha la faccia aggressiva, immusonita, si vanta di essere anche lei invalida. E mentre penso che esistono anche delle invalidità cerebrali, le dico: “Io spero che lei lo sia, invalida. Almeno quanto mia madre.”
Gioco al ribasso di se stessi e degli altri. Perché non ci basta essere noi intossicati di bile nera, vogliamo che lo siano anche gli altri. Vogliamo tirare giù dal dirupo quei pochi che ancora riescono a tenersi forte al bordo. E’ così anche in Rete. Da quando io e Lory frequentiamo la blogosfera, di gente alla ricerca dell’infelicità propria e (soprattutto?) altrui ne abbiamo incontrata tanta. Gente che ha fatto della malafede una religione per cui qualunque commento, qualunque parere, perfino un innocuo emoticon celano doppiogiochisti, ipocriti, leccaculi. Gente che vuole ad ogni costo l’homo homini lupus per cui dietro ogni clic si cela la fregatura, l’inganno, la menzogna. Gente che si incattivisce per una foto dove appari troppo carina, per un post troppo ben riuscito, per una piccola affermazione personale. Malafede, invidia, lo sguardo sempre puntato ad altro, agli altri, a quelli che sembrano avere di più di te.
E se la piantassimo? Lo so che è un’utopia. Ma sapeste quanto si sta meglio quando si capisce che l’unico vero nemico ce lo portiamo dentro e altro non è che l’ansia di ottenere di più. Di più di tutto, anche delle cose negative.
Dice Arthur Schopenhauer nel suo L’arte di essere felici: Imitare le qualità e le caratteristiche altrui è molto più vergognoso del portare abiti altrui: perché è il giudizio della propria nullità espresso da se stessi.
Gli risponde Ovidio: Optimus ille animi vindex, laedentia pectus/ Vincula qui rupit, dedoluitque semel (E’ il miglior liberatore dell’animo chi ruppe i legami che opprimevano il cuore e cessò di dolersene una volta per tutte)
Non siamo padroni della nostra vita. Ma possiamo decidere se trascorrerla alla ricerca dell’infelicità, oppure godendola attimo per attimo. Io cerco di scegliere la seconda opzione. Non dico sia facile, ma di sicuro è molto più proficuo (dal latino pro e facere = fare qualcosa a vantaggio di qualcuno).
 
Laura

lunedì 18 aprile 2011

Non mi sbagliavo

Leggo sul blog di Lara Manni che la sua ultima fatica, il romanzo "Sopdet" e' stata segnalata dal "Venerdi'" di Repubblica. Devo ancora leggerlo, ma sono orgogliosa di dire che non mi sbagliavo quando, ormai due anni fa, scrivevo sul nostro vecchio blog questa cosa qui, tutta dedicata alla bravura di Lara.









Ho letto due libri in rapidissima e divorante successione. Sono due libri che non figurerebbero mai negli scaffali di un vero, pensoso e colto intellettuale. Sono due libri che molti catalogano come letture d'intrattenimento da consumare sotto l'ombrellone.
Li ho letti con famelica voracità, pungolata da ogni singola parola verso la conclusione della vicenda. E non sono due libriccini di quelli che vanno per la maggiore oggi, da 90 pagine stiracchiate in corpo 18 per mettere insieme qualche foglio in più.
Ho letto due libri che più diversi e più simili non si potrebbe. Il primo è stato scritto da un mostro sacro ed assoluto della narrativa cosiddetta popolare, da uno che ha venduto centinaia di milioni di copie nel mondo con traduzioni in tutte le lingue in uso su questo pianeta. Il secondo è stato scritto da un'esordiente, una blogger appassionata di fanfiction, una ragazza appena trentenne che, pubblicata da una grossa casa editrice, trema al pensiero di come possa venir accolto il suo lavoro.
Il primo racconta di uno scrittore che è morto a causa della sorgente stessa della sua geniale ispirazione. Uno scrittore che sapeva entrare in un misterioso altro mondo e raggiungere una misteriosa pozza dove nuotano parole, storie, emozioni. Ma ogni parola, storia, emozione ha un prezzo. E il prezzo è l'orrore che si nasconde in quel misterioso mondo, un orrore che potrebbe avere la meglio e che, comunque, non manca mai di riscuotere i debiti che con esso si contraggono.
Il secondo libro, quello scritto dall'esordiente, racconta di una donna che ha il dono meraviglioso di trasporre per immagini un mondo altro, un mondo affascinante, di eroi, di semidei, di demoni... una disegnatrice di manga. Anche lei, di cui non sapremo mai il nome, attinge la sua ispirazione dal mondo dei sogni. Sogni particolari, sogni più reali della realtà, sogni che sono un passaggio verso quel mondo. E se lei è in grado di passare quella porta, anche i legittimi proprietari di quel mondo possono farlo e piombare qui, nella nostra vita ordinata e banale, per portare orrore, amore, passione, morte.
A ben guardare tutti e due i libri vanno oltre il semplice intrattenimento e affrontano temi che da sempre si dibattono nei salotti letterari, sì, proprio in quei posti dove nessuno dei due libri che ho letto otterrebbe mai diritto di cittadinanza. Perché da sempre chi scrive si chiede quale e dove sia realmente la fonte dell'ispirazione. E quando un personaggio assume uno spessore tale da travalicare la pagina scritta o disegnata ed entrare nella vita del lettore, costringendo quello stesso lettore a pensarlo come un essere in carne ed ossa, ad odiarlo, amarlo, desiderarlo, invocarlo, allora chi ci dà il diritto, chi ci dà la sicurezza che quella storia sia pura invenzione? Chi ci dice che quel personaggio che spinge, preme e si agita per acquistare vita propria non esista realmente in una qualche realtà alternativa? Chi può negare che uno scrittore non sia altro che un tramite per consentire a simili creature di uscire dall'oscurità e vivere?
Dice il fantasma di Albus Silente a Harry Potter nel settimo e ultimo libro della saga: "Sì, tutto questo è solo nella tua testa. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non sia reale?"
E per chi fosse curioso:
il primo libro è LA STORIA DI LISEY del grandissimo Stephen King
il secondo libro è ESBAT di Lara Manni (ed. Feltrinelli)
Non comprate il primo, King non se ne avrà a male, ma correte in libreria a comprare il secondo perché, ricordatevi queste parole, di Lara Manni sentiremo ancora parlare. 

