Dibatto spesso con le persone
che conosco, e che leggono (ne conosco parecchi di lettori, il che alle volte
mi fa dubitare del poco amore per la lettura degli italiani, poi mi dico che è
una questione di frequentazioni e io, modestamente, gli amici me li so
scegliere) sul reale valore di un testo e sulla questione “gusto personale”.
Spesso mi trovo nella posizione di quella che dice che alcuni pilastri della
letteratura mondiale non possono non piacere. Poi mi smentisco da me. Ho
faticato, e molto, a leggere “Il maestro e Margherita” e, per buona metà del
testo, ho dovuto trattenere la voglia di far volare il volume oltre la
finestra. Giunta alla fine, però, mi sono ricreduta. E’ un grande libro, dice
moltissimo se si ha la voglia (o la capacità?) di ascoltarlo. Ma non posso
condannare chi proprio non l’ha sopportato. Un lettore ha il sacrosanto diritto
di chiudere un testo e usarlo come supporto per la tazzina del caffè. Anche se
si tratta di un pilastro della letteratura mondiale. Figurarsi se, invece, si
tratta dell’ultima fatica di autori ben inseriti nei salotti che contano. Mi
sono divertita a leggere le recensioni su GoodReads di un romanzo italiano
uscito da pochi mesi. Non ha importanza quale. Ha goduto di ottima critica,
battage giusto, visibilità. Le recensioni, a colpo d’occhio, erano per lo più
negative. Una o due stelline, argomentate da lettori delusi e pure arrabbiati.
Ma ce n’erano molte entusiastiche, con tre o quattro stelline. È la scoperta
dell’acqua calda? Certo. Ma è interessante. Perché lungi dal definirsi critici
letterari, i lettori di quel romanzo dimostravano, argomentando, riportando
stralci, facendo riferimenti ad altri autori e altri testi, di aver riflettuto
su quelle pagine. Di averci ragionato, esercitando un diritto di critica che è
inalienabile. Un esercizio fatto senza timori né dietrologie, come invece
accade tra scrittori (o sedicenti tali). Perché, ammettiamolo, se capita, a noi
che scriviamo, di leggere un testo di un altro autore, che magari conosciamo
personalmente, che ci è simpatico, che magari potrebbe metterci una buona
parola con quel giornalista/libraio/editore, e quel testo ci fa,
fantozzianamente, cagare, scatta il dramma. Impossibile dire che ci è piaciuto.
Ma ancor più impossibile mettere nero su bianco che, per i nostri gusti, quel
testo non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Adesso ci vado giù dura, sia
chiaro. Ma sarà capitato anche a voi di scuotere la testa davanti a pagine
banali, non necessariamente mal scritte, ma sostanzialmente inutili. Ecco,
forse il peccato peggiore è questo: un libro può essere bello, brutto,
mediocre, pieno di strafalcioni o ben scritto, troppo lungo, troppo corto,
troppo strombazzato. Ma non può mai permettersi di essere inutile. Di far
pensare al lettore di aver perso tempo (e denaro) che avrebbe potuto utilizzare
in modo più proficuo. Ecco, di lettori così quel romanzo di autore italiano
molto noto e ben introdotto ne ha incontrati parecchi. A dimostrazione che ciò
che ci viene costantemente presentato come “imperdibile” dalle fascette, dalle
case editrici, dai critici, può non esserlo. E lo si può affermare, questa è la
notizia, senza doversi per forza sentire ignoranti, invidiosi o superficiali.
I nostri libri
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domenica 27 settembre 2015
sabato 26 settembre 2015
Ricardo y Carolina - Quiero ser tu heroe
Più o meno tutti gli scrittori ascoltano musica per ispirarsi. O si ispirano ascoltando musica. I generi (musicali) possono variare a secondo del genere (narrativo) del romanzo cui si sta lavorando. Per "Ricardo y Carolina" la canzone non poteva che essere romanticissima. E nella lingua adatta. Non a caso nei ringraziamenti in coda al romanzo si cita espressamente Enrique Iglesias e la sua struggente interpretazione, in spagnolo, di "Quiero ser tu heroe".
