giovedì 9 gennaio 2020

Gliallo sporco - un assaggio


Siete pronti a ritrovare Ashley, Valerio e Ian?

Avevano una pista. Questo stava pensando Ashley. Era stata una giornata pesante, ma quel comunicato sul corso di scrittura creativa conservato da Jessica poteva costituire la chiave giusta per affrontare quel caso. Era talmente concentrata che non si accorse subito dei due uomini a fianco al portone del condominio di Cathedral Avenue. Era a pochi passi quando si rese conto. L’istinto del poliziotto la mise in allarme e liberò l’accesso alla fondina. Ma un istante dopo all’allarme subentrò lo stupore, subito sostituito dal sollievo, immediatamente scalzato dalla rabbia.
Valerio e Ian.
“Avete fatto un viaggio a vuoto”, li apostrofò voltando loro le spalle. Come se escluderli dalla vista significasse farli svanire. Perché questo voleva. Che andassero via. Che non la costringessero ad affrontare un passato ancora troppo doloroso e presente.
“Fermati!”, la voce di Valerio arrivò insieme alla stretta della sua mano sul braccio.
“Chiariamo subito un punto”, il tono ostile di Ashley attraversò il velo della nebbia che cominciava ad addensarsi. “Non vi ho chiamati io. Non ho alcuna intenzione di avervi tra i piedi e non intendo nemmeno farvi salire per un caffè. Ribadisco: avete fatto un viaggio a vuoto.”
Ian la fronteggiò.
“Hai la testa dura, e lo sappiamo. Ma l’abbiamo anche noi. Fa troppo freddo per star qui a discutere, quindi credo che quel caffè ce lo offrirai, magari con un paio di biscotti, abbiamo saltato la cena.”
Fino a quel momento Ashley aveva fissato la sua cravatta. Alzò il viso a incontrarne lo sguardo carico d’affetto. Non riuscì a non ricambiarlo. Sospirò.
“Scongelo due pizze, dite quello che avete da dire e sparite.”
Era un inizio, pensarono mentre la seguivano fino all’ascensore.
Nel saluto del portiere fu evidente un interrogativo che Val si affrettò a colmare piazzandogli il distintivo sotto il naso.
“Sono amici, Bernard, abbiamo un caso per le mani.”
“Non dovrebbe portarsi il lavoro a casa, agente Marler. Ha l’aria stanca.”
“Tranquillo, andranno via tra poco.”
Mentre le porte dell’ascensore si chiudevano, Valerio continuò a sostenere lo sguardo inquisitore del portiere.
“È così con tutti, oppure ha un debole per te?”, si informò.
Ian scosse la testa disapprovando la domanda.
“Fa soltanto il suo lavoro.”
“Se facesse il suo lavoro, non troveresti inquietanti messaggi infilati sotto la porta di casa”,  attaccò  Valerio.
Ancora una volta Ian gli lanciò un’occhiata che cadde nel nulla. Il silenzio li accompagnò al quarto piano e lungo il corridoio dalla passatoia color salvia. Ashley estrasse le chiavi e aprì la porta. La luce era accesa nell’appartamento e mise in allarme Valerio che agì d’istinto spingendola di lato.
“Dammi la pistola”, le bisbigliò, maledicendo la legge che gli impediva di portare armi fuori dalla propria giurisdizione.

venerdì 27 dicembre 2019

Il cammino del Sapiente (di Federica Soprani - Triskell) #mèpiaciuto


Ritengo che ogni libro sia un viaggio e se non ho dato 5 stelle a questo romanzo è perché il viaggio è solo all'inizio.
Ritengo che al centro stesso dell'immaginario collettivo ci sia la forza di chi riesce a creare mondi e a raccontarli.
L'autrice ci riesce, ci prende per mano e con una scrittura ricca e fluente ci fa da guida, portandoci a scoprire Briden. Un ragazzo solo, indifeso, studioso, dimesso, oppresso dal costante confronto con un gemello ingombrante. L'autrice porta questo giovane uomo a confrontarsi con due personaggi potenti, prepotenti, forti, volitivi. Lo immaginiamo, quindi, schiacciato, manipolato, sottomesso il nostro Briden. E invece... invece il cammino conduce il Sapiente a scoprire ben più di una città rutilante e una corte sfarzosa, più della realtà dei propri desideri e sentimenti. Briden non indossa altri gioielli che se stesso, e sfavilla e abbaglia un re che molti temono, a ragione, e un mistero vivente come Maddox il Bastardo, fratellastro e amante del re. Non fate l'errore di considerarlo solo un fantasy, tanto meno un semplice m/m. Ci sono uomini che si amano, sì. Ci sono momenti di coinvolgimento totale dei sensi. Ma la storia si nutre di questo senza essere solo questo. Poiché è il primo volume di una trilogia, non possiamo immaginare dove il viaggio ci condurrà. E quanto ci sarà da soffrire. Le ombre incombono su Briden, su re Uther, su Maddox. Aspettiamo con ansia il secondo volume e intanto godiamo del piacere più antico del mondo: quello di una storia ben narrata.



Prima domanda: bisogna dirlo chiaro, spesso nei fantasy le descrizioni sono un fardello feroce sulle spalle del povero lettore. Poi arrivi tu e ci mostri quadri, squarci, vere e proprie fotografie. Di più, ci fai sentire i profumi, i sussurri, gli aromi. Svela il tuo segreto: tu a Llyle ci vivi, non è così?