lunedì 21 marzo 2011

Odissea (ma non quella in Libia)

Correva l'anno 2007 e scrivevo cosi':

Intanto diciamo subito che mi considero una persona fortunata. Sarà che la miseria vera l'ho vista con i miei occhi e quindi... Però voglio fare delle puntualizzazioni necessarie: ho il tesserino da giornalista ma lavoro come precaria con un contratto a termine da programmista-regista, qualifica di totale invenzione Rai. Questo significa che lavoro più o meno, nove mesi all'anno. Nel frattempo vivo, mangio, metto benzina, pago quanto mi necessita. Inoltre ho appena versato 270 euro alla Gestione Separata dell'Inpgi (l'ente di previdenza dei giornalisti) perché la Rai non mi ha assunta da giornalista (anche se il lavoro che svolgo è quello) e quindi i versamenti me li fa all'Enpals (l'ente di previdenza dei lavoratori dello spettacolo). I due tipi di contributi non sono ricongiungibili e quindi non so bene come dovrò regolarmi il giorno in cui andrò in pensione. Tutto questo per darvi un quadro chiaro del mio umore quando, questa mattina, mi sono recata al supermarket per la spesa settimanale, già consapevole dell'odissea che mi aspettava. Parcheggio l'auto nel garage, mi impossesso del carrello (succede anche a voi che le ruote se ne vadano ognuna per proprio conto?) e affronto subito il primo ostacolo: la spilletta contro l'AIDS. Me la mette in mano una ragazza e mi dice che costa 5 euro, ma che l'offerta è libera. Gliela restituisco con cortesia, dicendole che l'ho già acquistata in precedenza (è vero, lo giuro). La tizia mi liquida con un'occhiata piena di disprezzo. Salgo la rampa mobile ed entro dalle porte scorrevoli nel centro commerciale, secondo ostacolo: le bamboline tessute a mano dagli indigeni. Una signora in carne me la schiaffa in mano, costa 10 euro ma l'offerta è libera. Rispondo che ne ho già regalata una a mia nipote (vero anche questo). La signora mi liquida con un "certo, come no!". Procedo rasente alle vetrine, cercando di dribblare ma... terzo ostacolo: la maglietta di Save the Children. Mi viene incontro una ragazza con pettorina ufficiale e cartellina in mano. La maglietta costa 15 euro, ma l'offerta è libera, in nome dei bambini del mondo. Rispondo che sono già la mamma a distanza di una bimba africana. La ragazza mi fissa come fossi uno scarafaggio e volta le spalle disgustata. All'orizzonte c'è la rampa di accesso per il supermarket. Forse ce la faccio ma... no, quarto ostacolo: il sacchetto di mele per l'AISM. Non so quanto costi, al boy-scout cinquantenne in bermuda e fazzoletto al collo rispondo con un secco "No, grazie!". E' per la ricerca, insiste minacciandomi quasi con il sacchetto di mele golden. Lo so, ma io faccio le offerte a Telethon (vero anche questo, tranquilli). Ma questa è un'altra cosa, ribatte imperterrito. Abbasso lo sguardo e procedo, deve scansarsi e, se non fosse un seguace di Baden Powell, probabilmente mi apostroferebbe con un bel "vaffa...". Salgo la rampa per il supermarket. In cima, in agguato, ci sono agguerritissime e pingui signore, ovvero l'ostacolo numero cinque: la raccolta di derrate per i poveri. Non chiedono loro, ti mettono in mano volantino e borsa di plastica con aria minacciosa. Agguanto il tutto e cerco di entrare tra gli scaffali, ma l'ostacolo sei è lì: la campagna per la prevenzione del cancro al seno. Non chiedono soldi, loro, ma vogliono farti prendere un appuntamento per una mammografia. L'ho appena fatta, rispondo (vero, sul serio, devo ancora ritirare il risultato) e la tipa mi guarda compassionevole: faccia come vuole, sbotta, peggio per lei. Mentre medito sull'involontaria (?) maledizione, entro tra gli scaffali quasi certa che l'odissea, per oggi, sia finita. Macché, mi si profila davanti l'ostacolo sette: una donna chiaramente andina che mi invita a comprare degli orribili fuseaux equi e solidali. Non mi lascio convincere, allora mi mette in mano un volantino dove sono indicati tutti i prodotti del Sud America: falsa nutella, riso, caffé, zucchero di canna. Non glielo dico, ma lo zucchero di canna l'ho provato nel thè e me lo ha fatto diventare torbido come un cappuccino andato a male.
Ora vi chiedo: è giusto? E' giusto essere sottoposti a continue pressioni, a continue richieste, a continui, gratuiti giudizi se si risponde di no? Ma io dove dovrei prenderli gli abbondanti 50 euro (tanti ce ne sarebbero voluti) di offerte a cause giuste, per carità, ma sempre più numerose? Non sarebbe più equo e solidale mettere degli stand e lasciare alla coscienza di ciascuno a quale accostarsi, a quale campagna aderire, quanto spendere? Sarò impopolare, lo so, ma io ne ho pieni i carrelli di gente che mi chiede soldi! Anche perché, in tutta onestà, io a chi dovrei a mia volta chiederli?
Laura

