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martedì 8 gennaio 2019

Alba - un racconto di Loredana Falcone

Si chiama Alba e per lei è sempre gennaio.
Il cappotto grigio non l’abbandona mai, inverno ed estate. In esso conserva, come un tesoro, il corpo sformato di donna e ciò che resta della sua anima. Volata via, chissà come, tanto tempo fa. Le ruote del carrello del supermercato che spinge avanti a sé, caricandole della propria stanchezza, sono il primo rumore che sento al mattino, quando fuori è ancora buio e il giorno nuovo si affaccia insieme alla sagoma imbacuccata dell’edicolante. Un cigolio che ormai è diventata una voce, quella di Alba. Perché, se nessuno la importuna, Alba non parla. Le labbra strette sul viso indurito, cotto di vento, di freddo e di sole, macina chilometri intorno a un percorso che è sempre lo stesso. Ogni tanto un demone si diverte a tormentarla e allora la senti levare al cielo delle grida che somigliano ai lamenti di una bestia ferita. E di bestia è l’odore che si lascia dietro. Per questo quando siede al muretto, quello che delimita una striscia di verde malsano, nessuno le siede accanto. Neanche gli anziani che aspettano al sole di sentire il tocco di mezzogiorno per poi andare incontro al loro pasto quotidiano. Hanno provato a toglierle quel giaccone per dargliene uno pulito ma Alba non lo ha voluto. Ha battuto i piedi a terra e digrignato i denti in uno scroscio di urla e male parole. Non vuole perdere l’anima Alba o forse i ricordi. Posto che quella sua testa arruffata di lerciume ne contenga ancora. Perché è difficile scorgere un passato in quegli occhi nascosti dalla sporcizia. Difficile leggere un futuro in quel suo incedere strascicato nelle scarpe che hanno perso ogni forma. Difficile parlare di lei.
In giro si dice che abbia una casa ma che preferisca dormire nel sottoscala, vicino alle cantine. Si dice che abbia una famiglia. Ma nessuno sa dire cosa l’ha portata in strada.
Se il richiamo di una libertà ancestrale o la pazzia. Del resto il suo nome è Alba e forse questa sua vita è solo l’inizio di qualcosa che deve ancora arrivare.
Alba senza un cognome, Alba senza un amico, Alba senza una carezza.
Alba sola con se stessa e con il suo carrello del supermercato in cui portare a spasso ciò che raccatta per strada. Un tesoro di stracci e di vecchie cose che si ferma a guardare incantata quando siede sul muretto a riposare. Forse è in quelle quattro cose che trova se stessa, regina della solitudine e di una corte di dissennati che nella normalità di una casa, di una famiglia, di un lavoro credono di aver svelato il senso della vita.

Alba con il suo segreto, affidato ai passi che si rincorrono in questo gennaio ghiacciato che per lei è la primavera di sempre.

Lory

martedì 13 novembre 2018

FalconeCostantini: Un mese a Natale


Le note lo raggiunsero insieme all’odore freddo e umido della pioggia che lo aspettava all’uscita dalla metro. Demis riconobbe L’Inverno di Vivaldi nel volteggio dell’archetto sul violino e rallentò il passo. Il musicista ambulante non gli badò. D’altronde erano mesi che si esibiva in quell’angolo al riparo dal vento e Demis non lo aveva mai degnato di attenzione. Tantomeno di un obolo.
“Sarà che manca un mese a Natale…”, si disse lanciando un euro nella custodia aperta del violino. Il suono della moneta a contatto con le altre fu lievissimo. Ma bastò a fermare il profluvio di musica. L’ambulante aprì gli occhi e per la prima volta Demis si rese conto che aveva una faccia.
“Da oggi a Natale”, disse trapassandolo con pupille di castagna, “sta’ lontano dai fili.”
“Come?”
L’uomo abbassò lo strumento e si protese verso di lui.
“Ho detto: da oggi a Natale, sta’ lontano dai fili.”
Poi l’archetto tornò a stuzzicare le corde e la musica interruppe ogni contatto.
Demis si strinse nelle spalle.
“Pioggia e oracolo delirante. ‘Sta giornata è tutto un programma”, borbottò affrontando il primo scroscio sulle strisce pedonali. Fu fradicio prima ancora di raggiungere il marciapiede opposto. Più che entrare in sede, si tuffò nel tepore al di là delle porte a vetri.
“Ma vaffanc…”
“Problemi con la nuova fotocopiatrice?”, chiese Giovanna aiutandolo ad alzarsi.
“Chi è quel genio che ha teso il filo in mezzo alla stanza?”, la assalì, massaggiandosi un ginocchio.
“Volevo provarla. Fatto molto male?”
Stava per risponderle a tono, poi il suo sguardo fu catturato dal grosso, spesso filo nero che l’ultimo acquisto dell’agenzia (ultima conquista del capo) si affrettò a riavvolgere.
Da oggi a Natale sta’ lontano dai fili.
L’avvertimento gli rimbalzò addosso ma il disagio arrivò solo quando, una volta a casa, si scoprì a pensare che potevano essere fili anche le corde del vecchio ascensore che toccava terra cigolante. Inforcò le scale sentendosi un idiota. Di più, rise di se stesso mentre apriva la porta e si trovava davanti Susanna in piedi sulla scala.
“Arrivi a proposito. Si è incastrato il carrello della tenda.”
Demis si ritrovò il filo in mano prima di avere il tempo di pensare.
“Facciamo il contrario”, propose sentendosi subdolo.
Fu felice di lasciarle la manovra e di salire sulla scala.
“Ora sembra tutto a posto…”, disse, la testa ancora infilata tra le pieghe della mantovana.
“Ok, allora scendi.”
Non ne ebbe bisogno. La scala gli si aprì sotto, catapultandolo sul divano.
“Bel numero!” rise Susanna.
“Bel numero un cazzo. Vado a farmi una doccia.”
Ormai era alla paranoia. Se ne stava sotto il getto della cipolla meditando se era giusto pensare al tubo della doccia come a un filo. A scanso di equivoci, evitò di toccarlo.
Quando poi impedì a Susanna di legarlo alla testata del letto con la cinta dell’accappatoio, privandola del suo giochetto preferito, realizzò che il violinista ambulante aveva vinto. Fino a Natale si sarebbe tenuto alla larga da tutto ciò che anche lontanamente poteva chiamarsi filo. Compreso quello interdentale.
Fu un mese lunghissimo. Si privò dell’auricolare per il telefonino e delle cuffiette dell’Ipod. Rinunciò in un colpo solo alle Nike, alla corda e alle lezioni di boxe. Si tenne a distanza dai fili per il bucato e dagli elettrodomestici in genere. Si rifiutò di fare l’albero di Natale, troppi fili, preferendo per la prima volta in vita sua il presepe. Ma senza luci. Bandì gli adorati spaghetti dalla sua dieta e chiuse in un cassetto la catenina d’oro che avrebbe potuto strangolarlo nel sonno. Era talmente preso a dribblare le migliaia di fili che lo assediavano da rendersi a stento conto delle perplessità sempre più forti di Susanna.

“Demis, si può sapere dove stai andando? I miei stanno per arrivare.”
“Ho dimenticato una cosa. Faccio in un lampo.”
Corse giù per le scale. Ancora un solo giorno e quella follia sarebbe finita. Intanto però aveva dimenticato di prendere un regalo per Susanna. Il vicino centro commerciale restava aperto fino a tardi e lo benedì mentre lanciava l’auto nel parcheggio e correva dentro. La folla dei ritardatari natalizi stava scemando. La cena della Vigilia era praticamente in tavola e Demis si guardò intorno, alla ricerca di una profumeria.
Era da stronzi presentarsi col solito profumo, però meglio che niente. Avrebbe rimediato non appena il conto alla rovescia si fosse fermato con lo scoccare della mezzanotte.
“Avresti fatto meglio ad ascoltare il mio consiglio.”
Quella voce si materializzò alle sue spalle. Demis si voltò e lo vide.
Vide lui.
Vide la custodia del violino.
Vide il mitra che ne uscì.
Ma, soprattutto, vide lo striscione che dava il benvenuto ai clienti del centro commerciale “I Fili”.
Poi Demis non vide più nulla.


