Visualizzazione post con etichetta crisi economica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi economica. Mostra tutti i post

mercoledì 10 luglio 2013

Oro al dio mercato

Il 18 dicembre del 1935, in quella che venne considerata una delle più grandi mobilitazioni di spontaneo patriottismo mai vissute in Italia, 37 tonnellate d'oro, per la maggior parte sotto forma di fedi nuziali, vennero donate alla patria in risposta alle sanzioni inflitte all'Italia fascista per l'invasione del territorio etiopico. Ovviamente, nonostante gli annali annoverino numerosi nomi illustri tra cui quello della regina Elena e di Rachele Mussolini (che consegnò mezzo chilo d'oro e un paio di quintali d'argento), il grosso delle donazioni fu popolare. Donne e uomini che gettarono sulla bilancia gli unici monili mai posseduti: la fede nuziale e la catenina col crocifisso. Un gesto importantissimo. Un gesto anche doloroso, non tanto per il valore in sé, quanto per il simbolo. Se si escludono i ricchi di ieri e di oggi, la maggior parte di noi custodisce gelosamente gli oggetti d'oro e ne piange la perdita, in caso di furto o di necessità, lamentandone il valore sentimentale. La catenina del battesimo, l'orologio della cresima, l'anello di fidanzamento, la fede nuziale, gli orecchini per l'anniversario importante, il gioiello a ricordo della laurea. L'oro ha un valore che travalica le quotazioni. Anzi, lo aveva. Da quando la crisi ha addentato con ferocia le risorse delle persone comuni, di quelle che vivono di stipendio, si sono moltiplicati come virus malefici i cosiddetti compro-oro
Una vetrina oscurata, una scritta di colore squillante, un cubicolo e una bilancia, spesso taroccata, bastano e avanzano per lucrare sul bisogno. Perché è innegabile che c'è chi si trova con l'acqua alla gola ed è costretto, nella speranza di tirare avanti un altro mese, un'altra settimana, un altro giorno, a impegnare le gioie di famiglia. Oppure a venderle, commutando ricordi e dignità in un pugno di spiccioli. Provate a sostare fuori da un banco dei pegni o davanti a un compro-oro e a spiare i volti di chi ne esce. Sono i volti di chi, volontariamente costretto e l'ossimoro è voluto, si è dovuto arrendere e consegnare l'oro a una patria matrigna. Senza averne in cambio neanche le ossidate fedi di ferro che il regime fascista consegnò a imperituro ricordo del nobile gesto compiuto. Tutto normale. Tutto nell'ordine delle cose quando l'economia vacilla sull'orlo del baratro. Quello che non è normale, e non deve neanche sembrarlo, è che a questo mercimonio dei valori e dei ricordi prestino il volto artisti di una certa notorietà. Gente cui è stato affidato il compito di sminuire la portata del gesto, cedere aurei momenti della vita propria e della propria famiglia in cambio di spiccioli, e di renderlo auspicabile. Così vediamo un famoso attore comico, che di sicuro mai si è dovuto accostare a simile rinuncia, interpretare un vacanziero soddisfatto di aver venduto i monili di casa per potersi concedere una crociera. O un altro che vanta l'uso di un'apposita app per bloccare il prezzo più vantaggioso al grammo e poi correre a liberarsi dell'inutile bagaglio aureo. Magari per acquistare il nuovo modello di smart-phone. Una volta l'oro si dava alla patria. Adesso lo cediamo al rilancio dei consumi.

Laura Costantini

giovedì 20 dicembre 2012

La fine del mondo...

