domenica 8 ottobre 2017

Doccia fredda #12 Slow cat (esordiente)

La stanza volta a est, luminosa e accogliente, era soggiorno, studio e cucina. Praticamente casa. L’aria, ormai quasi calda a maggio, permetteva di tenere aperte le finestre e dal balcone arrivavano le folate di profumo bianco del gelsomino che stava per fiorire.
Maria cucinava, era la festa della mamma e per festeggiarla venivano tutti a pranzo da lei: figli, nuore e nipoti. Apparecchiava e pensava alla sua di mamma, a quando era lei la figlia, alle domeniche in montagna nella grande casa dello zio, con la stufa, il portico e l’ombra del glicine bianco dalla parte del campanile.
Il campanello, eccoli! Si affacciò sul pianerottolo per guardare dalla grande finestra che dava sul giardino, all’entrata. C’erano già tutti, erano arrivati tutti insieme... Che strano! Il figlio grande, il figlio più piccolo, le mogli, i bambini e il nipote ventenne. Si sentiva vociare, che cosa stavano complottando?
Mi hanno messo in questa scatola, c’è un foro. Per respirare credo. Le pareti sono lisce e bianche, non riesco ad arrampicarmi, cado all’indietro come un salame.
Dove sarà la mia mamma? Non sento più il suo odore, il pelo morbido che mi avvolgeva. Dove mi stanno portando? Ho paura... Sento delle voci. Sembrano due bimbi: uno un po’ più grande dell’altro, ridono. Le loro voci sono dolci, ma non fanno miao come la mia mamma e i miei fratellini.
Aprì il cancello, li sentì salire le scale. I due piccoli erano i primi della fila, davanti il maschietto, cinque anni, e subito dopo la femminuccia che di anni ne aveva dieci. Tenevano in mano una scatola colorata e grande. Facevano fatica a portarla. Ridevano e parlottavano sottovoce.
Vuoi vedere che mi hanno regalato l’impastatrice? − pensò Maria. Sarebbe stata proprio una gran bella idea, visto la fatica che ormai faceva ad impastare la sfoglia.
Le corsero incontro e le allungarono la scatola «Per te nonna! Buona festa della mamma!». Maria si allungò per prenderla e fu allora che sentì un ripetuto e debole...
«Gnaaaooo!»
Hanno aperto ecco, adesso potrei uscire, ma se non mi aiutate... Aspetta, c’è un biglietto sulla scatola. C’è scritto che mi chiamo Oliver. Oliver? Mah? Non sono mica tanto convinto...
«E questo cos’è? un gatto? ma io non lo voglio un gatto! NON.LO.VO.GLIO!»
La frase le uscì di getto dalla gola, la voce strozzata. No, non lo voleva. Non voleva affezionarsi a  qualcuno per poi soffrire di nuovo come ogni volta che aveva amato.
No, non voleva una piccola cosa calda da coccolare, delle zampette a correre in giro per casa, a far cadere vasi, a rosicchiare cuscini e poltrone. No, no, no! Ci rimasero male.
«Pensavamo lo volessi!» dissero insieme le due nuore, mortificate.

