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sabato 13 gennaio 2018

Importunare le donne non è un diritto costituzionale dei maschi


Mi riaggancio alla polemica circa l'importanza della libertà 
di corteggiamento molesto, fondamentale per i maschi. 
E medito su uscite che, purtroppo, ho sentito e letto da donne. Quali? Sappiate che noi femmine siamo ipocrite perché facciamo tanto le schizzinose se qualcuno non proprio avvenente ci palpeggia, occhieggia, apostrofa e corteggia in modo che consideriamo molesto. Mentre non abbiamo niente da ridire se a farlo è un maschio attraente e/o danaroso. Questa la sintesi del pensiero comune corrente tra (molti, troppi) uomini e (molte, troppe) donne. 
E allora? chiedo.
Il corpo, il ginocchio, la coscia, il culo, le tette son tutti roba mia. Ci siamo? 
Ebbene, solo IO (nel senso di donna coinvolta) ho il diritto di decidere se e quanto e come e da chi desidero e/o accetto di essere toccata, palpata, apostrofata e/o corteggiata. 
Corteggiare (educatamente o in modo rozzo e volgare) NON è un diritto costituzionale concesso ai maschi. 
E sentir dire che una donna è ipocrita se accetta la strizzata d'occhio dal collega giovane e carino mentre si infastidisce se arriva dal capo-reparto per nulla attraente mi fa infuriare. Stessa cosa quando si giudica una donna perché accetta un passaggio dall'uomo ricco e potente e non dallo spiantato. 
E allora? Quando ero ragazzina si diceva una cosa che pare si sia dimenticata: "Io sono mia". Proviamo a ricordarcelo.
Io sono mia e io decido se tu, maschio interessato, bello, brutto, ricco, povero, educato o maleducato puoi o non puoi relazionarti con me.

P.s. Questo non ha nulla a che spartire col discorso denunce per molestie. Perché la molestia è una cosa grave e, ve lo assicuro, una donna sa sempre se viene molestata. Anche se a farlo è un modello bellissimo come quello della foto.

lunedì 20 luglio 2015

Ebbene sì: esiste il FEMMINISMO ROSA


Rifletto. Mi capita. Anzi, direi che è la mia attività principale. E non sono uno specchio. Okay, la battutaccia la dobbiamo al caldo. Ma, dicevo, rifletto. Chi mi segue sa che da tempo mi interrogo sulla scrittura. E sulla scrittura delle donne. Ho intervistato un bel po’ di autrici, ne ho ricavato un saggio (https://www.bookrepublic.it/book/9788896656815-scrivere-non-e-un-mestiere-per-donne/) e non ho mai nascosto il fastidio che provo per il radicato pregiudizio in base al quale a una firma di donna in copertina, corrispondano per forza pagine dedicate a una storia d’amore. Un fastidio spesso condiviso dalle autrici che ho intervistato. Averne parlato mi ha procurato non pochi scontri con lettori/scrittori maschi convinti che il sillogismo sia “le donne parlano solo d’amore – le donne scrivono libri – i libri delle donne parlano solo d’amore”. Potremmo facilmente dimostrare che non è così, ma non è di questo che voglio parlare adesso. Perché l’amore è l’argomento principe del 99,9% delle storie da che esiste la scrittura. E anche prima. Raccontarne è una pulsione insita nell’animo umano, a prescindere dal cromosoma X o Y. La questione è come lo si racconta. Ed è qui che voglio introdurre il concetto di “femminismo rosa” per il quale rimando al blog di Mara Roberti https://rosapercaso.wordpress.com/ con un sottotitolo che è tutto un programma. Ovvero “O di come una femminista convinta iniziò a scrivere rosa”. Una dichiarazione che è un distillato di coraggio perché l’immagine che si associa oggi al termine femminista è descritta da poche parole: brutta, vecchia, zitella, acida. Non conosco personalmente Mara Roberti ma sono certa che neanche una di queste quattro categorie le appartenga. Mentre sicuramente le appartengono intelligenza e ironia, quelle con cui affronta l’apparente dicotomia tra l’essere femminista e lo scrivere storie d’amore. Il femminismo rosa esiste. Lei lo ha messo nero su bianco, ma a ben guardare è sempre esistito. Riconoscerlo è facile. Ogni volta che un romanzo ci propone figure di donne descritte a tutto tondo, con pregi e difetti, capacità e carenze, momenti di forza e attimi di debolezza. Ogni volta che non si indulge nello stereotipo della fanciulla in difficoltà che mai verrebbero superate se non intervenisse il principe di turno. Ogni volta che la conquista e l’espressione del sentimento non sono il solo motivo di vita per la protagonista. Ogni volta che i ruoli non sono cristallizzati in preda e cacciatore, in candida colomba e lupo tenebroso. Ogni volta che la storia d’amore è, anche, storia di vita, percorso di realizzazione, ricerca del meglio per sé. Ritengo che le scrittrici abbiano, oggi più che mai,  compiti importanti: spezzare i limiti della banalizzazione, mostrare al lettore donne vere, persone complete. Non vuol dire rinunciare alla storia d’amore. Tutti i libri ne contengono una, anche quelli del più macho degli scrittori. Ma mettere nero su bianco un rapporto paritario. E reale. Perché di donne disposte a perpetuare lo stereotipo dell’angelo del focolare se ne incontrano sempre meno. Per fortuna.

