martedì 10 maggio 2011

Oggi su "La Sesia": l'icona Kate e Cenerentolo

Per essere un paese che scelse la repubblica, subiamo fin nelle più infime fibre il fascino delle teste coronate. Le nozze reali ci esaltano e fra i due miliardi di fruitori mediatici dell’evento William & Kate, abbiamo fatto la nostra porca figura con milioni di click su youtube e facce incollate ai teleschermi. Abbiamo criticato le principessine Eugenia e Beatrice, cugine dello sposo, per il loro look da sorellastre di Cenerentola. Abbiamo apprezzato David Beckham, nonostante la medaglia appuntata sul bavero sbagliato, e dileggiato la di lui tristissima, magrissima ed elegantissima moglie Victoria. Abbiamo fatto le pulci a tutti gli invitati in mondovisione. Ci siamo fatti una ragione della mancanza di Emanuele Filiberto e Clotilde e potevamo finirla lì, nella serata del 29 aprile, immaginando il principe Harry e Pippa Middleton scatenati nelle danze profanatorie di Buckingham Palace. Invece no. Nonostante non si faccia parte di quella strana comunità che è il Commonwealth (stati sovrani, quasi tutte repubbliche ed ex colonie inglesi che si inchinano comunque alla monarchia britannica), non manca giorno in cui Kate Middleton non appaia sui nostri giornali, telegiornali e programmi di approfondimento. Abbiamo disquisito sulla sua dieta. Sulla fattura del suo abito da sposa forse plagiato a un’oscura attrice italiana casualmente moglie di un altrettanto oscuro principe belga. Sui guanti che non c’erano, sui capelli che non erano raccolti, sul profumo che indossava, sul mancato viaggio di nozze. Gli opinionisti nostrani si sono scatenati e le più caustiche sono state, e continuano a essere, le donne. In un’epoca in cui fare un buon matrimonio sembra, giustamente, l’ultimo dei pensieri femminili, Catherine Elizabeth Middleton, duchessa di Cambridge e Altezza Reale, appare imperdonabile. Perché nasce da una famiglia della media borghesia, perché sua madre ha trovato il modo di guadagnare una barca di soldi, perché ha frequentato la stessa prestigiosa università di William, perché ha battuto una folla di aspiranti principesse molto più blasonate di lei. Soprattutto perché è una bella ragazza come tante, disposta alla risata sguaiata, alla bevuta in compagnia, ai balli scatenati e alle minigonne. Una qualunque che però, anche mentre era sull’altare di Westminster, non sembrava emanare stupefatta gratitudine verso William per averla elevata a simili aristocratiche altitudini. Lo ha sposato come avrebbe sposato un qualsiasi altro uomo. Lo aveva anche mollato, qualche tempo fa. Le caustiche commentatrici dicono per costringerlo al grande passo. E lui, per non perderla, ha ceduto. Oggi si calcola che il “brand Kate” valga svariati miliardi di sterline e la monarchia si frega le mani per il rilancio d’immagine ottenuto. Una principessa-icona mancava a corte dai tempi di Lady D. Ma l’icona Kate ha molto da insegnare. A cominciare dall’inversione di ruoli. Perché, sia chiaro, tra i due il Cenerentolo salvato dalla matrigna è William.

Laura Costantini

lunedì 9 maggio 2011

Per ricordarmi di NON essere infelice (anche se oggi lo sono)

Era maggio del 2008 quando scrivevo questa cosa qui:
 