venerdì 11 marzo 2011

Pensare ad altro? No, pensare alto

Ho bisogno di alzare lo sguardo, di partire per altri lidi, di pensare "alto" sorvolando a volo d'uccello la meschinita' cui ci costringono giorno dopo giorno. E cosa puo' portarti oltre la banalita' se non un libro? In attesa di riuscire a portare a termine la lettura (faticosa, ma quanto importante) di "Il maestro e Margherita" di Bulgakov, vi riprongono le mie impressioni su un altro libro difficile ma fondamentale: "Underworld" del genio Don DeLillo.

“Ti sei mai imbattuto nella parola velleità? Possiede una bella eco tomistica. La volontà al suo livello più basso. Una piccola cosa, un desiderio, una tendenza. Se hai una volontà debole, finisci per vivere nelle pieghe più superficiali delle tue preoccupazioni. Stiamo andando a parare da qualche parte?”

“E’ la tua confessione, padre”

Il dialogo è tra Nick Shay (ma il suo vero cognome è Costanza, suo padre è uscito a comprare le sigarette e non è più tornato. Nick è un adolescente arrabbiato, talmente arrabbiato da aver ucciso un uomo senza alcun motivo valido. Finisce in riformatorio, poi in una scuola per ragazzi speciali, gestita dai gesuiti ) e Padre Paulus. Un dialogo surreale, come quasi tutti quelli che Don DeLillo ci propone in questo monumentale romanzo “UNDERWORLD” di 880 pagine (ed. Einaudi).
Nick Shay è solo uno dei protagonisti di queste pagine che, non ve lo nascondo, ho faticato a leggere fino in fondo. Sarà che all’inizio DeLillo dedica 59 pagine alla descrizione, quasi la telecronaca diretta, di una partita di baseball. Si tratta della finale di campionato del 1951 tra i Giants e i Dodgers, tutte e due squadre di New York. I Giants sembrano destinati alla sconfitta, poi alla battuta va Bobby Thompson. Ralph Branca gli lancia la palla, Bobby la colpisce ed entra nella leggenda con un fuoricampo cui assistono Frank Sinatra ed un gruppo di suoi amici, tra cui il direttore dell’F.B.I. Edgar J. Hoover. Una messe di informazioni enorme, ma tutto quello che DeLillo vuole dirci, in realtà, è che la palla del fuoricampo finisce nelle mani di un ragazzino di colore che si è imbucato.
Cosa c’entra Nick Shay? Lo scopriremo molto più avanti, seguendo innanzitutto le sorti di quella storica palla da baseball macchiata di verde dall’impatto con un pilone dello stadio e, attraverso essa, la storia degli Stati Uniti avanti e indietro tra il 1951 (anno della partita, ma anche anno del primo esperimento nucleare dell’Unione Sovietica all’interno dell’atmosfera), il 1962 (la crisi dei Tredici giorni con Cuba e il rischio della Terza Guerra Mondiale), gli anni della contestazione giovanile tra il ’68 e il ’70, le lotte contro la discriminazione razziale, l’elite radical-chic newyorkese e un’artista che dipinge i bombardieri nucleari americani abbandonati nel deserto dell’Arizona, l’affermarsi di una mentalità ecologista e di riciclo e recupero dei materiali di scarto. Nick Shay si occupa di rifiuti, gira l’America alla ricerca dei migliori metodi di riciclo e recupero. Non è un appassionato di baseball, non è appassionato di niente in realtà. Non riesce a superare l’abbandono del padre e si è convinto che sia stato rapito e ucciso, lui piccolo allibratore di Little Italy, dalla mafia italiana. Tra l’altro è bravissimo a imitare la voce roca del classico mammasantissima in puro stile “Padrino”.

John Updike di questo libro ha detto: “DeLillo riesce a leggere le ambiguità sinistre della recente storia americana nella nostra vita di tutti i giorni,soffocata dalla tecnologia.”

Salman Rushdie: “Underworld è uno splendido libro di un maestro americano.”

Non so se hanno ragione. So che leggere questo romanzo-fiume è una full-immersion nel mondo americano, nelle sue contraddizioni, nei suoi difetti, nei passaggi fondamentali della sua storia recente. Lo stile di scrittura è molto particolare e, credo, non passerebbe il vaglio di certi censori in giro sul Web. Soggetti plurali che reggono verbi al singolare, ripetizioni ossessive nei dialoghi, il passaggio senza soluzione di continuità da una situazione ad un’altra. Si parla della madre di Nick Shay, invalida, chiusa in una stanza con un televisore e l’impianto di aria condizionata. Poi, all’improvviso: “Aveva delle impunture rosse…” La mamma di Nick Shay? No, la palla da baseball marca Spalding di cui si era parlato circa quattro pagine prima. Un esercizio di concentrazione senza pari. Ma ci sono delle perle, tante, troppe per citarvele tutte.
Ancora dal dialogo tra Nick Shay e padre Paulus:

“…Credevo di non dover imparare le cose a memoria.”