Ammettiamolo. Ci stiamo pensando. Sul serio. Domani sarà il 21/12/2012. La fine del mondo, secondo il calendario Maya. Il fatto che tg nazionali si sentano in dovere di dedicare servizi e approfondimenti all'evento, per spiegarci che la data è frutto di un'interpretazione sbagliata del calendario precolombiano, la dice lunga sulla presa che la profezia ha avuto in anni (pare se ne parli dal 1975) di martellamento mediatico. Adesso ci siamo. Solo che la fine non è un sipario che cala bruscamente. È un processo in divenire e lo abbiamo sotto gli occhi. La fine del mondo, del mondo come lo abbiamo concepito negli ultimi decenni, è accaduta. Anzi, continua ad accadere. E se il primo a decifrare il calendario Maya si è sbagliato sulla data, possiamo però dargli  ragione sull'annus horribilis che ci siamo trovati a vivere. Duemiladodici. Oltretutto bisestile, per non farci mancare nulla. Abituati come siamo a piangerci addosso, la fine del mondo per noi italiani passa dalla rata definitiva dell'Imu, dal carobenzina e dal calo dei consumi, prima ancora che dalla scoperta che i nostri amministratori, da qualunque lato dell'arco costituzionale provengano, son convinti di potere e dovere vivere a nostre spese. Abbiamo, tutti noi, pagato le cartucce dell'amministratore con la passione venatoria o le creme di bellezza dell'igienista dentale. Intanto da gennaio a oggi sono state moltissime (100? 120? 80?) le donne assassinate da uomini che le consideravano una proprietà inalienabile. Intanto un giovane su tre è disoccupato e lo resterà. Intanto la nostra principale risorsa, il patrimonio artistico, se ne va in malora. Pompei si sgretola. Gli scavi si ricoprono di terra e deve lanciare un appello un australiano, Russel Crowe, per perorare il salvataggio della tomba del gladiatore Macrino. Il comune di Roma 3 milioni di euro non li ha. Ma se alziamo lo sguardo dalle disgrazie nazionali vediamo che in Spagna si sono suicidati in 7 negli ultimi tre mesi. Erano stati sfrattati. La crisi economica picchia duro. Mai quanto le bombe. Decine, forse centinaia i morti per i bombardamenti israeliani contro la striscia di Gaza. Mai quanto un dittatore. Centinaia, forse migliaia, le vittime in Siria nello scontro tra ribelli e truppe del presidente Assad. Mai quanto le pistole. A Denver, quest'estate in dodici morirono in un cinema per il raptus di un folle. A Newtown, piccolo centro del Connecticut, sono morti in 26 sotto i colpi a bruciapelo di un ventenne disturbato. America sotto choc, Obama in lacrime, lobby dei costruttori d'armi decise a tenere la posizione a ogni costo.

Non sono le pistole a sparare, sono le persone.
Non sono gli speculatori, è la crisi.
Non sono gli amministratori ladri, è l'antipolitica.
Non sono gli uomini violenti, è il raptus.
Non sono i Maya, è che il mondo è già finito.

Laura Costantini

martedì 21 agosto 2012

Oggi su "La Sesia": In morte di uno di noi


N.B. Questo articolo è stato scritto immediatamente dopo l'uscita della notizia.
Il lancio d’agenzia è scarno. Poche righe affidate, nei telegiornali di domenica scorsa, alla voce dei conduttori. Angelo Di Carlo è morto. Un nome, un numero. Aveva cinquantaquattro anni e le foto sui quotidiani online lo ritraggono sorridente: baffoni da pirata, stempiatura importante e una coda di capelli scuri, da irriducibile. Da uno che non si rassegna alla calvizie, figurarsi alle avversità della vita. Eppure. Una notizia breve in un rosario di disgrazie: la crisi che brucia migliaia di miliardi, il rientro da bollino rosso che brucia carburante al prezzo di champagne, la stangata prossima ventura che brucerà gli stipendi di chi ancora un lavoro ce l’ha, l’anticiclone Lucifero che brucerà l’ultimo (si spera) scampolo di un’estate rovente, i piromani che bruciano boschi, riserve naturali, campeggi e parchi cittadini. In tutto questo bruciare si perde la morte di Angelo Di Carlo, che di fuoco è morto. Romano d’origine ma da anni residente a Forlì, Angelo era vedovo. Nelle poche righe disponibili la sua vita appare snocciolata come la scaletta di un tg: perse la moglie, perse il lavoro, era in lotta con i fratelli per una questione di eredità. Storia di tanti e forse per questo facile da riassumere senza alcuna specifica. Che lavoro faceva Angelo? Era un operaio, recita l’Ansa. Altri aggiungono che da tempo era in lotta con la precarietà. Aveva l’età giusta per appartenere a quella generazione che è cresciuta col mito del posto fisso per poi scoprire di essere arrivata a festa ormai conclusa. In ritardo su tutto e col dovere di accettare il diktat della flessibilità, dei co.co.co, dei contratti a progetto e della disoccupazione. E se ti ritrovi senza un lavoro a cinquantaquattro anni, che flessibilità vuoi sfoderare? Come fai a reinventarti? Angelo era uno di noi, uno dei tanti. Aveva anche un figlio e quelle poche righe del lancio d’agenzia ci indugiano sopra con accanimento giornalistico: al figlio ha lasciato una lettera in uno zaino e un’eredità di 160 euro. Forse è questo che ha pensato Angelo quando, tornato nella sua Roma, ha raggiunto la piazza davanti alla Camera dei Deputati e si è dato fuoco. Forse ha realizzato, durante il tragitto o mentre si cospargeva di liquido infiammabile, che quello fosse il valore di tutta una vita: centosessanta euro. Poi, quando le fiamme lo hanno avvolto, ci piace illuderci che abbia smesso di pensare, che abbia smesso di essere cosciente dello scempio che si era inflitto. A soccorrerlo, spegnendo le fiamme con un estintore, sono stati i carabinieri che vigilano su Montecitorio. Ma le ferite erano troppo gravi e dopo otto giorni di agonia, Angelo Di Carlo ha raggiunto lo scopo che si era prefisso: arrendersi. Un gesto eclatante, ma non sminuiamolo elevandolo a simbolo. La morte di Angelo ha un valore perché è la sua. Perché gli ha ridato un nome e un volto, dopo l’anonimato disperante nella folla di precari, disoccupati e disperati che stiamo diventando.