Etimologicamente parlando la parola felicità ha la stessa radice di fecondo, femmina, feto, felice, fieno, figlio: dal latino *fere = nutrire, a sua volta dalla radice indoeuropea *dhe = succhiare. Quindi insito nel concetto stesso di felicità c’è il nutrimento, la capacità di sostentare l’anima con le gioie della vita. Una capacità che stiamo perdendo, mi sembra, di pari passo con quella di apprezzare il buon cibo e le cose semplici come lo splendere del sole in un cielo azzurro di maggio. Stiamo diventando anoressici nei confronti della vita stessa. Devo dire che di questo assurdo atteggiamento sono stata campionessa per diversi anni, aiutata si dalla gente che avevo intorno, ma senza altra giustificazione che non fosse la precisa volontà di non vedere il lato positivo della vita.
Amori infelici, incontri sbagliati, scarsa gratificazione professionale e il gusto per la malinconia. Anche qui può venirci in aiuto il dizionario etimologico: malinconia o meglio melanconia deriva dal greco melancholia ovvero melas = nero e cholé = bile. Secondo l’antica medicina la tristezza morbosa del paziente derivava da un eccesso di un fluido, la bile nera appunto, che intossicava il corpo. Un veleno dal sapore dolce la malinconia. Io me la pasteggiavo ascoltando canzoni tristi (avete fatto caso che quasi tutte le canzoni a ben guardare sono tristi?) e lasciando scorrere inutilmente i giorni sempre in attesa di qualcosa di diverso, di migliore che mi illudevo fosse al di là del prossimo tramonto, della prossima alba, del prossimo mese, anno, decennio.
Gettare sempre lo sguardo al di là della collina, senza accorgersi del fiore che sboccia all’angolo del sentiero che si sta percorrendo. E’ questa la ricerca dell’infelicità. Da quel che vedo una sorta di sport nazionale (ma credo si possa allargare il discorso a tutto il mondo occidentale) che ci spinge come lemming in corsa verso un dirupo.
Un esempio pratico? Lo sto vivendo in questi giorni. Come sapete bene io appartengo alla categoria precari cronici senza speranza. Una condizione scomoda ma alla quale, con il giusto punto di vista, si riesce comunque ad abituarsi. Io mi sono abituata. Non perché apprezzi la flessibilità (= possibilità di perdere il lavoro in qualsiasi momento), ma perché cerco, da qualche anno a questa parte, di abbassare lo sguardo dalla collina al sentiero e di vedere la bellezza e la fortuna di guadagnarmi da vivere scrivendo. Esattamente quello che ho sempre desiderato fare. Quindi mi godo giorno per giorno le piccole soddisfazioni di un testo fatto bene, di un servizio che riceve i complimenti, di un’intervista che colpisce e, ovviamente, di uno stipendio dignitoso. Cerco di tenere ben fisso in mente che questa condizione privilegiata (si, credetemi, rispetto a tanti giovani e meno giovani costretti a contratti interinali capestro, è una condizione privilegiata) potrebbe decadere da un momento all’altro. Esattamente come la mia salute. Esattamente come la mia stessa vita. Perché precari lo siamo tutti, non solo rispetto al lavoro, ma rispetto all’esistenza stessa. Ma anche questo è un concetto che spaventa i più, troppo presi nella loro rincorsa all’infelicità per rendersi conto che anche quella, un giorno, potrebbe apparire ai loro occhi come una cosa da rimpiangere. Sono una menagrama, dite? No, credo di essere realista e di aver sempre presente che quando, ogni mattina, mi accingo a percorrere i venti chilometri di traffico che mi dividono dal posto di lavoro, beh, potrei non arrivarci. Perché la garanzia di non avere incidenti gravi o mortali non può fornirmela nessuno. Non dipende da me. Non dipende da noi. Da chi dipenda non saprei dirlo, ma insomma avete capito il concetto.
Si parlava di esempio pratico: mamma Rai, messa in crisi dalla legge sul welfare che la costringerebbe ad assumere tutti coloro che le hanno prestato la loro creatività e forza lavoro per almeno 36 mesi (siamo in 1700!), ha deciso di bloccare tutti i contratti a tempo determinato, minacciando di non farci lavorare più. Ora non sto a tediarvi con i particolari tecnici che riguardano il bacino dei T.D. (praticamente una vasca come quelle dei ristoranti dove nuotano le povere aragoste, i capistruttura passano, guardano, scelgono; per il momento non ci fanno bollire vivi, ma non si può mai dire). Il fatto importante è che, carte alla mano, la Rai dovrà trovare il solito escamotage perché tutto cambi restando esattamente com’era. Questo noi T.D. lo sappiamo bene (nel mio programma