Potrei rispondere "Magari". Di certo mi piace aggirarmi tra le sue strade e le sue piazze, riempirmi gli occhi della sua bellezza, le orecchie del suo frastuono, il naso dei suoi profumi. Ho sempre avuto questa sindrome del dover entrare a tutti i costi in luoghi che esistevano solo nella mia mente, e, da quando ho iniziato a scriverne, mi ha preso l'urgenza di renderli visibili (e visitabili) anche per chi mi legge. Forse ha a che fare con il fatto che da quando avevo quindici anni ho iniziato a essere un Master nei giochi di ruolo, Dungeons and Dragons in primis. Per me è sempre stato un imperativo categorico portare i miei giocatori dentro i mondi che creavo per loro, immergerli il più possibile nell'atmosfera dell'ambientazione all'interno della quale si muovevano. Non a caso, la maggior parte dei miei racconti fantasy sono ambientati nello stesso continente, Kessarine.
Daederian invece l'ho creato appositamente per Il cammino del Sapiente, ma la situazione mi sta già sfuggendo di mano, perché sono già nati un paio di racconti, completamente slegati dal romanzo, ambientati nei suoi territori.
Giochi di ruolo a parte, posso dire a mia discolpa che sono cresciuta leggendo alcune autrici fantasy che hanno saputo fare dell'ambientazione e della descrizione degli scenari un loro marchio di fabbrica inarrivabile, Tanith Lee per prima. E a Tanith devo anche molti altri aspetti della mia scrittura. Ma niente spoiler...

Seconda domanda: quali sono i tuoi numi tutelari, narrativamente parlando?

La già citata Tanith Lee. Lessi il suo Rossa come il sangue, declinazione vampirica personalissima della favola di Biancaneve, quando avevo quindici canni (cavolo, quando avevo quindici anni sono successe un casino di cose!!), e dopo quel racconto ho iniziato a cercare forsennatamente libri suoi. Il Ciclo delle Terre Piatte lo considero forse la sua opera migliore, anche se ha scritto talmente tanto, spaziando tra fantasy, horror e fantascienza, che sarebbe difficile esprimere un parere obiettivo. Cyron, il suo cavaliere dai capelli color dell'alba, protagonista dell'omonima raccolta di racconti, è stato il padre (e anche la madre) di moltissimi miei personaggi, in particolare di Chrysale, sui cui ho scritto una serie di racconti che spero prima o poi di pubblicare.
Poi sicuramente Angela Carter, altra autrice prolificissima, creatrice di ambientazioni e atmosfere inarrivabili e di personaggi indimenticabili. La conobbi per caso, dopo aver visto il film di Neil Jordan In compagnia dei lupi. O forse fu la mia amica Sonia a regalarmi un suo libro quando compiei... quindici anni? possibile... Il libro era La camera di sangue, ancora una raccolta di favole rivedute e corrette, tra cui quel In compagnia dei lupi da cui Jordan ha tratto il suo splendido film, ma soprattutto perle come La signora della casa dell'amore, o Il re degli gnomi. Una scrittura ricca, sontuosa, sensuale. Ancora oggi rileggendo qualsiasi cosa scritta da lei mi sento gradevolmente intossicata.
Terza musa è un'altra donna, Paola Capriolo. Sempre Sonia, alla quale devo molto della mia educazione adolescenziale, mi regalò La grande Eulalia, raccolta di racconti pubblicata dalla Capriolo quando aveva appena 24 anni, che vinse nel 1988 il Premio Berto per l'Opera Prima. Racconti fiabeschi, magici, permeati di quella materia sottile e ineffabile che separa il mondo reale da quello dei sogni, e che a volte diviene così rarefatta da consentire il passaggio di suggestione e presenze da un mondo all'altro. Oltre alla Grande Eulalia, ho amato della Capriolo in particolare il Nocchiero, Una di loro, Con i miei mille occhi, Qualcosa nella notte. Storia di Gilgamesh, signore di Uruk, e dell'uomo selvatico cresciuto tra le gazzelle, ma soprattutto Vissi d'amore, personalissima rivisitazione della storia di Tosca, vista dagli occhi del Barone Scarpia.

Terza domanda: si può avere l'indirizzo di Maddox?

Volentieri! Al momento non posso rivelarlo, perché rischierei di spoilerare cosa sta succedendo nel secondo libro. Ma ci possiamo mettere d'accordo in separata sede...

Quarta domanda (tornando serie): se dovessi scegliere un tuo romanzo nel quale trasferirti con armi e bagagli, quale sceglieresti?

Come tornando serie? Niente Maddox? Ok, lo hai detto tu...
Un romanzo in cui trasferirmi? Domanda insidiosa. Con tutti i casini che faccio capitare ai miei personaggi non farei certo un favore a me stessa a volermi impantanare nella loro stessa situazione. Comunque direi Luthais, in fase di scrittura, perché permette a persone apparentemente normali di entrare in contatto con un mondo meraviglioso e terribile. Forse non sopravvivrei a lungo, ma ne varrebbe la pena.

Quinta domanda: dicci del secondo volume o di qualsiasi progetto tu abbia in piedi onde sanare l'astinenza dalla tua scrittura.