Laura Costantini

martedì 21 febbraio 2012

Oggi su "La Sesia": Quando papà dice no

Non che non se ne sia parlato. Ma la notizia ha subito ceduto il passo a questioni più importanti: le prediche anticlericali di Adriano Celentano sul palco dell’Ariston e la farfalla inguinale liberata da Belen in assenza di fiori festivalieri. Eppure quel NO, chiaro e forte, meritava una riflessione. Ci siamo passati tutti, a meno di non esser nati in una famiglia facoltosa. I bambini, si sa, vivono in un mondo tutto loro che raramente fa i conti con la realtà. Così può succedere che non ci si renda conto della situazione economica della propria famiglia. E va benissimo così, perché l’infanzia ha i suoi diritti, primo fra tutti quello di non farsi gravare addosso pensieri e responsabilità che attengono agli adulti. Poi il giorno della consapevolezza arriva. È inevitabile. A seconda della generazione può esser stata la richiesta di una Barbie superaccessoriata, di un Subbuteo, di un motorino, dell’ultima Playstation, di un iPhone. Egoisticamente ignari del conto in banca dei nostri genitori, ci siamo presentati loro con la richiesta delle richieste. Quella da cui, in quel momento, facevano dipendere la nostra felicità presente e futura. Il no era un’opzione che ci sentivamo in diritto di non prendere neanche in considerazione. Eppure quel no è arrivato, prima o poi, per tutti. E il velo pietoso dell’illusione è caduto. Abbiamo pianto, inveito, pestato i piedi, minacciato fughe se non soluzioni estreme. Ma non è servito. Non poteva servire davanti all’unico argomento incontestabile: non ci sono i soldi. È esattamente questa la realtà che papà Mario Monti ci ha sbattuto in faccia la settimana scorsa. E niente come il no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 ci ha dato la misura esatta dei nostri conti. Non ci sono i soldi. Avremmo dovuto saperlo, a fronte del giro di vite dato ai consumi, del rincaro dei carburanti, delle tasse a pioggia battente. E, in fondo in fondo, lo sapevamo. Ma se Monti avesse dato l’ok alla candidatura di Roma, tutto ci sarebbe apparso in una luce diversa. La luce che promana dai grandi progetti che possono pure restare sulla carta, tra un appalto truccato e l’altro, però danno l’impressione di magnifiche sorti e progressive. Come quando il passato governo quando ci abbagliava col miraggio di un avveniristico ponte sullo Stretto di Messina. Ma papà Monti è fatto di un’altra pasta. “Il governo non ritiene che sarebbe responsabile, nelle attuali condizioni dell’Italia, assumere l’impegno di garanzia dei costi delle Olimpiadi che il Cio richiede”. Poche, sobrie parole per ribadire il concetto: ragazzi, non ce li abbiamo otto miliardi e mezzo per non fare una brutta figura davanti al mondo. “Essendomi occupato di economia qualche volta - ha spiegato con la consueta ironia - so che […] ci possono essere scostamenti molto rilevanti fra preventivi e consuntivi”. Quindi inutile frignare e battere i piedi. Meglio distrarsi: pro o contro Celentano, pro o contro la farfallina di Belen.

Laura Costantini

giovedì 14 luglio 2011

La legna, l'inverno e le agenzie di rating

Vecchia barzelletta: un pellerossa va dallo stregone e domanda come sara' l'inverno a venire. Freddo, risponde lo stregone. Il pellerossa va a raccogliere legna. Un vicino di tepee lo vede e va dallo stregone. Come sara' l'inverno? chiede. Freddo. Ma freddo freddo? Freddo freddo, conferma lo stregone. E il pellerossa va a raccogliere legna. Lo scorge una squaw e va dallo dallo stregone. Come sara' l'inverno? Chiede. Freddo freddo. Ma freddo freddo freddo? Si', ratifica lo stregone. E la squaw va a fare scorta di legna. La vede il capo del villaggio e va dallo stregone. Come sara' l'inverno? Freddo freddo freddo, risponde. E da cosa lo arguisci? si informa il capo. Che ne so? risponde lo stregone, son tutti li' a raccogliere legna...
Ecco, io di agenzie di rating non ci capisco niente, ma ho come l'impressione che la logica con cui decidono che una nazione sia inaffidabile economicamente sia piu' o meno la stessa dello stregone indiano.