Se non la conoscete, ascoltatela.
Se la conoscete, una volta letto il nostro romanzo, non riuscirete a non pensare a don Ricardo Calleja de Hormigas.
Con l'occasione vi ricordiamo che il romanzo è in prenotazione QUI fino al 5 ottobre.
domenica 20 settembre 2015
Dell'invidia degli scrittori e di altri luoghi comuni
Soffro di una forma acuta di
mal sopportazione dei luoghi comuni. Le donne non sanno parcheggiare. I
napoletani non hanno voglia di lavorare. I migranti ci islamizzeranno tutti.
Gli scrittori sono invidiosi. Potrei dilungarmi sui primi tre con vaste
argomentazioni, ma stavolta voglio affrontare la diffusissima credenza per cui
uno scrittore (se è una scrittrice, meglio) non può non essere invidioso/a del
successo degli altri. Dove per successo si spazia dalla vetta della classifica
delle vendite su Amazon (dove succede di toccare il vertice per quei tre
nanosecondi durante la promozione a 0,99 euro) al premio Strega; dalla consegna
della targa placcata argento di “scrittore primo classificato nel concorso
Autore del pianerottolo” alla traduzione in tutte le lingue comprese nella
torre di Babele; dalle 5 stelline su Goodreads (o Amazon o Anobii) alla megarecensione
galattica sul supplemento “La lettura” del Corriere. Ora, sia chiaro, non sono
bionda, non sono ottimista, non sono un tenero virgulto e non mi chiamo
Pollyanna. Ma secondo me vi state sbagliando. Dico VI perché io non mi allineo
mai ai luoghi comuni. E già di per me, come autrice, vi sconfesso: non sono
invidiosa. Tirate giù quel sopracciglio inarcato e cancellate la smorfietta
scettica. Vado ad argomentare. E faccio nomi e cognomi. Se Elena Ferrante, nel
chiuso del suo tanto discusso anonimato, sono anni che scrive e anni che si fa
leggere, se senza presenziare eventi letterari, senza partecipare a
trasmissioni tv, senza farsi intervistare nella rubrica “Billy” del Tg1 e
senza, udite udite, partecipare alla messa cantata di Fabio Fazio con la nuova
uscita in piedi e in primo piano tra le dita “midiche” (nel senso di Re Mida)
del conduttore, è arrivata finalista allo Strega, io che motivo ho di
invidiarla? Io non scrivo come lei (non dico peggio né meglio, ognuno ha il suo
stile), non tratto i suoi temi, non sono Elena Ferrante. E il fatto che
migliaia di lettori la amino, vuol dire che migliaia di persone leggono libri.
Mi seguite? Una persona che si appassiona ai noir di Romano De Marco, alla
poesia in prosa di Maurizio de Giovanni, alla penna sarcastica e dolce insieme
di Marilù Oliva è un lettore in più per tutti coloro che sanno scrivere una
storia appassionante, non un sostenitore in meno per me o per qualcuno di voi.
Mi dicono (io non frequento i salotti letterari) che gli scontri al veleno ci
siano sempre stati, così come i giudici tranchant dietro le spalle e gli
sdilinguimenti ipocriti negli incontri vis a vis. Così va il mondo, mi dicono.
Mi dicono, anche, che uno scrittore che ti recensisce favorevolmente 9 su 10
sta per chiederti qualcosa in cambio, motivo per il quale tutto quel
proliferare di stelline tra “amici” di penna sia indice di falsità e non di
qualità. Non so per quale malinteso (perché è chiaro che un malinteso “ci ha da
essere”), moltissimi autori mi chiedono di leggere i loro romanzi. E
difficilmente dico di no. Magari li faccio aspettare mesi (Gianluca Mercadante,
autore tra l’altro di un divertentissimo “Casinò Hormonal” Lite Editions, può
testimoniarlo), ma li leggo. Ed esprimo quel che penso. Mi dicono che sono sempre
magnanima nel dispensare stelle e lodi. E nel sillogismo da luogo comune chi
recensisce positivo si aspetta una contropartita. Ecco, abbassate quel
sopracciglio e cancellate la smorfietta, perché adesso vi sfido a dirmi quali
contropartite abbia ottenuto una come me e come possa collocarsi nell’assioma
degli scrittori sempre e comunque invidiosi del successo altrui.
