domenica 10 marzo 2019

Giustizia - Vizi e Virtù - scrittrice allo sbaraglio: Ester Manzini


Se dovessi spiegare la giustizia a un manipolo di alieni?
Giustizia. Non è facile definire la giustizia. In un mondo perfetto sarebbe la forza in grado di dare a tutti le stesse possibilità, senza per questo arrivare a calpestare il prossimo. Ma non viviamo in un mondo perfetto, quindi ci siamo solo noi, con la nostra capacità di seguire un ideale. Non è semplice, e di solito la cosa “giusta” non è quella più facile. Ma ne vale la pena: giustizia è lotta, è testardaggine, è ingoiare il rospo dell’egoismo e della comodità perché al mondo – questo mondo, una collezione di difetti e storture – non esistiamo solo noi. Giustizia è equità, è rispetto dei diritti. Giustizia è una guerriera che impugna una spada che si chiama Legge, ma qualche volta deve combattere a mani nude.

Ti senti portatrice di giustizia?
Sì, e di solito mi succede quando mi trovo di fronte al suo contrario. Non posso tollerare l’ingiustizia, mi si pianta di traverso come una lisca in gola; a quel punto posso solo agire (o reagire) per potermi sentire, egoisticamente forse, a posto con me stessa. L’ultima volta, la più plateale, è capitata qualche mese fa. Era un pigro sabato sera d’autunno, passeggiavo con alcuni amici lungo la via più frequentata della città. Nel brusio delle dozzine di passanti che chiacchieravano ci accorgiamo di una voce troppo alta, troppo arrabbiata. Un tizio stava urlando addosso alla sua fidanzata, nell’indifferenza della folla. Mi sono fermata – non fosse altro per capire se la ragazza stesse bene. Ma quando quel cialtrone del suo (ubriaco) fidanzato l’ha presa per il collo e sbattuta contro il muro non sono riuscita a rimanere ferma o zitta. Sono piccoletta e dall’aspetto innocuo, non mi ritengo particolarmente coraggiosa e di solito i guai non vado proprio a cercarmeli, ma in quel momento non sono neanche riuscita a pensare. Mi sono messa in mezzo, l’ho spinto via, gli ho urlato dietro fino a che un gruppetto di persone non si è radunato attorno alla scena. I miei amici, ben più diplomatici di me, sono riusciti a evitare che pure io mi prendessi quattro ceffoni, ma a me non bastava. Ho chiamato i carabinieri – e forse non è servito a niente, forse una volta tornato a casa avrà ricominciato a maltrattare la sua ragazza, ma almeno l’ho fatto vergognare per dieci minuti. E poi, mentre ci allontanavamo, tutta la tensione è scesa e mi è venuto da piangere. Perché è vero, sono piccoletta e dall’aspetto innocuo, ma non sono capace di rimanere inerme di fronte all’ingiustizia.

Consiglia un libro a tema.
La Bas Lag Trilogy di China Miéville. Perché niente sa più di giustizia di un gruppo di rivoluzionari che cerca di sovvertire una classe dirigente corrotta, sporca e disinteressata al benessere dei cittadini.

Un brano sulla giustizia?
“Il velo si stava lacerando, e dalla confusione emersero gli artigli della creatura.

Giustizia, l’aveva chiamata.
Ma la giustizia era qualcosa di pulito e sacro, era riservata alle persone buone, rette.
Qualcosa che lui non era più.
Oh, lo era stato eccome: un ragazzo che inseguiva la libertà, un giovane uomo che trovava la propria gioia nell’alleviare la sofferenza degli altri. Un guaritore con le mani che sapevano di canfora e con la tunica macchiata di verde, con la lingua troppo lunga e una risposta sarcastica sempre pronta. Aveva amato ed era stato amato, forse più di quanto meritasse.
Ora, nel buio della sua cella, con la casa che aveva smesso da molto tempo di fremere per i postumi della festa, di quel giovane idealista non rimaneva molto, solo un guscio vuoto con le sue sembianze che vibrava per il trauma e per un odio che neanche alla morte di Karl era stato in grado di provare.
La giustizia era per le persone buone.
A lui rimaneva solo la vendetta.”
(Tratto da una fanfiction che, un giorno, potrebbe facilmente evolversi in qualcosa di più)

Preferisci esercitare vizi oppure virtù? Sii sincera:
Esercitare virtù. E non lo dico per chissà quale nobiltà d’animo, ma semplicemente perché sono una persona che ama il quieto vivere. Almeno dormo tranquilla la notte, e al mattino non mi vergogno guardandomi allo specchio.

Un titolo accattivante che contenga la parola giustizia.
“Giustizia – il peso della spada” (un eroico giustiziere ormai in là con gli anni si trova ad affrontare un caso troppo moralmente ambiguo per i suoi gusti) (… potrebbe non essere un cattivo spunto, facciamo che me lo segno)

Spamma un tuo titolo, ne hai licenza.
“La rondine di Guadeloupe”, ed. Triskell
Mac ha attraversato gli oceani cercando l’uomo colpevole di aver distrutto la sua famiglia. Ora, dopo un approdo rocambolesco sulle spiagge dei Caraibi, l’attende quella giustizia che per tanti anni ha inseguito. Peccato che non tutto vada come previsto.
Un romanzo d’avventura che sogna di essere un feuilletton moderno.