p.s. se vi va, sull’argomento c’è la mia chiacchierata con Florelle

martedì 12 marzo 2013

Ma il femminismo si porta ancora?

L'otto marzo è trascorso. Con tutto il corollario di banalità e opposte tifoserie: mimose sì, mimose no, spogliarello maschile sì, spogliarello maschile assolutamente no, festeggiare, rimpiangere, lottare, desistere. È trascorso mentre si filosofeggia se sia giusto parlare di femminicidio ed esistono voci per le quali alle donne delegare il potere all'uomo fa comodo. È trascorso e nessuno, in Italia, è insorto contro la convinzione che definirsi femministe sia oggi velleitario, fuori moda, anche ridicolo. Eppure. Ieri la regina Elisabetta II d'Inghilterra ha firmato un documento che abolisce la discriminazione di genere in tutti i paesi del Commonwealth. Un atto importante, affidato a un'ultraottantenne che, da cinquant'anni, dimostra al mondo che donna di potere si può. Regina per mancanza di eredi maschi Elisabetta, decisa a non lasciare lo scettro in mano a un primogenito inadeguato e a spianare la strada alla successione automatica per una primogenita, pur circondata da fratelli. E la notizia è che si debba, ancora, firmare una carta di parità e una legge per sancire che sul trono può salirci una femmina. Ma dirci femministe è fuori moda, sia chiaro. Perché le donne hanno conquistato tanto. Ci viene ricordato ogni santo giorno che possiamo, ormai, essere medici, soldati, manager. Lo recepiscono anche gli sceneggiatori. E allora capita di vedere un film come "New in town". Renee Zellwegger è una manager elegante, single, ambiziosa (e non è un complimento) e aggressiva (idem). Le affidano uno stabilimento in perdita nel Minnesota e lei inanella una sequela di figuracce e gaffes che, comunque, le garantiscono l'attenzione di Ted. Sindacalista, pompiere, volontario, figaccione. Renee risolleva le sorti dello stabilimento, si innamora del figaccione, le viene proposta la poltrona di vicepresidente della società e, indovinate? rinuncia per vivere, due cuori e un pick-up in quel del Minnesota. Non è evidente che dirci femministe è obsoleto? Eppure. Mai sentito parlare di Sheryl Sandberg? Ha 44 anni, è bella, è ai vertici di Facebook dopo una carriera da spaventare tra laurea prestigiosa e collaborazioni con la Casa bianca ai tempi di Clinton, ha due figli piccoli. Ed è proprio lei, con un reddito da venti milioni di dollari l'anno, a rilanciare il femminismo come necessario. Promotrice del movimento internazionale Lean In (facciamoci avanti), ha raccontato, in occasione della presentazione del suo saggio sulla condizione femminile nel mondo, un aneddoto illuminante. Sua figlia è alle elementari e si è "fidanzata" con un coetaneo. Tutti e due da grandi vogliono fare gli astronauti. Ma la bimba ha confidato a Sheryl che vorrebbero anche dei bambini e se uno dei due deve restare a casa a badarci, quella per forza di cose è lei. E piangeva dicendolo. Questo ha raccontato Sheryl Sandberg. Perfino la figlia di una delle manager più importanti del mondo, perfino così piccola, ha già metabolizzato che nascere femmina è un handicap e che, a parità di aspirazioni e di capacità, costringe a fare un passo indietro. Per questo Sheryl ha deciso che il femminismo non è passato di moda. Anzi. Laura Costantini