«L’altro giorno hai scritto su FB che ci sarebbe voluto un gatto...»
«Cosa c’entra FB? Ne scrivo di puttanate io, tanto per scrivere!» Maria aveva la faccia cattiva, se la sentiva da sola, ma si girò a prendere la teglia dal forno perché non vedessero che stava piangendo. Cacciò indietro le lacrime e non lo guardò più, il gatto, o quello che era, o quello che significava. Lasciò che andasse in giro per casa a esplorare.
Che carino questo posto! Ci sono tanti buoni profumi, sa quasi di mamma e di cibo. Oh e i cuscini! quanti! Adesso corro un po’ di qua e di là per sgranchirmi le zampe. E questi cosi lanosi e morbidi per terra? Mi ci rotolo e se corro mi fanno frenare. Che spasso! ’Spetta che vado a far pipì. Dove l’avranno messa la mia vaschetta? Eccola qua! Aaahhh! Fatto! Mi scappava proprio! Adesso bevo e mangio un po’ di croccantini. Come si chiama questa che sta dando da mangiare a tutti? Devo chiedere, perché sarà lei, credo, che ne darà anche a me...
Il pranzo andò avanti non proprio in silenzio, ma con un po’ di imbarazzo. Tutti tenevano d’occhio il gatto e pure Maria − casomai volesse vendicarsi e metterlo al forno −, cercando di non darlo a vedere e parlando d’altro.
Maria era dispiaciuta per la reazione che aveva avuto, ma davvero non aveva nessuna voglia di rimettersi in ballo con un esserino che sarebbe stato totalmente dipendente da lei. Non era più tempo per amori così. Lo pensava eh, lo pensava davvero. Davvero.
Però che bello che era, e che musetto! Un batuffolo rosso a strisce più chiare. Orecchie e zampe lunghe nonostante non fosse, per ora, più di una ventina di centimetri in tutto. La cosa più buffa era la macchia rossa che spiccava sul muso bianco, proprio come se avesse pucciato, birichino, nel tegame del ragù.
Lo guardò prima di sottecchi, poi più attentamente.
«E poi io lo volevo nero il gatto, non rosso!» sbottò, indisponente. Quel ruvido che quel micio soffice le stava grattando dal cuore, da qualche parte doveva pur uscire, o no? La nuora che glielo aveva procurato saltò su, parlando un po’ in fretta, agitata.
«Non preoccuparti, sono già d’accordo che l’avrei potuto riportare, se tu non lo avessi voluto. Non preoccuparti. Lo riportiamo via».
«Ma no!» protestò la nipotina, «lo teniamo noi, dai papà, possiamo?»
«E come fate a tenerlo voi? Ne avete già due...» brontolò Maria, disapprovando. A dir la verità avrebbe disapprovato qualsiasi proposta, in quel momento, e tutto quel grattare in fondo all’anima, in modo così intimo, e sfacciato, e senza permesso oltretutto... 
Sospirò forte. I famigliari la guardarono, preoccupati. L’ex occupante della scatola però non sembrava impensierito. Se ne fregava lui, passeggiandole sui piedi, carezzandole le gambe con quel ridicolo codino, più efficace della leva di Archimede.
Continuò a guardarlo, sempre più attenta. Lui, il gatto, le girava intorno curioso. Saliva e scendeva dal divano, rotolando sui cuscini, si infilava sotto i mobili, mordicchiava la zanzariera, annusava le scarpe in bagno sul tappetino. Ormai aveva misurato lo spazio in lungo e in largo. E aveva deciso, che sì, questa Maria e questa casa facevano proprio al caso suo.
«Ad ogni modo Oliver, non mi piace. Lo chiamerò Ragù» disse alla fine, cercando di tenere la faccia dura. I suoi sorrisero sotto i baffi, ben attenti a non farsi beccare, ci sarebbe stato tempo per prenderla in giro, un giorno dei prossimi giorni, lenti e felpati, che aveva davanti.