martedì 3 ottobre 2017

Doccia fredda #10 Come nome comanda

Come nome comanda.
Non per dire, ma se uno cresce con un nome così, è mica facile. ‘Colui che pensa in ritardo’. Insomma, mio padre e mia madre – che sia sempre lode a loro – hanno deciso come sarei stato prima ancora che emettessi un vagito. Con fratelli come i miei, poi. Non che io sia più piccolo o meno forte di loro, siamo tutti grandi, grossi e possenti. Ma uno è cupo e piegato, manco reggesse sulle spalle il peso del mondo. E l’altro, be’, l’altro è di quei tipi ‘troppo avanti’. Appunto: troppo. Io gliel’avevo detto, quella sera. Stavamo stretti nel nostro rifugio, freddo e buio. Selene chissà dov’era, quei puntini d’argento in cielo non scaldavano e non facevano luce e noi tremavamo nell’oscurità.
– Nessuno dovrebbe patire il gelo e vagare nella tenebra mentre quelli lassù, sul Sacro Monte, hanno luce e calore – aveva detto mio fratello.
– Ognuno sta al posto dove l’ha messo la sorte.
– Non è giusto. Devo fare qualcosa.
– Lascia perdere.
– No.
– Santi numi, che hai in mente?
Me l’aveva detto. Una follia. Ho cercato di dissuaderlo. È un fratello scomodo, ma sempre un fratello. Lui niente. Testa dura come una pietra. L’ha fatto, e adesso sta lì a rodersi il fegato. Cioè, glielo rode qualcun altro, si dice in giro. Un uccellaccio agli ordini del Capo, sia sempre lodato perché non si sa mai, quello ha occhi e orecchie dappertutto. Ma adesso ci devo parlare, con mio fratello. Mi toccherà scalare il monte dove sconta la pena e dirglielo. È l’unica famiglia che ho, visto che il musone è sparito dalla faccia della terra e i nostri genitori sono troppo impegnati a brigare sull’Olimpo, o a impicciarsi nelle beghe dei mortali. I quali, detto per inciso da uno scemo per definizione, starebbero molto meglio se i miei la smettessero di ficcarci il naso. Però certe cose la famiglia le deve sapere. Le rocce del Caucaso sono più dure e fredde di quelle di casa prima che mio fratello rubasse il fuoco, la luce e il calore. Brutto posto, sferzato da Eolo e ghiacciato di notte. L’uccellaccio deve aver appena finito il suo sporco lavoro, e Prometeo sanguina, incatenato, la testa sul petto. Non è un bel vedere, anche se se l’è cercata e non si può dire che non abbia tentato di fermarlo. Poi sarei io, il fratello scemo.
– Ho conosciuto una ragazza – gli dico.
– Argh – fa lui.
– Stava accanto a una fonte con un orcio. Bella come Afrodite, con tutto il rispetto. La pelle come il cielo all’alba d’estate, i capelli come un fiume al tramonto, la cintura come…
– Argh.
– Certo, capisco. Però te lo devo dire. Per farla breve: le ho parlato e lei mi ha risposto. Ci siamo intesi subito. Ha un nome bellissimo. ‘Colei che porta tutti i doni’. Non è fantastico?
– Aargh.
– Be’ sai, uno che si chiama come me, ai nomi ci fa caso. Il suo deve essere benedetto dagli dèi. Insomma, me lo sposo. Pensavo dovessi saperlo. Per quando tornerai.
– Aaargh.
– Sì che tornerai. Magari ci rimarresti male a trovare un’estranea per casa.
Non aspetto risposta. Tanto la so. Pandora è povera in canna e non ha memoria dei suoi genitori. Neanche uno straccio di dote, ma che me ne frega. La sua bellezza è più che sufficiente, e che gli altri si tengano pure giudizi e mugugni sulle straniere senza beni e parentele. Tutta invidia. Ho dovuto provvederla di tutto, abiti, pettini, monili. Di suo ha solo quell’orcio sigillato, che guai a chi glielo tocca. L’ha ficcato in un angolo della cucina e lo controlla a vista.
– Che ci tieni lì dentro? – le ho chiesto una volta alla fine del pasto serale.
– Epimeteo, luce dei miei occhi, poesia per le mie orecchie, miele per…
– Pandora. Sarò pure tardo, ma quando le donne fanno così c’è sotto qualcosa.
– Dimentica quell’orcio, marito adorato. E soprattutto non aprirlo. Mai.
– Perché?
– Così mi ha chiesto di fare quello che me l’ha donato.
– E chi sarebbe costui?
– Non… non me lo ricordo.
– Che scemenza. Andiamo, che mi nascondi?
– Niente. Ti prego, non parliamone più.
– Sai, Prometeo tornerà, prima o poi. Quella pena orrenda dovrà avere una fine. E magari passerà di qui anche Atlante. Che penserebbero i fratelli, a sapere che mia moglie mi nasconde le cose?
– Non m’importa niente dei tuoi fratelli, m’importa di te. Non farlo, Epimeteo. La sventura si abbatterebbe su questa casa.
Era così turbata che ho lasciato perdere. Però. Però da quella sera mi è venuto un tarlo. A dire la verità, prima di allora non avevo pensato per niente ad aprire l’orcio. È stata lei a mettermi l’idea in testa. Sapete com’è, quando ti vietano una cosa non vedi l’ora di farla. E poi, chi è questo che fa regali e dà ordini a mia moglie? Non mi piace. Come si comporterebbe Prometeo? mi chiedevo. Figuriamoci. L’avrebbe aperto da un pezzo, mi rispondevo. Del resto, io sono lento. In fondo, Giapeto e Climene non hanno sbagliato a darmi il nome. E forse non è un male essere riflessivi, no? Perciò ci ho messo qualche giorno a decidermi. Lascio Pandora fra le braccia di Morfeo, dopo le fatiche d’amore. Vado in cucina e prendo il vaso di coccio. È così leggero che sembra vuoto. Sigillato così forte che devo prendere una lama per aprirlo. Mi dispiace, amore mio. Niente segreti fra noi. Adesso vediamo cosa mi naaa…
– Aaargh!
Questa casa non è più la stessa. Il mondo non è più lo stesso. Nonostante il dono di Prometeo, tutto sembra buio e stinto. Anche Pandora è meno bella, da quando è arrabbiata con me. È furiosa, veramente. Sembriamo di quelle coppie sposate da tanto di quel tempo che non ricordano più perché stanno insieme. La notte mi caccia dal letto. Ha spaccato tutte le stoviglie di casa. Tutto, tranne il maledetto orcio. Ogni tanto lo prendo sulle ginocchia. Emana una specie di calore, come se dentro fosse rimasto qualcosa. Ma Zeus mi fulmini qui e ora, se ci guardo. Imparo le lezioni, io. Quando lo tengo così, sembra che le cose possano tornare a posto, prima o poi. Meglio prima, perché stiamo invecchiando. In fretta, insieme e soli. D’accordo. Non avrei dovuto farlo. Avrei dovuto ascoltarla. Ho capito troppo tardi. Come al solito. Del resto, che ci posso fare, con un nome così?

domenica 1 ottobre 2017

Doccia fredda #9 Sole bastardo

C’è un sole bastardo ad aspettarmi, là fuori. Non che non mi piaccia il tempo bello, ma è solo che oggi avrebbe potuto avere la delicatezza di non spuntare, o almeno di nascondersi dietro qualche nuvola. Pazienza, sopporterò la luce e tenterò di non lasciarmi contagiare dall’allegria che il sole trasmette sempre.
La valigia è già pronta da giorni. Le scatole con i libri e con tutte le mie cose accumulate in questi quattordici anni sono già state spedite a destinazione. Chissà se mio padre le ha già aperte e sistemate in camera mia come un tempo. L’ultima volta che l’ho visto, l’ho pregato di farlo. L’ho istruito con precisione. E’ importante per me che tutto sia come deve essere, neppure un piccolo dettaglio deve essere dimenticato, altrimenti i miei punti di riferimento, così duramente ricostruiti in questi anni, rischiano di crollare nuovamente come un castello di carta.
La stanza che è stata casa mia per tutto questo tempo adesso è vuota. Ho rifatto il letto, ho pulito il pavimento e i vetri fino a farli brillare ed è pronta ad accogliere un’altra me, anche lei con un passato da rielaborare e gesta da comprendere. Io il mio percorso l’ho terminato. Ora mi aspetta la vita, fuori.
Lui sarà lì ad aspettarmi, l’unica persona che, so, mi resterà accanto per il resto della vita, sia quello che sia, sia stato quello che è stato. Era nei patti, del resto. Non mancherà alla promessa. Non può farlo, per tante ragioni. Io e lui, uniti per sempre in un vincolo che la morte ha sancito e che neppure la morte potrà dissolvere.
Niente abbracci, niente parole al nostro incontro. Mi dirà solo “Ciao, sei pronta?” e ce ne andremo. Salirò in macchina – mi ha detto che ne ha una nuova, adesso. La vecchia berlina è deceduta pure lei, qualche tempo fa – e sempre in silenzio varcheremo la soglia di casa. La casa degli orrori, così la chiamano tutti, ormai. Ma a me non disturba rientrarvi oggi dopo tutti questi anni. So che ha fatto imbiancare le pareti, ha ristrutturato il bagno e la cucina, tutto è lustro e disinfettato. Mi ha promesso che niente mi ricorderà ciò che è successo lì dentro, ma a me non dà fastidio rimettere piede in quei luoghi, anzi. Ho bisogno di seppellirmi dentro i ricordi orribili e dolorosi. E ai nostri silenzi che accompagneranno i giorni da ora in poi, sarò grata perché per me parleranno le voci interiori.
Lui non mi ha mai fatto domande – e come avrebbe potuto? – Tutto quello che c’era da sapere lui lo sapeva già da prima. E non ne farà in seguito. Né su quei giorni, né sulla tragedia. Non ne farà mai neppure su quella che è stata la mia vita da allora in poi, fino a oggi. Certo, di questo un po’ mi dispiace. Perché non era nei patti che io ci mettessi così tanto tempo. “Qualche mese, vedrai, non di più! Sei minorenne, e in preda a un raptus causato dalla droga. Non potranno trattenerti per molto. Ti daranno la seminfermità mentale. Sarai a casa per Natale...” Il futuro sarà solo nostro, diceva. E invece mi hanno dato quattordici anni. Il perché lo so. Lui non ha lottato per me. E’ rimasto freddo e in silenzio, per tutto il processo. Cupo in volto, distante, sembrava che guardarmi negli occhi lo disgustasse. All’inizio non capivo. Avevo fatto tutto quello che mi aveva detto di fare. A dire il vero, non tutto.
Lei non era compresa nei patti. Mia sorella no. Lei non faceva parte del piano. Ma la mia insicurezza ha avuto il sopravvento. Su di lei mi sono accanita con maggiore violenza. Lo ammetto. Un attimo di gelosia. Di panico. Voleva tutto questo per poter vivere per sempre con me oppure con lei? Ho dubitato di lui, e oltre alla mamma, ho fatto fuori anche mia sorella. So che non mi perdonerà mai di avergli reciso quel fragile fiorellino. Ma so che non mi abbandonerà per questo. In silenzio, conviveremo senza più parlarci, senza più poterci domandare “Come stai? Cosa hai fatto oggi? Tutto bene?” Gli ho disubbidito. Ho sbagliato. Lo capisco. Ma a questo, adesso, non voglio più pensare.