Luthais me lo sto portando avanti da anni. Tengo moltissimo a questa ambientazione, nata nell'ambito di un gioco di ruolo, come spesso accade con i mondi che creo. Ho impiegato tantissimo ha trovare la strada per raccontare di questa ambientazione, ma alla fine credo di averla trovata. Il problema è che, vista la natura del luogo di cui parlo, ogni volta che sono costretta ad allontanarmene è difficilissimo tornarci dentro. Spero che i suoi cancelli rimangano sempre aperti per me.
Per quanto riguarda la trilogia di Daederian, il secondo volume si chiama L'Ordalia del Bastardo, e ha come protagonista proprio Maddox. Quando ho deciso di scrivere questa storia ho pensato subito di incentrare ognuno dei tre volumi in particolare su uno dei tre protagonisti, ma non aveva capito all’inizio quanto questa scelta avrebbe portato ciascuno di loro a intraprendere un cammino interiore (e non) fatto di esperienze belle e brutte, dolorose e appassionanti, per accedere a un nuovo livello di sé. Con Briden era più intuibile, perché la sua stessa natura di Sapiente lo portava a percorrere un cammino di evoluzione e presa di coscienza. Ma alle fine mi sono resa conto che Maddox e Uther, ciascuno a suo modo, sebbene diano l'impressione di essere uomini giù maturi e arrivati, devono ancora scoprire molte cose di loro stessi. Il loro cammino sarà molto più difficile.

Grazie infinite per avermi dato la possibilità di rispondere a queste domande e per aver apprezzato Il cammino del Sapiente. Quando vuoi tornare a Llyle sarai sempre la benvenuta!

domenica 15 dicembre 2019

La chioma di Berenice ( di Amalia Frontali - self publishing) #mèpiaciuto


C'è un parallelo tra l'archeologia eroica e quasi mitica dell'epoca regency e il vagolare del lettore nel mare magno della produzione self. E questo parallelo mi conduce esattamente dove mi trovo: ho scoperto una gemma. Per puro caso. Una cover su un gruppo, io che non compro mai un libro per la copertina. Un'occhiata alla trama. La curiosità. Ho preso l'ebook e l'ho lasciato lì, in mezzo a mille altri. Non amo il romance, chi mi conosce lo sa. Lo uso, alle volte, come lettura leggera e disimpegnata tra un romanzo e l'altro. Ma questo non è un romance. È una biografia romanzata. È un romanzo storico. È un romanzo d'avventura. È un viaggio emozionante. È qualcosa di totalmente inatteso, scritto in modo superbo. L'autrice ha saputo fondere in modo meraviglioso e indistinguibile fantasia e storia, romanticismo e avventura. Di più, ha fatto un lavoro di scavo nella psicologia di una giovane donna di un'epoca lontana, costretta a rinnegare la propria personalità in nome di un appiattimento alla conformità, spacciato per etichetta, per educazione, per contegno. E ci ha mostrato il risveglio di Sarah, pagina dopo pagina, mentre Giovanni Battista, il suo grosso, esuberante, dolcissimo marito riusciva a estrarla da se stessa non diversamente da come avrebbe fatto con un prezioso e delicato reperto dell'antico Egitto. Un libro bellissimo, una lettura preziosa. Straconsingliato.




Come sei venuta in contatto con la storia dei coniugi Belzoni?
A gennaio 2018 ho pubblicato (rigorosamente in self) un romance regency coloniale, ambientato a Ceylon e l’esperienza, per me nuovissima, di scrivere un romance, mi era molto piaciuta. Anche i riscontri erano stati alquanto positivi. Così, in primavera, avevo in mente di scrivere un altro romance regency in ambientazione “esotica”.
Poiché amo moltissimo l’Egitto e l’ho visitato più volte, era uno dei miei candidati. Sono partita dal provare a documentarmi su cosa fosse successo in Egitto di interessante nei primi vent’anni dell’ottocento e lì la figura di Belzoni è emersa con prepotenza, per la mole e l’importanza delle sue scoperte. Quando poi ho scoperto che era l’emissario del console inglese e inglese era la sua giovanissima moglie, ho pensato che per un’avventura romantica esotica fosse perfetto.
Confesso che ho esitato a lungo, perché temevo molto di “tradire” i personaggi storici piegando la sua biografia alle esigenze di trama. Poi ha preso il sopravvento il fascino esuberante di Belzoni e il desiderio di farlo conoscere, di divulgarne le meravigliose esperienze di vita, seppure in forma romanzata, facendo magari sorgere nel lettore i desiderio di approfondire.

Un lavoro di documentazione certosino, quanto tempo e impegno ti è costato?
Il mondo della reggenza inglese è una mia grande passione e lo conosco abbastanza bene, quindi lì la documentazione non è stata onerosa. Giovanni Belzoni, invece, l’ho conosciuto da un paio di biografie e dalla lettura diretta dei suoi diari di viaggio, che sono stati il principale testo di riferimento per il romanzo.
La parte di pura documentazione è durata un paio di mesi, più altri tre in parallelo con la stesura del romanzo.

Un romanzo così bello avrebbe dovuto trovare spazio in una grande CE, ci hai provato?
Domanda che contiene un grande complimento: grazie <3
No, non ci ho provato. Sinceramente mi considero, e sono, una dilettante. Ho avuto in passato un’esperienza con una casa editrice di medie dimensioni, che non ho saputo gestire correttamente e che mi ha un po’ sfiduciato. Scrivo perché mi diverte farlo, mi emoziona e mi appassiona.
Non mi sento all’altezza di una grande CE e penso che per la letteratura “di genere” (rosa, giallo e in minor misura fantasy) il self-publishing possa dare belle soddisfazioni, a patto di prendere tutto con leggerezza, come un gioco.