Era il 9 maggio, cominciava un’altra storia d’amore. Maria possedeva un gatto, anzi ne era felicemente e inesorabilmente posseduta.

giovedì 5 ottobre 2017

Doccia fredda #11 Arthur (esordiente)

  ARTHUR

Arthur, come al solito, faceva su e giù per stare dietro al suo compito. Non era difficile, lo faceva da sempre, che ricordasse. Non era troppo impegnativo, era molto utile ,gli avevano detto, essenziale per lui e la sua famiglia e lui vi si applicava con metodo e coscienza. Arthur ogni tanto immaginava cosa ci potesse essere fuori, oltre le colline sabbiose che delimitavano l'orizzonte. Un giorno decise di dare retta alla sua fantasia e partì in esplorazione. Camminò tutto il giorno e tutta la notte e ad un certo punto si accorse che il paesaggio stava cambiando. Incuriosito cercò di andare ancora avanti ma fu vinto dal sonno. 
Il mattino seguente gli presentò uno spettacolo affascinante. Tutto quello che riusciva a vedere, anche perché non è che ci vedesse poi tanto bene, era completamente diverso dal suo mondo abituale. Colori, odori, sapori lo circondavano con stupefacente abbondanza e lui si lasciava inebriare da tutte queste cose nuove e piacevoli. Guidato da un'insegna e spinto da un languorino entrò in una trattoria, accolto da una graziosa cameriera. Gli furono serviti deliziosi piatti, mai assaggiati prima e una bevanda che era nettare divino. Sentendosi un po' appesantito e prossimo a cedere al sonno chiese di poter riposare. Fu fatto accomodare in una bella stanza in un letto soffice dove si addormentò quasi subito. Il risveglio fu quanto di più dolce potesse immaginare, due fanciulle erano ai bordi del letto e gli sussurravano di aprire gli occhi. Poi lo aiutarono a rivestirsi con abiti nuovi, di foggia elegante e sorprendentemente giusti di misura. Arthur non finiva di meravigliarsi per tutte le premure che gli venivano riservate e cominciò anche a preoccuparsi un po' pensando al poco denaro che aveva con sé che non sarebbe bastato per tutto ciò. Ma nessuno chiedeva niente. Passarono così alcuni giorni molto piacevoli. Un mattino Arthur fu avvisato che sarebbe stato ricevuto dal Governatore  ed in effetti dopo qualche ora arrivarono dei valletti in alta uniforme ed un segretario che lo istruì sul modo di comportarsi , su ciò che avrebbe potuto dire e su ciò che sarebbe stato meglio tacere, su come stare a tavola ed usare i vari tipi di posate e di bicchieri, su come poteva conversare con le signore e con i signori che sarebbero stati presenti all'evento. Gli furono anche consegnati degli abiti nuovi e molto eleganti che avrebbe indossato nell'occasione. Il giorno stabilito fu prelevato da una lussuosa carrozza che lo portò al ricevimento. Fu una giornata memorabile per Arthur che mai in vita sua aveva goduto di simili attenzioni e di tanto sfarzo e tanto lusso. Dopo i primi minuti non tardò ad adattarsi alle circostanze e, memore dei consigli ricevuti, partecipò onorevolmente a tutte le attività che ebbero luogo in quella giornata organizzata in suo onore. La sera, stanco ma felice, non finiva più di rivivere le varie fasi di quella splendida esperienza. Stentò ad addormentarsi, ma, quando arrivò, il sonno fu profondo e soddisfacente, molto profondo e molto soddisfacente. 

