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mercoledì 25 luglio 2012

Accedeva 14 anni fa...


Quello che riporto è lo scherzoso articolo che compilai il giorno in cui mia nipote Lara è venuta alla luce. Sono trascorsi esattamente 14 anni e lei, come prometteva quel giorno, è diventata il nostro orgoglio. L'unico difetto che le riconosco è di essere cresciuta troppo in fretta. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per coccolarmela....

p.s. nella foto di anni ne aveva solo 12.




E’ nata a Monaco di Baviera l’attesa erede della coppia Binaco-Costantini.
La cicogna di Lara si posa sulla Geisenhofer Klinik

Impenetrabile il cordone sanitario voluto dalla famiglia per proteggere la privacy della piccola.

Monaco - ‘E’ venuta alla luce alle 10 e 23 del 25 luglio 1998, madre e figlia godono di ottima salute’. Il comunicato, scarno come di consuetudine, è stato diffuso alle 12,50 di sabato 25 luglio da un portavoce della famiglia allo scopo di allontanare il capannello di giornalisti e fotografi che si era formato davanti all’ingresso dell’esclusiva clinica privata di Monaco di Baviera. Inutile insistere per ottenere maggiori particolari: la cicogna di bronzo che sovrasta l’entrata della ‘Dr. Geisenhofer Klinik’ ha tenuto fede al proprio compito. E questo è quanto.
Ma, nonostante il personale sia quanto mai abbottonato, nelle ore successive alla nascita le notizie sono cominciate a trapelare. La madre, Elisa Costantini, 30 anni, nota a livello internazionale per il suo passato di ballerina classica, attualmente costumista e insegnante di danza di grido, era stata ricoverata il 24 luglio per un inizio di contrazioni dopo una gravidanza trascorsa senza alcun disturbo. Nulla, quindi, lasciava presagire difficoltà per il parto al punto che il padre, Marco Binaco, sottufficiale dell’Aeronautica militare italiana attualmente in forza all’agenzia Nato che si occupa della costruzione del caccia ‘Eurofighter 2000’, è stato raggiunto a casa dalla comunicazione che sua moglie era in camera operatoria. Una sospetta sofferenza cardiaca da parte della bambina ha convinto l’équipe medica della clinica ad optare per un parto cesareo.
Lara, questo il nome scelto dai genitori, pesa 3 chili e 130 grammi, è lunga 52 centimetri ed ha sicuramente la voce più acuta tra tutti i piccoli ospiti della nursery della clinica. Per il momento viene tenuto top secret il giorno in cui mamma e piccola verranno dimesse dalla clinica. Ma i paparazzi sono già appostati, complici i folti alberi dell’Englischer Garten, e difficilmente la signora Binaco potrà evitare di essere immortalata.
Laura Costantini

giovedì 15 settembre 2011

Se solo ricordassi la tua voce



Il mio papa' avrebbe 74 anni. Li compirebbe il prossimo 5 ottobre. Il mio papa' avrebbe tantissimi capelli bianchi, lucidi, che tratterebbe con cura portando sempre con se' il pettinino da tasca. Il mio papa' starebbe combattendo contro il diabete alimentare e sarebbe sempre e comunque affamato di dolci. Il mio papa' sarebbe innamorato perso delle sue nipotine, Lara e Valentina. Il mio papa' avrebbe imparato ad usare il computer e si sarebbe scaricato da Youtube brani di opera, concerti introvabili e, detto tra noi, anche qualche foto di donnine nude. Pero' il mio papa' e' morto il 15 settembre del 1994, portato via da una malattia infame. Aveva solo 57 anni. Di lui, fisicamente, resta un'urna di ceneri custodita nel piccolo cimitero di Frascati, la cittadina dove era nato. Non ci vado mai al cimitero, io. Perche' il mio papa' me lo porto dentro ogni santo giorno. Oggi piu' degli altri. Ma c'e' una cosa che ho perso di lui: non ricordo piu' il suono della sua voce.

sabato 10 settembre 2011

9/11: tu dov'eri?