C’è un sole bastardo là fuori che mi aspetta insieme a lui, mio padre. E voglio annusare forte il profumo della vita che riprende e per un attimo illudermi che anche per me ritornerà a sorridere. Per un attimo ancora, voglio guardare allo specchio quella donna che sono oggi, e accettare il fatto che non sono più la stessa, non lo sarò mai più, non sarò quella di ieri. E poi, di nuovo, il buio e il silenzio riprenderanno ad accompagnarmi nella mia personale infinita prigione.

giovedì 28 settembre 2017

Doccia fredda #8 Il calcio in cielo

Siamo all'ottavo appuntamento.
Una piccola riflessione: io mi sto divertendo e, mi pare di capire, anche voi.
Sarebbe bello se lo spirito, al netto delle discussioni che, a mio parere, sono molto interessanti, restasse quello del gioco dove, per forza di cose, non si vince tutti.
La maggior parte di noi partecipanti (ebbene sì, partecipo anche io, Laura, e potrete vendicarvi se capirete quale sarà il mio racconto) scrive e lo fa professionalmente. Quando arriveranno gli esoridenti verrete avvisati. E se scriviamo e pubblichiamo, dobbiamo accettare il giudizio sovrano dei lettori. Anche se ci distrugge. Ok?

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IL CALCIO IN CIELO

C’era una volta Scizia.
Scizia era bella, così bella che nessuno poteva guardarla senza indossare gli occhiali da soli (nel pianeta Nori i soli erano tre).
La ragazzina era altissima e la sua pelle era in grado di generare anche trenta sfumature di colore contemporaneamente. Le ali la avvolgevano, ma quando l’emozione e la gioia la inondavano le apriva a mostrare le eleganti branchie azzurre.
L’ombra creata dall’apertura alare profumava di ginepro e la brezza fresca faceva cantare molti grilli e tutte le cicale. I raggi dei soli filtravano tra le piume delle ali e tutti i cuccioli del bosco smettevano di piangere.
Quando nuotava nel lago potevi vedere il riflesso della sua luce in cielo e seguirne ogni evoluzione. Era la nuotatrice più brava del villaggio.
Scizia aveva molti amici. Alcuni però non avevano le branchie, così lei passava molti pomeriggi dopo la scuola a riempire di ossigeno vasetti. Con quello stratagemma la domenica potevano giocare tutti insieme sul fondale del lago. La sua mamma aveva cucito per tutti coloro che ne avevano avuto bisogno uno zainetto ultratecnico, studiato sulle misure esatte dei contenitori di ossigeno. Era stato il dono più apprezzato dell’ultimo secolo. Lo si poteva indossare senza sentirlo e il sistema di molle da agganciare alla schiena evitava che rimbalzasse in maniera fastidiosa.
Anche i ragazzini con le branchie, che pure non necessitavano dell’ossigeno, cononoscevano bene il fastidioso ondeggiare delle borse sulla schiena. Troppe volte i portieri avevano preso gol perchè distratti  dagli zaini pieni di cibo che le mamme apprensive avevano loro imposto. I girini giganti dovevano cibarsi spesso, ma si imponeva la necessità di trovare una soluzione.
Con il tempo la madre di Scizia pensò a zainetti molleggiati per tutte le esigenze.
La partite di calcetto sul fondale divennero allora un appuntamento imperdibile e la voce si sparse anche ai villaggi vicini.
I ragazzi non amavano avere visitatori, ma ormai tutti volevano assistere e le genti arrivavano guidate dai riflessi luminosi emessi da Scizia fino al cielo.
“A Lago ci sono dei ragazzini che giocano a calcio sott’acqua”
“Voglio vederli” dicevano gli adulti.
“Voglio giocare anch’io” urlavano i bambini.
Nel giro di poco meno di un secolo – il tempo sul pianeta Nori era davvero molto dilatato – vi fu la necessità di organizzare un torneo, con tanto di squadre, allenatori, impresari e tifoserie.
I ragazzini senza branchie iniziarono ad essere scherniti perchè più lenti e perchè, dovendo succhiare ossigeno dalle cannucce, non potevano esultare con bolle fantasiose come gli altri.
A Scizia venne chiesto di non giocare più. Lo stesso venne imposto alle altre femmine, sebbene scintillassero meno di lei, erano comunque fastidiose per gli occhi.
Lo scintillio era malvisto dagli impresari e dagli sponsor. I giocatori più bravi non potevano venir sempre fotografati con mascherine da soli!
Presto gli adulti superarono in numero i ragazzini. Poi rimasero solo gli adulti.
Scizia e gli altri amavono lo stesso assistere agli incontri e lei continuava a raccogliere ossigeno nei vasetti per i suoi amici. Però non era la stessa cosa e ogni gol, ogni vittoria della squadra del cuore era una gioia, ma anche un triste ricordo dei vecchi tempi.
Una sera Scizia andò dalla sua mamma in lacrime. Ormai la madre di Scizia possedeva una gigantesca fabbrica di zainetti ultratecnici molleggiati. Accolse la figlia nello splendido ufficio ovale, con le pareti gialle e il pavimento soffice.
Si coccolarono molto. Si avvinghiavano e si rotolavano a terra, ondeggiando e a volte spiccando piccoli balzi, per poi ricadere e venire avvolte dal tenero parquet. Scizia si fece sbaciucchiare la pancia e solleticare le piume. Tutte cose che in pubblico le facevano arrossire lo scintillio, ma che in privato la rendevano davvero felice.
Quando le tutte le lacrime di Scizia si furono tramutate in fiori, la madre le piantò nel piccolo orticello privato. Poi le disse di non preoccuparsi, ci avrebbe pensato lei.
Così è nato il celeberrimo calcio in cielo.
La donna con i proventi degli zainetti ultraleggeri molleggiati fece costruire il primo campetto volante dove allora, come oggi, è proibito l’accesso agli adulti e dove possono giocare tutti i ragazzini, quelli con le branchie, quelli senza, quelli coi polmoni, quelli senza – con un vasetto di acqua nello zaino - quelli con le zampe, quelli che necessitano delle ruotine, quelli bravi e quelli un po’ imbranati.
L’importante è divertirsi e mi raccomando indossare gli occhiali da soli perchè le femmine sono davvero tante!

lunedì 25 settembre 2017

Doccia fredda #6 Meglio di chiunque altro

Ecco la sesta doccia fredda, rigorosamente anonima.
Leggete qui,

commentate sulla pagina FB di Laura Costantini e Loredana Falcone,

CONDIVIDETE!

Il gioco è bello se il giro di letture si allarga. Daje co 'sto ditino!
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Meglio di chiunque altro           

A te è sempre piaciuto uscire con la pioggia. A te piaceva soprattutto sapere che si bagnassero i capelli, quei tuoi capelli lunghi, scompigliati da scrittore, da artista maledetto. E ci tenevi ai tuoi capelli e ci tenevi che sembrassero proprio quelli da artista maledetto, da poeta senza limiti né regole. Non ho mai capito questa tua fissa per i capelli. Di sembrare a tutti i costi maledetto. Tu eri quel che eri. Maledetto no di sicuro, anche se te ne atteggiavi. Io ti ho conosciuto, e di te mi rimane ben altro che il ricordo. Io posso dirlo. Io so che eri dolce. In tutto. E se ti dicevo che sbagliavi a voler sembrare un maudit, che lo facevi per difesa, ti arrabbiavi. Mio tenevi il muso. Ed io sapevo come fartelo passare.