Arthur, lo scarabeo, aprì gli occhi, era ancora notte, si stirò, si sgrullò e riprese con pazienza a far rotolare la sua palla di cibo avendo a guida la Via Lattea.

martedì 3 ottobre 2017

Doccia fredda #10 Come nome comanda

Come nome comanda.
Non per dire, ma se uno cresce con un nome così, è mica facile. ‘Colui che pensa in ritardo’. Insomma, mio padre e mia madre – che sia sempre lode a loro – hanno deciso come sarei stato prima ancora che emettessi un vagito. Con fratelli come i miei, poi. Non che io sia più piccolo o meno forte di loro, siamo tutti grandi, grossi e possenti. Ma uno è cupo e piegato, manco reggesse sulle spalle il peso del mondo. E l’altro, be’, l’altro è di quei tipi ‘troppo avanti’. Appunto: troppo. Io gliel’avevo detto, quella sera. Stavamo stretti nel nostro rifugio, freddo e buio. Selene chissà dov’era, quei puntini d’argento in cielo non scaldavano e non facevano luce e noi tremavamo nell’oscurità.
– Nessuno dovrebbe patire il gelo e vagare nella tenebra mentre quelli lassù, sul Sacro Monte, hanno luce e calore – aveva detto mio fratello.
– Ognuno sta al posto dove l’ha messo la sorte.
– Non è giusto. Devo fare qualcosa.
– Lascia perdere.
– No.
– Santi numi, che hai in mente?
Me l’aveva detto. Una follia. Ho cercato di dissuaderlo. È un fratello scomodo, ma sempre un fratello. Lui niente. Testa dura come una pietra. L’ha fatto, e adesso sta lì a rodersi il fegato. Cioè, glielo rode qualcun altro, si dice in giro. Un uccellaccio agli ordini del Capo, sia sempre lodato perché non si sa mai, quello ha occhi e orecchie dappertutto. Ma adesso ci devo parlare, con mio fratello. Mi toccherà scalare il monte dove sconta la pena e dirglielo. È l’unica famiglia che ho, visto che il musone è sparito dalla faccia della terra e i nostri genitori sono troppo impegnati a brigare sull’Olimpo, o a impicciarsi nelle beghe dei mortali. I quali, detto per inciso da uno scemo per definizione, starebbero molto meglio se i miei la smettessero di ficcarci il naso. Però certe cose la famiglia le deve sapere. Le rocce del Caucaso sono più dure e fredde di quelle di casa prima che mio fratello rubasse il fuoco, la luce e il calore. Brutto posto, sferzato da Eolo e ghiacciato di notte. L’uccellaccio deve aver appena finito il suo sporco lavoro, e Prometeo sanguina, incatenato, la testa sul petto. Non è un bel vedere, anche se se l’è cercata e non si può dire che non abbia tentato di fermarlo. Poi sarei io, il fratello scemo.
– Ho conosciuto una ragazza – gli dico.
– Argh – fa lui.
– Stava accanto a una fonte con un orcio. Bella come Afrodite, con tutto il rispetto. La pelle come il cielo all’alba d’estate, i capelli come un fiume al tramonto, la cintura come…
– Argh.
– Certo, capisco. Però te lo devo dire. Per farla breve: le ho parlato e lei mi ha risposto. Ci siamo intesi subito. Ha un nome bellissimo. ‘Colei che porta tutti i doni’. Non è fantastico?
– Aargh.
– Be’ sai, uno che si chiama come me, ai nomi ci fa caso. Il suo deve essere benedetto dagli dèi. Insomma, me lo sposo. Pensavo dovessi saperlo. Per quando tornerai.
– Aaargh.
– Sì che tornerai. Magari ci rimarresti male a trovare un’estranea per casa.
Non aspetto risposta. Tanto la so. Pandora è povera in canna e non ha memoria dei suoi genitori. Neanche uno straccio di dote, ma che me ne frega. La sua bellezza è più che sufficiente, e che gli altri si tengano pure giudizi e mugugni sulle straniere senza beni e parentele. Tutta invidia. Ho dovuto provvederla di tutto, abiti, pettini, monili. Di suo ha solo quell’orcio sigillato, che guai a chi glielo tocca. L’ha ficcato in un angolo della cucina e lo controlla a vista.
– Che ci tieni lì dentro? – le ho chiesto una volta alla fine del pasto serale.
– Epimeteo, luce dei miei occhi, poesia per le mie orecchie, miele per…
– Pandora. Sarò pure tardo, ma quando le donne fanno così c’è sotto qualcosa.
– Dimentica quell’orcio, marito adorato. E soprattutto non aprirlo. Mai.
– Perché?
– Così mi ha chiesto di fare quello che me l’ha donato.
– E chi sarebbe costui?
– Non… non me lo ricordo.
– Che scemenza. Andiamo, che mi nascondi?
– Niente. Ti prego, non parliamone più.
– Sai, Prometeo tornerà, prima o poi. Quella pena orrenda dovrà avere una fine. E magari passerà di qui anche Atlante. Che penserebbero i fratelli, a sapere che mia moglie mi nasconde le cose?
– Non m’importa niente dei tuoi fratelli, m’importa di te. Non farlo, Epimeteo. La sventura si abbatterebbe su questa casa.
Era così turbata che ho lasciato perdere. Però. Però da quella sera mi è venuto un tarlo. A dire la verità, prima di allora non avevo pensato per niente ad aprire l’orcio. È stata lei a mettermi l’idea in testa. Sapete com’è, quando ti vietano una cosa non vedi l’ora di farla. E poi, chi è questo che fa regali e dà ordini a mia moglie? Non mi piace. Come si comporterebbe Prometeo? mi chiedevo. Figuriamoci. L’avrebbe aperto da un pezzo, mi rispondevo. Del resto, io sono lento. In fondo, Giapeto e Climene non hanno sbagliato a darmi il nome. E forse non è un male essere riflessivi, no? Perciò ci ho messo qualche giorno a decidermi. Lascio Pandora fra le braccia di Morfeo, dopo le fatiche d’amore. Vado in cucina e prendo il vaso di coccio. È così leggero che sembra vuoto. Sigillato così forte che devo prendere una lama per aprirlo. Mi dispiace, amore mio. Niente segreti fra noi. Adesso vediamo cosa mi naaa…
– Aaargh!
Questa casa non è più la stessa. Il mondo non è più lo stesso. Nonostante il dono di Prometeo, tutto sembra buio e stinto. Anche Pandora è meno bella, da quando è arrabbiata con me. È furiosa, veramente. Sembriamo di quelle coppie sposate da tanto di quel tempo che non ricordano più perché stanno insieme. La notte mi caccia dal letto. Ha spaccato tutte le stoviglie di casa. Tutto, tranne il maledetto orcio. Ogni tanto lo prendo sulle ginocchia. Emana una specie di calore, come se dentro fosse rimasto qualcosa. Ma Zeus mi fulmini qui e ora, se ci guardo. Imparo le lezioni, io. Quando lo tengo così, sembra che le cose possano tornare a posto, prima o poi. Meglio prima, perché stiamo invecchiando. In fretta, insieme e soli. D’accordo. Non avrei dovuto farlo. Avrei dovuto ascoltarla. Ho capito troppo tardi. Come al solito. Del resto, che ci posso fare, con un nome così?