L'epoca regency non mi è affatto simpatica, soprattutto per l'esasperante stereotipia che affligge le protagoniste. Tu hai saputo creare una donna vera che si dibatte nelle pastoie di un'educazione francamente assurda, e le spezza. Non avendo letto altri tuoi titoli, chiedo: sono tutte così le donne che descrivi?
Una delle mie fissazioni come lettrice (e di riflesso come autrice) di storici è la credibilità dei personaggi rispetto all’epoca. Del loro modo di agire, di parlare e, soprattutto, di pensare. Credo sia la parte migliore, e certo non la più semplice, di un buon romanzo storico.
Le donne che descrivo sono tutte donne del loro tempo; quindi, in generale, nei romanzi ottocenteschi sia regency che vittoriani, alle prese con educazioni oppressive, gravide di ipocrisia e discriminazione, spesso anche terribilmente ignoranti. In base ai loro caratteri e alle loro esperienze di vita reagiscono poi diversamente a queste pastoie e se ne liberano, o imparano a conviverci.
Ad esempio la protagonista de La Gemma di Ceylon, che menzionavo prima, rispetto a Sarah Belzoni è più adulta (ventiquattro anni contro diciotto scarsi), meno attraente, con minori ambizioni sociali e un carattere completamente differente. Il suo modo di affrontare le regole del mondo e stare a galla è differente. Ma, io spero, ugualmente credibile.
Discorso diverso per i personaggi vittoriani de La Saga della Sposa, che sono numerosissimi e in una saga epistolare, per cui hanno la possibilità di esprimersi in prima persona, svelandosi intimamente molto più di quanto non sia possibile con la forma narrativa canonica e, inoltre, cavalcando l’onda dei grandi cambiamenti della seconda metà del diciannovesimo secolo.
Mi sono dilungata, ma sì, la credibilità prima di tutto, rispetto al carattere del personaggio, ai suoi trascorsi e all’epoca storica.


Scrivi romance, da quel che vedo, e sono certa che la tua scrittura sia sempre a livelli alti, perché la classe non è acqua. Ma il genere non ti sta stretto?
In realtà mi piace cambiare.
Sono approdata ai romance all’inizio del 2018 e mi sono divertita moltissimo, quindi penso che proseguirò l’esperienza.
Prima dei romance avevo pubblicato un breve romanzo epistolare dedicato a una versione cronologicamente plausibile con la documentazione storiografica (ma ovviamente inventata) del rapporto fra Jane Austen e Tom Lefroy, che, se non altro per il finale, non saprei quanto si possa definire romance.
Prima ancora un romanzo di guerra ambientato negli anni ‘90, con uno pseudonimo che mai rivelerò, neanche sotto tortura :P
Poi c’è la saga vittoriana, grandiosa esperienza di scrittura a quattro mani, che ha molto di romantico, ma non so se possa essere facilmente definita romance. Forse sì, ma un romance decisamente atipico.
Attualmente ho anche un inedito in cerca di editore, ambientato fra il 1944 e il 1945 durante la guerra partigiana. Romanticismo quasi zero. In questo caso, per un romanzo così poco inquadrabile nella letteratura di genere, sono convinta che il self-publishing non sia lo strumento buono per arrivare al target di pubblico giusto. Quindi, incrocio le dita e spero che qualcuna delle CE che ho contattato voglia rispondermi.
Prossimamente ho una mezza idea di cimentarmi, non so bene con quali esiti, nel giallo storico, genere che non ho mai sperimentato ma che mi attrae molto. Vediamo che ne viene fuori.


venerdì 13 dicembre 2019

Rosa di mezzanotte (di Amneris Di Cesare - goWare) #mèpiaciuto









Questa è una lettura che ho centellinato. Perché è coinvolgente e trascinante e, se le avessi dato retta e ne avessi avuto il tempo, l'avrei terminata in un giorno. Ci sono libri che sono costruiti a tavolino, e si vede. Spesso sono godibili, ma non hanno anima. E poi ci sono i libri come questo. Che scaturisce da sentimenti reali. E si sente in ogni singola riga. I personaggi sono tridimensionali, anche nei loro difetti. Lo stratagemma dei capitoli affidati a turno ai protagonisti consente all'autrice di cambiare registro di scrittura e di espressione, passando dal tono misurato e nostalgico di Annabella e quello smargiasso e giovanilistico di Federico. La storia poggia su un impianto di incomprensioni e di rimpianti insanabili, come sempre accade quando non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi e chiarirsi. Così troviamo un gioco di amori non corrisposti e altri non vissuti mentre un ragazzo cresce con una madre single che rifiuta ogni possibilità di trovare un compagno perché il suo cuore è rimasto tra le mani inconsapevoli di un uomo ferito. Ecco, se devo trovare un difetto - che narrativamente parlando è un pregio - è nella figura di Gaetano. Cupo e granitico in apparenza, in realtà fin troppo fragile nel consegnarsi alle trame di una donna senza scrupoli e di una beffa del destino. Gli sarebbe bastato verificare, agire, chiedere. E la bravura dell'autrice sta anche nel rendere l'incapacità di quest'uomo di guardarsi attorno, almeno fino a quando la verità non gli crolla addosso. Delicatissimo e cesellato il rapporto che germoglia tra Federico ed Ettore. Una lettura coinvolgente.