A te è sempre piaciuto fare pace. A me no. Soprattutto quando avevo ragione. Godevo nell’infierire. Nel trascinarti con me nel fondo nero delle mie discussioni, quelle in cui aggiungo carne al fuoco, e le cose si aggrovigliano, e non si viene mai a capo. Ho sempre fatto così, ma specialmente con te. Perché, dalla nostra lotta, infine, scaturiva la tua dolcezza, stremato tu cedevi e mi baciavi e facevamo l’amore per ore, e ci scordavamo della rabbia, tu me la cancellavi. Sei sempre stato bravo a fare l’amore. Così magro, emaciato, niente spalle, eppure con quel cazzo enorme, spropositato per il tuo corpo, un cazzo bello, pulito, rosa, chiaro, lungo, le vene pulsanti, il glande libero, da mordere e mordere e succhiare e pretendere che schizzi forte su di me.   

Le tue sborrate su di me mi pare ancora di sentirle.      

Ti sembrerà strano pensare che ho avuto altri uomini appena dopo che tu morissi. Qualche giorno dopo già. Cercavo te, credimi. Cercavo quel tuo modo di essere determinato e pretendere di portarmi oltre a dove io sapevo, credevo, di poter arrivare. Volevo scoprire che non era una tua esclusiva, quella capacità di farmi impazzire, letteralmente, e farmi sentire dentro un vortice mentre godevo, sprofondata in te e nel buio della stanza, nel liquido tra le mie gambe e nel tuo gemere assieme al mio. Volevo sapere, avevo bisogno, che anche altri avessero la stessa capacità. Che si risvegliasse in me il demone della gioia e il compagno di letto non era altro che un pretesto. Scoprire questo avrebbe voluto dire soffrire meno la tua perdita. Mi manchi. Dappertutto e in ogni istante. In tutte le azioni che faccio. Ma soprattutto a letto. Gli altri non hanno ancora imparato la tua capacità di sbizzarrirmi. Gli altri non la sanno. E dire che ne ho sperimentati molti. Da quando sei morto, ogni giorno io ho scopato. Per onorare la tua memoria. Per farti vedere che ci sei riuscito, a trasformarmi in ciò che sono sempre stata. Finalmente. Io so che non sei geloso. Che non ti ferisce. Che gioisci nel sapermi montata da uno o più uomini, leccata da ragazze giovani, come sognavi. Riempita di sperma e saliva. Io so che ti piacerebbe.       

Il tuo cazzo però gli altri non ce l’hanno. Lo posso ben dire io che ti ho conosciuto, che l’ho succhiato in notti fino allo sfinimento, quando mi dicevi basta ma poco convinto, e allora continuavo e ti aspiravo ogni resistenza, e mi inondavi la bocca. Giusto il tempo di una sigaretta e poi ancora, io in ginocchio e tu a dirmi troia mentre mi stringi i capelli. Sei, sette volte a notte.   
Scopo tutti i giorni, ogni notte. Me li vado a cercare in giro. I miei surrogati di te. Ancora ti penso. Sempre ti penso. Tu sei nei volti che cambiano, sei le ragazze lisce e perfette che faccio svenire di baci, sei quei volti diversi tutti uguali, sei le mani che strizzano i miei capezzoli, sei le richieste imperiose, i loro desideri sottili, le umiliazioni che mi cerco come acqua quando ho sete. Più mi sbattono e più io sono tua e tua soltanto.
Lo sai questo.   

Mi ricordo un giorno a Parigi che mi hai legato al letto e mi scopavi ancora asciutta. Ti dicevo ho male, smetti, ma tu sorridevi beffardo e andavi avanti, solo quando dirai ciò che voglio sentirti dire smetto, forse.
Ed io non sapevo che dirti, e gridavo, e tu imperterrito, ti ho odiato, e sono venuta. E ho saputo dirti ciò che volevi. M’è venuto fuori insieme all’orgasmo forzato. Fammelo ancora.     
Tu sei le mie notti. C’è la tua aria nei riti, nei meccanismi sempre gli stessi, nel cazzo che mi allarga il buco, nella mano che mi fruga dentro. Sei perfino le tette gonfie di queste femmine bisessuali, che per sfizio entrano nella mia stanza e ne escono stravolte. Come mi hai insegnato, io faccio.       
Io ti conoscevo meglio di chiunque altro. Sapevo tutto di te. E anche perché l’hai fatto.             
Tu che hai liberato me, hai al tempo stesso legato la tua anima. Oscurata ad un senso di debolezza che avresti dovuto superare. Lasciarlo scivolare via, come un relitto nel mare, di notte, in tempesta.          
Ti tormentavi come un bambino. Già magrissimo, ancora di più dimagrivi. Divorato da dentro da ciò che credevi di avermi fatto. Ho spostato troppo il limite, dicevi, gli ultimi mesi. Ho esagerato con te, baby. E non sentivi che ti dicevo non è mai stato così vicino per me il paradiso, non capivi che ti imploravo di non fermarti, di calare ancora il pugno, di darmi quel morso profondo, di prendermi e prendermi ancora perché eri tu soltanto l’unica persona al mondo che io avevo dentro. Accanto a me, da prima che nascessi. Tu solo contavi e ciò che con te ho fatto. Tutto quello che mi hai insegnato, le cose che mi hai portato a vedere.          

Non mi sento strana quando mangio i miei amanti. Non mi sento male quando applico la tua saggezza di carne. Mi hai reso migliore. Più di quanto sia possibile sperare. Io ti porto con me. C’è ancora il tuo cuore e il tuo cazzo nei miei sogni. Non sei morto nelle sere che guardo dalla finestra e mi sembra di stare aspettando il tuo passo leggero, di nebbia e voglia. Tu che bussi alla porta della mia stanza, e mi dici, ancora, ne vuoi, di me, ne vuoi ancora. Ed io che ti guardo sognante, e annuisco rapita, neanche consideravo che la mamma era nella stanza accanto e poteva sentirci. Alla mamma pure manchi tanto, tantissimo. Lei ha perso suo figlio. Io il mio tutto e mio fratello. 

domenica 24 settembre 2017

Doccia fredda #5 Gaianova

Arriva il quinto appuntamento con le DOCCE FREDDE.
Siamo dalle parti della fantascienza, stavolta.
I commenti vanno sulla pagina facebook.

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GAIANOVA –
Il sistema aveva iniziato le attività di riabilitazione fisica, nelle ultime settimane i periodi di veglia cosciente erano sempre più frequenti e lunghi. Dopo quasi trenta anni Elisa provò l’ebrezza di sgranchirsi in seguito a un buon sonno. Non aveva bisogno di parlare per sapere che Angelo, suo marito, era già in grado di mettersi seduto. Gregorio e Filippo ancora dormivano – freddi - ma rimessi in movimento dal gymsystem. Il lungo viaggio stava finendo e tutto andava bene. Si abbandonò al torpore e agli esercizi passivi sognando casa.
L’hangar era spazioso e ordinato, la navicella si ancorò con un movimento fluido e totalmente automatizzato, loro quattro guardavano – curiosi - fuori dalla vetrata. Ancora pochi minuti e avrebbero messo piede in quella che sarebbe stata casa, a quattro anni luce dalla Terra. Come da programma, qualche settimana prima, erano ritornati nel pieno vigore fisico e avevano ripreso il normale ritmo biologico. Stavano bene, ma non tutto era andato nel verso giusto. Gregorio era cresciuto. Non tanto, non aveva certamente i trentaquattro anni che avrebbe avuto sulla Terra, ma la criogenizzazione non aveva funzionato perfettamente, adesso ne dimostrava circa sei e, da quando si erano risvegliati, si ostinava a parlare. A parlare con la voce, nonostante le due piccole protuberanze dietro le orecchie fossero cresciute anche a lui. Semplicemente si rifiutava di utilizzarle per comunicare mentalmente. Elisa prevedeva tempi difficili. Ne ebbe conferma appena misero piede in quel mondo silenzioso. Il leggero bagaglio aveva già preso la via del mezzo che li attendeva per portarli al centro di smistamento insieme agli altri migranti stellari, arrivati con loro. Erano stati riuniti in una grande stanza, illuminata dalla luce naturale di quel nuovo sole che filtrava dalla cupola trasparente. Facevano parte dell’ultimo viaggio. Quel che restava dei terrestri adesso era tutto qui, su questo pianeta gemello nella galassia di Proxima Centauri. Il sottile fremito dietro il padiglione auricolare la colse ancora di sorpresa, ci avrebbe fatto l’abitudine. Ben arrivati su Gaianova. Verrete scortati al punto di prima accoglienza da dove, terminati i controlli sanitari, sarete accompagnati ai vostri alloggi. Il giovane discendente dei pionieri che cinquecento anni prima erano arrivati a colonizzare la nuova patria stava mentalmente dando loro il benvenuto. La vibrazione era gentile, gli accompagnatori, però, in divisa militare. Le porte sbarrate. Angelo, istintivamente, strinse più forte il piccolo che teneva in braccio e cercò la mano di Elisa. Gregorio non smetteva di chiedere A VOCE alta: ”Dove siamo? Dove stiamo andando? Dove sono i nonni?” Va tutto bene Greg, ma non parlare. GREG non parlare, comunica con me, ma non usare la voce. In tutta risposta il bambino, occhi sgranati, si mise a piangere forte, con singulti tutt’altro che mentali. In quel silenzio rarefatto, interrotto dal lieve fruscio dei macchinari che, soli, producevano suoni, una ridda di mentalizzazioni la invase. Volevano che le percepisse: Selvaggi! Proprio una bella cultura! Bambini che parlano ancora con la voce. E paghiamo pure per le navicelle che li portano qui. Elisa non ebbe altra scelta che accucciarsi e sussurrare al suo bambino, con la voce, l’unico modo che Gregorio sembrava intenzionato ad ascoltare. Gli sguardi di disapprovazione si moltiplicarono, si sentì nuda e sbagliata e per un maledetto momento si vergognò di suo figlio e del posto da cui venivano. Poi furono separati, Angelo con gli uomini, lei e i bambini su un altro mezzo. Passarono cinque giorni prima che potessero riunirsi. Le visite mediche erano andate bene per tutti, ma non per Gregorio. Era cresciuto e non avrebbe dovuto, parlava e non avrebbe dovuto. Non sapeva usare le sue antennine o non voleva farlo. Non era l’unico, capitava, con una ricorrenza statisticamente ininfluente, ma succedeva che la criogenizzazione funzionasse solo in parte. Gregorio non era considerato un caso grave, fu ugualmente inserito in un gruppo di supporto, allontanato da lei e dalla sua famiglia. Loro erano terrestri, arrivavano da un pianeta lontano e arcaico. Erano dei diversi. Gregorio diverso fra i diversi. Lo avrebbero rivisto quando fosse stato educato al nuovo mondo. Non avevano avuto modo di impedirlo. Piangeva e chiamava mamma. Forte. Urlava, il suo bambino, quando lo portarono via. Lei piangeva piano quel giorno e non smise per mesi. Gregorio tornò, parecchio tempo dopo. Non usava più la voce. Loro si erano ambientati, adesso avevano una casa e la coscienza che la storia si ripete, che l’uomo dimentica le lezioni, che a loro era toccato il posto sfigato nella lotteria della vita, erano nati nel luogo e nel momento sbagliato. Avevano messo nel cassetto i sogni, le lauree e l’esperienza e si erano adattati a lavori per terrestri, sperando che Filippo e Gregorio fossero riconosciuti, prima o poi, come gaianovesi. L’unica cosa che volevano ricordassero è che un mondo diverso era possibile e per qualche tempo così era stato, sulla Terra. La loro flotta era stata l’ultima a lasciare un pianeta infuocato per colpa di quel sole che, nella sua anzianità di Nana rossa, l’aveva reso quasi inabitabile. Non era stato un male, dopo tutto, per la prima volta nel mondo le guerre si erano placate, tutti gli sforzi volti verso un unico scopo, trovare il modo di trasferire l’umanità sul pianeta gemello. L’uomo era stato in pace e aveva collaborato per quasi mille anni. Questa storia, a casa loro, si raccontava a voce alta.