venerdì 19 novembre 2010

Io volevo essere Sandokan

Sono sempre stata una bambina anomala. Mentre le mie coetanee (parliamo di scuola elementare) leggevano a malapena il sussidiario o, al massimo, "Topolino", io mi appassionavo all'intera saga di Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. E proseguendo nelle letture da maschio (cosi' venivano considerate all'epoca) scoprivo Jules Verne. Sono stata tarda nell'arrivare a Emilio Salgari, ma basto' il mitico sceneggiato televisivo firmato da Sergio Sollima, perche' mi buttassi a pesce sull'opera omnia di quello che rimane uno dei miei autori preferiti. E qui arriviamo alla vera stranezza. Inebetita dalla bellezza di Kabir Bedi (per me Sandokan e il Corsaro Nero hanno e avranno per sempre la sua faccia), non ho mai sognato di essere la bella di turno (Marianna alias Perla di Labuan oppure Honorata van Gould). Io volevo essere LUI. Volevo il ruolo dell'eroe, di quello che lotta, soffre, sfida, viene ferito, rischia la pelle, arringa la ciurma, si mette al timone durante la tempesta, piange calde lacrime quando perde l'amore della sua vita, ma risorge dalle sue ceneri in nome di ideali piu' grandi. All'epoca non mi rendevo conto della stranezza di queste sensazioni. Poi ho cominciato a elaborare, attraverso romanzi e film, che in realta' il maschio e' quello che si diverte di piu'. Quello che parte per la guerra o verso nuovi orizzonti e lascia lei a casa, a salutarlo col fazzolettone e a tessere, ricamare, sferruzzare sospirando in attesa che l'eroe ritorni. E se poi l'eroe non ritorna, lei piange, si dispera, a volte si suicida, si veste comunque a lutto e vive nel ricordo imperituro. Ora, senza nulla togliere al valore dei sentimenti (sono una romanticona), potrete convenire con me che essere Sandokan, la Tigre della Malesia, destinato a contrastare validamente il bieco invasore inglese sia decisamente piu' appagante che non vestire i panni della languida Marianna, la Perla di Labuan, modernissima nel mollare tutto per seguire il proprio uomo (lei bianca e nobile, lui un delinquente, seppur di nobili origini) ma comunque destinata a cuocergli il riso, lavargli le casacche e, all'uopo, morire di tragica morte per lasciarlo libero di puntare verso nuove ed entusiasmanti avventure a fianco del fido Yanez.
Con questo non voglio dire che Salgari sia stato un maschilista, anzi. Per l'epoca fu moderno e spregiudicato al punto di immaginare eroine avventurose come Jolanda (la figlia del Corsaro Nero) o la Favorita del Mahdi. Ma le figure femminili in letteratura hanno risentito da sempre della classica divisione dei ruoli: la donna a casa, l'uomo fuori a caccia, alla guerra, a farsi gli affari suoi. Facendo un volo pindarico, segnalo una fiction Rai appena terminata: "Ho sposato uno sbirro 2". Flavio Insinna e' un vice questore aggiunto a Roma, Christiane Filangieri e' sua moglie, un'ispettrice di polizia. La serie ha affrontato, in toni da commedia ma efficacemente, il problema di una donna poliziotto, madre di due gemelle e moglie del proprio capo, che pretende di svolgere il proprio lavoro esattamente come fa lui, cioe' correndo i propri rischi. Cosa che ovviamente mette in crisi nera la coppia. Nella fiction, com'e' giusto, tutto si risolve. Ma nella realta' non e' cosi' e io continuo a sentirmi una strana perche', a distanza di anni, continuo a preferire essere Sandokan.