“Sono le idee, che non devi imparare a memoria. E non prenderci troppo sul serio, quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo… Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi (stanno parlando delle parti che compongono una scarpa n.d.r.) sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila.”

“Quotidiano.”

“Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.”


Se, come me, siete appassionati di storia americana, non potete perderlo.

lunedì 7 marzo 2011

Un passo avanti

Vogliamo considerarlo cosi', un passo avanti. Dopo lunghe considerazioni e riflessioni, siamo giunte alla conclusione che sarebbe stato inutile tenere in piedi due blog in un periodo in cui il genere web-log e' a rischio estinzione, surclassato da Fbook e Twitter. Quindi, dopo aver congedato quello che amiamo considerare il nostro blog originale, abbiamo chiuso i battenti anche dalle parti di le storie di Lauraetlory
Voi che ci state leggendo vi trovate sull'unica pagina attiva per seguire le avventure di Lauraetlory: due scrittrici in Rete.

Speriamo vorrete continuare a farlo, perche' noi non abbiamo alcuna intenzione di mollarvi.

Laura e Lory

domenica 27 febbraio 2011

Figli della Bibbia o figli di Omero?

Una riflessione questa che mi sembrava meritevole di essere riproposta:

Niente paura, stavolta non si parla di religione, ma di influenze artistico-letterarie. Ho ritrovato un saggio che avevo letto quando mi dilettavo di Storia delle Religioni. Il saggio è di Fortunato Pasqualino, i riferimenti sono a Mimesis di Erich Auerbach, ma il succo del discorso è: perché la letteratura nord europea (e americana a seguire) ha dato il meglio di se stessa nello scavo psicologico del personaggio (horror, thriller, gialli) mentre quella italiana (parliamo di classici) sembra totalmente priva di mistero?
Le colpe vanno equamente ripartite tra Omero, la Controriforma, la mentalità epicurea del Rinascimento e una certa incuria, tutta italiana, per le cose divine. Sarà per questo che tra alcuni di noi e papa Joseph Ratzinger non corre buon sangue? Bah. Ma andiamo per ordine.
Cito Eugenio Scalfari di qualche settimana fa: I poemi omerici rappresentano il punto di partenza della letteratura occidentale…Gli eroi dell’età del Bronzo raffigurati nell’Iliade, e gli dei che ne guidano le azioni, materializzano almeno quattro diversi destini: Achille, la bellezza della forza e della guerra; Ettore, la difesa della città e la ‘pietas’ che sarà poi ripresa da Virgilio e fatta rivivere nel personaggio di Enea; Agamennone, il potere tronfio e capriccioso; Odisseo, la superiorità dell’intelligenza.
Ritroviamo in questi quattro personaggi i clichè di tutta la letteratura a venire. Questo è vero. Però c’è un bivio netto e preciso tra il modo di scrivere, e di trattare i personaggi, degli autori nord-europei e quello degli autori italiani. E la biforcazione, secondo Pasqualino, si sarebbe creata al momento della Controriforma. Dopo il colpo quasi mortale ricevuto dalla Riforma di Martin Lutero, la Chiesa di Roma decise di mettere al bando la lettura della Bibbia (asso nella manica del Protestantesimo), soprattutto per evitare che la frequentazione di quelle pagine generasse nel fedele la tentazione di un’interpretazione libera e, quindi, eretica. Una decisione che si innestò agevolmente sulla tendenza tutta rinascimentale (e italiana in particolar modo) di poco curarsi delle cose divine a favore di quelle terrene. Più vicine, utili e, perché no, anche più divertenti. A rigor di termini l’ultimo biblico italiano fu il castigatore Savonarola e, in qualche modo, il suo rogo segnò la fine di ogni senso del mistero nello stile letterario italiano. Privarci della frequentazione della Bibbia significò tagliare via la concezione dell’uomo come essere inquieto e drammatico, combattuto, a tutto favore dei rapporti sereni, ottimistici e semplici che erano propri dello stile omerico. E’ quanto afferma Auerbach nella sua Mimemis: lo stile omerico non vuole trattenere il fiato, non ama la tensione, la sorpresa. Omero ci presenta le cose per come sono, finite ed esatte. Niente viene lasciato senza spiegazione. Tutto deve essere chiaro e distinto, posto in primissimo piano, senza alcuna attenzione per lo sfondo e per la prospettiva umana.
Cito dalla Bibbia:
Dopo questi fatti Dio tentò Abramo, e gli disse: Abramo! Ed egli rispose: Sono qui!