In questi giorni è la domanda più gettonata, quella si sente ripetere dappertutto. Dov’eri, cosa facevi, cosa pensavi quell’11 settembre 2001? Ha percepito subito il respiro infuocato della storia, oppure il timore ha cancellato qualsiasi altro pensiero? Hai avuto paura?
Io ero a lavoro. All’epoca scrivevo da giornalista esterna per alcuni tra i maggiori settimanali italiani. Era un giorno di quelli che vorresti per tutta l’estate. Cielo azzurro, sole smagliante, colori accesi, brezza fresca. Uno splendore pre-autunnale che dominava di qua e di là dell’oceano Atlantico. In Italia era l’ora quieta del dopo pranzo. Una scrivania, un telefono, un computer. Non ricordo cosa pensassi, lo confesso. Ricordo che non stavo scrivendo un articolo, forse ero alla ricerca di una notizia, forse lasciavo galleggiare i pensieri nei territori per me sempre fertili della fantasia. Da un’altra stanza dell’agenzia per la quale lavoravo, un service di giornalisti e fotografi, arrivò un collega. Lui parlava le lingue, si occupava dei rapporti con le testate estere. Era pallido e disse una cosa che nessuno di noi, in quel momento, riuscì a capire: “Un aereo di linea si è schiantato contro il World Trade Center.” Un incidente, grave sicuramente. Ma un qualsiasi incidente aereo, come se ne vedono tanti. Il collega, Marco, tornò di là, lasciandoci a commentare un fatto che non lasciava presagire qualcosa di epocale. Pochi minuti e Marco chiamò, la voce che tremava: “Venite, le agenzie parlano di un altro aereo contro le Torri Gemelle.” Uno, un incidente, due no. Non poteva essere. Iniziò in quel momento un vortice. Il televisore era rotto da tempo. Ci precipitammo su Internet e scoprimmo che la Rete era nel panico quanto tutti noi. Impossibile ottenere notizie, impossibile connettersi a un qualsiasi sito d’informazione americana. Fuori il cielo continuava ad essere azzurro, le strade del centro di Roma tranquille. Era un martedì, primissimo pomeriggio. Chiamai mia madre e la prevenni di pochissimo. Neanche il tempo di dire pronto e mi annunciò: “Stanno bombardando New York.” Un brivido, insieme di orrore e di eccitazione. Il fiato infuocato della Storia. La percezione immediata che quel momento stava assumendo un significato che avrebbe risuonato negli anni a venire. “Un altro aereo contro Washington”, “Attaccato il Pentagono”, “Un quarto aereo punta verso la costa occidentale”, “No, è precipitato”. Un attacco senza precedenti, migliaia di persone intrappolate nei grattacieli simbolo degli Stati Uniti. Poi una delle Torri vacilla, crolla. L’altra la segue. Quante volte abbiamo visto quell’immagine incredibile? Quante teorie si sono avvicendate? Complottisti contro fili-americani. Ground Zero, termine ormai entrato nell’uso comune, simbolo della potenza umiliata, ma anche della forza che un paese come gli Stati Uniti seppe trovare stringendosi intorno a un presidente eletto con un colossale broglio elettorale solo pochi mesi prima, e contro un sindaco, Rudolph Giuliani, tra i più odiati dalla Grande Mela. Ricordo la malia con cui seguii notiziari e approfondimenti, l’orrore e la fascinazione con cui lessi le testimonianze dei sopravvissuti e la trascrizione delle telefonate di chi sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Il giorno dopo, 12 settembre, le prime pagine dei giornali erano tutte per quello che è stato definito il più disastroso attacco terroristico della storia. Venne richiesto un minuto di silenzio planetario, a mezzogiorno, per tutti i mezzogiorno segnati dai fusi orari, in memoria di quelle migliaia di vittime che allora venivano date per decine di migliaia. Decine di migliaia come i sacchi che vennero preparati e rimasero inutilizzati. Perché le vittime erano polvere, polvere grigia come le Torri. A mezzogiorno di mercoledì 12 settembre 2001 feci una cosa che non facevo da tempo e che non ho più fatto. Entrai nella navata severa di una chiesa, mi inginocchiai, accesi una candela e pregai per quelle migliaia di morti. Non servì a esorcizzare il dolore che sentivo diffondersi nell’aria come il fumo degli apocalittici incendi di Ground Zero. Non servì a rinfocolare la mia fede languente. Ma volli farlo. Volli pensare a coloro che si erano gettati nel vuoto per sfuggire al fuoco, a coloro che avevano chiamato i propri cari per dire addio, a coloro che accorsero per aiutare e lo fecero fino all’estremo sacrificio. Ci ho pensato quando finalmente sono riuscita ad andare a New York e a visitare il cantiere di Ground Zero. Ci penso ancora oggi che al posto delle Torri Gemelle splendono due pozzi di acqua che precipita senza mai esaurirsi. Come la memoria.

Laura