venerdì 22 settembre 2017

Doccia fredda #4 Tango sul treno per Venezia

Tango sul treno per Venezia.

        Neanche in viaggio di nozze ci sarei andato, è triste Venezia e puzza di marcio e di sudore.
Chissà perché poi ho pensato a un viaggio di nozze, è subliminale, forse avrei dovuto farlo un viaggio in Italia con Debora, invece no, Dubai, Costa Brava, Mikonos e non conosco Spoleto.
La buona scuola mi ha sbattuto lassù, liceo Guggenheim, ho visto su Google Maps è dieci minuti a piedi dalla stazione Santa Lucia. Le dieci, ho bisogno di un altro caffè.
«Firenze, santa Maria Novella», uffà no, salgono e scendono persone, devo aspettare che riparta, anche no, poi non potrò fumare, accendo adesso, tre botte veloci poi la butto.
Un ragazzino elegante col tablet superinformato e il vestito firmato F.S, mi fa: «Signore, non stia fuori, potremmo ripartire in un attimo»! precisino come un nazista, li hanno formati bene e io a quei tossici rottinculo del liceo artistico di Turtiano non sono riuscito neanche a fargli disegnare il naso di Pippo Franco. L’unico piacere di arrivare quassù al nord: lasciare quei bastardi a temperarsi le staedtler e le palle in classe mentre qualcun altro gli spiega la prospettiva.

        Voleva farci il viaggio di nozze quel mentecatto di Filippo, “vedrai ti porterò a Venezia, ti coprirò di baci e rose rosse”, poi si stufa pure di accompagnarmi in stazione. Quest’altro idiota che fuma davanti agli scalini…carrozza 11, posto 42: è questa!
E il Patrick Dempsey del giorno neanche si sposta: «Senta, se si sposta io salirei sul treno!»
«Un semplice permesso sarebbe stato più efficace di un urlo sgradevole».
«Ha ragione, mi scusi ma non volevo interromperla mentre si drogava».
E vaffanculo, ‘sto scemo, mò s’atteggia pure, intanto per poco non faceva chiudere le porte, ‘sti Frecciarossa del cazzo che sono puntuali a partire solo quando devo prenderli io. Speriamo che il fumatore da banchina non mi capiti vicino, puzza di sigaretta già da mezzo metro di distanza. Il cellulare, Filippo: «Che vuoi?»
«Ehi, stai già mangiando aragoste al vagone ristorante? Hai inghiottito una chela? Volevo sapere se fosse tutto a posto: siete già a Bologna»?
«Senti Filippo puoi andartene affanculo per una decina d’ore? Mi hai lasciata a cento metri dalla stazione per paura che quella troietta della vigilessa ti facesse la multa, però era un quarto d’ora fa, e quanti cazzi di chilometri credi si possano fare con un treno che parte alle dieci e trentadue, visto che sono le 10 e 30 e non è ancora partito… madonna, l’altra valigia è rimasta giù»!
«Ognuno si droga a modo suo, io di sigarette, lei di cellulare, per telefonare stava perdendo la valigia».
Uno a uno. Ora devo anche ringraziarlo questo stronzo, mi ha salvato la valigia e quell’altro bischero del controllore, cazzo c’è una valigia abbandonata e non ti chiedi se è una bomba o è scordata da qualcuno? Il figo baudelairiano mi sta guardando le cosce, speriamo non attacchi con quelle corti svenevoli, perché diavolo ho deciso di partire con la gonna? Continua a guardare giù: ma è un maniaco?
«Guardi che ha perso il biglietto, tenga». Non guardava le cosce, maledizione, neanche questa soddisfazione, comunque non mi piace: puzza di sigarette, anche se ha un buon profumo, vuoi vedere che è il Blu Chanel che ho regalato a quell’idiota di Filippo? Mescolato al tabacco sembra diverso, non è sgradevole. Comunque lui puzza di fumo, però belli quei capelli finto spettinati.
«Si grazie, comunque ce l’avevo salvato sul telefonino».
«Un semplice grazie mai, eh? Vuole che lo rimetta a terra»?

Belle cosce, stronza fino al midollo, ma cosce belle, insomma le ginocchia e le gambe, si sedesse di fronte a me la disegnerei, ma questa è talmente stronza che penserebbe che vorrei scoparmela, e l’ultima cosa a cui penso adesso…e perché no? Si, tipo Ultimo Tango a Parigi, sarebbe divertente, nessuno sa niente dell’altro, solo sesso, bello e rapido. La veste a fiori, fianchi stretti, non è sposata, non ha la vera, ma chi vuoi che la porti oggi, forse convive con quello scemo con cui parlava al telefono. Meglio che mi sieda e la smetta di guardarla, ci mancherebbe che mi prendesse per uno di quei macho scopadori, ché questa è una rompicoglioni e si agita come una tacchina al thanksgiving day e se ne esce con un altro sproloquio. Però, dico io: sei così carina, per forza algida come un garofano bianco? Dev’essere una fondamentalista cattolica, magari è pure vergine: sì a quarant’anni. Meglio non pensare, se ci riesco mi appisolo, tra due ore si arriva, sai che schifo quella camera che ho preso a Mestre? E gli allievi? Saranno il contrario di Turtiano, quelli erano dei banditi e tra di loro c’era pure chi spacciava erba, questi saranno snobbetti con la puzza sotto il naso, allevati a yogurt greco e sottofondo musicale di Albinoni, ma se a quelli ho spezzato le ossa a questi prendo a calci i genitori, il primo che viene a raccontarmi “la complessità artistica delle doti di mio figlio va valutata con rispetto” gli lancio il taglierino per la balsa.
“Cambiare la suoneria al Samsung”, l’ho scritto pure sul post-it, appena squilla si mettono tutti le mani in tasca come Bounty killer alla ricerca della pistola: «Debora, che c’è»?
«Eh buongiorno! E mammamia che modo di rispondere»!
«È che non puoi vedermi ma ballavo il tango con una passeggera! Come vuoi che ti risponda? Sono scoglionato e non mi va di parlare in treno, la gente ascolta».
La mannequin fiorentina mi guarda disgustato, come per dire “ma chi ti ascolta, e poi: ballavo proprio con te”, ma questa mi perseguita?
«Posto 42, lei è seduto al mio posto, oggi è un tormento»!
«Ehi, macché tormento? Questo è il mio posto!»
Mi spiaccica il suo foglietto che avevo raccolto da terra, si è quarantadue, e io che ho? Ah, 44, di fronte, e che sarà mai? Ora mi sposto. ‘Sta scema ha un buon profumo, agre come lei, quella demente di Debora indossa quei profumi dolci e snervanti.

