sabato 5 aprile 2014

In attesa di Daiana (storiaccia romana)

Io e Loredana siamo romane. Lei da settordici generazioni. Io di nascita, visto che i miei genitori sono venuti al mondo più o meno nei paraggi, ma non dentro al GRA. Dicevo, io e Loredana siamo romane. Una realtà che ci portiamo dentro, una radice, una consapevolezza, un modo di essere che ci è naturale al punto da non aver bisogno di evidenziarlo. Neanche con la scrittura. Per anni ci hanno chiesto perché non ambientassimo le nostre storie a Roma. La risposta, che non abbiamo mai fornito, poteva essere che non avevamo bisogno di avere Roma sulla pagina, visto che ce l'avevamo nel cuore. Va detto, però, che ogni tanto Roma affiorava. Racconti, per lo più. "Vecchia Roma", "Estenscion", "Tresette a spizzichino". Poi due romanzi, "Fiume pagano" e "Carne innocente". Quindi, oggi, un racconto lungo: "Daiana". Il merito, o la colpa, dipende se piacerà o meno, è di Marco Proietti Mancini. Del suo entusiasmo e della sua volontà di coinvolgerci in un progetto dal titolo molto romano, "Storiacce". Una raccolta di tre racconti lunghi, con due maschiacci come Marco Proietti Mancini e Igor Artibani, e due dolci signore, come me e Loredana Falcone, per raccontare una Roma fuori dalle cartoline e dalla meraviglia dell'arte e della storia. Succede, in questi casi, che la nostra scrittura viri verso qualcosa che alle volte risulta ignoto perfino a noi. Ma non è così che deve essere, in fondo? Scrivere è creare qualcosa che non ci appartiene mai fino in fondo. La parte più profonda di noi, la parte romana, è come una sorgente nascosta, una polla che preme per uscire allo scoperto e sorprenderci. Daiana e la sua storia ci hanno sorprese. Chissà se sorprenderà anche voi.

lunedì 24 marzo 2014

Diario sparso di un'avventura molisana

Ve l'avevo promesso, il diario molisano e quindi eccomi qui. Oggi sono otto giorni che mi trovo a Lowfield (Campobasso per gli amici). Sono arrivata di domenica, e la giornata è trascorsa sistemando i bagagli e le carabattole assortite in giro per casa. Il lunedì sono venuta in redazione per firmare il contratto che sancisce, dopo vent'anni di lavoro e quattordici di iscrizione all'Ordine che, toh, sono una giornalista professionista. Il martedì ho preso servizio e sono stata immediatamente messa nella centrifuga della produzione di servizi per il tgr e per buongiornoregione. Poi i giorni si sono confusi, hanno assunto una valenza strana, dilatata. Ogni giorno sembra due, tre, una settimana. Mi ritrovo a casa, la sera, stanca, un tantino spaesata. Ma contenta. Sì, sono contenta. Con la maggior parte dei colleghi e dei superiori è stato feeling immediato. Con qualcuno stiamo prendendo le misure. Poi c'è chi si atteggia a cinico, a schifato da questo lavoro, da questo contesto. E' capitato oggi. Non sono riuscita a tacere.

- Dovremmo essere felici di avere un lavoro, per cui veniamo pagati (ho detto)
- Tu vieni pagata (ha risposto)
- Anche tu, e forse più di me.
- Se io fossi pagato più di te, tu adesso staresti al posto mio.
- Ti sbagli. Io faccio il lavoro che volevo fare fin da bambina. Non è una questione di soldi, ma di passione.

Dopo queste parole silenzio imbronciato. Poi l'atteggiamento è cambiato. Non che sia una garanzia, ma una cosa vorrei appuntare in questo piccolo diario: fare il lavoro che hai sempre voluto fare ha un valore che travalica lo stipendio. Non vorrei essere pagata di più per fare una cosa che non amo. E non credo di essere strana per questo.