L'idea del vivaio è intrigante, da dove nasce?
Non ricordo come conobbi Simona, solo che fu durante una vacanza quando avevo 16 anni;  ricordo però che fu un'amicizia immediata, di quelle in cui ti riconosci e praticamente non riesci più a staccarti. I genitori di entrambe videro questa intesa come cosa buona e mia madre, di solito molto severa e possessiva, mi permise di andare a trascorrere da lei una settimana a Roma. Una settimana che diventarono poi quasi due mesi. E lì conobbi Franco. Fu anche quello un fulmine a ciel sereno, perché ci “mettemmo insieme” subito, e vivemmo una storia d'amore estiva molto intensa e bella. Certo, finì nel momento in cui io ripresi il treno per Bologna e lui subito si fidanzò in casa con un'altra. Qualche lacrimuccia, qualche sfogo al telefono con Simona, ma tutto  finì lì. Tempo un mese e io ero già “innamorata” di un altro. Lui era parecchio più grande di me e lavorava in un vivaio. Da questi spunti, volendo semplicemente raccontare una storia veloce per il mio blog, ho iniziato a costruire la storia di Annabella e Gaetano, ovviamente romanzando e inventandomi tutto il resto della storia. Poi è comparso Federico e... non sono più riuscita a tenerlo a freno. Da bravo irrequieto e iperattivo, Federico si è preso tutta la scena, lasciando, forse, in secondo piano la storia d'amore dei genitori.
Tornando al vivaio, mi è piaciuto molto documentarmi, e ho avuto un'insegnante d'eccezione: Maria Silvia Avanzato. Con lei abbiamo passato pomeriggi a fare scorribande in vivai di sua conoscenza e mi fa fatto lezioni interessantissime sulle rose, un mondo fantastico di cui ignoravo l'esistenza prima.


Racconti che lo spunto viene da una vacanza romana insieme a un'amica, il cui nome usi però per uno dei personaggi più odiosi, come mai?
Sai che quando ho letto questa tua domanda mi è preso un colpo? Non mi ero resa conto di questa cosa, che avevo chiamato Simona “la cattiva” del romanzo, e che è lo stesso nome della mia dolcissima amica Simona di Roma. Credimi, è del tutto involontario, e se mai “la vera Simona” dovesse leggere il mio romanzo, spero mi perdonerà. Non ci avevo proprio fatto caso. Ora che il libro è stato stampato, è impossibile correggere.
Con “la vera Simona” rimanemmo amiche per molti anni, ma poi, non so neppure io bene come o cosa accadde, ci perdemmo di vista. Non sono mai più riuscita a rintracciarla, neppure su Internet. E di questo mi dispiace molto. Ho un ricordo bellissimo di lei.

L'eterna commedia degli equivoci va in scena da sempre nei romanzi, soprattutto d'amore. Ma non sarebbe più semplice, nella vita e nelle storie, guardarsi in faccia e chiedere semplicemente la verità dei fatti?
Siccome hai letto molti dei miei romanzi precedenti sai che in molte storie che racconto ci sono dei twist-plot che fanno leva sugli equivoci, sul non detto o sul mal compreso. E' vero, sarebbe tutto molto più semplice – nella vita, perché, ahimè, se nelle storie fosse tutto semplice, non ci sarebbe forse più ragione di raccontare – spiegarsi e affrontare subito le devastanti conseguenze di un errore o di un fraintendimento. Ma anche nella vita – a me è capitato spessissimo – non si ha a volte né il coraggio né l'orgoglio di confessare uno sbaglio, un inciampo, rendendo così quell'errore gigantesco.  L'orgoglio, spesso scambiato per “dignità” impone ad alcuni di tenersi tutto dentro, di saltare alle conclusioni senza verificare i fatti; a volte invece è proprio la mancanza di coraggio di guardare negli occhi qualcuno e chiedergli chiarimenti. Una delle cose più difficili da fare è, per esempio, ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa, accettare le conseguenze e spesso anche l'umiliazione per un categorico rifiuto da parte della persona offesa; questo porta a far sì che certi eventi negativi si avvitino su se stessi cambiando per sempre il corso della vita delle persone coinvolte. A me è capitato spesso di osservare queste dinamiche e poiché da sempre sono interessata a parlare di sentimenti umani, queste sono le situazioni conflittuali che amo sviscerare (o perlomeno tentare di farlo)
In genere, poi, non forzo mai i comportamenti dei miei personaggi, sono loro che agiscono e reagiscono in un certo modo. Spesso, infatti, mi è capitato di pensare mentre scrivevo “Ecco, qui, se lui/lei tenesse nascosto questo fatto, nascerebbe un bel conflitto che porterebbe poi a una svolta drammatica della storia” e invece i personaggi mi suggeriscono tutt'altro e io lascio che decidano altrimenti. E' quello che è successo anche in Rosa di mezzanotte. Hanno fatto tutto loro, Annabella, Gaetano, Federico, Ettore, Simona e tutti gli altri personaggi.



lunedì 9 dicembre 2019

La fata nel vento e altri racconti (di Francesca Montomoli - edizioni Della Goccia) #mèpiaciuto