Qui dove? Nulla è spiegato. Dove si svolge il colloquio, da dove arriva Dio, perché decide di tentare Abramo. Cosa che invece uno Zeus omerico avrebbe spiegato, parlandone amabilmente con Era o con Apollo o con la sua prediletta Atena. Secondo Auerbach gli scrittori della Bibbia hanno precorso addirittura Einstein nei concetti di spazio e di tempo mentre Omero rimane ancorato alle poche dimensioni della geometria euclidea. I suoi personaggi sono standardizzati, rimangono uguali a se stessi anche a distanza di decenni, come succede a Ulisse e alla sua sposa Penelope. I personaggi biblici, invece, non sono descritti, ma per questo sono più concreti, perché hanno infinite sfaccettature implicite.
Un’altra differenziazione viene effettuata sulla base del censo. Gli scrittori pagani (da cui deriviamo le influenze più dirette) operavano una discriminazione sulla base dell’importanza sociale del personaggio. Il loro realismo nel narrare solo di quelli che contano è condizionato dalla concezione della società. La Bibbia, invece, dà spazio ai re così come ai servi e di ognuno rivela eroismi e ignominie, esponendo il conflitto spirituale che è proprio di ogni essere umano.
Gli scrittori pagani (parliamo soprattutto di quelli latini) da Petronio in poi aggiungono al loro realismo una forma di distacco dalle cose narrate che si esplica nell’ironia. Ironia che poi non è che un modo di giudicare e di essere moralisti. Una polemica mascherata da olimpico distacco.
Gli scrittori biblici, invece, sono scrittori della realtà e della verità (naturalmente le loro realtà e verità, non parliamo di concetti assoluti), quindi non pongono schermi tra sé e la materia di cui scrivono. Accolgono con rispetto anche la parte più abbietta degli esseri umani. Non condannano, lasciano al limite che sia il lettore a farlo. Mentre gli scrittori omerici (tra cui i latini) condannano nel momento stesso in cui scrivono, quindi deformano e squalificano. Non portano una testimonianza, portano un’opinione.
Ecco quindi il bivio tra letteratura italiana e letteratura nord-europea. Lo stile più propriamente biblico comporta la scoperta dell’intimità spirituale, della centralità dell’uomo, comporta anche l’avvento della prima persona singolare nella letteratura europea. Quella che nel cinema si chiama soggettiva.
Gli eroi omerici, invece, non godono del dono dell’intimità. Sono osservati, non osservatori.
Secondo il saggio di Pasqualino, la stessa psicanalisi trova una base nella Bibbia, come dimostrano gli episodi dell’interpretazione dei sogni del faraone (le sette vacche magre e quelle grasse) e di Nabucodonosor (il sogno della statua enorme dai piedi di argilla). L’atteggiamento biblico penetra il senso della realtà e dell’esperienza umana.
L’atteggiamento omerico descrive ciò che vede, senza reale partecipazione.
Da tutto questo si ricava che dobbiamo i capolavori dell’introspezione, siano essi letterari o cinematografici (vedi Ingmar Bergman) alla libertà di leggere, frequentare e interpretare la Bibbia garantita dalla Riforma protestante. Oggi, è notizia di pochi giorni fa, anche la Chiesa di Roma è giunta alla conclusione che si deve incentivare lo studio della Bibbia da parte dei giovani. Uno studio che deve prescindere dal contesto religioso. Il libro per eccellenza dovrebbe essere sottoposto all’attenzione degli studenti non in quanto fondamento del Credo cristiano (ed ebraico) ma in quanto testimonianza letteraria di altissimo valore.
Iniziativa lodevole, ma non ho molte speranze. Da quanto mi risulta nelle scuole italiane è già tanto se agli studenti viene concesso di sapere che un tizio cieco di nome Omero ha scritto due cosucce intitolate Iliade e Odissea.

giovedì 17 febbraio 2011

Sara' che noi siamo di un altro lontanissimo pianeta

La riflessione nasceva da un commento lasciato da Morgan Palmas sul blog di Remo Bassini nel maggio del 2007, ma resta validissima a mio parere. Quindi...

"Gli Italiani leggono sempre meno perché siamo un po’ tutti “napoletani” (lo scrivo con nessun intento offensivo, anzi, grande ammirazione per la città di Napoli), ma è risaputo che lì in particolare ci si arrangia giorno per giorno alla meglio come in nessun altro luogo di Italia, là ho visto le cose più incredibili nella vendita. E leggere è difficile, richiede tempo, concentrazione, calma… nessuna scorciatoia, prendere in mano le perle della letteratura classica non è facile se si vuole andare in profondità.
E leggere non ti fa diventare ricco economicamente , obiettivo principale di tanti giovani."
Una riflessione amara, quella di Morgan. Che spiega anche il titolo che ho voluto dare a questo post. Noi, inteso nel senso di noi che amiamo leggere, parlare, comunicare, scrivere, anche incazzarci, comunque condividere, apparteniamo sul serio a un altro lontanissimo pianeta? Alle volte mi viene da pensarlo perché non riesco a capire. Non penso di essere tanto vecchia da aver posto una distanza abissale tra me e le cosiddette nuove generazioni. Storco il naso davanti a fenomeni come Il Grande Fratello, ovvero la patria stessa del "provarci tanto per provarci, allo scopo di esserci, diventare famosi, arricchirsi". Poi mi è capitato di conoscere alcuni dei concorrenti, alcuni dei vincitori. E ho scoperto delle persone che studiano (non solo recitazione), che hanno una laurea, che pensano con la propria testa, che sanno esprimere un'opinione di senso compiuto, che hanno una profondità d'animo. Allora capisco che, anche se non sono la maggioranza, ci sono persone che scelgono di usare i mezzi che questa società mette a loro disposizione, per emergere. E non al solo scopo di arricchirsi (scopo che comunque non fa schifo a nessuno, siamo onesti), ma per farsi conoscere, per avere voce in capitolo o semplicemente per fare quello che era il loro sogno fin da bambini. Recitare in un film, condurre una trasmissione, entrare in un giornale, pubblicare un libro. Tutte cose che hanno strettamente a che fare con l'apparire e che, proprio per questo, vengono guardate con sospetto più o meno da tutti. Noi compresi. Noi che ci consideriamo degli alieni in una società che ha abdicato alla profondità in favore della velocità. Una società che consuma immagini, volti, parole, anche libri. Una volta un volume pubblicato guadagnava una sorta di esistenza che niente aveva da invidiare a quella di un essere umano. Passavano gli anni e comunque il volume esisteva, c'era, si poteva acquistare. Oggi, dopo pochi mesi, un libro è morto, fuori produzione, andato. Proprio come certi personaggi della tv. E non è detto che questa selezione feroce come e più di quella darwiniana, lasci in superficie il valore. Ci sono libri bellissimi ormai introvabili. E c'è una società, quella italiana, che legge troppo poco perché non ha tempo, perché ha altri hobby, perché quello che c'era da sapere lo sa di suo (sto citando frasi riportate nei commenti del post di Remo). Eppure quando un libro merita, quando viene messo nelle mani di un non lettore e consigliato caldamente, quando si riesce a superare la diffidenza... A TUTTI PIACE LEGGERE. L'abbiamo sperimentato anche con i nostri romanzi. Ci sono stati parenti miei e di Loredana che non avrebbero letto neanche un libretto d'istruzioni e invece si sono appassionati e hanno continuato a leggerci man mano che pubblicavamo. C'è stata un'amica che ha perso il sonno, nonostante il lavoro e una bambina piccola, per arrivare alla parola fine di un nostro romanzo. Allora capisco che non è vero che apparteniamo a un altro lontanissimo pianeta. E' che ci siamo lasciati togliere il gusto del nostro tempo, dei nostri sogni, della nostra fantasia. Per questo non sono d'accordo nelle condanne più o meno unanimi nei confronti di Moccia, di Harry Potter o comunque di quei libri che sono diventati fenomeni di costume, indipendentemente dal valore letterario. Perché un libro che piace, che costringe milioni di adolescenti a leggere è, l'ho detto fino alla nausea e continuerò a ripeterlo, una porta aperta attraverso la quale altri libri, altre idee, altri sogni troveranno posto nelle menti di giovani e meno giovani.
A mio parere bisogna lavorare per questo.