domenica 9 marzo 2014

Io mi ricordo

Io sono molto più vecchia della collega Beatrice Borromeo. Mi azzardo a dire che Beatrice Borromeo potrebbe essere mia figlia. Eppure è evidente che io ricordi il periodo dell'adolescenza, per me piuttosto distante, molto ma molto meglio di lei. Beatrice Borromeo ha scritto per Il fatto quotidiano un articolo dal titolo emblematico "Se non ti fai sverginare sei una sfigata" (qui il link http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/06/sesso-a-14-anni-unadolescente-racconta-se-non-ti-fai-sverginare-sei-una-sfigata/904665/) aggiungendo la propria al coro di voci che, dal caso baby squillo in poi, ma anche prima a ben pensarci, stigmatizza l'intera categoria delle adolescenti, femmine, in base a una presunta iperattività sessuale. Borromeo parla di quattordicenni in una prima puntata della sua inchiesta. E non la conosco, quindi non posso e non voglio dire nulla sul come abbia operato nel preparare la suddetta inchiesta. Ciò di cui voglio parlare è la scarsità di memoria. Al netto delle differenze di epoca, mi viene da pensare (e ammetto subito sia un pregiudizio) che l'adolescenza di Borromeo sia stata ben diversa dalla mia. Lei ha un nome che trasuda aristocrazia, cultura, alta società. Io sono figlia, fiera figlia, di un portalettere, cresciuta, con altrettanta fierezza, in una borgata romana, frequentando scuole pubbliche per tutto l'iter scolastico. E mi ricordo. Mi ricordo molto bene cosa vuol dire essere un'adolescente. Femmina. Mi sentivo brutta, mi sentivo inadeguata, mi sentivo sola. Ferirmi era la cosa più facile del mondo. Era come se la pelle mi fosse stata strappata via, lasciandomi nuda a carne viva. E su quella carne qualsiasi sguardo (Dio, la cattiveria degli sguardi), qualsiasi parola, qualsiasi gesto erano sale, fuoco, lame. Esisteva già il bullismo negli anni 70/80. Esisteva la cattiveria. Esisteva l'attività sessuale. C'era lo sforzo di un movimento, quello femminista, che cercava di aprirci gli occhi, a noi bambine/adolescenti in procinto di affrontare l'altro sesso. E c'era, c'è sempre stata, la banalità dell'accomunare un'intera categoria in un giudizio. Gli adolescenti erano quelli maleducati, erano quelli chiassosi, erano quelli svogliati, erano quelli incapaci di prendersi responsabilità. A tutto questo, per le femmine, si aggiunga che le adolescenti erano puttanelle. Non lo si diceva facile come lo si dice oggi. Ma era negli occhi di chi, adulto, maschio o femmina che fosse, ti guardava. Negli occhi adulti maschi c'era, allora come oggi, condanna e appetito inconfessabile. C'era la voglia, spesso attuata, di importunarti, toccarti, sussurrarti porcate che tu, ragazzina quattordicenne del 1977, manco eri in grado di decifrare. E io mi ricordo. Ricordo la rabbia (avete presente la rabbia di un'adolescente? quella fiammata di aggressività e pianto, quella richiesta di aiuto che nessuno sembra in grado di ascoltare?) quando adulti in carne e ossa o adulti dalle pagine di un giornale, pretendevano di decifrare il come, il perché, il quando. No, Borromeo, noi adolescenti di allora non eravamo tutti maleducati, non eravamo tutti inutilmente aggressivi, non eravamo privi di valori, non eravamo svogliati e viziati. Non eravamo puttanelle. E odiavamo chi si arrogava  il diritto di giudicarci senza conoscerci. Io me lo ricordo. E di tempo ne è passato molto più per me che per te, Borromeo. Mi ricordo che non c'è niente di peggio che parlare per categorie, che fare mucchio, che generalizzare ai danni delle persone. Me lo ricordo talmente bene che oggi, che faccio il tuo stesso lavoro, da un po' prima di te e con molta più fatica, consentimi, cerco di evitare di parlare di lavagne con i buoni e con i cattivi. Soprattutto se la categoria "cattivi" è rappresentata, in parte Borromeo, in una piccola parte, da persone già nell'occhio di un ciclone mediatico dove si parla sempre di baby-squillo e mai di clienti pedofili. Pensaci. E ricorda. Non ti servirà un grande sforzo.