solo cinque persone su quasi cento godono di un contratto a tempo indeterminato; senza noi precari semplicemente non andremmo in onda). Ma i miei colleghi sono, ricordate?, alla spasmodica ricerca dell’infelicità. Quindi da qualche giorno a questa parte si sono lanciati in una ridda di supposizioni che, passando di bocca in bocca, assurgono a decisioni prese dal settimo piano di Viale Mazzini: ci licenziano tutti, ci trasformano tutti in interinali che lavorano a scaglioni, ci costringono a lavorare a partita IVA, ci deportano tutti in un gulag su dalle parti della Lega dove Calderoni e Borghezio, vestiti di latex nero, ci prenderanno a frustate perché rappresentanti di Roma ladrona e sfaticata. E via congetturando, sobillando, gasando se stessi e gli altri in negativo. Gente che scoppia in lacrime, gente che ha già pronto il ricordo alla Corte Suprema di Washington (hai visto mai non bastasse la Corte dei Conti nostrana?). Lemming. Lemming lanciati a passo di carica verso il dirupo. Chi cerca di azzardare una punta di ottimismo viene immediatamente aggredito (Io ho parlato con il direttore di Rete – Io con il direttore generale – Io col ministro del lavoro in persona – Io sono stato a cena con l’intero C.d.A.) e pungolato affinché riprenda la corsa e si lanci nel burrone della disperazione.
Perché la sfortuna, il mobbing, la mancanza di un riconoscimento del proprio valore sembrano diventati un valore in se stessi. Giochiamo al rialzo con la curva negativa del grafico. Altro esempio pratico di ieri. Supermercato, in fila alla cassa. Una giovane mamma decide di accontentare le lagne del figlio e prende un Power Ranger. Ma non vuole fare la fila e quindi, senza accorgersi che la cassiera ha già aperto il nostro conto, chiede di passare avanti. Mia madre le fa notare che, appunto, il conto è già aperto e che anche lei non vede l’ora di finire, perché stare in piedi a lungo le fa male al ginocchio operato. “Sono invalida”, dice mia madre, 72 anni, alla giovane mamma in jeans e Nike che ne avrà avuti una trentina. Lei la guarda incattivita e poi dice: “Io pure sono invalida!” Io la guardo: snella, muscolosa, si muove benissimo. Vuole passare avanti perché ha mille cose da fare, perché il figlio è uno di quelli che ti fa rimpiangere che non esista un Telefono Azzurro a tutela dei genitori, perché fare la fila non piace a nessuno. Ha la faccia aggressiva, immusonita, si vanta di essere anche lei invalida. E mentre penso che esistono anche delle invalidità cerebrali, le dico: “Io spero che lei lo sia, invalida. Almeno quanto mia madre.”
Gioco al ribasso di se stessi e degli altri. Perché non ci basta essere noi intossicati di bile nera, vogliamo che lo siano anche gli altri. Vogliamo tirare giù dal dirupo quei pochi che ancora riescono a tenersi forte al bordo. E’ così anche in Rete. Da quando io e Lory frequentiamo la blogosfera, di gente alla ricerca dell’infelicità propria e (soprattutto?) altrui ne abbiamo incontrata tanta. Gente che ha fatto della malafede una religione per cui qualunque commento, qualunque parere, perfino un innocuo emoticon celano doppiogiochisti, ipocriti, leccaculi. Gente che vuole ad ogni costo l’homo homini lupus per cui dietro ogni clic si cela la fregatura, l’inganno, la menzogna. Gente che si incattivisce per una foto dove appari troppo carina, per un post troppo ben riuscito, per una piccola affermazione personale. Malafede, invidia, lo sguardo sempre puntato ad altro, agli altri, a quelli che sembrano avere di più di te.
E se la piantassimo? Lo so che è un’utopia. Ma sapeste quanto si sta meglio quando si capisce che l’unico vero nemico ce lo portiamo dentro e altro non è che l’ansia di ottenere di più. Di più di tutto, anche delle cose negative.
Dice Arthur Schopenhauer nel suo L’arte di essere felici: Imitare le qualità e le caratteristiche altrui è molto più vergognoso del portare abiti altrui: perché è il giudizio della propria nullità espresso da se stessi.
Gli risponde Ovidio: Optimus ille animi vindex, laedentia pectus/ Vincula qui rupit, dedoluitque semel (E’ il miglior liberatore dell’animo chi ruppe i legami che opprimevano il cuore e cessò di dolersene una volta per tutte)
Non siamo padroni della nostra vita. Ma possiamo decidere se trascorrerla alla ricerca dell’infelicità, oppure godendola attimo per attimo. Io cerco di scegliere la seconda opzione. Non dico sia facile, ma di sicuro è molto più proficuo (dal latino pro e facere = fare qualcosa a vantaggio di qualcuno).
 