Conosco la capacità dell'autrice di trasfondere poesia anche in ciò che a noi può apparire molto distante dal concetto stesso di poesia. Qui siamo di fronte a una raccolta di racconti molto diversi, ma tutti legati dal filo rosso (mai rosso come in questo caso) della passione per la scuderia di Maranello. L'autrice è una ferrarista e la sua passione, unita alla preparazione tecnica, appare evidente nel modo in cui storie di uomini, donne e gatti si intrecciano intorno al profilo filante della più iconica delle auto da corsa. Non amo in modo particolare la Formula 1, ma ho apprezzato ogni singola pagina, così come l'attenzione che l'autrice dimostra a ciò che, inevitabilmente, porterà alla fine di un'epopea di uomini e motori. L'impatto ambientale della F1 è devastante, lo sappiamo. Ma la Ferrari, la fata nel vento del titolo, è molto più di scarichi e materiali tossici. È un sogno declinato in metallo, plastica, velocità, rischio, potenza, lusso e tutto rigorosamente italiano. Questa raccolta è un omaggio soffuso di malinconia e anche un modo per non dimenticare che veder girare la Ferrari è sempre stato molto più che sport.
I racconti sono una forma narrativa che può dare grandi soddisfazioni, ma in Italia una raccolta di racconti spesso scoraggia editori e lettori. Il tuo è stato un atto di coraggio?
Non credo possa definirsi un atto di coraggio, semmai una sfida, ma direi più una forma di caparbietà.  
Amo i racconti, anche brevi o brevissimi, amo leggerli da sempre e percepisco questa forma narrativa come il mio habitat naturale, un “luogo” in cui mi sento a mio agio e al quale non voglio rinunciare. Perciò sono particolarmente felice di aver trovato due editori, seri e onesti, intenzionati a raccogliere il guanto proponendoli al pubblico.
Con questo non voglio certo dire che disdegno i romanzi, anzi, adoro lasciarmi catturare dalle infinite vite e immensi mondi che ti regalano (ne sto scrivendo uno proprio in questo periodo anche se certamente non sarà lunghissimo) ma la breve distanza, l’incursione fulminea, l’immersione totale seppur temporanea in un’altra vita, esercita su di me un grande fascino.
Non credo sia mai accaduto che un'auto sia stata scelta quale musa letteraria. Com'è successo?
Ovviamente esistono molti libri che ruotano attorno al mondo dell’automobilismo sportivo, principalmente tecnici o biografici, ma anche bellissimi romanzi (L’arte di correre sotto la pioggia di Garth Stein, per esempio, che trovo meraviglioso e che da poco è approdato sul grande schermo) in cui il fulcro della narrazione è comunque un “essere vivente” nel senso più tradizionale del termine: il pilota, il pioniere, il costruttore (o il cane di famiglia, come nel libro citato). L’auto, pur essendo sempre al centro dell’attenzione, resta subordinata.
L’auto in questione, però, è diversa. È leggenda. È più di una semplice passione sportiva, è amore. È questo che ho cercato di raccontare attraverso le vite dei personaggi a due e quattro zampe che popolano i miei racconti. Storie quasi vere, perché ispirate a fatti e/o vite reali anche se opportunamente e molto, molto liberamente romanzate.
Un sentimento che conosco e vivo in prima persona. Un amore che, pur essendo potente, non necessariamente contamina o inquina la vita e i buoni sentimenti di chi lo prova. Non è la passione sportiva a produrre danno, il danno è già nell’animo di chi lo produce e in tal caso la tifoseria diventa un pretesto per dar sfogo ai propri istinti negativi.
Ti racconto un episodio. Una volta, una persona di cultura, un professionista che stimo, non sapendo della mia passione per le corse automobilistiche, durante un incontro/dibattito al quale stavo partecipando, se ne uscì con un’affermazione piuttosto infelice: ribadendo l’importanza di momenti come quello per mantenere alta  l’attenzione sulla cultura e alimentare la vitalità di un fermento artistico che non fosse totalmente alla deriva, disse più o meno così “ce ne sono fin troppi che si fanno inebetire da un motore rombante che gira e gira, e non sanno nemmeno cosa sia un libro, o una poesia, o un’opera sinfonica o quali siano le cose importanti nella vita”.
Molti occhi mi hanno fissato, io non ho ribattuto, non era il contesto né il momento adatto a montare una polemica. Ho preferito scrivere e cercare un editore che desse voce a una passione che non, o almeno non sempre, inebetisce. Perché l’amore per la Rossa è un tema, una colonna sonora che accompagna e colora la vita.
Colpisce l'immagine che presenti del futuro del circuito di Monza. La Formula Uno è destinata a sparire, ma la voglia di moderni cavalieri che si sfidano sul filo del rischio non può finire. Che ne pensi?
Al futuro distopico dell’ultimo racconto si arriva per gradi attraverso i due che lo precedono. Gli appassionati storici vorrebbero che non finisse mai, e mi riferisco a chi, come me, segue la F1 da quasi cinquant’anni o più. Eppure proprio noi, forse noi più degli altri, abbiamo chiara la percezione che si trasformerà in qualcosa di profondamente diverso, in parte è già accaduto e continua ad accadere stagione dopo stagione. Non mi rende felice ma sono convinta che sia un processo inarrestabile. È nella natura delle cose.
I cavalieri del rischio, come li abbiamo conosciuti noi, non esisteranno più, ma certamente nasceranno nuove sfide. Fa parte della natura umana, è il motore che spinge ogni genere di ricerca, che sia personale, sportiva o scientifica.