P.s. io, Laura, l'ho letto e ve lo straconsiglio!

sabato 9 marzo 2019

Ira - Vizi e Virtù - scrittrice allo sbaraglio: Annemarie De Carlo






Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l'ira. Cosa dici?

Il vizio che mi è capitato in sorte è l’Ira e agli autoctoni - posto che comprendano la mia lingua - direi così:

“L’ira è un’esplosione irrazionale, una deflagrazione che ti offusca la mente e che ti sposta in avanti, che ti fa scagliare con violenza contro qualcosa o qualcuno e che devasta come un fungo atomico; paralizza il raziocinio, libera gli istinti più beceri che albergano in tutti gli esseri viventi. Qualcosa di estremamente deleterio che va esorcizzato ed evitato senza se e senza ma.”

Io odio l’Ira con tutta me stessa. Curioso che mi sia capitato proprio questo vizio.


Nella vita hai provato il vizio di cui stiamo parlando: raccontaci.

Intesa come reazione rabbiosa e violenta a un contrasto: sì l’ho subita e pure spesso. E per quanto io possa arrabbiarmi, difficilmente mi lascio prendere da quella reazione irrazionale. Per esercitare l’ira bisogna avere “inscatolato” o “imbottigliato” tanta, tantissima energia negativa e poi, successivamente agitata come una bottiglia di bevanda gassata, esploda senza poterla trattenere o far prima scemare. In genere, non arrivo mai a quel punto. E se imbottiglio, poi, la rabbia implode dentro di me, deflagrando all’interno, nell’animo e facendo danni soprattutto a me stessa.

Intesa come indignazione, frustrazione: sì, come tutti spesso provo rabbia per le ingiustizie, per l’inciviltà che pare dilagare in questo mondo così strano e che a volte difficilmente riconosco. Come tanti, vorrei poterla esprimere, ma sempre in modo pacato e civile.

Intesa come rabbia generata dall’invidia e dall’odio: questi ultimi sono sentimenti che detesto, che evito anche solo di considerare, che faccio di tutto per non permettere di catturarmi. Disprezzo la violenza verbale forse ancor più di quella fisica e pertanto non mi incanta un certo “black humor” che sembra andare di moda oggigiorno e giustificare tanto odio e violenza verbale sui social e anche nella vita quotidiana.

Consiglia un romanzo che parla del vizio in questione e spiegaci la scelta.

Come Annemarie De Carlo scrivo Lgbt/MM, e soprattutto leggo principalmente Lgbt/MM. Per scelta, per interesse specifico e sostegno/supporto - essendo io etero - verso il mondo omosessuale e di identità di genere. Moltissimi romanzi Lgbt, ma soprattutto i “gay-romance” altrimenti detti MM/Male-to-Male o FF/Female-to-Female e che trattano storie d’amore di persone che amano altre persone dello stesso sesso (o transgender, asessuali e bigsex) contengono al loro interno storie di bullismo, violenza fisica e verbale, odio e insofferenza verso le persone che amano persone dello stesso sesso. Questi romanzi hanno regole precise, trattandosi di “Romance” devono per forza avere un lieto fine, ma alcuni di essi sono dei veri e propri gioielli di narrativa e stile. E tra le centinaia di romanzi che ho letto di questo genere, vorrei sceglierne uno, singolare e devastante per l’ambientazione in esso descritta:

Nascosti dal mondo, di John Kihley, edizioni Triskell: un romanzo che parla di un amore struggente tra un pianista e un violinista, nato alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale e che perdura anche durante la loro deportazione da parte dei nazisti in un campo di concentramento; i due protagonisti saranno così marchiati dai cosiddetti “triangoli rosa” il simbolo di stoffa cucito sulle divise dei deportati nei campi di concentramento e che corrispondeva, appunto, al crimine di omosessualità. L’odio dei nazisti, l’ira rabbiosa di uomini che si sentivano al di sopra di altri loro simili, mossi da una ferocia inumana nei confronti della diversità, pur martoriando il corpo degli amanti non scalfisce il legame, considerato abominio dalla società di allora, che li unirà fino alla fine.


Facci leggere un tuo brano attinente.

Qualcosa dal romanzo “corale” che sto scrivendo, fresco fresco e non revisionato.
(Perciò siate clementi, vi prego) Esempio di “uno scagliarsi contro rabbioso”:

“Agata! Dove sono le mie calze?” urlò dal bagno Ascanio. Era troppo concentrata nel truccarsi  per sentirlo. La cosa spazientì l’uomo che continuò a urlare “AGATA!”
Senza spostarsi dallo specchio, impegnatissima a passarsi una riga di Kajal nell’occhio destro, Agata rispose ad alta voce:
“Che c’è?”
“Dove cazzo hai messo le mie cazzo di calze?”
“Nella valigia!” sempre dallo specchio, sempre continuando a truccarsi.
“E, per Dio, dove cazzo è la fottuta valigia?”
“Agata, sta dando di matto.” Le si avvicinò Ignazio, guardandola con espressione mogia attraverso lo specchio. “Già stiamo facendo un casino tremendo. Se quello continua ci sbattono fuori.” La supplicò di occuparsi di quelle benedette calze. Agata posò sospirando la matita di Kajal sulla mensolina sotto lo specchio, si alzò dalla sedia per andare a rispondere ad Ascanio. Non fece a tempo a muoversi. Si sentì strattonare dalla cintura della tuta che aveva legato in vita, trascinare fuori dalla stanza mentre un Ascanio furibondo la riempiva di insulti. E poi si sentì spingere con forza verso la parte opposta del corridoio. Non riuscì a mantenersi in equilibrio. Caracollò all’indietro e sentì il muro colpirla forte alla schiena. Sbatté la testa e per un istante non vide e non sentì nulla; quando si riebbe dallo stordimento e dalla botta, vide il volto rosso fuoco di Ascanio a pochi millimetri dal suo naso.
“Se non trovi subito quelle fottutissime calze, ti massacro, per Dio!” gli urlò lui con una cattiveria così spaventosa nella voce da farla subito alzare come un soldatino di fronte al suo comandante. Ancora confusa, Agata chiuse le orecchie a quell’urlare costante e si diresse verso la camera. Attraversò quel corridoio come su una passerella, camminando quasi in punta di piedi, notando come gli altri del gruppo si fossero affacciati dalle camere e la osservassero senza però dire nulla, muti e attoniti ma senza un gesto per fermare quell’uomo che seguendola continuava a inveire. Entrando in camera Agata si chinò sotto il letto di Ascanio ed estrasse la valigia incriminata. La aprì, ne estrasse le calze tanto agognate, le appallottolò e gliele tirò in faccia, gridando a sua volta:
“Ecco le tue stronzissime calze, pezzo di merda!”
Non lo sentì arrivare. Non vide neppure la mano sollevarsi e abbassarsi. Capì che era stata colpita solo un attimo dopo, quando la pelle sulla guancia iniziò a bruciare. Riuscì solo ad aprire la bocca in segno di stupore e a spalancare gli occhi, uno truccato e uno ancora no, e ringraziò il cielo che ancora non lo fosse perché le lacrime bruciano se a contatto col mascara e il kajal. Che colasse il trucco sporcandole le guance non gliene fregava nulla. Ma il non riuscire a vedere nient’altro che rosso per un secondo la fece tremare. Sentì dentro gonfiarsi una rabbia sorda, acuta, brutale. Una voglia di far male. Parte di quella rabbia era rivolta alle persone in quella stanza. Avevano visto tutto ma non avevano mosso un dito, detto una sola parola. Cristina e Ignazio avevano continuato a parlarsi e a vestirsi come se nulla fosse successo.
“Non permetterti mai più di mancarmi di rispetto, troia!” sibilò rauco Ascanio. E Agata si trovò nella posizione di dover scegliere: avventarsi contro il marito, provare a restituirgli un po’ di quegli insulti, parte di quelle percosse rischiando ancor più violente reazioni da parte sua. Oppure... Capì di essere sola. Tremendamente sola in mezzo a quelle persone. Inerme, indifesa. Quindi fece l’unica cosa che in quel momento le riuscì chiaro di poter fare: scappò di lì in mezzo alla folla colorata e festante di una Venezia ubriaca di Carnevale.

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincera.

Lo ammetto, anche se non sembra, sono “una brava ragazza-inside”, perciò direi “esercitare la virtù” anche se ripeto costantemente che, se dovessi tornare a nascere, non mi farei scappare più neppure il più piccolo vizio. Però il vizio dell’Ira, no grazie. Passo. Si può?

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.

Ho intitolato il mio romanzo “corale” “Cuore d’ortica”... non rende l’idea della ferocia e della furia ma lascia comprendere il dolore e l’amarezza per una violenza subita. Credo.


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Lois e Luke - giro di vite - Edizioni goWare

Quando è in vena di farsi un po’ male, cosa che fortunatamente non accade spesso, Lois fa un gioco: chiude gli occhi e spinge i ricordi all'indietro nella mente fino a cercare quei frammenti di memoria che affiorano incerti tra la nebbia dei pensieri sparsi e che tiene rigorosamente in disordine dentro di sé; i ricordi più cari e più importanti, invece, li conserva ben piegati proprio davanti agli occhi, per rispolverarli più spesso e sono due: il sorriso di sua madre mentre lo abbraccia dopo aver ballato e aver ottenuto dal pubblico un giro di applausi particolarmente caloroso, e la risata, sua e di Luke, in pizzeria dopo lo spettacolo, una sera di fine Marzo.
Erano allegri, un po’ sbronzi e arrapati. Si erano già scambiati un bacio lascivo che nulla lasciava all'interpretazione su come sarebbe terminata la serata, e Luke aveva buttato lì un commento particolarmente divertente, a cui Lois aveva risposto ridendo di gusto. Si erano di nuovo incontrati, labbra su labbra, e proprio in quell'istante Lois aveva estratto il cellulare e aveva scattato un selfie.
La foto di quel bacio, di quelle due bocche unite, è adesso lo sfondo del suo cellulare. 
È l’unica cosa che gli è rimasta di Luke.



martedì 5 marzo 2019

Speranza - Vizi e virtù - scrittore allo sbaraglio: Delos Veronesi



















Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni la speranza. Cosa dici?