venerdì 11 febbraio 2011

I cinque libri fondamentali di LORY

Quelli che sto per citare non sono i miei cinque libri preferiti. Piuttosto sono quei libri che, in un modo o nell'altro, hanno lasciato una traccia nella mia vita. Probabilmente ne ho dimenticato più di qualcuno, ma le pagine lette sono tante e la memoria ogni tanto si prende il lusso di una piccola vacanza. 

Ho cominciato presto a leggere e, una volta esaurite tutte le fiabe, ho avuto in dono il mio primo vero libro: “CUORE” di Edmondo De Amicis. E’ stato un testo fondamentale nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza e credo che meriti il primo posto nella mia lista oltre al posto d’onore nella mia libreria.


Il primo giorno di scuola

Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di mala voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica duravan a fatica a tenere sgombra la porta.


Dopo “Cuore” cominciai a divorare tutta la letteratura per ragazzi che mi capitò a tiro, ad eccezione della saga di Louisa May Alcott alla quale preferii le appassionanti storie di Giulio Verne (la Alcott però doveva essere nel mio destino perché molti anni più tardi quando qualcuno mi regalò “Un lungo fatale inseguimento d’amore”, che non mi sento di consigliare) e del suo fantomatico capitano Nemo.

Gli anni del liceo furono stimolanti sotto questo punto di vista, ricordo una serie infinita di titoli e generi diversi, dalla letteratura italiana classica che rientrava nel programma di studio, a titoli di autori contemporanei italiani e stranieri. Ma il libro che influenzò la parte più nascosta di me, quella che faceva (e fa tuttora capo) alla mio bisogno di scrivere fu senza dubbio “L’AZTECO” di Gary Jennings, una sapiente mescolanza di storia e fantasia sciorinata in oltre mille pagine di piacevolissima lettura.


(il brano che segue non è l’incipit ma una parte del Dixit )


Mio signore,

Perdonami, mio signore, se non conosco i titoli ufficiali e onorifici che ti spettano, ma confido di non correre il rischio che tu, mio signore, ti ritenga offeso. Sei un uomo, e non un solo un uomo tra tutti gli uomini ch’io ho conosciuto nel corso della mia vita si è mai risentito sentendosi dare del signore. Dunque, mio signore…

O forse Eccellenza?

Ayyo, è un titolo nobiliare anche più illustre… quello che noi di queste terre chiameremo un ahuaquàhuitl, un albero dalla grande ombra. Eccellenza ti chiamerò, pertanto. Tanto più mi colpisce il fatto che un personaggio di così eminente eccellenza abbia voluto convocare uno come me per dire parole alla presenza di Tua eccellenza…
Ma Tua Eccellenza desidera ascoltare che cosa io ero. Anche questo mi è stato spiegato. Tua Eccellenza desidera sapere che cosa il mio popolo, questa terra, le nostre esistenze erano negli anni trascorsi, nei covoni degli anni prima che piacesse al re di Tua Eccellenza e ai suoi portatori di croce e portatori di balestre, di liberarci dalla schiavitù della barbarie.

E’ esatto questo? Allora Tua Eccellenza non mi chiede una facile cosa. Come posso, in questa piccola stanza, con il mio piccolo intelletto, con il poco tempo che gli dei, che il Signore Iddio può avermi assegnato per giungere al termine del mio cammino e dei miei giorni, come posso evocare la vastità di quello che era il nostro mondo, la varietà delle sue genti, gli eventi dei covoni su covoni di anni?