domenica 1 ottobre 2017

Doccia fredda #9 Sole bastardo

C’è un sole bastardo ad aspettarmi, là fuori. Non che non mi piaccia il tempo bello, ma è solo che oggi avrebbe potuto avere la delicatezza di non spuntare, o almeno di nascondersi dietro qualche nuvola. Pazienza, sopporterò la luce e tenterò di non lasciarmi contagiare dall’allegria che il sole trasmette sempre.
La valigia è già pronta da giorni. Le scatole con i libri e con tutte le mie cose accumulate in questi quattordici anni sono già state spedite a destinazione. Chissà se mio padre le ha già aperte e sistemate in camera mia come un tempo. L’ultima volta che l’ho visto, l’ho pregato di farlo. L’ho istruito con precisione. E’ importante per me che tutto sia come deve essere, neppure un piccolo dettaglio deve essere dimenticato, altrimenti i miei punti di riferimento, così duramente ricostruiti in questi anni, rischiano di crollare nuovamente come un castello di carta.
La stanza che è stata casa mia per tutto questo tempo adesso è vuota. Ho rifatto il letto, ho pulito il pavimento e i vetri fino a farli brillare ed è pronta ad accogliere un’altra me, anche lei con un passato da rielaborare e gesta da comprendere. Io il mio percorso l’ho terminato. Ora mi aspetta la vita, fuori.
Lui sarà lì ad aspettarmi, l’unica persona che, so, mi resterà accanto per il resto della vita, sia quello che sia, sia stato quello che è stato. Era nei patti, del resto. Non mancherà alla promessa. Non può farlo, per tante ragioni. Io e lui, uniti per sempre in un vincolo che la morte ha sancito e che neppure la morte potrà dissolvere.
Niente abbracci, niente parole al nostro incontro. Mi dirà solo “Ciao, sei pronta?” e ce ne andremo. Salirò in macchina – mi ha detto che ne ha una nuova, adesso. La vecchia berlina è deceduta pure lei, qualche tempo fa – e sempre in silenzio varcheremo la soglia di casa. La casa degli orrori, così la chiamano tutti, ormai. Ma a me non disturba rientrarvi oggi dopo tutti questi anni. So che ha fatto imbiancare le pareti, ha ristrutturato il bagno e la cucina, tutto è lustro e disinfettato. Mi ha promesso che niente mi ricorderà ciò che è successo lì dentro, ma a me non dà fastidio rimettere piede in quei luoghi, anzi. Ho bisogno di seppellirmi dentro i ricordi orribili e dolorosi. E ai nostri silenzi che accompagneranno i giorni da ora in poi, sarò grata perché per me parleranno le voci interiori.
Lui non mi ha mai fatto domande – e come avrebbe potuto? – Tutto quello che c’era da sapere lui lo sapeva già da prima. E non ne farà in seguito. Né su quei giorni, né sulla tragedia. Non ne farà mai neppure su quella che è stata la mia vita da allora in poi, fino a oggi. Certo, di questo un po’ mi dispiace. Perché non era nei patti che io ci mettessi così tanto tempo. “Qualche mese, vedrai, non di più! Sei minorenne, e in preda a un raptus causato dalla droga. Non potranno trattenerti per molto. Ti daranno la seminfermità mentale. Sarai a casa per Natale...” Il futuro sarà solo nostro, diceva. E invece mi hanno dato quattordici anni. Il perché lo so. Lui non ha lottato per me. E’ rimasto freddo e in silenzio, per tutto il processo. Cupo in volto, distante, sembrava che guardarmi negli occhi lo disgustasse. All’inizio non capivo. Avevo fatto tutto quello che mi aveva detto di fare. A dire il vero, non tutto.
Lei non era compresa nei patti. Mia sorella no. Lei non faceva parte del piano. Ma la mia insicurezza ha avuto il sopravvento. Su di lei mi sono accanita con maggiore violenza. Lo ammetto. Un attimo di gelosia. Di panico. Voleva tutto questo per poter vivere per sempre con me oppure con lei? Ho dubitato di lui, e oltre alla mamma, ho fatto fuori anche mia sorella. So che non mi perdonerà mai di avergli reciso quel fragile fiorellino. Ma so che non mi abbandonerà per questo. In silenzio, conviveremo senza più parlarci, senza più poterci domandare “Come stai? Cosa hai fatto oggi? Tutto bene?” Gli ho disubbidito. Ho sbagliato. Lo capisco. Ma a questo, adesso, non voglio più pensare.

C’è un sole bastardo là fuori che mi aspetta insieme a lui, mio padre. E voglio annusare forte il profumo della vita che riprende e per un attimo illudermi che anche per me ritornerà a sorridere. Per un attimo ancora, voglio guardare allo specchio quella donna che sono oggi, e accettare il fatto che non sono più la stessa, non lo sarò mai più, non sarò quella di ieri. E poi, di nuovo, il buio e il silenzio riprenderanno ad accompagnarmi nella mia personale infinita prigione.

giovedì 28 settembre 2017

Doccia fredda #8 Il calcio in cielo

Siamo all'ottavo appuntamento.
Una piccola riflessione: io mi sto divertendo e, mi pare di capire, anche voi.
Sarebbe bello se lo spirito, al netto delle discussioni che, a mio parere, sono molto interessanti, restasse quello del gioco dove, per forza di cose, non si vince tutti.
La maggior parte di noi partecipanti (ebbene sì, partecipo anche io, Laura, e potrete vendicarvi se capirete quale sarà il mio racconto) scrive e lo fa professionalmente. Quando arriveranno gli esoridenti verrete avvisati. E se scriviamo e pubblichiamo, dobbiamo accettare il giudizio sovrano dei lettori. Anche se ci distrugge. Ok?