Avanzo sollevando la mano sperando che comprendano il gesto di saluto, non sorrido perché temo che mostrare i denti possa sembrare un gesto aggressivo. Mi schiarisco la voce e provo a parlare.
«Vengo in pace e senza presunzione, sperando di trovare in voi ciò che io vorrei trovaste in me. Da dove vengo io la chiamiamo speranza, è una virtù intangibile che si basa sul niente ma che ha sostenuto la nostra razza per tutta la sua esistenza. È il desiderio di ottenere qualcosa che non si può avere, come trovare l’acqua nel deserto o un amico tra le fila nemiche, è la necessità di poterci appellare a un potere che va oltre la comprensione per riuscire risolvere i nostri problemi. È il sogno di trovare in voi la voglia di essere miei fratelli nonostante la paura e le nostre diversità, è l’illusione che possiate comprendere quello che vi sto dicendo.

Nella vita hai esercitato la virtù di cui stiamo parlando: raccontaci.

Anche volendo non potrei mentire, non credo che esista qualcuno che almeno una volta nella vita non si sia appellato alla speranza. Ho pensato a lungo a cosa scrivere, non mi andava di inventare una storia e nemmeno di raccontare qualcosa di troppo triste, purtroppo la speranza è una virtù che emerge nei momenti di difficoltà e raramente si può accostare a momenti felici. Partendo da questo punto fermo un solo pensiero mi è venuto in mente, un momento in cui la mia vita ha perso il suo valore per essere votata a qualcosa di più grande, l’attimo in cui ho preso in braccio mio figlio.
Più di trenta ore di sofferenza prima di venire al mondo, urla e fatica che ho vissuto assieme a mia moglie come se fossero mie. Quando è nato la tensione mi ha fatto piegare le gambe mentre mi piegavo in un pianto liberatorio.
«Se deve svenire vada fuori» mi aveva detto l’ostetrica indicando la porta della sala parto. «Non abbiamo il tempo di scavalcarla mentre ci occupiamo di sua moglie.»
Respirando a fatica ho alzato la testa e ho visto il mio piccolo arrivare verso di me, lo avevano lavato e me lo stavano portando ma io vedevo solo il fagottino fluttuare tra le mie braccia. Piccolo, con gli occhi chiusi e il visino stanco di chi ha già combattuto la sua prima battaglia, ha allungato una manina e mi ha afferrato il mignolo mentre lo tenevo in braccio incapace di muovermi.
«Ciao amore» gli ho sussurrato piano. «Benvenuto Alessandro Leonida» ho aggiunto riversando in quelle parole tutta la speranza che avevo infuso nel suo nome.
So che può sembrare assurdo ma credo profondamente nel nomen omen, ho scelto volutamente quei nomi per donargli ciò che ai miei occhi li rappresentava. Non mi interessavano le imprese dei due re e nemmeno la loro storia sfociata nel mito.
Alessandro Magno, aldilà della leggenda della sua vita, ha attraversato i confini del mondo assieme ai suoi amici d’infanzia. Sono rimasti uniti per tutta la vita e hanno condiviso ogni attimo legati da un sentimento che spesso diamo per scontato.
Leonida è stato un uomo capace di sfidare l’impossibile per dare al suo popolo una speranza di salvezza, ha scelto di fare la cosa giusta anche se gli sarebbe costata cara.
Erano questi i sentimenti che volevo infondere in mio figlio mentre gli sussurravo il suo nome, la speranza e l’augurio di poter trovare degli amici veri e di avere il coraggio di fare le scelte più difficili per difendere i suoi ideali.

Consiglia un romanzo che parla di speranza e spiegaci la scelta.

Leggendo la domanda me ne sono venuti in mente diversi ma, per puro gusto personale, vorrei consigliare Il grande sole di Hiroshima. Un romanzo triste, toccante e al contempo profondo nella semplicità con cui due fratelli, Shigeo e Sadako Sasaki, affrontano le conseguenze della follia umana. Morte, dolore e sofferenza sono alla base di tutto il racconto ma in ogni pagina c’è un velo di triste speranza, quasi una preghiera a qualunque dio in ascolto. I bambini pagheranno per quello a cui sono sopravvissuti, non ci sono dubbi sugli effetti che la bomba atomica ha avuto su di loro, c’è solo la speranza che possano farlo restando bambini, sorridendo a una vita che li ha condannati troppo giovani. Non perdendo l’innocenza che li rende puri anche davanti alla morte.     

Facci leggere un tuo brano attinente.