martedì 4 marzo 2014

Il momento in cui decidi

Ci sono momenti in cui sai che tutto sta per cambiare. Ormai lo sapete più o meno tutti che sto per trasferirmi a Campobasso. Ho vinto una selezione interna per giornalisti. Vado alla Tgr. Ma il momento del cambiamento non sarà quando arriverò nella nuova sede, né quando confezionerò il primo servizio. Il momento del cambiamento è già passato. E io ne ho avuta la nettissima percezione in una di quelle epifanie che capitano poche volte nella vita. Era l'estate scorsa. Ero a lavoro. Ero sola. periodo di ferie, quasi tutti i colleghi in vacanza. Comunque il mio solito orario mattutino. Gran sole all'esterno. Grande incertezza dentro di me. Una schermata sul computer. Una scritta lampeggiante: selezione interna per giornalisti. Quanto a lungo l'ho guardata non saprei dire. Tanto. In un ideale e angosciante soppesare tutti i pro e i contro. Poi ho cliccato, ho raggiunto il formulario. Ho compilato la domanda. Tasto invia. Quanto a lungo ho esitato? Tanto. Perché sapevo cosa sarebbe accaduto. Di esami nella mia vita ne ho fatti tanti. E non ho mai fallito. Mai una bocciatura. Sapevo cosa sarebbe accaduto. Alla fine mi sono decisa. Ho cliccato sul tasto. Ho inviato la domanda di partecipazione. E in quel momento, col sole fuori e il buio dentro, con la solitudine intorno, ho pianto. Ho pianto il distacco. Ho pianto il cambiamento epocale. Ho pianto la paura dell'ignoto. Ho pianto il dolore che, mio malgrado, avrei dovuto infliggere a chi mi vuole bene e non mi vorrebbe lontana. Ho sentito il peso enorme della responsabilità. Verso gli altri e verso me stessa. Mi sono chiesta se potevo farcela a gestire tutto questo. Non mi sono risposta. Ho asciugato le lacrime e sono andata avanti.
Vado avanti con l'impegno a tenere in equilibrio tutto. I miei affetti, le mie passioni, il mio lavoro, la casa dove comunque vorrò tornare, la mia Roma. Sarà una faticaccia.
Ma lo sapevo in quella mattinata solitaria di fine luglio in una redazione vuota, dove non mi riconoscevo e non mi riconosco più.

mercoledì 29 gennaio 2014

Sociologia della tazzina

(Questo post lo scrissi nel 2009 sul vecchio blog di Splinder. pensavo di averlo perso, invece si salvò dal naufragio grazie alla ripresa su un blog amico. Ve lo ripropongo)

Non so se a causa del lavoro che faccio o perché sono curiosa per natura, ma a me piace osservare la gente nel quotidiano, alle prese con quelle abitudini che fanno parte della vita di tutti noi. Trovo che tale osservazione sia utile per capire la società che ci circonda. E il suo grado di decadimento. Nel mio posto di lavoro esiste un bar interno. Un caffè lo paghi 55 centesimi (erano 49 fino al 31 dicembre scorso, ma poi la crisi... n.d.r. oggi costa 60 centesimi), non è eccelso, ma ti risparmia di impugnare il tesserino e far girare il tornello per uscire dal CPTV di Teulada e andartene a prendere un caffè fuori, al costo di 80 centesimi. Alla lunga (e moltiplicati per 4/5 tazzine al giorno) quella differenza di 25 centesimi si sente. Il bar del CPTV (niente paura, significa solo centro di produzione televisiva) è stato ristrutturato da circa un anno, ha un aspetto molto trendy, con tavolini, divanetti, sgabelli e banconi tutti bianchi e neri. E' molto grande e confortevole. Eppure... Sorvolando sulla varietà di declinazione del caffè nelle richieste dei clienti (decaffeinato lungo al vetro con latte scremato freddo a parte, per dirne una), il fenomeno sociologico che mi interessa trattare è la conquista della postazione sul bancone di servizio. Ripeto che, una volta ottenuta l'agognata tazzina, è possibile e confortevole raggiungere i tavolini oppure i banconi dotati di alti sgabelli dove sorseggiare il caffè spettegolando del più e del meno. Eppure la maggior parte dei miei colleghi (lo sono tutti, a vario titolo) si comporta come un fante della prima guerra mondiale una volta conquistato il suo pezzetto di trincea. Il primo passo è infilare il braccio, armato di scontrino, sotto il gomito di colui/colei che sta prendendo la sudata tazzina. La mossa numero due è costringere il malcapitato a ingollare bollente il caffè e togliersi rapidamente dai cog***ni, il che avviene con un movimento laterale che poi diventa frontale, con successivo allargamento dei gomiti ad ala di gabbiano. Terzo punto: attirare l'attenzione degli indaffaratissimi camerieri chiamandoli per nome. Perché, sta qui il segreto, chiamare per nome Paolo piuttosto che Vittorio dà immediatamente il senso della famigliarità e del susseguente diritto ad essere serviti per primi. Ottenuto il cornetto integrale al miele e il marocchino con spruzzata di cacao la postazione è presa. E qui comincia la guerra di logoramento. Vince chi se ne frega della ressa che gli si forma alle spalle a assapora con voluttà la tazzina, intrattenendosi a chiacchierare con il vicino di bancone, con il barista, con chiunque. Vince chi riesce a impedire che uno scontrino alieno gli spunti sotto il gomito mentre beve. Vince chi sbocconcella lentamente il cornetto impedendo a chiunque di raggiungere la ciotola dello zucchero (bianco, di canna, dolcificante). Vince chi riesce a mantenere più a lungo la postazione. E non importa se potrebbe godersi la colazione comodamente seduto ai tanti tavoli vuoti oppure ai banconi con gli sgabelli. Non importa perché la vittoria è costringere il nemico all'attesa. Dove per nemico si intendono tutti gli altri. Mantenere la postazione signfica affermare la propria esistenza in vita, la propria supremazia, il proprio essere importante all'interno della compagine lavorativa. Mantenere la postazione vale quasi più che l'essere assunti a tempo indeterminato, quasi più che ricevere una promozione o una gratifica. Mantenere la postazione significa aver raggiunto uno scopo nella vita. Poi il caffè finisce. Puoi raschiare il fondo con il cucchiaino. Puoi raccogliere le briciole del cornetto. Ma alla fine devi cedere la postazione. E tornare la nullità di sempre.