_________________________

IL CALCIO IN CIELO

C’era una volta Scizia.
Scizia era bella, così bella che nessuno poteva guardarla senza indossare gli occhiali da soli (nel pianeta Nori i soli erano tre).
La ragazzina era altissima e la sua pelle era in grado di generare anche trenta sfumature di colore contemporaneamente. Le ali la avvolgevano, ma quando l’emozione e la gioia la inondavano le apriva a mostrare le eleganti branchie azzurre.
L’ombra creata dall’apertura alare profumava di ginepro e la brezza fresca faceva cantare molti grilli e tutte le cicale. I raggi dei soli filtravano tra le piume delle ali e tutti i cuccioli del bosco smettevano di piangere.
Quando nuotava nel lago potevi vedere il riflesso della sua luce in cielo e seguirne ogni evoluzione. Era la nuotatrice più brava del villaggio.
Scizia aveva molti amici. Alcuni però non avevano le branchie, così lei passava molti pomeriggi dopo la scuola a riempire di ossigeno vasetti. Con quello stratagemma la domenica potevano giocare tutti insieme sul fondale del lago. La sua mamma aveva cucito per tutti coloro che ne avevano avuto bisogno uno zainetto ultratecnico, studiato sulle misure esatte dei contenitori di ossigeno. Era stato il dono più apprezzato dell’ultimo secolo. Lo si poteva indossare senza sentirlo e il sistema di molle da agganciare alla schiena evitava che rimbalzasse in maniera fastidiosa.
Anche i ragazzini con le branchie, che pure non necessitavano dell’ossigeno, cononoscevano bene il fastidioso ondeggiare delle borse sulla schiena. Troppe volte i portieri avevano preso gol perchè distratti  dagli zaini pieni di cibo che le mamme apprensive avevano loro imposto. I girini giganti dovevano cibarsi spesso, ma si imponeva la necessità di trovare una soluzione.
Con il tempo la madre di Scizia pensò a zainetti molleggiati per tutte le esigenze.
La partite di calcetto sul fondale divennero allora un appuntamento imperdibile e la voce si sparse anche ai villaggi vicini.
I ragazzi non amavano avere visitatori, ma ormai tutti volevano assistere e le genti arrivavano guidate dai riflessi luminosi emessi da Scizia fino al cielo.
“A Lago ci sono dei ragazzini che giocano a calcio sott’acqua”
“Voglio vederli” dicevano gli adulti.
“Voglio giocare anch’io” urlavano i bambini.
Nel giro di poco meno di un secolo – il tempo sul pianeta Nori era davvero molto dilatato – vi fu la necessità di organizzare un torneo, con tanto di squadre, allenatori, impresari e tifoserie.
I ragazzini senza branchie iniziarono ad essere scherniti perchè più lenti e perchè, dovendo succhiare ossigeno dalle cannucce, non potevano esultare con bolle fantasiose come gli altri.
A Scizia venne chiesto di non giocare più. Lo stesso venne imposto alle altre femmine, sebbene scintillassero meno di lei, erano comunque fastidiose per gli occhi.
Lo scintillio era malvisto dagli impresari e dagli sponsor. I giocatori più bravi non potevano venir sempre fotografati con mascherine da soli!
Presto gli adulti superarono in numero i ragazzini. Poi rimasero solo gli adulti.
Scizia e gli altri amavono lo stesso assistere agli incontri e lei continuava a raccogliere ossigeno nei vasetti per i suoi amici. Però non era la stessa cosa e ogni gol, ogni vittoria della squadra del cuore era una gioia, ma anche un triste ricordo dei vecchi tempi.
Una sera Scizia andò dalla sua mamma in lacrime. Ormai la madre di Scizia possedeva una gigantesca fabbrica di zainetti ultratecnici molleggiati. Accolse la figlia nello splendido ufficio ovale, con le pareti gialle e il pavimento soffice.
Si coccolarono molto. Si avvinghiavano e si rotolavano a terra, ondeggiando e a volte spiccando piccoli balzi, per poi ricadere e venire avvolte dal tenero parquet. Scizia si fece sbaciucchiare la pancia e solleticare le piume. Tutte cose che in pubblico le facevano arrossire lo scintillio, ma che in privato la rendevano davvero felice.
Quando le tutte le lacrime di Scizia si furono tramutate in fiori, la madre le piantò nel piccolo orticello privato. Poi le disse di non preoccuparsi, ci avrebbe pensato lei.
Così è nato il celeberrimo calcio in cielo.
La donna con i proventi degli zainetti ultraleggeri molleggiati fece costruire il primo campetto volante dove allora, come oggi, è proibito l’accesso agli adulti e dove possono giocare tutti i ragazzini, quelli con le branchie, quelli senza, quelli coi polmoni, quelli senza – con un vasetto di acqua nello zaino - quelli con le zampe, quelli che necessitano delle ruotine, quelli bravi e quelli un po’ imbranati.
L’importante è divertirsi e mi raccomando indossare gli occhiali da soli perchè le femmine sono davvero tante!