July si mosse d’istinto, prendendo dolcemente la mano dell’uomo tra le sue per cercare di trasmettergli la sua vicinanza, per dimostrargli che non era più solo. Avrebbe voluto fare di più per fargli capire quanto gli volesse bene, e quanto soffrisse per lui, ma non osava superare il confine emotivo che li divideva. Riusciva a vedere oltre la maschera di freddo distacco con cui si nascondeva al mondo, sapeva quanto dolore c’era nascosto nel cuore dell’uomo che amava.
«Non perdere la speranza» gli sussurrò, baciandolo dolcemente sulla guancia, senza ottenere la minima reazione da parte sua. Sapeva di non poter fare molto, lo aveva osservato per settimane arrivando a conoscere quei suoi cambi d’espressione che lui cercava inutilmente di nascondere, e il mutismo con cui sottolineava i suoi disagi. Tutto quello che poteva fare era limitarsi a stargli vicino nella speranza che prima poi qualcosa lo spingesse ad aprirsi.
«Forse quando arriveremo sulla Terra troveremo il modo di vivere in pace. Senza più battaglie, senza dolore e senza sentirci come animali braccati» li incoraggiò July ad alta voce, stringendo con più forza la mano di Nicolas.
«Piacerebbe anche a me, ma non mi illudo» le fece eco Peter, che era rimasto in silenzio a osservarli.      
Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.

Citando Mark Twain “Dying man couldn't make up his mind which place to go to. Both have their advantages, heaven for climate, hell for company!” Non è difficile comprendere il significato di questa famosa frase che molti attribuiscono erroneamente a Wild. Sperimentare i vizi è divertente, appagante ed estremamente semplice. Io per primo cado quotidianamente in tentazione e so bene quanto sia facile lasciarsi trasportare dai vizi, avventurandosi in una strada in discesa ca cui è difficile tornare indietro. Ammiro chi riesce serenamente a esercitare le virtù, a chi le vive quotidianamente senza obblighi morali o religiosi, se ogni essere umano si votasse a una virtù forse vivremmo in un posto migliore, ma ciò non toglie che piace a tutti tuffarsi nell’estasi del proprio vizio preferito.

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio/virtù che ti è toccato.

Il gatto che giocava con i petali della speranza

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Il libro è disponibile in tutti gli store digitali e ordinabile in qualunque libreria.

Skin è il secondo romanzo dedicato ai Figli del Newman, segue le vicende di Winter e non posso raccontare molto della storia per non creare spoiler non voluti. Posso raccontarvi il contesto.
In un futuro non troppo lontano l’umanità si sta riprendendo dalla Guerra di indipendentismo coloniale. La Terra è distrutta, Marte e la Luna stanno cercando di riprendersi e le colonie orbitali sono sovrappopolate. Il conflitto è finito ma le conseguenze dell’ambizione umana non si sono esaurite, il Progetto Newman non si è fermato. Per decenni ha continuato i suoi esperimenti sulle cavie per creare soldati potenziati, killer perfetti da inviare in missioni impossibili, macchine di morte senza anima che ignorano l’esistenza del mondo. Almeno fino al giorno in cui uno di loro non riesce a scappare.




lunedì 4 marzo 2019

Accidia - Vizi e Virtù - scrittore allo sbaraglio: Raffaele Abbate
















Ti sbarcano su un pianeta sconosciuto e devi spiegare agli autoctoni cos’è l'accidia. 
Provo a recitare questi versi restando immobile, sperando che gli alieni comprendano almeno il  suono. Poi mi domando: “vale la pena stancarmi visto che  nessuno verrà a salvarmi?

Vago senza affanni
e senza passioni
nel grigiore
di giorni sempre uguali
Opprimere gli affanni
soffocare le passioni
credendo di allungare la vita
una vita già troppo lunga

Nella vita hai esercitato/provato/vissuto il vizio di cui stiamo parlando: raccontaci.
Come accidioso non si sono macchiato  di nessuna colpa perché non ho vissuto  pienamente né il bene né il male.  Questa è la mia vita:
 Il pigiama comprato usato sulle bancarelle di via Sannio dietro le mura di San Giovanni conle camicie americane a fiori botton down quando scappai a Roma alla ricerca di me stesso.
Quel pigiama è stato il mio fantasma personale, per anni, appeso ad un gancio, sullo sfondo nuvole di una perturbazione estiva. E  non riesco a cancellarlo dalla mente
E tante inutili memorie: il Barbecue con la carne bruciacchiata, l'Anglia Torino
d'occasione scampata all'Arno esondato, il macellaio di Grottaferrata, il bue e l'asinello sul presepe fatto nell'angolo del salotto, la nonna cattiva rompicoglioni, discendente di un cardinale del Sant'Uffizio.
Tutto che non si dimentica. E resto immobile.
Passano gli anni in fretta, è un film in bianco e nero, come quelli della programmazione delle arene all'aperto dietro la Tuscolana.
Uno stronzo di cane sulla spiaggia di Terracina , mentre faccio il bagno mi piscia sulle scarpe lasciate sul bagnasciuga.
Mi incazzo come un bufalo e me la prendo con tutto il mondo e con chi mi sta intorno.
E' sempre colpa di qualcun'altro.
Scavo con la paletta e raccolgo i vermi per pescare la notte sulla spiaggia dei bufali al Salto di Fondi .
In vacanza a Terracina con il mare pieno di alghe e sul lungomare un'auto dei caramba davanti alla villa di Aldo Moro. Poi quando  fu trovato cadavere nella R4 i vicini a rimpiangerlo, solo da morto. Ma non reagisco, per l'ipocrisia, troppa fatica litigare
A spasso con la bici lungo i canali in Via del Piegarello, senza protezione, con il tanfo del marcio che mi prende alla gola e le zanzare attorno alla testa e sulle gambe e mi divorano come ad un pranzo di nozze per zanzare.
Voci senza senso che non portano da nessuna parte.
Una foto in bianco e nero, granuli di passato, rotaie luccicanti, sedili di legno, morbide memorie sotto platani ammuffiti che non credono al futuro.
E la circolare rossa non arriva
Giardinette di legno, giardinetti di plastica, preti affannati, celerini ossessivi, marmo grigio, ponti, statue, un viale verso il nulla, espadrillas di tela nera.
E quella cazzo di circolare rossa non arriva.
Sotto il sole di agosto sotto quel sole rovente di un agosto lontano son rimasto sul ponte.
La polvere, il fumo, il respiro affannoso, le speranze disperate.
Anni che credevo d'oro si son trasformati in anni di piombo
E la circolare rossa non arriverà più.
E sempre tra le palle quel fottutissimo fantasma con il pigiama comprato usato a via Sannio, che non vuole andare via
Tanto alcool bevuto a tutte le ore del giorno e della notte per cancellare il mio vecchio  fantasma e tutti gli altri fantasmi, con gli anni sono diventati tanti ed insopportabili.
Tante sigarette  fumat per aiutare a cancellare tutti i  fantasmi.
Ed ora niente alcool e niente sigararette,  forse  i fantasmi sono scappati via, si sono rotti per la mia inutile  noia. 