Un libro in più venduto, una
presentazione strapiena, un premio vinto (certo, non quello di autore del
pianerottolo, ma anche sì, in fondo) sono successi che si devono ai lettori. E
quanti più lettori ci sono, tante più possibilità esistono che quei lettori si
interessino ad altre storie, ad altri autori. Un lettore non è una risorsa in
esaurimento. Un lettore ha spazio per milioni di storie, molte più di quante ne
contenga un kindle. Un lettore che si appassiona a un libro, ne cercherà tanti
altri. E vi rivelo un altro segreto, custodito quasi quanto il terzo di Fatima:
un lettore non è un binario unico. Lo so, perché prima di tutto leggo. Un
lettore può amare la Trilogia della città di K e Andrea Vitali, può non averne
mai abbastanza di Twilight e coccolarsi Paul Auster, può andare in overdose di
romance e centellinarsi La ferocia di Nicola Lagioia. Uno che ci capiva già
tanti secoli fa disse “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”.
Quindi piantatela, voi
autoeletti giudici, di dire che tutti gli scrittori sono invidiosi del successo
altrui. E piantatela, voi autoeletti veri scrittori, di lamentarvi, perché ne
avete una fottuta paura, della ressa di aspiranti scrittori che si accalca alle
porte. Le storie, come le stelle, sono tante. Milioni di milioni. Ci sarà
sempre chi ha voglia di raccontarle e ci sarà sempre chi ha voglia di starle a
sentire. Di leggerle. Su uno schermo, su un foglio di carta. Non importa. Ci
sarà. C’è. Se smetteste di pensare che qualcuno vi odia per quel briciolo di
fama in più, riuscireste ad accorgervene. E a goderne mentre scrivete la
prossima storia.
martedì 15 settembre 2015
La rivoluzione di Lauraetlory è in arrivo
Ci siamo. È successo
altre volte. Una persona che ha creduto in noi quasi dieci anni fa, ci disse
che ogni inquietudine, ogni dubbio, ogni timore sarebbe terminato nel momento
in cui avessimo avuto tra le mani il nostro libro. All'epoca di e-book non si parlava.
Quella persona ebbe ragione e torto insieme. Perché avere tra le mani la nostra
prima pubblicazione, nel settembre del 2006, fu terapeutico. Ma sancì anche
l'inizio di una serie di emozioni cui non possiamo e non vogliamo rinunciare.
Sta per uscire il
nostro nuovo romanzo. E-book curato, vezzeggiato, pubblicato dalla squadra di
goWare. Ricardo y Carolina arriva dopo Il puzzle di Dio. Due
storie che più diverse non si potrebbe. Un romance storico dopo un thriller con
elementi mistery. Figli nostri, entrambi. Uniti dalla nostra passione e dalla
fiducia di chi ha investito nella nostra scrittura. Li abbiamo amati, educati,
corretti, limati, difesi. Il puzzle è andato nel mondo con la sua
copertina zafferano e si è fatto onore. Ricardo y Carolina lo seguirà con
una copertina tutta rosa e la pretesa di raccontare di donne d'altri tempi
senza mai cadere nello stereotipo. A questo romanzo corposo (i nostri lo sono
quasi sempre) e variopinto di sete e merletti, di cartucciere e sombreri, di
vita e di morte il compito di traghettarci verso un anniversario importante. Il
decennale della nostra presenza (piccola, in sordina ma costante) nell'editoria
italiana. E, credeteci, non avremmo potuto affidarci a mani migliori di quelle
di Don Ricardo, aristocratico e idealista, e della signorina Carolina Crivelli,
decisa a prendersi dalla vita esattamente quello che vuole.
