domenica 17 settembre 2017

Doccia fredda #2 Lei giocava a poker

Siamo alla seconda doccia fredda. Racconto anonimo, come da regolamento.
I commenti, per favore, sulla nostra pagina Facebook nella quale possiamo taggare tutti gli autori che hanno partecipato al gioco solo se i suddetti hanno messo un mi piace.
Vi si chiede di condividere i racconti, tutti. E di commentare i racconti, tutti.
Ovviamente i commenti sono aperti a chiunque abbia voglia di leggere.
Tutto chiaro?

P.s. Su nessuno dei racconti è stato fatto un lavoro di editing o di correzione refusi
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E' finito il funerale Roberto, come aveva chiesto, è stato cremato, dopo un paio di giorni si dovrà passare a ritirare l'urna con le ceneri. Non si è ancora deciso cosa farne: depositare l'urna nel loculo di famiglia o disperderle come aveva chiesto Roberto.
La moglie vuol portarsi l'urna a casa, non ha mica accettato, malgrado tutto che Roberto l'abbia  lasciata. I figli trovano la cosa troppo macabra e in quei giorni che mancano al ritiro dell'urna vogliono provare a convincerla ad una scelta più razionale.
La  figlia più giovane Claudia, per eliminare dallo sguardo ossessivo della madre,  i vari ricordi del padre, apre un  profondo baule dove sono conservate le carte e le memorie di  33  anni di lavoro Dal fondo del baule  tira fuori un pacco di agende di pelle con il logo INPS impresso sulla copertina  e l'anno. Cazzo le ha conservate tutte,  una per ogni 33 anni di lavoro. Di certo sono intili appunti di lavoro e quindi da buttare via. Non le apre e fa per  gettarle  nel bustone nero per la spazzatura. Poi gli viene la curiosità di leggere quella del 1983, il suo anno di nascita. Vuol conoscere dopo tanti anni quali fossero i pensieri del padre, prima che lei nascesse.
Tutto il mese di gennaio è vuoto, la prima annnotazione è del 16 gennaio,  con la tonda grafia del padre , inchiostro nero, penna Pilot.
16 gennaio   Domenica ore 22  La solita sfiga mi hanno affibbiato il corso del Piemonte, quello che inizia prima e per giunta mi tocca di partire di domenica pomeriggio da Napoli. Arrivo a Torino in serata, freddo cane, meno male che l'albergo Roma è vicinissimo alla stazione di Porta Nuova. E' un tre stelle, ma sono molto stentate, la camera è un cubicolo stretto e lungo, la finestra affaccia nel cavedio,  il letto in un angolo, un armadio tarlato, il bagno è una specie di armadio a muro con la doccia fissata al soffitto, niente televisione. Bella sistemazione.
17 gennaio Lunedì ore 7.30 La colazione inclusa sono un bricco di latte tiepido, uno di caffè forse orzo, un buondì Motta, un pacchetto di fette biscottate, una porzione di marmellata albicocche, una di burro. La sala colazione è affollata di ballerine e ballerini bulgari, che divorano il tutto. Sono li a spese del Comune per scambi culturali. Cinque minuti a piedi e sono a Piazza CLN, l'aula del corso è al terzo piano di fronte ai locali dei Cral. Sono le otto e non c'è nessuno, l'aula è vuota. Di bene in meglio. Passa una buona mezz'ora e si presentano in tre. Non sono i corsisti, ma il capo dell'ufficio e i due tutor. I corsisti arriveranno dopo, sono andati a timbrare il cartellino a via Sacchi dove c'è l'ufficio, la solita cazzata burocratica. Mi incazzo: “da domani firmeranno il foglio di presenza qui, frequentano il corso, firmano in aula.!” Il capo, G. M.  strabico all'occhio destra, bleso, cerca di ribattere qualcosa. Non gli rispondo.  Il primo tutor. S.B. ,  sulla cinquantina, la faccia tonda, i capelli ricci color melanzana, chiaramente mal tinti, strabico a sinistra, che bella accoppiata prova a dare ragione ad entrambi. Intanto la tutor numero due, C.D., sulla trentina, tutta in tiro in un elegante completo marrone di taglio maschile, camicia di seta azzurra, calze in tinta, mocassini Tods, se la ride in silenzio e mi guarda intensamente negli occhi, mi approva, forse. Somiglia a Fanny Ardant. Arrivano i ragazzi, in tutto quindici, tre ragazzi e dodici ragazze.  Tutti molto giovani, tutti molto interessati. Ed inizio la lezione. Ed iniziano intensi scambi di sguardi con C.  Si va avanti fino alle 17, con un breve intervallo per il pranzo. Alla fine tutti scappano via, C. si trattiene sul ballatoio, davanti alla porta aperta del Circolo Dopolavoro. Mi chiede: “Giochi a poker? Alla fine del lavoro facciamo spesso  un oretta di poker,” Le sorrido, non ho mai giocato a poker contro una donna: “Volentieri, anche subito!” Entriamo nella saletta del circolo, ad un tavolino rotondo, ricoperto da un tappeto verde, tutto bruciacchiato, in attesa lo strabico S. B.  e due raggrinziti pensionati . L'ora passa in fretta, C. ha un gioco aggressivo, cerco di tenerle testa, ma le carte le girano in maniera pazzesca. E me le suona, in compenso mi rifaccio con lo strabico,bluffa di continuo, ma quando lo fa l'occhio strabico si raddrizza. Insomma vinco anche io, ma poco e mai contro C.  che mi mette sotto. E' una strana sensazione .
I giorni successivi : solo Corso Torino
29 genaio 1983 Venerdì Sono passate  due settimane, anche in fretta. Due settimane a cercarsi continuamente con  lo sguardo sempre più intenso,  la mattina durante le  lezioni e nelle  pomeridiane partite a poker.  E'  terminata la  prima tranche del corso in aula, torno a casa. Dovrò ritornare dopo tre settimane e conto i giorni.
Quegli maledetti occhi scuri, curiosi e ridenti mi hanno colpito.
Claudia si ferma, non vuole leggere oltre, meglio non sapere. Un pensiero le  attraversa la mente: il suo nome ha la stessa iniziale di quegli occhi neri e ridenti e si chiede: forse? Lei  sarebbe nata a maggio di quell'anno ed il suo nome lo scelse il padre al di fuori delle  tradizioni familiari, si sarebbe dovuta chiamare Felicia come la nonna materna, ma il padre si impose per Claudia.

Chiude in fretta quell'agenda e la butta nel bustone nero. Meglio che la madre non legga quei frammenti di diario, potrebbe buttare via le ceneri nella tazza del cesso e tirare lo sciacquone