Pensati, immaginati, raffigurati Eccellenza, come quell’albero dalla grande ombra. Vedine mentalmente l’immensità, i rami possenti e gli uccelli tra essi, il fogliame lussureggiante, la luce del sole sulle foglie, la freschezza che l’albero getta su una casa, una famiglia, la ragazza e il ragazzo che erano mia sorella e me stesso. Potrebbe, Tua Eccellenza, comprimere quell’albero dalla grande ombra nella ghianda minuscola che il padre di Tua Eccellenza ficcò un tempo tra le gambe di tua madre?

Yya ayya, ti sono dispiaciuto e ho sgomentato gli scrivani. Perdonami, Eccellenza. Avrei dovuto supporre che le copule in privato degli uomini bianchi con le loro donne bianche devono essere diverse – svolgersi con maggiore delicatezza – di quelle che li ho veduti imporre alle nostre donne in pubblico, con la forza. E, senza dubbio, la copula cristiana che generò tua Eccellenza, dovette esserlo ancora di più.


Tra gli anni del liceo e quelli immediatamente successivi avevo cominciato a fare conoscenza con colui che, più o meno inconsapevolmente, era destinato a giustificare il suo successo editoriale con i cosiddetti mostri sacri della letteratura internazionale: Stephen King. In una torrida estate degli anni ottanta, trascinata mio malgrado in una villa nascosta tra gli ulivi in quel di Barletta (era l’epoca in cui i figli andavano in vacanza con i genitori), pensai di esorcizzare il mio personalissimo getsemani chiudendomi nel sottoscala (unico posto dove era possibile godere un po’ di fresco) con ben tre dei romanzi di King in mio possesso. Fu così che mi imbattei in quello che considero il capolavoro di S. King: “IT”. I suoi romanzi successivi mi entusiasmarono meno fino ad arrivare alle letture, incompiute, di “Buick 8” e “L’acchiappasogni”. Ma si sa, il genio non sempre è inesauribile.


Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione non era stata ancora ripristinata.

Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando. Tamburellava sul cappuccio giallo del bimbo e suonava alle sue orecchie come pioggia su una tettoia: un rumore amico, quasi intimo. Il bambino con l’impermeabile giallo era Gorge Denbrought. Aveva sei anni. Suo fratello William, conosciuti fra i ragazzini della scuola elementare di Derry ( e anche fra gli insegnanti, che mai avrebbero usato quel soprannome in sua presenza) come Bill Tartaglia, era a casa a smaltire i postumi di una brutta influenza. Nell’autunno del 1957, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto anni prima dello scontro finale, Bill Tartaglia aveva dieci anni.


Le mie letture sono state sempre piuttosto variegate, come i mie coni gelato (Laura tuttora rabbrividisce quando mi vede mischiare fragola e cioccolato). Spesso sono state frutto di suggerimento, spesso sono sbocciate insieme alla mia voglia di assaggiare un po’ di tutto, senza privarmi di nulla, Topolino resta il mio fumetto preferito. Alcune volte è stato il caso a scegliere per me. In una delle mie rare visite a casa dei suoceri, mi imbattei in “UN UOMO”, di Oriana Fallaci. Ne sfogliai poche pagine, forse per darmi un tono, una nuance intellettuale e non riuscii a smettere. La storia d’amore della Fallaci con Alekos Panagulis mi conquistò così come la cronaca degli eventi della resistenza greca. E' un fatto che il famoso motto: “gli alberi muoiono in piedi” è uno dei miei preferiti e che quel libro non l’ho più restituito.


Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi,zi,zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi. Sottrarsene era illusione. Alcuni tentavano, e si chiudevano nella case, nei negozi, negli uffici, ovunque sembrasse di trovare un riparo, non udire almeno il ruggito, ma filtrando attraverso le porte, le finestre, i muri, esso gli giungeva ugualmente agli orecchi sicché dopo un poco finivano con l’arrendersi al suo sortilegio. Col pretesto di guardare uscivano, andavano incontro a un tentacolo e ci cadevano dentro, diventavano anche loro un pugno chiuso, un volto distorto, una bocca contratta. Zi, si,zi! E la piovra cresceva, si spandeva in sussulti, a ciascun  sussulto altri mille, altri diecimila, altri centomila. Alle due del pomeriggio erano cinquecentomila, alle tre un milione, alle quattro un milione e mezzo, alle cinque non si contavano più.


E per finire, per non dimenticare, mi piace pensare che uno dei libri che ha formato la mia coscienza civile e morale è “SE QUESTO E’ UN UOMO”, di Primo Levi, del quale, piuttosto che l’incipit, preferisco citare l’omonima poesia. E non credo di dover aggiungere altro.


Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un si e per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grambo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi, alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,
 
I vostri nati torcano il viso da voi.

Sicuramente nella mia vita incontrerò altri libri degni di essere menzionati, mi piace pensare che uno di questi sia il vostro... datevi da fare.
Lory

QUI il post originale

domenica 6 febbraio 2011

I cinque libri fondamentali per LAURA

Il post originale data aprile 2007, ma le cose non sono cambiate da allora.

Una pretesa assolutamente difficile quella di selezionare cinque libri tra le centinaia che ho letto da quando avevo sei anni ad oggi. Ci ho comunque provato e questi sono i risultati. 

Dalton Trumbo : E JOHNNY PRESE IL FUCILE

INCIPIT: Se quel telefono avesse smesso di suonare. Stava già abbastanza male senza bisogno di un telefono che gli trillava nelle orecchie tutta la notte. Dio se stava male. E non era neanche colpa di uno di quei loro aspri vini francesi. Nessuno poteva berne tanto da ridursi così. Aveva lo stomaco sconvolto. Possibile che nessuno si decidesse a rispondere al telefono? Pareva che squillasse in una stanza enorme, larghissima. Anche la sua testa era enorme. Telefono fottuto.

