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giovedì 17 novembre 2011

I miei articoli per "La Sesia": L'esempio di Lavinia

Sarebbe facile raccontare di un uomo cui, volenti o nolenti, stiamo affidando la speranza di uscire alla meno peggio dalla crisi. Commentare la differenza di stile di un signore che, tra applausi e flash, sussurra alla guardia del corpo: “Ma dopo non sarà così, vero?”. No, professor Monti, non sarà così. Arriveranno i fischi, le critiche. Ma non parleremo di lei e della sua splendida giornata. Parliamo di Lavinia e dei pregiudizi di cui siamo tutti schiavi. Lavinia ha trent’anni, è di Roma. Lavora presso un centro estetico. È una nail-artist, una di quelle pazienti artigiane che armate di boccette e pennellini trasforma le unghie delle donne in manifesti della volontà di apparire. A volte sono trash quelle unghie. Ma sono frutto di ore di lavoro, chine sulle mani della cliente, una mascherina sulla faccia per difendersi dalla polvere del gel e delle unghie che vengono modellate con la fresatrice, guanti di lattice che lessano le dita. Quelle della nail-artist che rende splendenti le unghie della cliente e macera le proprie nel sudore di ore di lavoro. Guadagna bene, Lavinia. Saltare un appuntamento vuol dire pietire per trovare spazio nei giorni successivi. Lavinia non è padrona di avere la febbre o di essere stanca. Ma non le pesa. Come probabilmente non le pesa la consapevolezza che le donne giovani o meno giovani che le si alternano davanti pensino a lei come una che non ha avuto ambizioni. Che non aveva voglia di studiare. Che ha scelto la strada più facile. Una con cui parlare del più e del meno. Del tempo, delle notiziole di gossip sui rotocalchi, degli ultimi colori moda lanciati dal Cosmoprof. Non sappiamo se valga anche per voi, ma chi scrive questo errore lo ha fatto. Almeno fino a quando, indecisa tra un gel trendy color tortora e uno verde Tiffany, ha fatto una scoperta. Lavinia non ha sempre desiderato spennellare unghie e sagomare french. Lavinia ha frequentato il liceo linguistico, poi si è iscritta a Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Per chi non lo sapesse, la principale università romana è una sorta di girone dantesco che sforna, per lo più, studenti confusi e fuori corso. Lavinia no. A lei studiare piaceva, era in regola con gli esami, era al secondo anno di corso quando, racconta, si è seduta a tavolino e ha guardato in faccia la realtà. E la realtà erano lei e la sua mamma, due donne sole e la necessità di contribuire al bilancio familiare. “Non conoscevo nessuno, sarei stata una dei tanti avvocati tirocinanti che scarpinano tra studi e aule di tribunale, senza neanche un rimborso spese.” Ha pianto Lavinia, ha sofferto. Ma ha capito che anche i sogni hanno un prezzo e il suo era troppo caro. Si è guardata intorno. Un corso di ricostruzione unghie ed eccola qui. È brava Lavinia. E non ha rimpianti. Ma sarebbe bello se il professor Monti, che si schermisce dagli applausi, tra lacrime e sangue inserisse almeno una speranza per chi vuole ancora permettersi i sogni.

Laura Costantini

lunedì 14 novembre 2011

mercoledì 2 febbraio 2011

I miei articoli per "La Sesia": Due paesi a confronto

Geograficamente siamo seduti su una pentola a pressione. Le immagini della rivolta in Egitto riempiono le pagine dei giornali e gli schermi delle tv. Orde di turisti spaventati bivaccano negli aeroporti in attesa di essere riportati a casa. Le unità di crisi avvertono di tenersi alla larga dal paese del sole perenne, delle piramidi, delle vacanze esotiche low cost. Gli italiani fuggono da Sharm El Sheik e guardano gli egiziani scendere in piazza per chiedere le dimissioni di un presidente che non vuole saperne di mollare la poltrona. Li guardiamo con sconcerto. Come se quelle manifestazioni di ragazzi che gridano slogan contro un governo vecchio e corrotto non si fossero svolte anche da noi. Come se non ci fossero nelle piazze italiane gazebo dove si raccolgono firme per chiedere le dimissioni del presidente. Il nostro presidente. A ognuno il suo faraone, ha ironizzato domenica scorsa D’Alema ospite di Lucia Annunziata. A ognuno la sua storia. E se c’è una cosa che noi abbiamo in comune con l’Egitto è di sicuro un patrimonio storico e culturale enorme. Un patrimonio che ci appartiene ma che siamo chiamati a custodire e difendere in nome di tutta l’umanità. E l’immagine che più colpisce, tra quelle che in barba alla censura giungono a getto continuo dall’Egitto, si riferisce ai cancelli del Museo Egizio del Cairo. Le mura sono state imbrattate dalla vernice di scritte indecifrabili. Nei corridoi, tra le vestigia di una delle civiltà più grandi che questo pianeta abbia prodotto, si aggirano soldati in mimetica e mitraglietta spianata. Alcune vetrine sono infrante, alcuni reperti sono danneggiati, due mummie sono state decapitate. Ma fuori dai cancelli, senza altra autorità che la propria appartenenza a quel paese, a quella cultura, c’è una folla di persone che vuole proteggere il Museo e tutto ciò che contiene. C’è un uomo che, con le lacrime agli occhi, afferma che tra quelle mura è custodita l’anima stessa dell’Egitto e che loro, a mani nude e senza alcuna divisa addosso, la proteggeranno perché in quell’anima si riconoscono, di quell’anima sono figli. Il patrimonio artistico, storico e culturale che l’Italia è chiamata a custodire è ancora più importante, ancora più imponente di quello prodotto all’ombra delle piramidi. Ma non è facile immaginare ronde di cittadini italiani inermi far barriera davanti ai Musei Capitolini, agli Uffizi, all’arena di Verona o al Duomo. Immaginarci pronti allo scontro fisico, al rischio della nostra incolumità per tenere i balordi, i razziatori, i vandali lontani dalla bellezza immortale che questo paese ha saputo produrre nei secoli e nei millenni. Si tratterebbe di combattere per la cultura, per un senso di appartenenza. Per qualcosa che non siamo in grado di quantificare se ancora oggi, nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, siamo lì a disquisire sulle colpe di Garibaldi, di Cavour, di Vittorio Emanuele II. E sul nostro sentirci padani, terroni o ladroni romani.

Laura Costantini