Consiglia un romanzo che parla del vizio/virtù in questione e spiegaci la scelta.
Consiglio la lettura de La Noia di Moravia, credo che rappresenti il  modello letterarario principie del vizio dell'accidia la cui lettura, in età adolescenziale ha determinato molti danni nel mio  equilibrio pisicologico.

Facci leggere un brano che ritieni accidioso.
Una vita grigia e fosca come  quella del personaggio Dino non è il massimo della vita. L'incipit è significativo:  
Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere. Una sera, dopo essere stato otto ore di seguito nel mio studio, quando dipingendo per cinque, dieci minuti e quando gettandomi sul divano e restandoci disteso, con gli occhi al soffitto, una o due ore; tutto ad un tratto, come per un'ispirazione finalmente autentica dopo tanti fiacchi conati, schiacciai l'ultima sigaretta nel portacenere colmo di mozziconi spenti, spiccai un salto felino dalla poltrona nella quale mi ero accasciato, afferrai un coltellino radente di cui mi servivo qualche volta per raschiare i colori e, a colpi ripetuti, trinciai la tela che stavo dipingendo e non fui contento finché non l'ebbi ridotta a brandelli.

Meglio sperimentare vizi o esercitare virtù? Sii sincero.
Tutti i vizi possibili, le virtù sono noiose. La cosa che  mi induce al  vizio è che  i praticanti della virtù con rinunce e sacrifici di ogni  genere  non hanno la certezza  di essere “premiati” a fine  vita, Per cui  ne vale davvero la pena praticare  la virtù? 

Inventa un titolo accattivante che contenga il vizio che ti è toccato.
Il  mondo è bello nonostante me.

Pubblicizza una tua creatura (link acquisto, cover, due righe per invogliarci)