lunedì 27 gennaio 2014

Il lettore buono e quello cattivo...

Di solito la ripartizione è tra poliziotto buono e poliziotto cattivo. Ma in questo caso si parla di lettura e si parla di me (Laura) e di lei (Lory). La riflessione me l'ha suggerita la socia/metà oscura proprio stamane, condividendo una mia entusiastica recensione del giallo di Roberto Riccardi "Undercover - Niente è come sembra" (E/O). Cosa c'è di strano? C'è di strano che, di solito, quello che piace a me non piace a lei. E che dove io vedo cose positive, lei di solito vede delle irrimediabili banalità. Al punto che un giorno mi ha affrontata a brutto muso dandomi della buonista senza speranza, dicendomi che sono una di bocca buona e che dispera di potermi recuperare. Ora dovete sapere che niente di ciò che la mia socia/metà oscura dice mi scivola addosso. E' anche vero che a me poche cose scivolano addosso, son così di carattere. Ma, dicevamo, su quanto afferma Lory io ci rifletto con attenzione. Sempre. Sono una lettrice troppo buona? Non credo, diciamo che analizzo il testo cercando di tenere conto di mille e una considerazioni. Diciamo anche che stroncare non mi piace. Lo faccio se l'autore mi ha sottoposto un testo, chiedendomi espressamente un parere. E se il parere è negativo, io lo dico. Pagandone immancabilmente le conseguenze con bannamenti, vendette e recensioni stroncatorie e ritorsive. Succede. Mi dicono sia normale tra gente che scrive. Non mi piace che sia normale. Ma torniamo al discorso iniziale. Io ricevo, per motivi vari, un sacco di libri da leggere. Spesso riesco a leggerli in tempo utile, mi piacciono e li consiglio a Loredana. Lei li prende, se li porta nei trasferimenti in metro, li legge e nove volte su dieci me li restituisce con una faccia tra lo schifato e il rassegnato. Potrei sbagliarmi, ma negli ultimi mesi, se non anni, di tutti i libri che ci siamo passate ha espressamente apprezzato "Nient'altro che amare" di Amneris Di Cesare (Cento Autori), "Non passare per il sangue" di Eduardo Savarese (E/O) ma conta meno perché è lei che lo ha passato a me, e appunto "Undercover". Quanti e quali ho passato io a lei meglio non dire, per non incorrere per interposta persona nelle vendette di cui sopra.
Tutto questo per dirvi che avere un apprezzamento da me, checché ne dica Lory, non è facile. Ma averlo da lei è veramente un caso eccezionale. Una specie di medaglia da mettere al bavero. Perché, sapete, se Lory fosse una cui piace avere visibilità nella Rete, molti dei blog libreschi famosi per non mandarla a dire potrebbero tranquillamente chiudere. Ho sentito giudizi, da Lory, che voi umani scriventi è meglio che non immaginiate neanche. Ne andrebbe del vostro equilibrio psico-narrativo.
Fidatevi.