mercoledì 27 settembre 2017

Doccia fredda #7 L'orfano

Ricordo, come sempre, che i racconti vengono postati senza alcun intervento di correzione.
Grazie per la partecipazione, vivace ma sempre corretta.
Continuate a leggere, condividere e commentare sulla nostra pagina.
__________________________________________________


L’ORFANO

“Santocielo! Ma che stai facendo!! La voce quasi buca  le pareti, rimbalza lungo la rampa della scala ripida.
Lei è sotto che sbraita.Le calze a mezza gamba, i capelli arruffati, il seno che deborda dalla scollatura della vestaglia semiaperta, le mani sui fianchi.
Il bambino sta cavalcioni sul corrimano, bloccato a metà scala. Si regge con tutte le sue forze per non cadere, ma non ce la fa, scivola implacabilmente verso il basso.
Arriva giù di botto, lei nemmeno si sposta mentre il piccolo precipita ai suoi piedi.
“Ma quante volte te lo devo dire che è pericoloso questo gioco? Eh? Quante volte?”
Il piccolo la guarda con occhi colmi di lacrime, sa bene che lei lo picchierà e poi lo rinchiuderà nello stanzino buio.
Il tremito gli ha afferrato le gambe, non riesce a muoverle.
La vecchia lo afferra per le braccia e gli molla un ceffone da smontare la testa.
Il piccolo avverte una fitta al cuore. Implora disperato: mamma, vieni a prendermi, vieni che ho tanta paura!...

La virago lo trascina fino alla porta dello sgabuzzino, sta per rinchiuderlo, quando una forza sovrumana la afferra per le braccia in una morsa artigliante e dolorosa, fino a che lei non lascia la presa sul bambino. Viene scaraventa contro la parete del sottoscala.
Accasciata sul pavimento si strofina le braccia, sbigottita. Guarda il bambino, cerca di rialzarsi, ma una mano possente la trattiene sul pavimento. In effetti è solo quella del bambino, ma pesa più di un maglio.
Il bimbo osserva incredulo le sue manine che afferrano  la megera e la scaraventano nello sgabuzzino sprangandone la porta.

La vecchia dà spallate, sbraita, minaccia che quando uscirà lo farà a pezzi…

“Non uscirà, piccolo mio” la voce di sua madre lo rincuora.
Ora sei qui con me.


lunedì 25 settembre 2017

Doccia fredda #6 Meglio di chiunque altro

Ecco la sesta doccia fredda, rigorosamente anonima.
Leggete qui,

commentate sulla pagina FB di Laura Costantini e Loredana Falcone,

CONDIVIDETE!

Il gioco è bello se il giro di letture si allarga. Daje co 'sto ditino!
_______________________________________________

Meglio di chiunque altro           

A te è sempre piaciuto uscire con la pioggia. A te piaceva soprattutto sapere che si bagnassero i capelli, quei tuoi capelli lunghi, scompigliati da scrittore, da artista maledetto. E ci tenevi ai tuoi capelli e ci tenevi che sembrassero proprio quelli da artista maledetto, da poeta senza limiti né regole. Non ho mai capito questa tua fissa per i capelli. Di sembrare a tutti i costi maledetto. Tu eri quel che eri. Maledetto no di sicuro, anche se te ne atteggiavi. Io ti ho conosciuto, e di te mi rimane ben altro che il ricordo. Io posso dirlo. Io so che eri dolce. In tutto. E se ti dicevo che sbagliavi a voler sembrare un maudit, che lo facevi per difesa, ti arrabbiavi. Mio tenevi il muso. Ed io sapevo come fartelo passare.

A te è sempre piaciuto fare pace. A me no. Soprattutto quando avevo ragione. Godevo nell’infierire. Nel trascinarti con me nel fondo nero delle mie discussioni, quelle in cui aggiungo carne al fuoco, e le cose si aggrovigliano, e non si viene mai a capo. Ho sempre fatto così, ma specialmente con te. Perché, dalla nostra lotta, infine, scaturiva la tua dolcezza, stremato tu cedevi e mi baciavi e facevamo l’amore per ore, e ci scordavamo della rabbia, tu me la cancellavi. Sei sempre stato bravo a fare l’amore. Così magro, emaciato, niente spalle, eppure con quel cazzo enorme, spropositato per il tuo corpo, un cazzo bello, pulito, rosa, chiaro, lungo, le vene pulsanti, il glande libero, da mordere e mordere e succhiare e pretendere che schizzi forte su di me.   

Le tue sborrate su di me mi pare ancora di sentirle.      