venerdì 24 luglio 2015
Ancora su librai e librerie
Mi ritrovo, ancora, a parlare di librai e librerie perché, alla notizia che una bella antologia pubblicata da Las Vegas Edizioni ("Prendi la De Lorean e scappa") sia stata di fatto "boicottata" da una commessa di una libreria di catena ho proposto di procedere con acquisti online, che per i lettori di editori non grandissimi sono garanzia di successo (li trovi, li compri, li leggi). Las Vegas mi risponde che ci sono ottime librerie e ottimi librai che perderebbero il loro posto di lavoro se tutti la pensassero come me. Sempre oggi sul blog Rosapercaso trovo questo post che, giustamente, inneggia alle librerie indipendenti e ai libri di qualità. E allora mi ricordo di aver dedicato una riflessione alla crociata contro Amazon, questa. Crociata che non mi trova d'accordo, in soldoni. Ma urgono alcuni chiarimenti: non ho nulla contro i librai, anzi. Una che adora i libri da sempre non può che essere dalla loro parte. Il problema è che non c'è mai stato un libraio di fiducia nella mia vita. Perché non c'è mai stata una libreria di fiducia. Pigrizia mia, probabilmente. Ma l'unica che potrei considerare tale è la Ubik di Monterotondo dove a coccolare libri, lettori e autori c'è, tra gli altri, Chiara Calò . Peccato che io viva a Campobasso e che le mie pur frequenti puntate a Roma difficilmente mi consentano di andare a salutarla e a farmi consigliare nuove letture, come vorrei. Tutto questo per dire che vorrei, ma non posso. E per non rinunciare al mio motto #ioleggodifferente, i libri, quasi tutti i libri, li acquisto online. Se è una colpa, mi dichiaro colpevole.
mercoledì 22 luglio 2015
Goduria - ovvero l'arte di togliere senso alla narrazione
E' Loredana che vi parla. Visto il successo dell'esperimento di scrittura non-sense derivato da riflessioni sul trionfo della narrativa "supercazzoliana", ho pensato di unificare quanto fin qui prodotto e rendervi noto che Sconfitto e Distrutta sono i protagonisti della non-storia che ho intenzione di raccontarvi per intero. Buona lettura.
_________________________
Sconfitto sapeva che nel suo nome, aggrovigliato nei tessuti di
un'umanità apologetica,
svirgolato dalle sinapsi del suo colon che emanava pensieri presbiteriani,
combustionando paradigmi di inusitati alveoli avrebbe emulsionato sfinteri
creando una ballata Escherichia coli putrescenti.
Le labbra di Distrutta, esegetica compagna di Sconfitto, si
attaccarono suggenti al marmo aspirando microbiche drosofile che impattano
scivolanti su papille consumate da logorroici amplessi. La salita suggerisce il
tempo della siderurgia. Che lima soffioni di elio evaporati da riflessioni che
si affacciano sperticandosi (come cellule gliali insabbiate) mentre il nulla
vortica incontrando il niente e figliando ibride stelle che attendono in
medicei destini.
Era bollente, vulcanizzata da un'assioma pettegolo e incoerente che friniva sbriciolando orgasmi
serpentini senza contare le fistole suppuranti lussuria che straripavano
correndo lungo percorsi infiniti di mani piedi braccia tentacoli occhi e
orecchie e sapeva, sì, sapeva, che dietro quella palingenesi di filantropia
dissociata si nascondeva un trasudo
catartico di testosterone stantio.
Sconfitto senti crescere il terrore di averlo perso, più si incrinava
l'insicurezza di quella mancanza più
un gelido torpore saliva a bagnargli il ventre rigonfio di desiderio
ancestrale.
Distrutta lo fissava, gli occhi cerchiati da una ialina
libidine, il seno afflosciato sul desiderio colloso e aspro che le rantolava
tra le gambe. Gambe di gazzella, di giraffa filiforme che allunga il collo in
cerca di uno scroscio di sassi che percorrono all'inverso il desiderio sepolto
di una vorace astinenza. Ma il momento
era giunto. Lei lo sapeva e questa ignoranza la catapultava in una
strisciante rotondità
di onniscienti presenze.