martedì 22 gennaio 2019

Sul popolo del tutto e subito



Ho letto un post sull'abitudine dei lettori di aspettare l'uscita di un'intera serie prima di acquistarla (per leggerla tutta insieme e senza attese) e mi sono fermata a riflettere. 
La mia prima serie libresca - da lettrice - fu "La torre nera" di Stephen King. E chi ne ha seguito le vicende sa che tra il primo volume, "L'ultimo cavaliere", e l'ultimo di sette, "La torre nera", sono trascorsi 22 anni. Sì, avete letto bene: ventidue anni, dal 1982 al 2004. E noi, poveri lettori, eravamo lì a sacramentare contro il nostro adorato Stephen che non si decideva a condurci per mano all'epilogo.
Poi venne Harry Potter: il primo libro uscì in Italia nel 1997, l'ultimo nel 2007. Dieci anni col fiato sospeso, nell'attesa spasmodica della sconfitta di Voldemort e del trionfo del Bene.
Io stessa, oggi, sono autrice di una serie, "Diario vittoriano", la cui pubblicazione è iniziata nel 2017 e si concluderà, con il quarto e ultimo volume, quest'anno. Due anni per quattro volumi più un contenuto speciale (forse due) non mi sembrano eccessivi.
Eppure, anche tra i miei lettori, ci sono quelli che hanno dichiarato di preferire attendere l'uscita dell'ultimo per leggerli tutti di seguito.
Un equivalente del binge watching che va per la maggiore tra i fruitori delle serie televisive.
E allora parliamo, anche, di serie tv. Appartenendo alla generazione dei baby-boomer, io sono figlia degli sceneggiati televisivi, quelli che oggi si chiamano fiction. La mia prima passione, in tal senso, fu il "Sandokan" di Sergio Sollima (e Kabir Bedi e Philippe Leroy). La prima puntata andò in onda il 6 gennaio del 1976, le altre cinque vennero trasmesse nelle successive cinque domeniche. Di settimana in settimana mi struggevo nell'attesa e, al tempo stesso, volevo che l'attesa si prolungasse. Perché era, essa stessa, parte della gioia di seguire una storia appassionante.
Gli addicted dello "Sherlock" della BBC ne sanno qualcosa: tre episodi per stagione, una stagione ogni due anni per quattro complessive. E, diciamocelo, due anni di attesa per scoprire come avesse fatto Sherlock a sopravvivere al salto nel vuoto sono stati lunghissimi. Ma appassionanti.
Oggi che sono in possesso di un adorabile abbonamento a Netflix, ho potuto gustare la serie "Versailles" (tre stagioni, dieci episodi per ogni stagione) senza altra attesa se non quella che io stessa mi imponevo. E no, non sono masochista.
Semplicemente non appartengo al popolo del tutto e subito (da cui il titolo di questo post). Credo dipenda dall'età (ma ho miei coetanei capaci di dedicare due giorni filati alla fruizione della storia che li appassiona), o forse dalla volontà di degustare con calma, di cullarmi le sensazioni, di regalarmi quel piacere che solo l'aspettativa sa creare.
Nonostante non sia un'amante delle bi - tri - quadrilogie create ad arte per tenere agganciati i lettori. Nonostante non abbia mai accettato, da un punto di vista editoriale, la creazione di personaggi seriali da sfruttare a esaurimento.
Ma il bello di una serie è la capacità dell'autore di narrare una storia lasciando il lettore in bilico su cliffhanger e facendogli marameo dal versante opposto del burrone con la promessa di condurvelo, certo, ma a tempo debito.
Senza dimenticare che se nessuno compra il secondo volume, il terzo difficilmente vedrà la luce. Le serie proditoriamente interrotte di cui spesso sento parlare con contorno di improperi, sono di solito volumi usciti in altri paesi che nessuno ha più ritenuto di tradurre e pubblicare in Italia. Pratica spiacevolissima, certo. Ma anche, se vogliamo, pungolo a volgere lo sguardo alla produzione italiana.
Che ne dite?

martedì 8 gennaio 2019

Alba - un racconto di Loredana Falcone

Si chiama Alba e per lei è sempre gennaio.
Il cappotto grigio non l’abbandona mai, inverno ed estate. In esso conserva, come un tesoro, il corpo sformato di donna e ciò che resta della sua anima. Volata via, chissà come, tanto tempo fa. Le ruote del carrello del supermercato che spinge avanti a sé, caricandole della propria stanchezza, sono il primo rumore che sento al mattino, quando fuori è ancora buio e il giorno nuovo si affaccia insieme alla sagoma imbacuccata dell’edicolante. Un cigolio che ormai è diventata una voce, quella di Alba. Perché, se nessuno la importuna, Alba non parla. Le labbra strette sul viso indurito, cotto di vento, di freddo e di sole, macina chilometri intorno a un percorso che è sempre lo stesso. Ogni tanto un demone si diverte a tormentarla e allora la senti levare al cielo delle grida che somigliano ai lamenti di una bestia ferita. E di bestia è l’odore che si lascia dietro. Per questo quando siede al muretto, quello che delimita una striscia di verde malsano, nessuno le siede accanto. Neanche gli anziani che aspettano al sole di sentire il tocco di mezzogiorno per poi andare incontro al loro pasto quotidiano. Hanno provato a toglierle quel giaccone per dargliene uno pulito ma Alba non lo ha voluto. Ha battuto i piedi a terra e digrignato i denti in uno scroscio di urla e male parole. Non vuole perdere l’anima Alba o forse i ricordi. Posto che quella sua testa arruffata di lerciume ne contenga ancora. Perché è difficile scorgere un passato in quegli occhi nascosti dalla sporcizia. Difficile leggere un futuro in quel suo incedere strascicato nelle scarpe che hanno perso ogni forma. Difficile parlare di lei.
In giro si dice che abbia una casa ma che preferisca dormire nel sottoscala, vicino alle cantine. Si dice che abbia una famiglia. Ma nessuno sa dire cosa l’ha portata in strada.
Se il richiamo di una libertà ancestrale o la pazzia. Del resto il suo nome è Alba e forse questa sua vita è solo l’inizio di qualcosa che deve ancora arrivare.
Alba senza un cognome, Alba senza un amico, Alba senza una carezza.
Alba sola con se stessa e con il suo carrello del supermercato in cui portare a spasso ciò che raccatta per strada. Un tesoro di stracci e di vecchie cose che si ferma a guardare incantata quando siede sul muretto a riposare. Forse è in quelle quattro cose che trova se stessa, regina della solitudine e di una corte di dissennati che nella normalità di una casa, di una famiglia, di un lavoro credono di aver svelato il senso della vita.

Alba con il suo segreto, affidato ai passi che si rincorrono in questo gennaio ghiacciato che per lei è la primavera di sempre.