Laura

martedì 3 maggio 2011

Oggi su "La Sesia": Un fiabesco venerdi' di paura

Non succedeva dal 1981 che un erede al trono inglese sposasse una bellissima fanciulla. Quindi venerdì 29 aprile c’era il mondo intero incollato ai teleschermi per seguire, ancora una volta, la favola banale eppure immarcescibile di Cenerentola e il suo principe azzurro. Un numero esagerato di inviati a Londra, una spasmodica attesa delle “eveline” internazionali (i filmati messi in rete per tutte le tv del mondo), tempi strettissimi per il montaggio dei servizi cosiddetti di costume: il look degli invitati, le espressioni dei parenti, i cappelli della regina, l’ordine d’arrivo dei vip. Annunciato con squilli di tromba lo speciale di “La vita in diretta” in onda a partire dalle 14 e dieci. Corsa in auto dalla sede di montaggio alla redazione, arrivo con cassetta tra i denti sul fil di lana. Tutto come da adrenalinica consuetudine televisiva. E invece no.

Invece in redazione le facce sono pallide, gli occhi lucidi, le espressioni choccate. Lamberto Sposini ha avuto un malore a neanche due minuti dalla diretta. Il programma non può partire. Partono invece le telefonate per cercare un’ambulanza e avvertire i vertici dell’azienda. Infarto? Congestione? Ictus? Una ridda di ipotesi mentre i minuti scorrono lenti. Lamberto è sdraiato in terra nel corridoio dello studio, coperto con felpe, giacche, sciarpe rimediate dai collaboratori presenti. Non è cosciente. Il tam tam della Rete, tra Ansa, Adnkronos, blog e Wikipedia si scatena. Prima di cadere Lamberto ha avuto uno sbocco di sangue - non è vero. È gravissimo - è vero. È morto, annuncia Wikipedia aggiornandone la pagina (poi corretta). Studio Aperto rilancia: stanno espiantando gli organi. Non è vero. Ma intanto l’ambulanza non arriva. A giochi fatti il 118, supportato dalla governatrice Polverini, annuncerà che l’attesa è stata di 19 minuti (balle), anche perché nessuno aveva specificato che si trattava di un codice di massima priorità. Si scopre così che all’occorrenza si deve fare una diagnosi esatta e avere chiaro quale ospedale scegliere. Lamberto viene portato nel più vicino, Santo Spirito. Poi, constatata la gravissima emorragia cerebrale che lo ha colpito, viene trasferito al Gemelli. Tutto questo mentre, a partire dalle 15 e dieci, l’azienda decide che Mara Venier vada in diretta con ospiti e filmati sul matrimonio di William e Kate. Le è stata nascosta la gravità della situazione. Lei, com’è giusto visto l’argomento, ride e scherza sul cattivo gusto di Camilla Parker Bowles mentre le agenzie battono lanci sempre più allarmanti. Sposini in coma, in pericolo di vita, forse operato ma è un tentativo senza speranza. Il contrasto tra gli schermi dei computer e quello della tv è evidente. I telefoni sono bollenti. I giornali vogliono capire cosa sta succedendo e poi scriveranno ricostruzioni molto fantasiose sui fatti. Perché nessuno ha potuto vedere le facce, le lacrime, l’angoscia. Mentre scriviamo Lamberto è in coma farmacologico, reagisce agli stimoli. I medici sono ottimisti.