martedì 7 gennaio 2014

Capitan Harlock 3D


Leggendario, epico e visivamente senza precedenti. Così recita la pubblicità di Capitan Harlock 3D, attribuendo la frase al Cameron di Avatar.
Leggendario, sì, perché parla di una leggenda recente eppure millenaria, una leggenda che ci portiamo dietro, noi 40/50enni, dall’infanzia, ma che affonda le radici nell’immaginario collettivo dell’eroe solo, taciturno, tormentato. Non senza macchia e non senza paura, ma proprio per questo più grande.
Epico, sì, di quell’epica che la vedi, la senti e pensi Giappone. L’epica dei gesti, degli sguardi, dei movimenti felini velocissimi ma rallentati, delle arti marziali, dello sventolio di bandiere (ma come sventola una bandiera nello spazio?), di mantelli, di capelli.
Visivamente senza precedenti, vero. Avatar è stato una scoperta, ma questo Capitan Harlock va oltre, coniugando una computer grafica con un impatto realistico eppure totalmente artificiale che apre a un nuovo modo di realizzare film.
Eppure… eppure si poteva, si doveva fare di più.
Il capitano silente, troppo, ombroso, troppo, sofferto, troppo e presente poco. Il film è il suo, ma non interagisce quasi mai e ci regala solo rari sprazzi di ciò che noi, pubblico per lo più di adulti rimasti adolescenti dentro, cercavamo.
È la trasposizione manga di Sandokan, del Corsaro Nero, di Ulisse, ma anche di Achille. È immortale come Highlander e ne soffre. È sfregiato e cieco di un occhio, eppure è bellissimo. Soprattutto, ed è la sua forza, è un uomo che ha sbagliato nel modo più atroce. Che ha distrutto ciò che amava di più e che sta, da oltre cento anni, cercando il modo di rimediare.
Scopriremo, con fatica e con molte lacune, che il rimedio che pensa di aver trovato sarebbe un’apocalisse totale. Lui lo sa, fin dall’inizio, e questo lo colloca in una luce di eroe cattivo, di cupio dissolvi, come denuncia il suo antagonista disabile e feroce. Perfino la sua ciurma ne rimane sconvolta, quando scopre a cosa serve l’aver disposto cento bombe a variazione dimensionale (o qualcosa del genere, i termini scientifici sono terribili da ricordare e troppi).
Da sempre l’eroe fortissimo, e Harlock lo è, ricercato in tutto l’Universo, temuto, invincibile ma fragile nello spirito, ferito e in cerca di riscatto parla alla nostra fantasia. Anzi, alla nostra anima. E parla in modo che vorremmo conoscerlo meglio, cosa che questo film non ci consente di fare. Così dobbiamo affidarci a scorci improvvisi: il primo arrembaggio, quando il capitano afferra il timone e, non diversamente da quanto avrebbe fatto il Corsaro Nero, scaglia la propria Arcadia contro un’astronave nemica in un frenetico girar di timone e sventolar di mantello; il salvataggio di Yama sul pianeta Tokarga, quando il capitano si tuffa in caduta libera per recuperare il pivello dell’equipaggio, ben sapendo che è una spia e accettando il rischio di esserne ucciso; l’unico momento di tenerezza e di rassegnazione, quando l’aliena detentrice del segreto del motore a dark-matter gli passa una carezza sul viso prima di dissolversi in particelle di luce; i duelli e quell’unica goccia di sangue che stilla dal corpo del capitano a rivelarci che, finalmente, ha perso l’immortalità derivata dalla materia oscura; il passaggio di consegne, di timone, forse di potere, con Yama che fin dall’inizio gli somigliava e alla fine sembra un clone di Harlock, cicatrice sul viso compresa.
Nel mezzo ci sono fuochi d’artificio visivi eccezionali. C’è la tragedia della Terra. C’è la speranza, ci sono i fiori che rinascono dall’oscurità. C’è una guerriera ben poco credibile (unica nota veramente stonata, al limite del ridicolo) con le tette corazzate e il perizoma sulla tuta spaziale (ma per piacere!). Ci sono armi di distruzione di massa che i potenti vogliono comunque utilizzare. C’è il riscatto del cattivo…

Sapete che vi dico? Dopo averne scritto, mi è venuta voglia di rivederlo da capo.