Lory

martedì 13 novembre 2018

FalconeCostantini: Un mese a Natale


Le note lo raggiunsero insieme all’odore freddo e umido della pioggia che lo aspettava all’uscita dalla metro. Demis riconobbe L’Inverno di Vivaldi nel volteggio dell’archetto sul violino e rallentò il passo. Il musicista ambulante non gli badò. D’altronde erano mesi che si esibiva in quell’angolo al riparo dal vento e Demis non lo aveva mai degnato di attenzione. Tantomeno di un obolo.
“Sarà che manca un mese a Natale…”, si disse lanciando un euro nella custodia aperta del violino. Il suono della moneta a contatto con le altre fu lievissimo. Ma bastò a fermare il profluvio di musica. L’ambulante aprì gli occhi e per la prima volta Demis si rese conto che aveva una faccia.
“Da oggi a Natale”, disse trapassandolo con pupille di castagna, “sta’ lontano dai fili.”
“Come?”
L’uomo abbassò lo strumento e si protese verso di lui.
“Ho detto: da oggi a Natale, sta’ lontano dai fili.”
Poi l’archetto tornò a stuzzicare le corde e la musica interruppe ogni contatto.
Demis si strinse nelle spalle.
“Pioggia e oracolo delirante. ‘Sta giornata è tutto un programma”, borbottò affrontando il primo scroscio sulle strisce pedonali. Fu fradicio prima ancora di raggiungere il marciapiede opposto. Più che entrare in sede, si tuffò nel tepore al di là delle porte a vetri.
“Ma vaffanc…”
“Problemi con la nuova fotocopiatrice?”, chiese Giovanna aiutandolo ad alzarsi.
“Chi è quel genio che ha teso il filo in mezzo alla stanza?”, la assalì, massaggiandosi un ginocchio.
“Volevo provarla. Fatto molto male?”
Stava per risponderle a tono, poi il suo sguardo fu catturato dal grosso, spesso filo nero che l’ultimo acquisto dell’agenzia (ultima conquista del capo) si affrettò a riavvolgere.
Da oggi a Natale sta’ lontano dai fili.
L’avvertimento gli rimbalzò addosso ma il disagio arrivò solo quando, una volta a casa, si scoprì a pensare che potevano essere fili anche le corde del vecchio ascensore che toccava terra cigolante. Inforcò le scale sentendosi un idiota. Di più, rise di se stesso mentre apriva la porta e si trovava davanti Susanna in piedi sulla scala.
“Arrivi a proposito. Si è incastrato il carrello della tenda.”
Demis si ritrovò il filo in mano prima di avere il tempo di pensare.
“Facciamo il contrario”, propose sentendosi subdolo.
Fu felice di lasciarle la manovra e di salire sulla scala.
“Ora sembra tutto a posto…”, disse, la testa ancora infilata tra le pieghe della mantovana.
“Ok, allora scendi.”
Non ne ebbe bisogno. La scala gli si aprì sotto, catapultandolo sul divano.
“Bel numero!” rise Susanna.
“Bel numero un cazzo. Vado a farmi una doccia.”
Ormai era alla paranoia. Se ne stava sotto il getto della cipolla meditando se era giusto pensare al tubo della doccia come a un filo. A scanso di equivoci, evitò di toccarlo.
Quando poi impedì a Susanna di legarlo alla testata del letto con la cinta dell’accappatoio, privandola del suo giochetto preferito, realizzò che il violinista ambulante aveva vinto. Fino a Natale si sarebbe tenuto alla larga da tutto ciò che anche lontanamente poteva chiamarsi filo. Compreso quello interdentale.
Fu un mese lunghissimo. Si privò dell’auricolare per il telefonino e delle cuffiette dell’Ipod. Rinunciò in un colpo solo alle Nike, alla corda e alle lezioni di boxe. Si tenne a distanza dai fili per il bucato e dagli elettrodomestici in genere. Si rifiutò di fare l’albero di Natale, troppi fili, preferendo per la prima volta in vita sua il presepe. Ma senza luci. Bandì gli adorati spaghetti dalla sua dieta e chiuse in un cassetto la catenina d’oro che avrebbe potuto strangolarlo nel sonno. Era talmente preso a dribblare le migliaia di fili che lo assediavano da rendersi a stento conto delle perplessità sempre più forti di Susanna.

“Demis, si può sapere dove stai andando? I miei stanno per arrivare.”
“Ho dimenticato una cosa. Faccio in un lampo.”
Corse giù per le scale. Ancora un solo giorno e quella follia sarebbe finita. Intanto però aveva dimenticato di prendere un regalo per Susanna. Il vicino centro commerciale restava aperto fino a tardi e lo benedì mentre lanciava l’auto nel parcheggio e correva dentro. La folla dei ritardatari natalizi stava scemando. La cena della Vigilia era praticamente in tavola e Demis si guardò intorno, alla ricerca di una profumeria.
Era da stronzi presentarsi col solito profumo, però meglio che niente. Avrebbe rimediato non appena il conto alla rovescia si fosse fermato con lo scoccare della mezzanotte.
“Avresti fatto meglio ad ascoltare il mio consiglio.”
Quella voce si materializzò alle sue spalle. Demis si voltò e lo vide.
Vide lui.
Vide la custodia del violino.
Vide il mitra che ne uscì.
Ma, soprattutto, vide lo striscione che dava il benvenuto ai clienti del centro commerciale “I Fili”.
Poi Demis non vide più nulla.