Questo romanzo è una denuncia della guerra e di tutto il bagaglio di assurdità che la contorna. Parla della prima guerra mondiale, ma il discorso è valido sempre. Il finale che è qui di seguito mi sembra, ancora oggi, tale da mettere i brividi. Questo, dei cinque, è l'unico che non ho riletto più volte, ma adesso che l'ho ripreso in mano, quasi quasi...

George Orwell: 1984

INCIPIT: Era una fresca e limpida giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso degli Appartamenti della Vittoria, ma non tanto lesto da impedire che una folata di polvere e sabbia entrasse con lui.
L’ingresso rimandava odore di cavoli bolliti e di vecchi tappeti sfilacciati. Nel fondo, un cartellone a colori, troppo grande per essere affisso all’interno, era stato inchiodato al muro. Rappresentava una faccia enorme, più larga di un metro: la faccia d’un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli. Winston s’avviò per le scale. Era inutile tentare l’ascensore. Anche nei giorni buoni funzionava di rado, e nelle ore diurne la corrente elettrica era interrotta. Faceva parte del progetto economico in preparazione della Settimana dell’Odio.

Se Orwell avesse saputo che la sua idea sarebbe servita per il più scemo dei reality...
Questo romanzo è stato una conferma, più che una scoperta, del valore degli esseri umani. Un valore che nessuna dittatura, mai, può permettersi di calpestare.

Frank Herbert: DUNE

INCIPIT: Nella settimana prima della partenza per Arrakis, quando era giunto a livelli quasi insopportabili il tramenio, una donna vecchia e vizza si presentò alla madre del ragazzo, Paul.
Era una notte calda e soffocante e Castel Caladan, e l’antico mucchio di pietre che era la dimora degli Atreides da ventisei generazioni dava quel senso di frescura umidiccia che preannunciava un cambiamento del tempo.
La vecchia fu fatta entrare da una porta laterale e condotta giù per lo stretto corridoio fino alla camera di Paul, dove poté spiarlo per un attimo mentre giaceva sul letto.
Una lampada schermata era sospesa vicino al pavimento. Alla sua mezza luce il ragazzo, ora sveglio, scorse il profilo di una donna corpulenta in piedi sulla soglia, accanto a sua madre. L’ombra della vecchia era quella di una strega: capelli simili a un’intricata tela di ragno le incappucciavano il viso; solo gli occhi brillavano, come gioielli.

L'ho riletto non so più quante volte, DUNE. Se qualcuno di voi ha visto il film... il libro, come sempre, è un'altra cosa. Mi ha sempre affascinato la capacità degli scrittori di creare tutto un mondo, con le sue regole, le sue leggi, le sue leggende, la sua lingua. Herbert è un grande, uno dei migliori in quel "gioco al creatore" che è poi la letteratura nella sua accezione migliore.

J.R. Tolkien: IL SIGNORE DEGLI ANELLI

INCIPIT: In una caverna sottoterra viveva uno hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, piena di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima.
Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d’ottone proprio nel mezzo. La porta si apriva su un ingresso a forma di tubo, come un tunnel: un tunnel molto confortevole, senza fumo, con pareti foderate di legno e pavimento di piastrelle ricoperto di tappeti, fornito di sedie lucidate, e di un gran numero di attaccapanni per cappelli e cappotti: lo hobbit amava molto ricevere visite.
Tolkien è il capostipite. Quello che ha immaginato tutto prima degli altri. Non capisco perché i valori di cui si fa portavoce siano stati usurpati da una certa mentalità destrorsa. Cosa c'è di meno fascista di un hobbit che non vede l'ora di tornarsene a casa a mangiare, bere e dormire. La figura dell'eroe suo malgrado nasce con Frodo Baggins e non ha ancora finito di dare frutti nella letteratura e nel cinema. Una figura nella quale tutti possiamo riconoscerci.
N.B. L'incipit che riporto è in realtà quello del libro "Lo Hobbit" che precede la saga del "Signore degli Anelli". Ma poiché spiega come sia successo che Gollum sia entrato in possesso del mitico anello (il mio tesssoro...), lo ritengo parte integrante del romanzo.

Marion Zimmer Bradley: LE NEBBIE DI AVALON

INCIPIT: Anche in piena estate Tintagel era un luogo tetro. Igraine, consorte del duca Gorlois, guardava il mare dal promontorio. Quell’anno le tempeste di primavera erano state più violente del solito, e giorno e notte gli scrosci delle onde s’erano abbattuti intorno al castello sicché nessuno riusciva a dormire e persino i cani uggiolavano lamentosamente.
Tintagel… alcuni credevano che fosse stato costruito sulle rupi all’estremità della lunga strada rialzata, nel mare, dalla magia dell’antico popolo di Ys.

L'ho letto almeno dieci volte. E mi ha affascinata ogni volta. Non è semplicemente un fantasy, è il passaggio da una civiltà all'altra. E' la malinconia di chi vede spegnersi ciò per cui ha vissuto. E' la resa di un potere sostanzialmente matriarcale all'avanzata maschilista portata in Britannia dal cristianesimo. Morgana è un personaggio che la Bradley ha saputo rendere vivo come mai nessuno prima. Non una fata, non una strega, ma una donna, una sacerdotessa, un'abile stratega che sacrifica i propri sentimenti per il bene comune e che, alla fine, riesce a vedere un lampo di speranza anche nella sconfitta.