Ti sembrerà strano pensare che ho avuto altri uomini appena dopo che tu morissi. Qualche giorno dopo già. Cercavo te, credimi. Cercavo quel tuo modo di essere determinato e pretendere di portarmi oltre a dove io sapevo, credevo, di poter arrivare. Volevo scoprire che non era una tua esclusiva, quella capacità di farmi impazzire, letteralmente, e farmi sentire dentro un vortice mentre godevo, sprofondata in te e nel buio della stanza, nel liquido tra le mie gambe e nel tuo gemere assieme al mio. Volevo sapere, avevo bisogno, che anche altri avessero la stessa capacità. Che si risvegliasse in me il demone della gioia e il compagno di letto non era altro che un pretesto. Scoprire questo avrebbe voluto dire soffrire meno la tua perdita. Mi manchi. Dappertutto e in ogni istante. In tutte le azioni che faccio. Ma soprattutto a letto. Gli altri non hanno ancora imparato la tua capacità di sbizzarrirmi. Gli altri non la sanno. E dire che ne ho sperimentati molti. Da quando sei morto, ogni giorno io ho scopato. Per onorare la tua memoria. Per farti vedere che ci sei riuscito, a trasformarmi in ciò che sono sempre stata. Finalmente. Io so che non sei geloso. Che non ti ferisce. Che gioisci nel sapermi montata da uno o più uomini, leccata da ragazze giovani, come sognavi. Riempita di sperma e saliva. Io so che ti piacerebbe.       

Il tuo cazzo però gli altri non ce l’hanno. Lo posso ben dire io che ti ho conosciuto, che l’ho succhiato in notti fino allo sfinimento, quando mi dicevi basta ma poco convinto, e allora continuavo e ti aspiravo ogni resistenza, e mi inondavi la bocca. Giusto il tempo di una sigaretta e poi ancora, io in ginocchio e tu a dirmi troia mentre mi stringi i capelli. Sei, sette volte a notte.   
Scopo tutti i giorni, ogni notte. Me li vado a cercare in giro. I miei surrogati di te. Ancora ti penso. Sempre ti penso. Tu sei nei volti che cambiano, sei le ragazze lisce e perfette che faccio svenire di baci, sei quei volti diversi tutti uguali, sei le mani che strizzano i miei capezzoli, sei le richieste imperiose, i loro desideri sottili, le umiliazioni che mi cerco come acqua quando ho sete. Più mi sbattono e più io sono tua e tua soltanto.
Lo sai questo.   

Mi ricordo un giorno a Parigi che mi hai legato al letto e mi scopavi ancora asciutta. Ti dicevo ho male, smetti, ma tu sorridevi beffardo e andavi avanti, solo quando dirai ciò che voglio sentirti dire smetto, forse.
Ed io non sapevo che dirti, e gridavo, e tu imperterrito, ti ho odiato, e sono venuta. E ho saputo dirti ciò che volevi. M’è venuto fuori insieme all’orgasmo forzato. Fammelo ancora.     
Tu sei le mie notti. C’è la tua aria nei riti, nei meccanismi sempre gli stessi, nel cazzo che mi allarga il buco, nella mano che mi fruga dentro. Sei perfino le tette gonfie di queste femmine bisessuali, che per sfizio entrano nella mia stanza e ne escono stravolte. Come mi hai insegnato, io faccio.       
Io ti conoscevo meglio di chiunque altro. Sapevo tutto di te. E anche perché l’hai fatto.             
Tu che hai liberato me, hai al tempo stesso legato la tua anima. Oscurata ad un senso di debolezza che avresti dovuto superare. Lasciarlo scivolare via, come un relitto nel mare, di notte, in tempesta.          
Ti tormentavi come un bambino. Già magrissimo, ancora di più dimagrivi. Divorato da dentro da ciò che credevi di avermi fatto. Ho spostato troppo il limite, dicevi, gli ultimi mesi. Ho esagerato con te, baby. E non sentivi che ti dicevo non è mai stato così vicino per me il paradiso, non capivi che ti imploravo di non fermarti, di calare ancora il pugno, di darmi quel morso profondo, di prendermi e prendermi ancora perché eri tu soltanto l’unica persona al mondo che io avevo dentro. Accanto a me, da prima che nascessi. Tu solo contavi e ciò che con te ho fatto. Tutto quello che mi hai insegnato, le cose che mi hai portato a vedere.          

Non mi sento strana quando mangio i miei amanti. Non mi sento male quando applico la tua saggezza di carne. Mi hai reso migliore. Più di quanto sia possibile sperare. Io ti porto con me. C’è ancora il tuo cuore e il tuo cazzo nei miei sogni. Non sei morto nelle sere che guardo dalla finestra e mi sembra di stare aspettando il tuo passo leggero, di nebbia e voglia. Tu che bussi alla porta della mia stanza, e mi dici, ancora, ne vuoi, di me, ne vuoi ancora. Ed io che ti guardo sognante, e annuisco rapita, neanche consideravo che la mamma era nella stanza accanto e poteva sentirci. Alla mamma pure manchi tanto, tantissimo. Lei ha perso suo figlio. Io il mio tutto e mio fratello.