Meglio che stavo zitta, il mio posto è contromano, mi verrà il torcicollo a guardare fuori, adesso dovrò chiedere un favore a questo maniaco. Insomma, proprio maniaco no, se non rispondesse in modo così irritante sarebbe anche un bell’uomo, cioè è un bell’uomo. Naso incantevole, non mi piace la barba incolta, se fosse il mio uomo lo farei radere. Non sembra il tipo da matrimonio, la stupida con cui parlava deve essere una di quelle fidanzate storiche e ammuffite, certe donne hanno un culo ad avere uomini così e non se ne accorgono. Ha carattere ‘sto stronzo.
«Lasci perdere, non si sposti, mi siedo io al suo posto: è uguale».
«Proprio uguale no, pensandoci bene il mio posto è migliore, è nella direzione di corsa…»
«Posso dirle una cosa»?
«Si dica, cosa vuole dirmi»?
«Lei è un po’ stronzo, si sieda dove vuole, mi ha stufato, tanto che saranno mai due ore fino a Venezia, magari lei a Bologna se ne va alla fiera dei polli o della carne in scatola e resto sola».
«Peccato, dovremo sopportarci, anche io vado a Venezia, sono commerciante di bicchieri di vetro rotti, non di galline, però sarebbe uguale, come categoria lei li rappresenta tutte e due».
Me la sono voluta, meglio ponderare prima di rispondere, gli ho dato dello stronzo, ma mi ha chiamata gallina, ora o gli do uno schiaffo… «Senta lei»!
«Tranquilla, si roda il fegato per una decina di minuti da sola, io me ne vado alla carrozza ristorante, ho bisogno di un caffè».
Figlio di puttana, mi ha lasciata con le parole in bocca, dio che rabbia, cazzo quanto mi piace, se solo Filippo avesse metà del carattere di questo bastardo.

Sono stato duro, ma è una rompicazzo, tanto bella e…madre e che cosce che ha, quando si è seduta ho visto, sembravano di cuoio lucido. Che schifo di caffè, vabbè mi dà sapore alla bocca, ora vado in bagno e do due botte alla ciga elettronica, non credo che il vapore faccia scattare l’allarme fumo, un po’ di nicotina mi farà calmare, per fortuna ci sono pochissimi viaggiatori, i bagni sono quasi tutti liberi. Ecco, luce verde: entro.
«Ehi, chiuda! Ancora lei? Allora sei un maniaco»?
Lei? Seduta con le cosce nude, la gonna arrotolata sul pube, una specie di miracolo della natura.
«Colpa sua, fuori risulta libero! E poi questo è un bagno per uomini»!
Assurdo, restiamo così, lei nuda sul water e io con le pulsazioni di un caterpillar: non ricordavo cosce più belle. Poi mi afferra un braccio e mi tira dentro.
«Hai detto che è un bagno da uomini? E allora fai l’uomo»!
I corpi si fondono in una follia da mezzo metro su un Frecciarossa, le braccia annodate come il gomitolo con cui ha giocato un gatto, la sua bocca ha il sapore di una torta alle mandorle, quella cosa dura stretta sul mio petto non è un bottone ma un capezzolo di titanio puro. Incastrati carne nella carne, fusi in un’esplosione di fisici nei fiori d’oro di Klimt, seta e avorio: lei contro il mio corpo maschio di cotone ruvido.
Sussurro: «Ho troppi peli?»
«Come carta vetrata. Spingi, stronzo, spingi. Ah, Filippo, uno stronzo così neanche te lo immagini»!
Un Dio ruffiano lascia libero il corridoio, un controllore lontano si volta chiedendosi da dove siamo apparsi, torna indietro e si fa mostrare i biglietti, poi sorride compiaciuto, mentre lei già ritorna al viso di prima: «Giovanotto, non sorrida, vada, continui a controllare»!
Il ragazzo è intimidito e non ha la forza di mandarla affanculo.
Il viaggio continua, finalmente silenzioso, in una pace soddisfatta, un armistizio di sensi, lei legge una rivista francese, io faccio l’unica cosa che so fare bene – due, dopo i suoi complimenti di ardore nel cesso – la disegno sul mio blocco di carta Fabriano senza far vedere. Ogni tanto mi lancia sguardi obliqui e sazi, come un gatto dopo una scorpacciata di lische.
«Signori, entriamo nella stazione di Venezia Santa Lucia, Trenitalia vi ringrazia per averci scelti».
Fuori il caldo e la puzza di Venezia a settembre non mi infastidiscono, il telefono squilla Debora, lo lascio morire d’inedia, un tassista indolente mi invita a salire: «Ehi, aspetti: facciamo la stessa strada»? Lei. Ero scappato senza il dolore del saluto, e lei è qui.
«Non lo so, come faccio a saperlo? Io devo andare al liceo Guggenheim».
«Tu guarda, cosa fa il bidello»?
«No, cara stronzetta, sono il nuovo docente di decorazione».
«Allora vada, va bene anche per me, tu portami rispetto, stronzo, sono la nuova dirigente scolastica, o preside, caro il mio buzzurro».
Poi mi bacia.


mercoledì 20 settembre 2017

Doccia fredda #3 Grazie dell'amicizia

Terzo appuntamento con le DOCCE FREDDE in formato anonimo.
Si legge qui.
Si commenta sulla nostra pagina Facebook.
Nessuno degli autori ha ricevuto un editing e/o correzione bozze da Loredana.
Io, Laura, ignoro chi siano gli autori dei racconti che man mano vado a postare. Ergo, commento.
Tutto chiaro?
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GRAZIE DELL’AMICIZIA

Le giornate avevano preso ad accorciarsi, ma l’afa era ancora insopportabile. L’estate più calda degli ultimi anni. Questo Silvana si diceva voltata verso la finestra della stanza d’albergo. Il sole morente insanguinava di luce rossastra le lamelle delle veneziane socchiuse. Immaginò la nana gialla sprofondare nel Tirreno incendiandone per qualche minuto la groppa cianotica. Sentiva l’uomo rivestirsi dietro di lei. Il fruscio dei calzoni infilati in fretta. L’imprecazione soffocata per aver mancato una scarpa con il piede.
“Maiale! Come gli altri! Tutta questa fretta per rientrare in una cucina che puzza di soffritto e affrontare il grugno contadino della moglie” pensò. Ne aveva avuti, di amanti sposati, in quegli anni di assalto al primariato! Di sposati e di smidollati appesi. Per non parlare degli intellettuali e della loro spocchia, quei pezzenti! Le donne in carriera hanno poco tempo da dedicare all’educazione sentimentale e tirano su con poca accortezza i primi che capitano, sperando siano quelli buoni. A lei erano capitati sempre gli avariati. Poco male, era ricca e poteva permettersi delle consolazioni. Viaggi, beauty farm, shopping in centro. Certo, un po’ le dispiaceva, quando s’accorgeva che nonostante il fisico palestrato, la lingerie raffinata e la conversazione forbita continuava a essere quella da vedere di nascosto o una faraona da spennare. Sospirò. S’era incattivita, dopo tanto squallore. Lo capiva, anche se non era un’introspettiva. Lo sguardo del bambino nella hall ancora bucava i suoi pensieri, per come aveva trafitto la sua attenzione, sere prima in Transilvania. Un piccolo zingaro, nei suoi cenci pittorici. Sorrise. Proprio un personaggio di El Greco le era parso, nei calzoncini senza orlo, con quella casacca beige e la mano tesa!
«Quando andrai alla reception, non fingerti meravigliato che è già tutto pagato» abbaiò all’amante, riaffiorando nel presente e in un altro albergo.
Un silenzio offeso le segnalò che il maschio aveva sentito.
«Ma non dormivi, scusa?» ritorse lui, senza tornare indietro a salutarla.
«E già che ci sei, ti pregherei di ascoltare senza scalpitare. Avrai tutta la vita per ritornare dalla ciabattona bucolica. Questa è l’ultima volta tra noi. Non sei un granché a letto e puzzi di soffritto.»
Seguirono altro silenzio e il tonfo della porta sbattuta. Perfetto, il non sei granché a letto sortiva sempre rapide uscite di scena.
Sistemò meglio il cuscino sotto la guancia e seguitò a pensare al bambino incontrato in un hotel di Bucarest. Non riusciva a scacciare dalla testa l’impressione che le aveva fatto quel filo di occhi gialli, quando s’erano sollevati su di lei. Ma che ci faceva un piccolo mendicante nella hall di un albergo di lusso? Come aveva fatto a entrare?
Bella razza, la romena, ammise, peccato che in Italia arrivassero i peggiori! Quando era stata a Bucarest, al convegno di ematologia, aveva scoperto una città sontuosa. Niente a che fare con la Transilvania dei vampiri descritta nei romanzi horror.
Una penombra deprimente s’era espansa nella stanza. Era ora di alzarsi e rivestirsi. Ma prima… afferrò, con un gesto indolente, l’iPhone dal comodino e diede una scorsa a Facebook. Tra le richieste di amicizia brillava un nome straniero. Adrian Papahagi.
“Rumeni come se piovesse!” pensò, ma cliccò su conferma. La foto del profilo non era solo quella di un uomo attraente, ma del più virile in cui le fosse capitato di imbattersi da quando era ragazza.
Fu un istante. Come uno scroscio di vertigini. Come se la camera si capovolgesse in uno specchio.
“Sto sognando…” pensò. Ma era un pensiero debole.
«Grazie dell’amicizia. T’ho ritrovata, finalmente!» disse una voce maschile dall’accento straniero.
Lei si girò verso l’angolo della stanza ribaltata da cui proveniva. Il nuovo amico di Facebook era là, vestito di beige. Un filo d’ammiccanti occhi gialli, magnetici. Bello come un lupo.
«Invitami!» le ordinò.
Silvana intravide l’erezione sotto gli strani pantaloni, implacabile ed enorme.
«Vieni!» pregò.