Laura Costantini

domenica 1 maggio 2011

Non ci rimangono che i libri

Non parlerò del Primo Maggio. Sono stanca e demoralizzata dalla farsa mediatica della beatificazione di Karol Woytila e dalle baggianate di Renzi dalla Annunziata. Parlerò di libri. Anzi, lascerò che a parlarne siano altri. Persone che ci leggono e che ci apprezzano. Ve lo ricordate il nostro cruento noir Viole(n)t Red? Ebbene, l'amico Salvo Zappulla ne ha appena riparlato su FB, così:

Laura Costantini e Loredana Falcone sono la versione femminile di Fruttero & Lucentini, scrivono insieme da sempre e hanno raggiunto un' intesa tale che i loro scritti risultano perfettamente sincronizzati, come partoriti da una mano sola.
Viole(n)t red (Edizioni Bietti, Pagg.240, € 16,00) è un noir che potremmo definire classico, con un plot solidissimo che procede a incastro in un susseguirsi di scene cruenti, a tratti anche estremamente violente, ma mai fini a se stesse. Assecondano la logica di una mente maleficamente geniale (uno dei protagonisti principali del romanzo) e la sua contorta personalità. La premiata ditta Laura & Lory ha tutta la professionalità necessaria per confezionare romanzi ambientati negli Stati Uniti, profondità di documentazione, competenza, idee. In viole(n)t red si confronta con un caso che vede protagonisti due gemelli monozigoti, le loro percezioni extrasensoriali e le esperienze traumatiche, che li accompagneranno per tutta la vicenda narrata in uno stato di paura e di ansia. Un romanzo che scorre frenetico sul filo del rasoio, in cui genetica, influenze ambientali e l'interazione tra i protagonisti hanno un ruolo fondamentale. I personaggi si muovono come all'interno di una scacchiera, nessuna mossa è lasciata al caso. Il capitano Ian Vernon, investigatore della Squadra Vittime Speciali, fra tutti si eleva come un gigante, per la sua profonda umanità, la capacità di introspezione, l’integrità morale che lo fanno amare dai lettori. Ci sono i migliori ingredienti per appassionare chi legge: piccoli dettagli disseminati quasi per caso nel corso del romanzo, falsi indizi per tenere desta la concentrazione, uno stile narrativo fluido, una robusta trama criminale che lega l'incipit all'ultima pagina e racconta impietosamente il reale, indaga l'animo umano e le sue debolezze. Si analizzano i rapporti tra uomo e donna, si affrontano i problemi della solitudine, del confronto tra il bene e il male, l'odio e il perdono, il dolore e la sua accettazione. E quando sembra che il finale sia ormai chiaro a tutti, Laura e Loredana ecco che si inventano un nuovo colpo di scena, una nuova trovata che prolunga l'attesa all'infinito. Un romanzo da consigliare a quanti amano le emozioni forti, non hanno paura di attraversare una strada buia, vogliono sentire gli scarichi di adrenalina dentro il cervello.

Invece la provocatoria intervista di Giuseppe Iannozzi ha riportato alla ribalta il nostro amatissimo giallo romano Fiume pagano e ve ne diamo qui una piccola anticipazione:

“Fiume pagano” è un prodotto letterario o più semplicemente della buona narrativa d’evasione?
Nessuno dei libri che escono oggi è un prodotto letterario, checché ne pensino i vari vincitori del premio Strega. Prodotto letterario lo diventeranno, se mai, nel giudizio dei posteri. Per quanto ci riguarda, siamo molto fiere di produrre buona narrativa d’evasione. Vivaddio.

mercoledì 27 aprile 2011

I miei articoli per "La Sesia": Tutto relativo? Non il 25 Aprile!