Non c'era tempo per riflettere, non c'era tempo per pensare, agire,
fare, baciare lettere o testamento. Sesso. Sozzo, bollente, urticante,
strafottente, malato, insano, smidollato, sbrodolante come nebbia di pulviscolo
che investe latrine incrostate di escrementi. Merda._____________________
Alla prossima
lunedì 20 luglio 2015
Ebbene sì: esiste il FEMMINISMO ROSA
Rifletto. Mi capita. Anzi,
direi che è la mia attività principale. E non sono uno specchio. Okay, la
battutaccia la dobbiamo al caldo. Ma, dicevo, rifletto. Chi mi segue sa che da
tempo mi interrogo sulla scrittura. E sulla scrittura delle donne. Ho intervistato
un bel po’ di autrici, ne ho ricavato un saggio (https://www.bookrepublic.it/book/9788896656815-scrivere-non-e-un-mestiere-per-donne/)
e non ho mai nascosto il fastidio che provo per il radicato pregiudizio in base
al quale a una firma di donna in copertina, corrispondano per forza pagine dedicate
a una storia d’amore. Un fastidio spesso condiviso dalle autrici che ho
intervistato. Averne parlato mi ha procurato non pochi scontri con
lettori/scrittori maschi convinti che il sillogismo sia “le donne parlano solo d’amore – le donne scrivono libri – i libri
delle donne parlano solo d’amore”. Potremmo facilmente dimostrare che non è
così, ma non è di questo che voglio parlare adesso. Perché l’amore è l’argomento
principe del 99,9% delle storie da che esiste la scrittura. E anche prima. Raccontarne
è una pulsione insita nell’animo umano, a prescindere dal cromosoma X o Y. La
questione è come lo si racconta. Ed è qui che voglio introdurre il concetto di “femminismo rosa” per il quale rimando al
blog di Mara Roberti https://rosapercaso.wordpress.com/
con un sottotitolo che è tutto un programma. Ovvero “O di come una femminista convinta iniziò a scrivere rosa”. Una
dichiarazione che è un distillato di coraggio perché l’immagine che si associa
oggi al termine femminista è
descritta da poche parole: brutta, vecchia, zitella, acida. Non conosco
personalmente Mara Roberti ma sono certa che neanche una di queste quattro
categorie le appartenga. Mentre sicuramente le appartengono intelligenza e
ironia, quelle con cui affronta l’apparente dicotomia tra l’essere femminista e
lo scrivere storie d’amore. Il femminismo rosa esiste. Lei lo ha messo nero su
bianco, ma a ben guardare è sempre esistito. Riconoscerlo è facile. Ogni volta
che un romanzo ci propone figure di donne descritte a tutto tondo, con pregi e
difetti, capacità e carenze, momenti di forza e attimi di debolezza. Ogni volta
che non si indulge nello stereotipo della fanciulla in difficoltà che mai
verrebbero superate se non intervenisse il principe di turno. Ogni volta che la
conquista e l’espressione del sentimento non sono il solo motivo di vita per la
protagonista. Ogni volta che i ruoli non sono cristallizzati in preda e
cacciatore, in candida colomba e lupo tenebroso. Ogni volta che la storia d’amore
è, anche, storia di vita, percorso di realizzazione, ricerca del meglio per sé.
Ritengo che le scrittrici abbiano, oggi più che mai, compiti importanti: spezzare i limiti della
banalizzazione, mostrare al lettore donne vere, persone complete. Non vuol dire
rinunciare alla storia d’amore. Tutti i libri ne contengono una, anche quelli
del più macho degli scrittori. Ma mettere nero su bianco un rapporto paritario.
E reale. Perché di donne disposte a perpetuare lo stereotipo dell’angelo del
focolare se ne incontrano sempre meno. Per fortuna.
p.s. se vi va, sull’argomento
c’è la mia chiacchierata con Florelle
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