E fu dietro di lei. In un abbraccio gelido che le strinava la pelle. Si voltò allora per cercare la sua bocca, ma furono le zanne in un volto aperto in due come una melagrana che vide. L’orrore la stordì, e fu un bene, perché il morso che le squarciò la gola non la uccise subito.

domenica 17 settembre 2017

Doccia fredda #2 Lei giocava a poker

Siamo alla seconda doccia fredda. Racconto anonimo, come da regolamento.
I commenti, per favore, sulla nostra pagina Facebook nella quale possiamo taggare tutti gli autori che hanno partecipato al gioco solo se i suddetti hanno messo un mi piace.
Vi si chiede di condividere i racconti, tutti. E di commentare i racconti, tutti.
Ovviamente i commenti sono aperti a chiunque abbia voglia di leggere.
Tutto chiaro?

P.s. Su nessuno dei racconti è stato fatto un lavoro di editing o di correzione refusi
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E' finito il funerale Roberto, come aveva chiesto, è stato cremato, dopo un paio di giorni si dovrà passare a ritirare l'urna con le ceneri. Non si è ancora deciso cosa farne: depositare l'urna nel loculo di famiglia o disperderle come aveva chiesto Roberto.
La moglie vuol portarsi l'urna a casa, non ha mica accettato, malgrado tutto che Roberto l'abbia  lasciata. I figli trovano la cosa troppo macabra e in quei giorni che mancano al ritiro dell'urna vogliono provare a convincerla ad una scelta più razionale.
La  figlia più giovane Claudia, per eliminare dallo sguardo ossessivo della madre,  i vari ricordi del padre, apre un  profondo baule dove sono conservate le carte e le memorie di  33  anni di lavoro Dal fondo del baule  tira fuori un pacco di agende di pelle con il logo INPS impresso sulla copertina  e l'anno. Cazzo le ha conservate tutte,  una per ogni 33 anni di lavoro. Di certo sono intili appunti di lavoro e quindi da buttare via. Non le apre e fa per  gettarle  nel bustone nero per la spazzatura. Poi gli viene la curiosità di leggere quella del 1983, il suo anno di nascita. Vuol conoscere dopo tanti anni quali fossero i pensieri del padre, prima che lei nascesse.
Tutto il mese di gennaio è vuoto, la prima annnotazione è del 16 gennaio,  con la tonda grafia del padre , inchiostro nero, penna Pilot.
16 gennaio   Domenica ore 22  La solita sfiga mi hanno affibbiato il corso del Piemonte, quello che inizia prima e per giunta mi tocca di partire di domenica pomeriggio da Napoli. Arrivo a Torino in serata, freddo cane, meno male che l'albergo Roma è vicinissimo alla stazione di Porta Nuova. E' un tre stelle, ma sono molto stentate, la camera è un cubicolo stretto e lungo, la finestra affaccia nel cavedio,  il letto in un angolo, un armadio tarlato, il bagno è una specie di armadio a muro con la doccia fissata al soffitto, niente televisione. Bella sistemazione.
17 gennaio Lunedì ore 7.30 La colazione inclusa sono un bricco di latte tiepido, uno di caffè forse orzo, un buondì Motta, un pacchetto di fette biscottate, una porzione di marmellata albicocche, una di burro. La sala colazione è affollata di ballerine e ballerini bulgari, che divorano il tutto. Sono li a spese del Comune per scambi culturali. Cinque minuti a piedi e sono a Piazza CLN, l'aula del corso è al terzo piano di fronte ai locali dei Cral. Sono le otto e non c'è nessuno, l'aula è vuota. Di bene in meglio. Passa una buona mezz'ora e si presentano in tre. Non sono i corsisti, ma il capo dell'ufficio e i due tutor. I corsisti arriveranno dopo, sono andati a timbrare il cartellino a via Sacchi dove c'è l'ufficio, la solita cazzata burocratica. Mi incazzo: “da domani firmeranno il foglio di presenza qui, frequentano il corso, firmano in aula.!” Il capo, G. M.  strabico all'occhio destra, bleso, cerca di ribattere qualcosa. Non gli rispondo.  Il primo tutor. S.B. ,  sulla cinquantina, la faccia tonda, i capelli ricci color melanzana, chiaramente mal tinti, strabico a sinistra, che bella accoppiata prova a dare ragione ad entrambi. Intanto la tutor numero due, C.D., sulla trentina, tutta in tiro in un elegante completo marrone di taglio maschile, camicia di seta azzurra, calze in tinta, mocassini Tods, se la ride in silenzio e mi guarda intensamente negli occhi, mi approva, forse. Somiglia a Fanny Ardant. Arrivano i ragazzi, in tutto quindici, tre ragazzi e dodici ragazze.  Tutti molto giovani, tutti molto interessati. Ed inizio la lezione. Ed iniziano intensi scambi di sguardi con C.  Si va avanti fino alle 17, con un breve intervallo per il pranzo. Alla fine tutti scappano via, C. si trattiene sul ballatoio, davanti alla porta aperta del Circolo Dopolavoro. Mi chiede: “Giochi a poker? Alla fine del lavoro facciamo spesso  un oretta di poker,” Le sorrido, non ho mai giocato a poker contro una donna: “Volentieri, anche subito!” Entriamo nella saletta del circolo, ad un tavolino rotondo, ricoperto da un tappeto verde, tutto bruciacchiato, in attesa lo strabico S. B.  e due raggrinziti pensionati . L'ora passa in fretta, C. ha un gioco aggressivo, cerco di tenerle testa, ma le carte le girano in maniera pazzesca. E me le suona, in compenso mi rifaccio con lo strabico,bluffa di continuo, ma quando lo fa l'occhio strabico si raddrizza. Insomma vinco anche io, ma poco e mai contro C.  che mi mette sotto. E' una strana sensazione .
I giorni successivi : solo Corso Torino
29 genaio 1983 Venerdì Sono passate  due settimane, anche in fretta. Due settimane a cercarsi continuamente con  lo sguardo sempre più intenso,  la mattina durante le  lezioni e nelle  pomeridiane partite a poker.  E'  terminata la  prima tranche del corso in aula, torno a casa. Dovrò ritornare dopo tre settimane e conto i giorni.
Quegli maledetti occhi scuri, curiosi e ridenti mi hanno colpito.
Claudia si ferma, non vuole leggere oltre, meglio non sapere. Un pensiero le  attraversa la mente: il suo nome ha la stessa iniziale di quegli occhi neri e ridenti e si chiede: forse? Lei  sarebbe nata a maggio di quell'anno ed il suo nome lo scelse il padre al di fuori delle  tradizioni familiari, si sarebbe dovuta chiamare Felicia come la nonna materna, ma il padre si impose per Claudia.

Chiude in fretta quell'agenda e la butta nel bustone nero. Meglio che la madre non legga quei frammenti di diario, potrebbe buttare via le ceneri nella tazza del cesso e tirare lo sciacquone

mercoledì 13 settembre 2017

Doccia fredda #1 L'ultima notte

Ci siamo.
Si va a cominciare.
I racconti vengono pubblicati in forma anonima, per far sì che i commenti siano scevri da ogni possibile condizionamento amicale.
Io stessa - Laura - non li ho letti prima e NON so chi li abbia scritti.
Quindi potrò commentare.
I commenti, visto che di solito è complesso e scomodo commentare sul blog, li posterete sulla nostra pagina FB dove sarà apposto il link al racconto.
Tutto chiaro?
Ah, l'autore o l'autrice che sarà considerato la miglior doccia fredda a insindacabile giudizio di Loredana "so cavoli vostri" Falcone riceverà in dono una copia del nostro "Le colpe dei padri". Se lo avesse già, avrà un altro dei nostri romanzi, di quelli disponibili.

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L’ultima notte


Ti sto aspettando. Ti aspetto da un po’, e quel po’ sono diventati giorni, e poi ore, e poi minuti…
Ti sto aspettando. E fremo, come un’adolescente in tempesta, come una gatta in calore. Come una donna che ha perso la testa. O forse il cuore, chissà.
Non capisco. Davvero, non capisco. 
Eppure avevo giurato a me stessa che non sarebbe mai più accaduto. 