Era il gennaio del 1996 e Vittorio Mussolini era un anziano signore minato nel fisico ma non nella mente quando disse: “Sto per compiere 80 anni, ho visto tutto il mio mondo sparire e trasformarsi, spero di esserci ancora quando verrà scritta l’ultima parola su mio padre. E spero che a scriverla non siano più vincitori o vinti, ma uomini amanti della verità.” Non fu accontentato, non avrebbe potuto. Il secondogenito di Benito Mussolini si spense poco più di un anno dopo questa intervista e l’ultima parola sul ventennio è ancora ben lungi dall’essere scritta. Ma a lui che trascinava l’esistenza schiacciato dalle vestigia di suo padre non sarebbe dispiaciuto veder apparire sulle mura di Roma un manifesto con un’immagine di fascisti in trionfo e la scritta: “25 aprile, buona Pasquetta!!!” Dove i tre punti esclamativi sono altrettanti fasci littori. E avrebbe apprezzato di sicuro l’iniziativa delle anime belle che in provincia di Milano hanno bruciato gli addobbi realizzati per il monumento alla Resistenza. Per non parlare del moto di gratitudine che avrebbe provato nei confronti di quei tre parlamentari del Popolo della Libertà che hanno presentato un disegno di legge costituzionale per abolire la norma della Costituzione che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.” Ci disse Vittorio Mussolini in occasione di quella lontana intervista: “sono passati cinquant’anni, gli odi e le passioni si sono affievoliti e credo sia vicino il momento in cui chiamarsi Mussolini non sarà più considerato un’infamia. E questo grazie anche a mia nipote Alessandra che ha riportato la nostra famiglia nelle aule di Montecitorio.” Fosse ancora vivo, Vittorio si troverebbe d’accordo con tutti coloro che ogni anno sentono la necessità di puntualizzare che la festa del 25 aprile non è la festa di tutti. E si unirebbe al coro di quelli che invocano la pacificazione. Che poi altro non è se non mettere sullo stesso piano, di più, sullo stesso altare chi ha lottato per liberare il paese dall’oppressione della dittatura e chi di quella dittatura era autore, complice, sostenitore. È di moda, oggi, contestualizzare, operare dei distinguo: i repubblichini di Salò erano in buona fede mentre consegnavano gli italiani alle torture delle SS e i partigiani, eh, quelli non erano certo degli stinchi di santo. In barba ai timori del premier sul predominio delle sinistre nella storiografia, gli scaffali delle librerie son pieni di saggi che equiparano Marzabotto alle Foibe, le Fosse Ardeatine alle vendette partigiane. Tutto relativo, tutto contestualizzabile. Lo pensava anche Vittorio Mussolini perché quando gli chiedemmo cosa ricordasse di Adolf Hitler, il suo volto anziano si accese di un sorriso e, con voce ferma, dichiarò: “Un uomo splendido, con occhi bellissimi e profondi. Grande amante degli animali. Pranzammo insieme e fu spiritosissimo.” Tutto si riduce a una questione di punti di vista, in fondo.

Laura Costantini

domenica 24 aprile 2011

E torna il respiro

Ci sono giorni in cui mi sembra di essere da sempre dietro un angolo.
L’angolo di una strada che non conosco
ma che è la mia perché lì mi aspetta il destino.
Sto là. Immobile. Le spalle al muro e i piedi bloccati sul cemento,
intenta a respirare il mio respiro,
a cercare nel fondo di me stessa
il coraggio di superare il blocco,
di staccarmi da quelle solide mura per affrontare l’ignoto.

Ci sono notti in cui mi lascio sopraffare dal silenzio
con la speranza che la totale assenza di suoni
cancelli l’urlo che mi rimbomba dentro.

E fra le notti e i giorni
che danzano le ore della vita,
ci sei tu.
Tua è la mano che mi conduce oltre quell’angolo,
tua la voce che sconfiggerà il silenzio.
amabile compagno
Silente amico delle mie tristezze
Impavido guerriero

E torna il respiro.
Lory

venerdì 22 aprile 2011

Citata all'interno del corso di scrittura creativa "Io scrivo" del Corriere della Sera: so' soddisfazioni!

Pare che la sottoscritta sia citata nel corso "Io scrivo" del Corriere della Sera per l'articolo che segue, pubblicato sul settimanale OGGI nel lontanissimo 1997.