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mercoledì 27 novembre 2019

Il mondo mi odia - ovvero quella volta che ho sfondato lo sfigometro (Elena Sole Vismara - self-publishing) #mèpiaciuto


Questo romanzo è una sorpresa. Non avevo mai letto nulla di questa autrice e ho scoperto una capacità di narrazione sorprendente. E una profondità, anche, che non mi sarei aspettata dal titolo, dalla copertina, dalla sinossi. Ethan, il protagonista, è un ragazzino di diciassette anni. Ed è un supereroe come solo alcuni adolescenti riescono a esserlo comprendendo in sé la maturità che viene dalla sofferenza di una situazione familiare terribile e le fragilità e le incapacità legate al suo essere, appunto, un ragazzino. Responsabile nel cercare di prendere in mano la propria vita, nonostante genitori inadatti al ruolo, a dir poco. Forte nel gestire le umiliazioni dei bulli. Eppure fragilissimo per i troppi colpi ricevuti e per la consapevolezza di non essere mai stato amato. Il messaggio di questa storia, così tenera e intensa, è che ad amare si impara. Ma devi avere dei maestri. E quelli di Ethan hanno i volti di una donna anziana, Aida, e di una ragazzina crossdresser, Melissa. Va detto, anche, che Ethan sarà un allievo difficile cui viene spesso voglia di appioppare uno scapaccione. Ma proprio per questo, alla fine, Ethan è un ragazzo vivo e vero. Consigliato. Di cuore.


Vi innamorerete di Ethan, promesso.

E ora le domande all'autrice.

Mi incuriosisce la personalità di Melissa La Farina, vuoi parlarcene?
La caratteristica più importante della personalità di Melissa, quella su cui si fonda tutto ciò che la riguarda, è la refrattarietà verso tutto ciò che è pre-ordinato. Tutto deve avere un motivo, e se il motivo è “perché si fa così”, lei non la ritiene una risposta valida, anzi: spesso la considera una autorizzazione a fare l'esatto contrario.
Secondo pilastro della sua personalità è il crossdressing, che altro non è che espressione di un'identità gender fluid: il primo concetto pre-ordinato al quale si ribella fin dalla più tenera età è proprio quello che stabilisce che chiunque debba appartenere a un genere sociale ben definito, scelto per lui o lei alla nascita in base alla biologia tra sole due categorie, senza possibilità di svicolarne e dovendo attenersi scrupolosamente a tutte le regole comportamentali a esso legate. Melissa invece sceglie di seguire il proprio sentire, indipendentemente da ciò che la società si aspetta da lei.
Non le interessa di avere l'approvazione di coloro che la circondano, salvo rare eccezioni, né sente il bisogno di stare in compagnia di qualcuno e questo fa di lei una persona coerente e decisa ma a volte scostante, che infatti si muove parallelamente ai propri coetanei, più che in mezzo a loro. Le piace provocare, portare i concetti e gli atteggiamenti all'estremo, per fare una sorta di scrematura tra chi ritiene meritevole del suo tempo e dei suoi affetti e chi no.

La madre di Ethan, troppo facile odiarla eppure lui si sforza di capirne le motivazioni; come hai elaborato quel personaggio?

Sia la trama che avevo in mente, sia la personalità di Ethan come intendevo svilupparla, richiedevano almeno un antagonista che rendesse la storia personale del protagonista travagliata fin dall'inizio. Scegliere la madre per quel ruolo è stato piuttosto semplice, anche se meno semplice è stato poi costruirne le caratteristiche senza farla diventare una macchietta.
Il presupposto fondamentale è che la cattiveria pura e innata è qualcosa che raramente esiste, e che chiunque la perpetra sicuramente ha una storia alle spalle che spiega da che cosa essa si origini. Costruire un antagonista significa trovare l'interruttore che fa scattare la sua voglia di fare del male.
Come Melissa, anche Mara è stata intrappolata da un presupposto sociale, lo stereotipo secondo cui  tutte le donne devono per forza voler essere madri, e desiderano affrontare col sorriso sulle labbra tutte le difficoltà e i sacrifici che la maternità comporta. Lo stereotipo che vuole che chiunque abbia due cromosomi X possiede istinto materno a vagonate. Ma quando mai?!
Mara però doveva restare nella vita di Ethan, almeno fino a un certo punto: da qui l'egocentrismo, l'infantilismo e un'insicurezza di fondo, nascosta dietro un muro di aggressività, che la rendono incapace di staccarsi dal nido paterno e vivere la sua esistenza come l'avrebbe voluta lei.
Una persona che ha letto il romanzo tempo fa mi ha detto che le sarebbe piaciuto seguire ulteriormente lo sviluppo e la crescita di questo personaggio. Chissà, magari un giorno scriverò ancora di lei.

Matteo, il figlio di Aida, è una vittima, eppure quando lo conosciamo incontriamo un vero stronzo, anche qui mi piacerebbe capire: come hai costruito il personaggio?

Matteo rappresenta a sua volta l'opposizione a uno stereotipo (anche se in questo caso non è lui che lo combatte), quello che vuole identificare in toto chi subisce un torto al suo ruolo di vittima. Spesso si ha l'idea che se una persona è vittima, allora è per forza buona o, viceversa, se non è buon allora non può essere una vittima.
Non è vero, la realtà è più complessa di così e un essere umano non può essere ricondotto unicamente a qualcosa che ha fatto o subito. Lo stesso vale per i personaggi di un romanzo: a dare loro complessità e verosimiglianza non è il loro ruolo, ma le sfumature che si riesce a pennellare loro addosso, sfumature che possono anche essere in contrasto tra di loro… o apparentemente in contrasto, dato che subire una qualsiasi forma di violenza non esenta dal perpetrarne a propria volta.
Questo è il ragionamento che sta alla base della scelta di rendere Matteo figlio di suo padre: in fondo, quando si ha un pessimo esempio in casa, lo si può combattere o si può finire per somigliargli.
Devo ammettere che all'inizio non è stata una scelta conscia: me lo sono ritrovato sulla pagina così, altezzoso e superbo. Quando me ne sono resa conto, ho pensato se non fosse meglio ricondurlo all'archetipo della vittima, ma ho preferito proseguire lungo questa strada, ritenendola forse più azzardata, ma anche più genuina.
Se invece con la tua domanda intendevi chiedermi come ho fatto a costruirlo così stronzo, beh, a volte basta semplicemente guardarsi intorno per trovare ottimi esempi da cui prendere spunto!