Mi ero impegnata a costruire quello che negli anni è diventato un solido steccato; ho conficcato con minuziosa precisione grossi paletti tutt’intorno al mio cuore perché mai, mi ero detta, mai più avrei permesso a chicchessia di entrarci. Il corpo no. Quello m’importava poco perché il sesso si fa, l’innamoramento si vive. Scoparsi qualcuno è facile, se sei nella giornata giusta ti viene pure bene. Ti spogli e ti rivesti tra un intervallo di niente. Te ne vai soddisfatta e chi s’è visto s’è visto, ci si ritrova al prossimo prurito, forse. Il sesso è come la fame, la sete… un bisogno come un altro da soddisfare. E al ristorante ci si può andare in due, in tre, in gruppo, o anche da soli. 
Mi ero impegnata a costruire quello che credevo fosse un solido steccato.
Ma quando i ricordi diventano molesti, quando si ancorano con le unghie alla tua carne e ci si annidano… quando cerchi il suo odore tra le lenzuola, quando abbastanza non è mai, quando il resto degli uomini perde colore e consistenza, quando il cervello scava di continuo tra quelle pagliuzze per trovare un angolino dove ritrovarlo, allora sei fottuta.
E a me sta pure bene essere fottuta ma il cuore no, quello deve restarne fuori. Niente più impronte che ti schiacciano e ti scavano dentro, che poi diventano piaghe e sanguinano e fanno un male cane; niente più speranze disattese e amori traditi. Mai più. Mi ero imposta di non sperare. La speranza porta aspettative, le aspettative i sogni, i sogni i risvegli. E la luce del risveglio non è mai uguale a quella del sogno.
Perciò basta. Tu più di tutti non puoi essere, perciò basta. Tu, l’unico che desidero non deve essere, perciò basta.
Ti sto aspettando. E stavolta sarà l’ultima. Sarà l’addio.

Profumi esotici di ambra e sandalo, e calde luci di candele. Quelle fiammelle tremolanti sono come me ora, che vibro a ogni tuo tocco. Le tue mani, le tue splendide mani, sembrano conoscere ogni centimetro del mio corpo, sanno accarezzarmi la pelle così come la mia pelle vuole. Lentamente, senza fretta. Senza tempo. Maledette quelle tue bellissime mani.
Ti slaccio un bottone alla volta anche se vorrei strappartela via, la camicia. Mi tormento assaporandoti con calma. Se potessi fermarlo, il nostro tempo, lo farei. Senza fretta, perché non voglio che tu vada via. Non stanotte. Vorrei che restassi perché non avremo un domani e allora riempimi ogni istante fino alla nuova alba. Ma so che non lo farai. E allora mi dispero aggrappandomi a te in ogni abbraccio che mi concedi, ti stringo nell’illusione di poterti fondere con me. Il sudore ci rende sfuggenti e ne approfitto per farmi serpente. Ti circondo, ti avvolgo tra le mie spire, ti tolgo il respiro baciandoti ancora e ancora…
Bacio il tuo corpo ma in realtà è l’anima che desidero; provo a memorizzare ogni emozione, tua e mia, perché le tue sono anche le mie, sempre. 
Amo quando gemi sotto le mie carezze; il mio ventre sussulta ogni volta che sento la tua voce. Dimmi quello che vuoi, non c’è nulla che non vorrei ascoltare, non c’è nulla che non ti darei. Dimmi che ti faccio morire, o che potresti impazzire… Parla del tuo piacere ma non di me, non stasera, perché stasera sarà l’ultima. Non dirmi cosa sono perché mi si spaccherebbe il cuore. 
Tanto so che non lo farai. Perché la nostra storia nasce e muore in questo letto. Sono le regole.

Io non volevo infrangerle, le tue regole, ma come faccio a spiegarti che sei il terremoto che mi ha squassato la vita, l’inondazione che segue un diluvio. Non eri previsto. Non era previsto niente di ciò che oggi è. Hai spazzato via tutto il resto. Non ci sei che tu, ora, e sei tutto ciò che voglio. Fino a domani. Perché domani non ti vorrò più. Non vorrò volerti, per non farmi altro male. Perché so che stanotte non resterai.

Ti accolgo con devozione. Sembri creato su misura per me, sei anatomicamente perfetto. Ti sento come nessun altro prima; ogni cellula risponde a te, sei la mia guida, il mio condottiero, il mio re. 
Ti salgo sopra, voglio guardarti mentre mi porti con te. Voglio che mi guardi mentre vengo con te. L’orgasmo mi travolge come un’ondata feroce; il primo è sempre così imponente, così disperato. È il primo ma non sarà l’unico. Lo so, non lo è mai. Sei generoso, mi concedi quello che voglio per quanto tempo voglio, nel tempo di una notte. Mi sollevo dal tuo ventre e rotolo sotto di te. Ogni tua spinta è una ferita che vomita stelle. Non fermarti, arrivami al cuore e pugnalami perché tanto lo farai comunque uscendo da quella porta, come fai sempre. Usa quelle tue maledette, bellissime mani e strappamelo, se tu non lo vuoi non saprei che farmene. Fammi morire godendo, ché crepare affogando nel desiderio di un incerto domani è mille volte peggio.

Ti ho servito. Ti ho coperto di carezze e baci. Ti ho leccato e assaporato, ho serrato le tue carni, le ho graffiate, marchiate, adorate. Ti ho guardato negli occhi e ti ho detto tutto quello che a voce non vorresti sentire. Ti ho bevuto mentre toccavi il paradiso e ancora, mentre riscendevi su questo letto, delicato come una piuma. Ti ho dato me stessa. Del mio patetico steccato non è rimasto che un solo paletto, conficcato dritto nel cuore: io vampiro, tu spietato cacciatore. Tu, che puoi avere tutte le donne che desideri, io che desidero solo te. Una bilancia sbilanciata, la nostra. Non può essere. Non deve.
Ti osservo mentre ti rivesti e non ti accorgi che sto morendo. Imprimo a fuoco l’immagine di te che vai via perché con quella sarà più facile sopravvivere.
Mi accompagni? Ti accompagno, certo. Ti apro la porta, ti guardo per l’ultima volta e sento montare la disperazione. Odio gli addii. Li odio, li odio, li odio…
Mi scosti i capelli dal viso e lasci che ti rubi un’ultima carezza. Mio dio, le tue mani… Mi sorridi. Mi baci. Meraviglia…
«Alla prossima. Ci sentiamo in questi giorni.»
Ok. Alla prossima.

giovedì 29 ottobre 2015

Brividi di lettura per Halloween





Ci siamo rese conto che, quando non affrontiamo romanzi, ci piace indulgere nel genere horror. E visto che Halloween è alle porte, abbiamo deciso di regalarvi alcuni racconti da brivido nei quali ci siamo cimentate.

Un vampiro molto molto originale?
 https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/12/22/nella-notte-sanguigna-dei-lampioni/

Un esempio di dove possa portare la minipolazione genetica a scopi estetici?
http://www.liberarti.com/schede.cfm?id=993&denti_come_perle

Gli acquisti equi e solidali possono riservare sorprese...
http://www.websitehorror.com/index.php?content=website_horror&id=15;

Buona lettura

sabato 5 aprile 2014

In attesa di Daiana (storiaccia romana)

Io e Loredana siamo romane. Lei da settordici generazioni. Io di nascita, visto che i miei genitori sono venuti al mondo più o meno nei paraggi, ma non dentro al GRA. Dicevo, io e Loredana siamo romane. Una realtà che ci portiamo dentro, una radice, una consapevolezza, un modo di essere che ci è naturale al punto da non aver bisogno di evidenziarlo. Neanche con la scrittura. Per anni ci hanno chiesto perché non ambientassimo le nostre storie a Roma. La risposta, che non abbiamo mai fornito, poteva essere che non avevamo bisogno di avere Roma sulla pagina, visto che ce l'avevamo nel cuore. Va detto, però, che ogni tanto Roma affiorava. Racconti, per lo più. "Vecchia Roma", "Estenscion", "Tresette a spizzichino". Poi due romanzi, "Fiume pagano" e "Carne innocente". Quindi, oggi, un racconto lungo: "Daiana". Il merito, o la colpa, dipende se piacerà o meno, è di Marco Proietti Mancini. Del suo entusiasmo e della sua volontà di coinvolgerci in un progetto dal titolo molto romano, "Storiacce". Una raccolta di tre racconti lunghi, con due maschiacci come Marco Proietti Mancini e Igor Artibani, e due dolci signore, come me e Loredana Falcone, per raccontare una Roma fuori dalle cartoline e dalla meraviglia dell'arte e della storia. Succede, in questi casi, che la nostra scrittura viri verso qualcosa che alle volte risulta ignoto perfino a noi. Ma non è così che deve essere, in fondo? Scrivere è creare qualcosa che non ci appartiene mai fino in fondo. La parte più profonda di noi, la parte romana, è come una sorgente nascosta, una polla che preme per uscire allo scoperto e sorprenderci. Daiana e la sua storia ci hanno sorprese. Chissà se sorprenderà anche voi.