Su una cosa sono tutti d'accordo: non esiste un 'segreto' per essere un grande intervistatore. Anche se, come Enzo Biagi, rivelano di seguire un esempio inarrivabile. "Nella Bibbia, l'ho detto più volte, si trova quella che a mio parere è la migliore domanda che sia mai stata posta. Dio, che sa perfettamente quello che è successo, chiede a Caino, appena reduce dall'omicidio di Abele, dov'è tuo fratello? Ecco, io credo di essere un discreto intervistatore perché mi limito a fare le domande che i lettori o i telespettatori farebbero se si trovassero al mio posto. Non ho mai approvato le cosiddette domande provocatorie. Colui che chiede ad una madre che ha appena saputo dell'assassinio di suo figlio cosa prova non è un giornalista, è un deficiente. D'altronde nello sforzo di apparire super-intelligenti si può ottenere un unico risultato, quello di risultare stupidi."
"Prepararsi al massimo la prima domanda ed ascoltare con attenzione le risposte. Il resto verrà da sè." Così spiega il proprio successo di confessore televisivo Maurizio Costanzo, il fondatore del talk-show italiano. "Se si ha davanti una scaletta troppo rigida da seguire, si rischia di farsi sfuggire qualcosa di importante nelle risposte dell'intervistato. E la persona che si ha davanti potrebbe avere l'impressione che ciò che sta dicendo non sia interessante, finendo così per chiudersi in se stessa. E se in un'intervista per la carta stampata l'inconveniente si rimedia, durante un'intervista televisiva il silenzio dell'intervistato pesa moltissimo. A me è successo due volte. Erano i tempi di Bontà loro, il talk-show in Italia era una novità e non esisteva l'abitudine a raccontarsi davanti ad una telecamera. Il regista Marco Ferreri fece un'angosciante scena muta, come anche Stefania Sandrelli. Per lei si trattò di un vero e proprio crack da diretta."
Altri tempi. Oggi, almeno secondo Gigi Marzullo, la gente, soprattutto quella famosa, ha scoperto il piacere di parlare. "Non ho un segreto per convincere i miei ospiti a raccontarsi. Il desiderio di parlare è tale che basta che trovino uno scemo, in questo caso io, che dia loro il via. Poi l'importante è far loro capire che non ho intenzione di aggredirli, che voglio capire, non distruggere e che, se faccio delle domande a volte molto personali, è perché la loro esperienza, positiva o negativa che sia, è interessante per me e per tutti quelli che sono davanti al televisore. Il risultato è che si crea una sorta di magia. Sono molti quelli che, dopo l'intervista, mi dicono di aver rivelato delle cose che non avrebbero mai pensato di dire. Come ci sono quelli che non accettano di partecipare alla mia trasmissione perché hanno paura. Non di me, naturalmente, ma di quello che potrebbero dire. Una di loro è la mia cara amica Enrica Bonaccorti."
Personaggi famosi, ma anche gente comune. Ed è questa che preferisce Enza Sampò. "So che l'esercizio di bravura del conduttore con i personaggi famosi è di ricavarne un ritratto diverso da quello che il personaggio dà di solito di sè stesso. Ma non fa per me, preferisco intervistare persone con una storia da raccontare, con un'esperienza che può essere utile agli altri. E con loro le regole fondamentali sono due sole: ascoltare e non giudicare, mai. In questo modo ciò che nasce non è un'intervista, ma un dialogo a due. L'atteggiamento di comprensione, il far trapelare l'interesse per ciò che la persona sta raccontando, è importante, soprattutto per trasmissioni come Io confesso o Donne al bivio. La gente, sia quella in studio che quella a casa, davanti al televisione, capisce subito se partecipi veramente o se stai recitando."
Storie di tutti i giorni oppure vite famose. Per Maurizio Costanzo la differenza è minima. "Uso lo stesso atteggiamento con tutti, anche se è più facile far parlare una persona famosa, di spettacolo, che non una comune. Il protagonista di una storia di cronaca di solito ha in sè un'esperienza personale, spesso dolorosa, che deve venir fuori e si deve aiutarlo ad esprimerla al meglio. Partecipando, ma senza sbrodolamenti."
"Le persone che ho intervistato", racconta Enzo Biagi "erano tutte interessanti per la storia che avevano dietro. Ho parlato con grandi uomini, grandi donne ma anche grandi imbecilli. E purtroppo viviamo in un mondo sguaiato, dove anche chi non ha veramente niente da dire si sente in dovere di rendere il mondo partecipe del proprio pensiero. Di sicuro è molto più piacevole intervistare una persona intelligente. Parlare con Roberto Benigni, per esempio, è sempre una festa perché è geniale." E se deve pensare a un personaggio su tutti, il conduttore de Il fatto non ha dubbi: "Sabin, lo scopritore del siero antipolio. Non aveva mai concesso interviste e, quando fu il mio turno, gli chiesi quale fosse il segreto del ricercatore. Rispose provare 99 volte senza scoraggiarsi. E magari alla centesima si riesce. Gli dissi che era la stessa cosa per un giornalista e che quella era la mia centesima richiesta di intervista. Me la concesse."

Laura Costantini