martedì 19 novembre 2019

Time Vampires - Codice Agatha (di Therry Romano - Astroed.) #mèpiaciuto

Time vampires - Codice Agatha
Una cover che rimanda all'urban fantasy. 
Una catalogazione: romance. 
Un titolo che cita i vampiri. Ma all'interno di questo volume corposo, più di 500 pagine c'è tanto, moltissimo. Molto più di quello che promette, ma anche parecchio di meno. È un fantasy, sì, anche se molto poco urban, mentre c'è azione, combattimenti, avventura e fantascienza virata alla mitologia. Non è un romance, assolutamente, perché c'è una storia d'amore ma rimane sullo sfondo per lasciare spazio a una protagonista, Hana/Kira/Xendhra, che è agente segreto, prescelta, madre suo malgrado, guerriera pressoché imbattibile, supereroina con poteri incredibili, dea. E tutto questo rinchiuso nel corpo e nella personalità di una bella ragazza con una dichiarata passione per pizza, schifezze unte e bibite gassate. Ah, e poi i vampiri non c'entrano niente, nessun canino sguainato, nessun dissanguamento. Quelli che Kira definisce, all'inizio della vicenda, vampiri sono esseri soprannaturali, ma di origine umana, che si nutrono del tempo delle proprie vittime. Vi siete persi? E questo è ancora niente. Attraverso una narrazione scoppiettante, vi troverete lanciati attraverso canali dimensionali, capaci di spostarvi in modo istantaneo da Pittsburg alla California, da isole sperdute nel Mar Artico alle spiagge assolate della Grecia. Di cosa stiamo parlando, quindi? 
Non lo so di preciso. So che ho mancato la fermata della metropolitana mentre, insieme a Kira, scendevo negli inferi e incontravo Persefone e scoprivo che è un'interior design con un mood goth. Ho conosciuto Ade, che è molto più simpatico e spiritoso di come lo raccontano i miti, ho incontrato Demetra, Stige, Hermes. E Kira, umana con componenti molecolari di azzurrite e poteri divini, li ha messi in riga, tutti. Compreso Zeus. Se siete pronti a lasciarvi trascinare nell'equivalente narrativo di film come Thor, X-men, Doctor Strange e Avengers con un pizzico di Guardiani della Galassia e il sottofondo spirituale di Star Wars, questo è il romanzo che fa per voi. E può farsi scoprire un'autrice con una preparazione sulla mitologia classica, sulla cristalloterapia e sulla composizione molecolare in grado di stupirvi. 
E adesso andiamo alle domande all'autrice: 
Quanto si deve essere pazzi per scrivere una roba così?
Direi che la follia è una componente fondamentale, soprattutto se sei una lettrice fantasy che ha letto di tutto, anche le cose più improbabili di autori sconosciuti e altri notissimi, ma che cerca un qualcosa che ancora non è stato scritto. Si fa così, no? Dopo un po’ scrivere di cose trite e ritrite, porta inevitabilmente alla noia. E allora la follia prende piede e ti porta a realizzare cose del genere.
L'Olimpo a Doha e dei della mitologia che scommettono al Toto-Lega... non hai paura che si arrabbino? 
Non credo, Hermes mi ha assicurato che sotto sotto (forse molto in profondità) gli dei sono dei simpaticoni. Anche Zeus.
Diciamo che studio gli dei greci sin da quando ero alle elementari e nel momento in cui dovevo metterli su carta, li ho descritti proprio come li vedo io: avidi, disincantati, disinibiti e soprattutto, manipolatori.
E se mi mandano contro qualche strale, spero di uscirne indenne!

Parliamo di cristalli, pietre e poteri connessi: hai studiato cristalloterapia? 
Ho sempre avuto una curiosità per tutto quello che mi circonda, soprattutto la natura. Amo le rocce, le formazioni naturali e i cristalli. Ho approfondito la conoscenza di queste pietre anni fa, quando in gita con mio figlio al Museo di storia naturale, mi sono incantata a guadare una pietra di ossidiana. Da allora ho iniziato a collezionare pietre e cristalli, a studiarne le forme (amo le sfaccettature) e i colori. E poi ho iniziato a contemplare le loro potenzialità, i benefici e le influenze.
Per inserirle a pieno titolo nel libro, ho consultato parecchi manuali, anche antichi, per comprenderne fino in fondo i poteri e come potevo legarle ai miei personaggi.
La cristalloterapia è una disciplina davvero interessante.

C'è un momento in cui ti lanci in una disamina sulla composizione molecolare dei senzienti rispetto a quella degli umani e spieghi le capacità di riaggregazione grazie ai gluoni... tu sai qualcosa che noi poveri umani non sappiamo, confessa!
Direi che Kira e Damien mi hanno dato una spiegazione sufficiente a farmi venire il mal di testa!
Scherzi a parte, ho dovuto inventarmi un qualcosa di diverso, proprio per giustificare la trasformazione di questi esseri da umani a senzienti. Avevo già letto di tutto in altri libri, riguardo alla trasmutazione. Ma poiché volevo qualcosa di speciale, sono tornata ai miei studi sulla fisica e chimica, e ho trovato la soluzione adatta.
Il carbonio ormai è cosa superata e chissà che non diventeremo tutti dei superuomini!